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Articoli filtrati per data: Wednesday, 11 Maggio 2022

Jenin. Mercoledì mattina, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno assassinato la giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Aqleh, 51 anni, mentre seguiva le incursioni israeliane nella città di Jenin in Cisgiordania.

Il ministero della Salute palestinese ne ha dato notizia, spiegando che Abu Aqleh è stata colpita da un proiettile alla testa, sparato da un cecchino, e trasportata d’urgenza in ospedale è stata dichiarata morta.

In un comunicato stampa, Al Jazeera ha affermato che le forze di occupazione israeliane “hanno assassinato a sangue freddo” la sua corrispondente. Questo, ha aggiunto, è stato “un palese omicidio, che ha violato le leggi e le norme internazionali”. “Al Jazeera Media Network condanna questo crimine atroce, che intende solo impedire ai media di svolgere il proprio dovere”.

L’esercito israeliano ha sparato proiettili letali contro i manifestanti e le squadre dei media.Shireen Abu Aqleh è stata una delle prime corrispondenti sul campo di Al Jazeera e per 25 anni ha coperto guerre e attacchi dell’occupazione israeliana contro il popolo palestinese.
Sheerin era nata nel 1971 nella città occupata di Gerusalemme, aveva conseguito una laurea in giornalismo e media presso l’Università di Yarmouk nel Regno hascemita di Giordania. Aveva iniziato a lavorare nel giornalismo nel 1994, quando era stata fondata la stazione di Voice of Palestine.

Anche un altro giornalista palestinese è stato preso di mira dalle IOF e colpito da un proiettile alla schiena: si tratta di Ali Samudi, anche lui di Al Jazeera. Ora è in condizioni stabili.

Il capo dell’ufficio palestinese di Al Jazeera, Walid Al Omari, ha affermato che Abu Aqleh è stata uccisa da un cecchino israeliano nonostante indossasse un giubbotto con la scritta “PRESS”.

Le IOF hanno preso d’assalto la città di Jenin in gran numero e hanno assediato il campo profughi.

Fonti:

https://www.aljazeera.com/news/2022/5/11/shireen-abu-akleh-israeli-forces-kill-al-jazeera-journalist

https://www.middleeastmonitor.com/20220511-israel-shoots-dead-al-jazeera-journalist-during-invasion-of-jenin/

http://www.qudspress.com/index.php?page=show&id=78807

Da InfoPal

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Verso la manifestazione del 2 giugno. Il 12 maggio, a Roma e Pisa, un presidio contro la nuova base militare a Coltano

Di Checchino Antonini da Popoff Quotidiano

«Chiediamo al Governo e al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di compiere un gesto di disponibilità e ragionevolezza ritirando il decreto, che appare palesemente in contrasto con fondamentali norme di legge e previsioni d’assetto territoriale». Lo ripete il Comitato di difesa di Coltano, che raggruppa i residenti del borgo rurale vicino a Pisa individuato dall’esecutivo come sede di una nuova base militare che riunisca i carabinieri del Gis, del Tuscania, del nucleo regionale cinofili e del neocostituito reparto di tutela della biodiversità. L’area è di 73 ettari nei confini del parco regionale di San Rossore. «Noi – aggiungono – riteniamo che la trattativa debba partire da alcuni punti fermi: il borgo di Coltano nella sua interezza (compresa l’area dell’ex radar) non deve diventare una cittadella militare, niente si deve costruire nel Parco e non si deve incrementare il consumo del suolo. E proprio perché, come abbiamo scritto anche nella lettera al presidente Mattarella, riteniamo degne di attenzione le esigenze dell’Arma del Carabinieri, e vista la disponibilità dimostrata, chiediamo a tutti di fermarsi. Proposte improvvisate ed estemporanee, non sufficientemente approfondite, sono dannose. C’è bisogno di un tempo congruo per compiere le necessarie ricognizioni e gli approfondimenti adeguati; solo così si potrà trovare, se c’è, la soluzione giusta».

Ma la posta in gioco è ben più alta di quella invocata dal comitato dei residenti. Pisa non può diventare un hub per la guerra, con lo Us Army a Camp Darby, la Folgore a due passi dal Campo dei Miracoli e i carabinieri-parà del Tuscania a deturpare un territorio fragilissimo e pregiato. La struttura dovrebbe occupare 73 ettari cioè 440.000 metri cubi di edificato per il costo 190 milioni di euro dal Fondo di sviluppo e la coesione 2021-2027. Tutto per ospitare il Gruppo Intervento Speciale del 1° Reggimento Carabinieri paracadutisti «Tuscania» e del Centro cinofili. Il Governo Draghi ha deciso di realizzare questa base col decreto Presidenziale del 23 marzo ma il progetto risale a più di un anno fa.

