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Articoli filtrati per data: Sunday, 15 Maggio 2022

Condividiamo di seguito il post di A Foras sulla notizia dell'esercitazione NATO sull'isola che vedrà coinvolti territori ben al di fuori dei poligoni, una vera e propria prova generale di assedio.

SARDEGNA TERRA DI NESSUNO, LA NOSTRA TERRA E' UN GRANDE POLIGONO DI TIRO PER GLI ESERCITI DI MEZZO MONDO IN MEZZO AL MEDITERRANEO. MAGGIO DI BOMBARDAMENTI E SIMULAZIONI DENTRO E FUORI I POLIGONI MILITARI SULL'ISOLA.

IL 22 MAGGIO TUTT* A TEULADA.

Brigata Sassari sulle falesie a Cala Gonone, incrociatori e navi militari (12 ormeggiate nel porto di Cagliari in questo momento) che girovagano tra Poetto, Villasimius e Pula, caroselli della Nato sui cieli di Barbagia e Baronia, LA SARDEGNA SI CANDIDA AD ESSERE IL PROSSIMO BERSAGLIO INTERNAZIONALE DI UNA GUERRA ALIENA AL POPOLO SARDO.

7 nazioni della Nato, 4000 soldati, 65 navi e decine tra sottomarini, elicotteri, mezzi aerei e di terra hanno da poco dato il via all'esercitazione internazionale Mare Aperto che imperversa sui mari e le coste sarde ma anche su tirreno centro meridionale.

La sottosegretaria alla difesa Pucciarelli, in visita qualche giorno fa tra La Maddalena e Tavolara, è venuta a fare il solito lancio di semini e briciole per piccioni come da decenni a questa parte si confà al suo ruolo istituzionale. Il comparto militare dice: "per la Sardegna questi elementi d’organizzazione costituiscono anche un volano per lo sviluppo territoriale, contribuendo in diverso modo ad alimentare e sostenere il loro tessuto economico, occupazionale e sociale."

Davanti a un'aggressione armata della NATO sul nostro territorio, davanti ai dati di una inflazione record, una crisi economica e gli alti livelli di spopolamento nei territori limitrofi alle basi militari, ci permettiamo di dire che HANNO LA FACCIA COME IL CULO.

Per questo vi invitiamo a condividere e partecipare alla prossime mobilitazioni in preparazione e alla manifestazione contro l'occupazione militare promossa dall'assemblea contro la presenza militare in Sardegna di Cagliari che si terrà a Sant'Anna Arresi il 22 maggio.

22 maggio - Manifestazione contro le basi militari

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Perché un nuovo corteo a una base militare? Continuiamo a credere che l’occupazione militare della Sardegna sia una delle dimostrazioni più esplicite del dominio coloniale che martoria la nostra terra. Devasta l’ambiente, sottrae enormi porzioni di territorio a terra e a mare che potrebbero avere ben altro utilizzo, produce una monocultura economica che si riverbera come ricatto occupazionale: impedisce forme altre di sussistenza, provoca la miseria di cui si fa forte per continuare a dimostrarsi non solo necessaria, ma anzi benefica. Ma sappiamo bene che dietro questi specchietti per le allodole quelle reti ci parlano da sempre di morte, sangue versato, sfruttamento per un tozzo di pane, inquinamento e malattie. Noi lo sappiamo bene che per la nostra terra desideriamo altro che essere la colonia periferica di uno stato che qui è presente soprattutto quando deve scaricare le tonnellate di proiettili e missili sue e dei suoi alleati, per simulare quelle guerre che fanno sfregare le mani alla NATO. Stavolta la guerra non è scoppiata in Medio Oriente, ma alle porte dell’Europa, e convincerci che stavolta siamo i buoni è diventato fondamentale. Ci dicono che proprio stavolta è giusto stare zitti, è giusto guardare gli aerei partire senza farsi domande, è giusto che le basi ci siano e intensifichino anche la propria attività. Non ci hanno mai convinto i loro discorsi, abbiamo sempre saputo che più sangue scorre più lauti sono i loro guadagni, e che la loro ricchezza si espande tanto più ci impoveriscono e ci soffocano. Lo sappiamo ancora meglio ora. Vogliono dividerci, dicono che chi è contro la NATO sta con Putin: questa guerra è diversa dalle altre perché è vicina, ma è l’ennesima guerra tra predatori, tra due blocchi imperialisti che mostrano i muscoli per guadagnare una posizione più forte, mentre a morire sono, come sempre, soprattutto i civili.

