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Articoli filtrati per data: Monday, 02 Maggio 2022

Commentiamo il voto del secondo turno alle elezioni presidenziali francesi che ha visto nei Dipartimenti d”Oltre Mare un forte consenso nei confronti di Marine Le Pen con Lorenz Gonschor, ricercatore in Scienze Politiche e docente presso l’Università Francese della Polinesia a Tahiti.

La prima questione che salta agli occhi è il risultato diametralmente opposto rispetto alla Francia metropolitana che ha privilegiato la logica del voto utile per Macron per opporsi all’avanzata di Le Pen.

Innanzitutto, per trovare una spiegazione occorre considerare la partecipazione della popolazione dei Dipartimenti Oltre Mare che non ha raggiunto nemmeno il 50%, da leggersi come un boicottaggio delle elezioni da parte di tutti coloro che non erano d’accordo né con Macron né con Le pen, ossia la maggioranza della popolazione. Inoltre, al primo turno in tutti i DOM era Mélanchon ad essere in testa. La grande differenza con la Francia dunque, si riassume nel non aver seguito la logica del voto utile perché la popolazione delle isole è veramente stufa della politica coloniale di Macron. In Francia infatti, Macron è considerato come un liberale centrista che dà particolare priorità all’economia mentre, per le popolazioni che abitano le isole, rappresenta il volto del colonialismo oltre ad aver deluso le dichiarazioni fatte alla sua prima elezione , quando aveva definito “il colonialismo come un crimine contro l’umanità”, tradendole alla prima occasione rendendosi promotore di politiche razziste e violente.

Un altro elemento da considerare è da un lato, l’immagine di Marine Le Pen, in qualche modo ripulita e resa più accettabile sin dalla decisione di cambiare il nome del partito di suo padre da Front a Rassemblement, termine decisamente più coinvolgente e meno violento e, dall’altro, il discorso politico che ha costruito negli ultimi anni. Infatti, Marine Le Pen non è stata fautrice di un discorso espressamente contro i neri ma piuttosto, di un discorso anti musulmani e arabi, questa variabile ha influito molto sulla sua possibilità di costruirsi un ruolo non direttamente razzista tout-court, soprattutto grazie al fatto che nei DOM la popolazione è per la maggior parte nera e stabilita in quei territori da lunga data.

Se negli anni fu Jean-Marie Le Pen a rappresentare il volto più feroce e razzista della politica francese, attingendo a un immaginario coloniale e di schiavitù, Marine Le Pen oggi ha abbandonato questo discorso, sorpassata a destra da Eric Zemmour, altro elemento che ne ha agevolato il consenso.

È importante, indipendentemente dalle ragioni che hanno permesso a Marine Le Pen di ottenere questo risultato, sottolineare l’astensionismo che ha caratterizzato trasversalmente i DOM, elemento che dà la cifra di una disillusione totale nei confronti della rappresentanza, del cinismo che stravolge il paradigma della destra e della sinistra e che rappresenta un ragionamento che va oltre la logica del voto utile, guidato dall’intento di non dover scendere a compromessi profondi che non rappresenterebbero il sentimento antiMacron che si è sostanziato negli anni.

Da Radio Blackout

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Abbiamo dovuto, nostro malgrado, concentrarci negli scorsi articoli sul dispositivo poliziesco messo in campo dalla questura e sulle violente cariche in Via Roma, per ristabilire un minimo di realtà rispetto alle narrazioni mediatiche. Ma lo spezzone sociale è stato molto altro e ci ha consegnato una serie di indicazioni e possibilità che crediamo vadano evidenziate.

In primo luogo ci pare importante cogliere due evidenze importanti: la composizione giovanile e estremamente variegata dello spezzone sociale e la quantità e qualità degli interventi che si sono susseguiti al microfono.