Anche il consiglio regionale, a uso e consumo di chi lo ha votato, si è esibito nell’approvazione tre mozioni: una del Partito democratico, primo firmatario il capogruppo Vincenzo Ceccarelli, una di Italia viva, primo firmatario il capogruppo Stefano Scaramelli, approvate entrambe a maggioranza (a favore Partito democratico, Italia viva e Movimento 5 stelle; contrari Lega, Fratelli d’Italia; astenuta la consigliera Elisa Tozzi, gruppo misto-Toscana Domani); una presentata dal Movimento 5 stelle, prima firmataria la capogruppo Irene Galletti, approvata dal Movimento 5 stelle. La mozione del Pd impegna la Giunta «a intraprendere ogni azione utile, anche di concerto con l’Ente parco di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, il Comune di Pisa e gli altri enti locali interessati, al fine di avviare un confronto con il Governo, in particolare con il Ministero della Difesa, e con le autorità militari, teso a scongiurare un intervento fortemente impattante sotto il profilo ambientale in un luogo soggetto a tutela». Il capogruppo del Pd Ceccarelli ha ricordato la «disponibilità attiva da parte della Toscana e di quei territori», dove c’è la base di Camp Darby e a Coltano «esiste già un centro radar. Queste eventuali realizzazioni rappresentano un impatto significativo in un territorio soggetto a vincoli. L’inopportunità di questo intervento è già emersa, ci sembra opportuno che ci sia un impegno per cercare di scongiurare, o che possa essere realizzato nel rispetto delle presenze naturalistiche o con soluzioni di riduzioni o al di fuori del parco stesso».

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«Ma sono gli stessi che hanno volutamente tenuto nascosto per un anno il progetto», spiegano Una città in Comune, la lista della sinistra radicale, e il Prc denunciando il gioco del “dove metto la base e come devasto, con 190 milioni, il territorio pisano”. «Questa mega colata di cemento armato da 70 ettari è prevista, in base agli atti vigenti, a Coltano. La saga delle opzioni farlocche è imbarazzante. Il Presidente Bani arriva persino a proporre al posto di un’area interna al Parco, cioè quella di Coltano, non un’altra ma ben due aree interne al Parco stesso. Per chiunque conosca il territorio, è evidente come si tratti di fumo negli occhi, anche perché le aree proposte sono un’anomalia all’interno dell’area protetta: il compito del Parco deve essere quello di favorire la rinaturalizzazione e non la permanenza o, peggio, l’aumento di insediamenti incompatibili con la tutela ambientale». Spiega Ciccio Auletta, consigliere comunale di Una città in Comune, che «centrodestra e centrosinista sono favorevoli all’intervento e allo stanziamento delle relative risorse, alla faccia della crisi che cittadine e cittadini vivono drammaticamente ogni giorno. L’obiettivo è fare di Pisa la più grande piattaforma logistica del paese per le operazioni di guerra, altro che pet therapy e altre operazioni di greenwashing».

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Giovedì 12 maggio ambientalisti e attivisti no war saranno a Roma davanti al Ministero della difesa in occasione del nuovo incontro che si terrà tra il Ministro della Guerra Guerini, il Presidente della Regione Giani e il sindaco di Pisa Conti sulla nuova base militare. Alla stessa ora è stato organizzato un presidio davanti all’ex centro radar di Coltano chiamato dal Comitato Permanente Coltano sotto la parola d’ordine “Il Governo ritiri il decreto! No alla base militare a Coltano”.

«Dopo la riunione a Firenze – spiegano – chi governa a livello locale e nazionale si ritrova per andare avanti nel progetto di militarizzazione e devastazione del nostro territorio. Saremo ancora una volta lì e a Roma per pretendere il ritiro del decreto Draghi che dà il via libera a questa nuova infrastruttura militare. Compensazioni e spezzatini sono inaccettabili: questa base non va costruita né a Coltano né altrove.

Per questo facciamo appello alle reti e ai movimenti romani di condividere, sostenere ed essere presenti alla conferenza stampa che faremo giovedì alle 12.00 in piazza San Bernardo, a Roma, a poche centinaia di metri dal Ministero della Difesa, in cui rilanceremo la grande manifestazione nazionale del 2 giugno a Pisa. Invitiamo chi sta a Pisa e dintorni a partecipare alle 12.00 al presidio davanti all’ex centro radar (https://fb.me/e/3aVuPk3r3) in contemporanea con l’evento romano.