Il 19 Dicembre a Capo Frasca abbiamo dimostrato che noi per la Sardegna vogliamo qualcos’altro e che qui i militari non sono i benvenuti. A Capo Frasca siamo riusciti a dire tutte e tutti insieme che dietro quelle reti, la terra ci appartiene.
Ci piacerebbe riuscire a replicare una giornata felice come quella del 19
Dicembre, dimostrando
che tagliare le reti e invadere le basi è giusto e ancora possibile.
Vogliamo provare a farlo nel rispetto di ogni sensibilità e fedeli al
motto tanti modi, un’unica lotta, facendo in modo che ognuno trovi il proprio modo di essere presente, dimostrando che il movimento contro l’occupazione militare della
nostra terra è unito, forte e determinato, e lo è ancor di più mentre risuona l’eco di una
guerra in Europa. Ma ci sta a cuore anche ribadire che l’occupazione militare è solo una delle tante forme di oppressione con cui l’isola deve fare i conti, per cui il 22 Maggio ci troveremo a lottare a Sant’Anna Arresi come un altro giorno ci opporremo a un nuovo ecomostro, a delle scorie nucleari o al fianco di lavoratori sfruttati: per noi lottare contro le basi significa anche lottare per la liberazione della Sardegna. Per questo pensiamo che sia importante, più di ogni altra cosa, esserci, esserci sempre, esserci con i nostri corpi, perché se saremo una moltitudine, i nostri messaggi arriveranno più forti e più chiari, per ribadire in maniera inequivocabile, ancora una volta, che la Sardegna quelle reti le vuole abbattere tutte.

Assemblea contro la presenza militare in Sardegna

 

 

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La gigantesca Marcia Federale che giovedì scorso è giunta a Buenos Aires dopo aver percorso il paese ora si è trasformata in un fatto storico. Nessuno che pensi in chiave politica se ne può disinteressare, e meno questo governo amico del FMI, delle transnazionali e soprattutto degli yankee e di Israele.

Di Carlos Aznárez

I più di 150 mila manifestanti che sono arrivati nella Capitale chiedendo salari degni, di mettere fine alla miseria e allo sfruttamento e, soprattutto, ripudiando il Fondo Monetario, non sono un’invenzione da nulla ma un enorme lavoro di costruzione politica e sociale dei e delle più umili. Un’altra volta ha dimostrato quanto pesa questo fenomeno sociale che ha illuminato gli anni 90 e che oggi ha un’ineludibile vigenza: la Patria piquetera. Questa unità nell’azione che riunisce differenti blocchi di organizzazioni sociali non è facile da sostenere per le innegabili differenze politiche che mantengono al loro interno ma, nonostante ciò, si è fatto un sforzo per cercare di vedere il bosco e non rimanere impigliati nei rami dell’albero. Da lì, il risultato è la magnifica dimostrazione di massa che ha riempito di animazione, bandiere colorate e centinaia di balli che accompagnavano la protesta popolare.

Emozionava vedere sul palco, non più i classici referenti delle organizzazioni ma quei quadri intermedi, ma con un gran peso tra le loro basi, giunti da tutte le province. Identificati uno a uno, una a una, con i propri nomi e le province che rappresentano, e dava piacere anche ascoltarli, come era avvenuto in tutta la Marcia, raccontare la propria allegria e orgoglio di essere nella Piazza dove sono nate tante storie di lotte, ma aggiungendo ad ogni frase, le lotte che stanno ingaggiando nei loro quartieri di tutto il paese.