Il primo elemento ci sembra ci parli dell’evidente compressione che vivono i più giovani di fronte ai fenomeni che stanno coinvolgendo la nostra società: tra l’esperienza materiale della pandemia, la prospettiva di un infittirsi delle ricadute reali della crisi ecologica e gli scenari di guerra e impoverimento le prospettive di un futuro dignitoso si riducono sempre di più. Ma se ciò è foriero di stati d’ansia, stress e senso di solitudine, allo stesso tempo sembra portare ad una consapevolezza ed un’attivazione che ha dei tratti inediti nel passato recente e proprio perché si confronta con questioni che riguardano la totalità della vita esprime una critica totale. C’è voglia di attraversare le piazze, prendersi del protagonismo, c’è molta attenzione rispetto agli interventi che vengono fatti e una ricerca di spunti, dibattito e dialogo continua. Non si tratta di un’adesione rituale ad una manifestazione, ma di una presa di posizione ragionata, prodotta collettivamente e dalla dialettica con altre collettività.

I giovani di questa città, così come nel resto d’Italia e del mondo, sono anni ormai che si prendono la responsabilità di indicare le problematiche relative al cambiamento climatico, alla possibilità di una vita dignitosa per tutti e tutte, manifestando l’insopportabilità delle condizioni alle quali sono costantemente sottoposti. Quest’anno per mesi le scuole sono state occupate e le piazze si sono riempite a seguito della morte di due coetanei durante uno stage di alternanza scuola-lavoro, progetto inventato dal governo Renzi e mantenuto in piedi ancora oggi, nonostante le pretese di migliaia di giovani e giovanissimi in tutta Italia. Anche questo, ieri, è stato ribadito, anche questo ancora una volta è stato lasciato da parte.

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Questo aspetto ha assunto caratteri chiari proprio nel susseguirsi di interventi, quasi tutti di giovanissim* che hanno lasciato poco spazio alla musica, ma hanno visto costantemente un’alta attenzione della piazza, salvo poi essere interrotti dalle cariche all’altezza di via Roma.

Negli interventi si è colta la ricchezza di punti di vista, di sguardi e lenti con cui vengono osservate le questioni del presente, mantenendo il tratto comune della necessità di un rifiuto senza compromessi della guerra e di un cambio radicale di paradigma.

Fin dai primi momenti si è colta la necessità di rifiutare la narrazione ufficiale che viene proposta dai media e da certa politica rispetto al conflitto in Ucraina. La collocazione atlantista senza se e senza ma del governo italiano in quella che sempre di più assume le forme di una guerra per procura, la folle corsa al riarmo per gonfiare i profitti delle industrie di armamenti, i costi sociali del conflitto che vengono scaricati verso il basso, l’essenza patriarcale della guerra tra Stati e le sue conseguenze energetiche ed ambientali sono state al centro delle riflessioni.

Particolarmente significativa è stata la performance di Non Una di Meno che a partire da un punto di vista transfemminista ha sottolineato la conseguenza delle guerre sui corpi delle donne:

“La guerra è l’espressione più organizzata della violenza patriarcale. Una violenza strutturale che da sempre combattiamo in casa e nelle strade, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nei tribunali e nelle carceri, nelle narrazioni tossiche dei media, nelle relazioni e sui confini.”

Il punto di vista delle donne e delle soggettività non normate viene recuperato dalla parte politica peggiore per farne cavalli di battaglia strumentali eliminandone la carica rivoluzionaria. La potenza delle reti femministe di tutto il mondo nell’identificare la guerra come l’apice del dominio patriarcale e capitalista non viene mai raccontata, così come ieri è stata silenziata.

E’ necessario quindi innanzitutto per restituire la ricchezza della piazza di ieri primo maggio a Torino, provare a narrare la giornata sotto altre lenti. In secondo luogo, e non per importanza, è fondamentale iniziare un percorso condiviso di critica serrata e sistematica a tutti quei giornali che si arrogano il diritto di raccontare in maniera falsa e sotto dettatura della questura di Torino gli eventi, ribaltando il loro predominio.

Non è accettabile che ogni volta vi sia un momento di lotta e di rivendicazione in questa città venga schiacciato sotto un macigno di menzogne con l’obiettivo di sminuire e rendere ininfluente cosa accade nella realtà. Dalla loro hanno la possibilità di farlo senza incorrere in conseguenze, dalla nostra abbiamo la verità di quello che viviamo e vediamo.