All’orizzonte una grande mobilitazione il 2 giugno. «La politica e l’Arma tirano dritto sulla base militare – si legge sui social del comitato permanente – lanciano esche, provano a confondere, si sfregano le mani. Alla loro opacità rispondiamo con la chiarezza del primo minuto: ritirate quel decreto, non un centimetro per la base militare, 190 milioni di euro per casa, reddito, sanità, servizi per la collettività.  Abbiamo davanti a noi giornate intense, appuntamenti da riempire con corpi e teste, un lavoro di tessitura che porti a Pisa il 2 giugno una molteplicità vera. Abbiamo appena cominciato, e non ci fermeremo il 2 giugno».

 

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Durante lo sciopero dell’8 marzo e la mattina del 7 aprile siamo state in presidio di fronte al tribunale di Torino, mentre all’interno si svolgevano le udienze di un processo per stupro, in cui il Tribunale aveva condotto indagini faziose, attraverso retoriche infantilizzanti, colpevolizzanti e denigratorie, e zittito la donna offesa, lasciando la parola solo allo stupratore, attraverso la procedura di rito abbreviato.

La donna che ha subito la violenza ha denunciato, mossa dal bisogno di fare qualsiasi cosa per impedire che quanto successo a lei potesse capitare ad un'altra, ma si è trovata a subite altra violenza dal Tribunale.

Non si tratta di casi isolati, ma è la prassi nei processi per questi tipi di reati, quindi abbiamo deciso di REAGIRE TUTTE INSIEME alla doppia violenza: di genere e del tribunale.

Durante entrambe le udienze, in tante abbiamo sostenuto la sorella che ha coraggiosamente denunciato, e abbiamo contrapposto alla violenza istituzionale, alla tacita accusa di mentire, alla cultura che minimizza le violenze sessuali , la potenza delle nostre testimonianze, dei nostri corpi e delle nostre voci.

La prossima udienza sarà VENERDÌ 13 MAGGIO, e saremo di nuovo sotto il tribunale per dire a gran voce:

SORELLA NOI TI CREDIAMO

LA COLPA E’ DELLO STUPRATORE, unico che ha potuto prendere parola dentro quell’aula di tribunale!

SE TOCCANO UNA, REAGIAMO TUTTE

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I PARTE: LE INDAGINI A CARICO DELLA PARTE LESA, L'ACCUSA DI MENTIRE, LA VIOLENZA DEGLI INTERROGATORI

Durante il presidio dell’ 8 marzo abbiamo raccontato come sono state condotte le indagini: interamente sulla persona offesa, non nel contesto della gravissima violenza subita, ma su tutta la sua vita: le sue abitudini, le sue amicizie, le sue relazioni passate e presenti, il suo passato e la sua famiglia. Durante l’interrogatorio è stata lei stessa a dover insistere per sostituire la parola “rapporto” con “violenza”, e le è stato chiesto se non stesse confondendo una violenza con un’atto molto passionale.

Come sappiamo dalle troppe testimonianze le indagini in questi casi vengono condotte così: chi viene messa sotto giudizio, mortificata e umiliata è chi subisce la violenza, non lo stupratore.
Questo approccio fazioso del tribunale viene addirittura rivendicato e giustificato con l’argomentazione che bisogna assicurarsi che le donne non si siano inventate tutto, visto che “succede spesso”. Tutto ciò serve a zittire le donne che decidono di reagire di fronte a queste gravissime violenze e normalizzare la cultura per cui non vengono credute quando denunciano.

II PARTE: SE CI ZITTITE, NOI GRIDIAMO; AUTODIFESA E CONDIVISIONE DI STORIE

Durante il presidio del 7 aprile, mentre dentro l’aula di tribunale, il diritto di parlare lo aveva solo lui, lo stupratore, noi fuori abbiamo letto le parole della donna che ha denunciato, assieme ad altre decine di testimonianze di donne che avevano subito violenza e violenza istituzionale, svelando i meccanismi per cui quando una donna denuncia non viene creduta e denunciando pubblicamente la cultura patriarcale per cui le violenze e gli stupri sono socialmente accettati.

Abbiamo letto e condiviso anche esperienze e pratiche di lotta e autodifesa femminista, dandoci strumenti per reagire a queste violenze.

III PARTE: UNA STORIA ANCORA DA SCRIVERE

Anche questa volta, il 13 maggio, saremo in tante, per dire che la sentenza ce l’abbiamo già: BASTA VIOLENZE DI GENERE E VIOLENZE DEI TRIBUNALI, MAI PIÙ NESSUNA DA SOLA.

"Non vogliamo accettare quello che non possiamo cambiare,
ma cambiare quello che non possiamo accettare."

(A. Davis)

Da Spazio Popolare Neruda

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