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Non c’è bisogno di indirizzare un popolo che in tempi difficili decide di conquistare le strade, di percorrere mille chilometri, di giungere fino a questo posto dove comandano i potenti e di gridargli parecchie verità. “Che non ci lasceremo rabbonire dai loro discorsi e dalla loro repressione”, “che la fame non la si combatte con parole vuote e menzogne”, voci sorte molto dal basso, dette da uomini e donne che hanno passato tutta la vita ad occuparsi di mettere fine al loro vivere male e cercare un futuro migliore per i propri figli e figlie. Come ha detto la compagna giunta da Jujuy: “siamo nipoti del Cordobazo e figlie dell’Argentinazo, per questo siamo qui, un’altra volta a lottare per tutto quello che ci hanno portato via”.

Detto questo: questa Marcia Federale è un punto di svolta come anche lo è stato l’accampamento piquetero, e dimostra che al di là delle politiche di addomesticamento e disciplinamento che permanentemente il governo cerca con i settori che gli sono vicini, ci sono migliaia di fantasmi che escono dalla bottiglia e gli gridano in piena faccia: “senza giustizia sociale non ci sarà pace sociale”. Solo il popolo salverà il popolo, oggi si è tornati ad avvalorarlo in una Piazza piena come da molto non si vedeva. Se questo non è un fatto storico, di cosa si sta parlando…

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12 maggio 2022

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

 

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Il 17 aprile lo Stato turco ha lanciato una nuova campagna militare volta ad occupare le aree di Şikefta Birîndara, Kurêjaro (Kurazhar) e Çiyayê Reş nella regione dello Zap nel Kurdistan meridionale. In questa campagna transfrontaliera illegale le forze armate turche hanno utilizzato artiglieria pesante, aerei da guerra, droni ed elicotteri e il trasporto aereo di forze di terra in elicottero nella regione come parte di un’offensiva di terra parallela. Anche nel Rojava e nella Siria settentrionale e orientale si sono intensificati gli attacchi aerei turchi contro i curdi.

Parallelamente all’invasione turca nel Kurdistan del Sud (Nord Iraq) e gli attacchi continui della Turchia al Rojava, l’esercito iracheno ha aumentato massicciamente la sua presenza militare nell’area di insediamento degli yazidi e sta attaccando gli yazidi sopravvissuti nel 2014 al genocidio dello Stato Islamico per smantellare la loro amministrazione autonoma e le proprie strutture di autodifesa. Un sistema organizzativo per dare alla gente la possibilità di non dover lasciare la propria patria e di essere in grado di difendersi. Lo stesso esercito iracheno che ha abbandonato gli yazidi al massacro, oggi tenta di imporre un nuovo ordine sugli yazidi senza una soluzione discussa con l’amministrazione localedi Sinjar. Tutto ciò avviene con la complicità del partito di Barzani il KDP ed il governo centrale iracheno di Mustafa al-Kadhimi

Il portavoce del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) Ömer Çelik ha citato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che definisce il “diritto all’autodifesa” il che significherebbe che l’integrità nazionale e territoriale della Turchia è minacciata. Viene oscurato all’opinione pubblica mondiale che non ci siano notizie riguardanti attacchi reali o provocazioni militari contro la Turchia.

Attraverso la guerra invece la Turchia sta cercando di imporre il suo predominio politico e militare fino a Mosul e Kirkuk, e punta a raggiungere i confini del Patto Nazionale (“Misak-ı Milli” ratificato nell’ultimo parlamento ottomano), il sogno di un secolo.

Il presidente fascista turco Erdogan ha dato l’ordine per questo attacco poiché presume che l’attenzione della comunità internazionale sia completamente concentrata sulla guerra in Ucraina. Vuole quindi trarre vantaggio dalla situazione attuale e portare a termine l’ennesimo attacco contro il popolo curdo. Questa guerra di occupazione mostra ancora una volta che Erdogan sta cercando di manipolare la comunità internazionale affermando che sta lavorando per raggiungere la pace e la stabilità in Ucraina.