Al di là della solita mossa di voler relegare l’eccedenza della piazza, manifestatasi nella determinazione e nella volontà di conquistarsi uno spazio pubblico di parola, a una regia esterna il fatto ancor più grave è la narrazione mediatica che vuole sminuire il portato su un livello di temi e contenuti di quella piazza.

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E’ evidente da parte della controparte l’intenzione di impedire di rendere giusto peso alla costruzione di un’opposizione alla guerra oggi. La presenza del pd e del sindaco Lo Russo alla manifestazione de primo maggio rivelano l’emblema dell’ipocrisia della parte istituzionale di fronte a questo evento che rischia di diventare di portata mondiale. L’atteggiamento di solidarietà vittimistica nei confronti della popolazione ucraina non è altro che il modo per legittimare il fatto di continuare a produrre e vendere armi. Il PD sta strumentalizzando la vita e la morte di queste persone. ieri è stato impedito di dire questo, di dare spazio a chi si oppone alla guerra perché è consapevole che essa altro non sia che lo strumento per perpetrare un sistema ingiusto e mortifero come quello capitalista. Chi era nello spezzone sociale aveva ben chiaro tutto ciò. E questo e stato rappresentato dagli interventi dei giovani di Fridays e di XR, dalle parole del movimento No Tav, da chi ha solidarizzato durante i blocchi messi in campo dalla polizia e durante le cariche, come hanno dimostrato i numerosi interventi dal furgone - rinominati dai giornali un “contro comizio”.

Ma altrettanto ricco è stato il momento conclusivo della manifestazione in Piazza San Carlo, in cui al microfono si sono alternate le realtà che hanno animato lo spezzone sociale, le testimonianze dello sfruttamento sul lavoro, come nel caso delle lavoratrici Iveco e altre soggettività che hanno solidarizzato con forza dopo quanto successo. E’ stata evidente la convergenza degli interventi nell’esprimere la necessità di costruire una mobilitazione popolare, continuativa e di massa a Torino contro la guerra nei mesi a venire.

Non si può non menzionare poi che l’attacco poliziesco nei confronti di lavoratori e lavoratrici non è stato portato solo nei confronti dello spezzone sociale, ma anche contro i riders che cercavano di entrare in Piazza San Carlo, a dimostrazione che la piazza è negata a chiunque non si senta rappresentato dalle forze istituzionali. La contestazione, che una volta si diceva essere il sale della democrazia, oggi viene trattata come un reato di lesa maestà.

Si respirava un’aria diversa ieri, un’aria di consapevole volontà di mettere in campo delle condizioni sine qua non, dei paletti che non potranno più essere superati, o così o così. Sta venendo superata una soglia di accettabilità, dal sapore di raggiro per continuare a perseguire i propri interessi, che non è scontato che rientrerà nei ranghi dell’integrazione. Trasversalmente, dai giovani agli anziani, da chi appartiene a collettivi o a sindacati di base, da chi scendeva in piazza forse per la prima volta a chi vi è tornato a quasi 100 anni, si è iniziato a mettere le basi di una solidarietà nella parte giusta della società che avrà modo di sperimperimentarsi in future occasioni di lotta.

Foto di Luca Perino e Diego Fulcheri

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Riprendiamo dalla rete alcune testimonianze di singoli cittadini, di partiti e movimenti che smentiscono le ricostruzioni fantasiose sulla piazza di ieri...

 

Dopo due anni di sospensione della manifestazione, causa misure anti-covid, era obbligatorio partecipare, stamani, a Torino. L’ho fatto, consapevole che non era un semplice ritorno alla ritualità del Primo Maggio, ma della necessità e dell’urgenza di far sentire le voci di quanti non ci stanno a subire gli effetti in atto (e quelli probabili che seguiranno) di una narrazione tossica che sta avvelenando le nostre menti. Politici dell’intero arco parlamentare, con pochissime eccezioni, operatori della comunicazione, quasi unanimi nel premere il pedale sull’acceleratore della guerra, nell’invocare più sanzioni contro la Russia (che vuol dire contro il popolo russo, assai più che contro i suoi governanti), incuranti che quelle sanzioni colpiscono l’Europa e in primo luogo proprio il nostro Paese. Si sta costruendo un senso comune che pretenderebbe di considerare il nostro coinvolgimento diretto nel conflitto come un fatto normale, di farci accettare come una opzione possibile se non addirittura probabile, la guerra globale, compreso il ricorso ad armi nucleari.

La manifestazione di oggi aveva il significato precisamente di dire no a tutto questo, oltre che rivendicare i diritti calpestati del lavoro, il diritto a un lavoro decente e decentemente remunerato, il diritto a uscire dalla inoccupazione o dalla precarietà, il diritto a essere cittadini e cittadine a pieno titolo, con un lavoro, una casa, la possibilità di cura, e quella di mettere al mondo dei figli e di far trovare loro un mondo non inquinato dalle tossine ambientali ma anche dalla tossine ideologiche dei bellicisti, dei sopraffattori e dei prepotenti.

E invece alla manifestazione ho assistito, e per poco schivato personalmente, assurde e inaccettabili cariche della polizia, scattate a freddo, inaspettatamente, cariche che miravano a impedire che una larga parte del corteo giungesse nel tradizionale punto d’arrivo finale della manifestazione, piazza San Carlo, che, ormai anche negli anni precedenti alla sospensione (2020-2021), sembra che debba esser riservata al PD e ai suoi alleati, politici e sindacali. Ho avuto la possibilità di prendere la parola, rivendicando il diritto di tutti a manifestare e aggiungendo alcune parole contro la guerra e i signori della guerra.  E ho concluso invocando uno sciopero generale per testimoniare la volontà del popolo italiano contro questa guerra.

Credo che da oggi, 1° maggio 2022, si debba lavorare a questo scopo: mobilitazione generale contro la guerra, contro il “sistema guerra”, contro i signori della guerra, e a costruire un grande movimento volto a favorire una vera rinascita della sinistra, ricordando che il rifiuto della guerra, e l’uguaglianza sono i due concetti fondamentali che identificano appunto la sinistra.

Angelo d’Orsi

 

Torino. Il 1° maggio deve essere di tutti

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 Il 1° maggio non è la "Festa del lavoro". Semmai è la "Festa dei lavoratori"

Ma da anni, le numerose frange del precariato ricordano che per loro "Il 1° maggio non è una festa. E' una giornata di lotta".  

 

Così, chi come me alla fin fine è un bel privilegiato,  va al 1° maggio così, con leggerezza. Incontra qualche amico ed è contento anche se si sono scambiate solo due parole.

Poi, fa un giro, su, in piazza San Carlo. 

Deserta. 

Parlano il Monsignore e gioventù cattolica. Insomma, quelli che dicono "cose di sinistra" che non è bene siano dette in faccia a chi ha ruoli istituzionali.

 

E poi, un giretto e poi su, contro corrente, per via Roma.

Da piazza San Carlo parte anche un gruppetto di celerini; chi non l'ha indossato, mette il casco e se lo stringe sotto il mento. Insomma, la solita coreografia drammatizzante, penso.....

 

Dopo un po', più avanti, si sente casino.

Un triplice cordone di celerini blocca via Roma. Più oltre, i "No TAV" e lo "spezzone sociale".

È successo qualcosa?

No. E allora perché bloccano il corteo? 

Boh... Il solito rito dell'ultimo decennio. E non solo.

Urla, slogan. In realtà la tensione non è elevata.

 

Poi parte una carica della polizia. Spingono con gli scudi ed agitano i manganelli. E - come prevedibile - cade qualcuno. A questo punto le manganellate iniziano a colpire sistematicamente. Le manganellate non sono sincrone; si può stimare che la fila somministri una decina di manganellate al secondo.

Dopo un po' la carica finisce. Alcuni graduati si mettono in mezzo. E gesticolano per calmare i celerini.