Le operazioni in corso non sono solo una guerra al PKK, ma anche un chiaro attacco ai civili nelle regioni del Kurdistan in Turchia, Iraq e Siria. L’obiettivo principale e la convinzione ideologica di Erdogan è destabilizzare la regione, occupare il Kurdistan e compiere un genocidio contro il popolo curdo. Pertanto è importante riconoscere che il nuovo attacco al Kurdistan meridionale mira a occupare il Kurdistan meridionale nel suo insieme, comprese le regioni ricche di petrolio di Mosul e Kirkuk, costituendo così una chiara violazione di tutte le norme legali, morali e internazionali.

È ancora una volta accettato silenziosamente che la Turchia, uno stato membro della NATO, stia attaccando i curdi e violando i loro diritti umani. Mentre l’invasione russa dell’Ucraina è stata giustamente e rapidamente condannata e sanzionata, l’aggressione della Turchia contro i curdi è stata invece tollerata per decenni dai Paesi occidentali. Non si discute di sanzioni contro l’alleato della Nato, nè i curdi possono sperare in vie di fuga sicure e su di una protezione di base quando fuggono dalle città assediate o dai bombardamenti turchi.

Sostenuta da consegne regolari di armi e di nuova tecnologia da diversi paesi europei e della Nato, la Turchia sta facendo in Kurdistan ciò che la Russia fa in Ucraina: combattere continuamente un’intera popolazione e attraverso diversi confini nazionali. Queste due situazioni vengono invece definite “l’invasione russa dell’Ucraina” e la “presenza turca in Siria”. Le stesse pratiche di aggressione costituiscono una guerra in un caso e un’operazione militare in un altro. Gli ucraini sono considerati vittime della guerra, ma nei casi di attacchi ai curdi si parla solo di terroristi e di postazioni del PKK e non delle popolazioni civili.

Con le recenti celebrazioni del Newroz del 21 marzo oltre 10 milioni di curdi nel Kurdistan settentrionale e in Turchia hanno inviato un chiaro messaggio a Erdogan che non si sarebbero piegati alla sua brutalità o alla sua politica di annientamento. Milioni di curdi hanno riproposto alla Turchia un percorso verso la pace e riaffermato che la libertà del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan è un elemento centrale per la soluzione della questione curda, per la pace e la democrazia per tutti i popoli del Medio Oriente. Nonostante tutto questo dopo le celebrazioni del Newroz, le torture e gli omicidi di prigionieri politici curdi sono aumentati, così come gli attacchi alle sedi del Partito democratico dei Popoli (HDP) e gli arresti di attivisti politici, sindacali e di esponenti della società civile.

La rottura dell’isolamento e la libertà del leader del popolo curdo Abdullah Ocalan, l’ispiratore del modello del Confederalismo democratico, sono una condizione più che mai necessaria per la pace e la soluzione del conflitto. Nonostante egli sia deprivato dei suoi più basilari diritti e libertà fondamentali, ha ribadito più volte di essere in grado di trovare una soluzione politica alla questione curda e al conflitto per un futuro di pace per tutti i popoli del Medio Oriente.

Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!

- Chiediamo a tutti i governi e alle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, la NATO, l’UE, il Consiglio d’Europa e la Lega araba, di intraprendere un’azione urgente contro questa violazione del diritto internazionale, di condannare inequivocabilmente questo crimine di aggressione e di chiedere che la Turchia ritiri le sue truppe dal Kurdistan meridionale - Chiediamo ai partiti politici, alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni per la pace, ai sindacalisti e agli attivisti di opporsi a questa aggressione della Turchia.

Manifestazione nazionale a Roma con concentramento in Piazza la Repubblica alle ore 16:00

Per adesioni:

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Ufficio d’informazione del Kurdistan

Comitato ‘’il tempo è arrivato; Libertà per Ocalan’’

Rete Kurdistan Italia

Comunità curda in Italia

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Una nuova ondata di mobilitazioni scuote il distretto tessile di Prato, si tratta di quello che è stato definito come “Sciopero delle grucce”. Dei motivi dello sciopero, dell’adesione e delle richieste ha parlato Arturo, sindacalista dei Si Cobas.

Ascolta la diretta

Da Radio Blackout

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