Forse la carica è stata anche breve, ma a chi guardava è parsa lunga.

Ma cosa giustifica il blocco del corteo?

E cosa giustifica la carica?

Nulla. Un'aggressione a sangue freddo.

 

Poi una seconda carica. Identica a quella precedente. La carica cessa quando, di nuovo, si intromettono dei graduati per calmare i picchiatori eccitati. Ma dove erano finiti? Non potevano stare lì a garantire la calma? Boh ...

Un pozzangherone di sangue e un po' di altro sangue in giro forse sono della prima carica.

 

Poi c'è una terza carica. Poi una quarta.

Le storie sono sempre identiche.

 

Ora, magari qualcuno si irriterà e si scaglierà contro questa cronaca. 

Mi dispiace. Per questi qualcuno.

La storia è questa. È quello che ho visto con i miei occhi.

 

In un normale Paese occidentale, i responsabili pagherebbero. O per incapacità o per responsabilità.

Ed un sindaco chiederebbe conto ai responsabili delle forze dell'ordine.

Speriamo che succeda. Non ci credete? Eppure prima o poi succederà.

Il rischio, invece, è che sedicenti forze democratiche o di sinistra stiano zitte. Salvo appellarsi a valori dell'antifascismo in occasione delle prossime elezioni. Quando avranno paura della destra.

L'antifascismo - ricordiamocelo - invece si fa con la buona politica di tutti i giorni. E con la coerenza.

 

L'ANSA non parla di scontri. Parla di cariche. E di un numero di poliziotti feriti doppio rispetto a quello avuto tra i dimostranti. Poliziotti feriti? Sicuramente non lì.

Per vedere il bicchiere mezzo pieno, da nessuna parte sono citate azioni aggressive dei manifestanti. La causa delle cariche è stata "impedire che i manifestanti (non allineati) raggiungessero Piazza San Carlo". Insomma, chi vuole capire, capisce.

Con la spinta ad entrare in guerra e le condizioni sociali che stanno precipitando, dobbiamo interrogarci. E' questa la via scelta per affrontare la sofferenza sociale? 

La ministra Lamorgese potrebbe rassicurarci. E magari intervenire sull'accaduto.

E sarebbe bene che tanti "benpensanti di sinistra" provassero a capire. Anche se è doloroso, E cessassero di cullarsi in versioni  consolatorie che sono destinate a portarci nel baratro. 

Carlo

Da carloproietti.eu

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Questo #PrimoMaggio in piazza per difendere la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori ma anche per dire NO alla guerra e NO agli armamenti.

Tornare a sfilare per le strade dopo due anni di pandemia non ha purtroppo cambiato il triste e inaccettabile copione che puntualmente si ripete a #Torino: il corteo letteralmente spezzato in due all'ingresso di Via Roma da un cordone di polizia e le immancabili cariche allo spezzone sociale.

Il lavoro che dovrebbe unirci ancora una volta purtroppo ci divide, ma il Primo Maggio è, e resta, di tutte e di tutti: di chi si batte contro la guerra forse un po' più di chi è pacifista solo a parole, di chi lavora senza tutele o un lavoro non ce l'ha forse un pò più di chi grazie ai privilegi e alle politiche scellerate del passato è garantito, di chi lotta per la giustizia sociale e climatica forse un pò più di chi privilegia gli interessi dei signori del gas, del petrolio e delle armi, di chi si batte contro il Tav forse un po' di più di chi ha scoperto nell'alta velocità il salvagente di un sistema occupazionale che è volato sempre più lontano da Torino.

In ogni caso, buona festa amiche e amici.

Restiamo ostinati e determinati, dalla parte di chi la disperazione non può tacerla.

Valentina Sganga - Movimento 5 Stelle

M4O: PRIMO MAGGIO DI RABBIA, SECONDO UN COPIONE GIÀ VISTO. PARTITI SEMPRE PIU’ FUORI DALLA REALTA’ BLINDATI SUI LORO PALCHETTI. Un primo maggio di rabbia e secondo un copione già visto. Che sconforto raggiungere una piazza vuota e blindata per proteggere comizietti infarciti di retorica di partiti fuori dalla realtà, che vedono la Resistenza ovunque tranne che nel coraggio dei giovani che reclamano un futuro. Alle richieste di sicurezza sul lavoro, di garanzie e diritti per non morire per strada o sul posto di lavoro, di salari dignitosi, di strenua difesa della pace, si è risposto di nuovo col manganello con una carica a freddo per fermare lo spezzone sociale in via Roma ed impedirne l'arrivo in piazza Castello. Ma la deriva di questo primo maggio la scorgiamo nell’ipocrisia dei palchetti blindati, in cui i politici di turno, applauditi da claque sempre più ristrette, si riempiono oggi la bocca di giovani, futuro e lavoro e domani, con l’elmetto in testa, dirottano fondi a sostegno della guerra, tagliano capitoli di bilancio per l’assistenza degli ultimi e dei più fragili. Noi ci schieriamo dall’altra parte della barricata e auguriamo una buona guarigione a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze che oggi hanno assaggiato il manganello democratico.

Movimento 4 Ottobre

 

Fausto Cristofari, segretario provinciale PRC-SE sul Primo Maggio a Torino: "E' stata una giornata di lotta per la Pace e contro il governo del carovita."

Un grande spezzone pacifista ha caratterizzato la manifestazione di Torino, dove si è tornati a sfilare su via Po e via Roma dopo due anni di interruzione. Rifondazione Comunista era presente, con lo slogan: Giù le armi, Su salari e spesa sociale!

"Una grande mobilitazione - continua Cristofari - nonostante l’ennesima provocazione poliziesca che, senza motivo alcuno, ha voluto dividere violentemente il corteo. A questa provocazione Rifondazione Comunista ha risposto rivendicando l’unità del corteo del primo maggio contro la guerra e il governo che la sostiene, condannando l’intervento della polizia, con le parole del partigiano Gastone Cottino, concluse scandendo lo slogan: ora e sempre Resistenza! Da questo primo maggio deve partire un grande movimento popolare contro la Guerra e per impedire che i costi di guerra e sanzioni vengano fatti pagare ai lavoratori e ai ceti popolari!"

Trigger Warning: violenza delle forze dell’ordine su attivisti e attiviste al corteo del primo maggio di Torino

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Il primo maggio è una fondamentale giornata di lotta che riguarda quindi tutti e tutte noi.

A Torino abbiamo preso parte come Fridays For Future allo spezzone sociale del corteo del Primo Maggio della nostra città, per chiedere una transizione ecologica equa.

Il corteo è stato diviso, fin dall’inizio del concentramento, rigidamente in due parti da un cordone di polizia: da un lato istituzioni e sindacati, dall’altro i movimenti, i centri sociali e i singolə cittadinə, tra cui molte famiglie con bambinə.

L’obiettivo delle forze dell’ordine era di tener separati i due gruppi di persone, e di escludere l’opposizione e le voci di protesta dalla piazza istituzionale di concentramento finale.

Per farlo hanno bloccato duramente l’arrivo dello spezzone sociale, fermandoci all’ingresso di via Roma, e caricando a più riprese attivisti e attiviste per impedire il passaggio.

Con violenza assolutamente ingiustificata ragazzə che marciavano pacificamente sono statə manganellatə dalle forze dell’ordine schierate, e identificatə da agenti sui balconi dei palazzi.

Un attivista di Fridays For Future è stato duramente ferito negli scontri: ora ha 7 punti di sutura per la ferita infertagli da dietro, mentre si stava allontanando. Insieme a lui altre 5 persone sono state ferite, e molte altre colpite.

Ciò che è accaduto oggi è l’ennesimo esempio della violenza e della sitgmatizzazione che gli e le attivistə torinesi subiscono da anni, ma non solo: è anche la rappresentazione perfetta di quanto gli interessi dall’alto siano di proteggere lo status quo e di reprimere qualsiasi voce di dissenso.

Fridays For Future - Torino

Foto di Luca Perino

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