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La crisi finanziaria globale del 2007-2008 è diventata immediatamente un campo di battaglia sulle diverse interpretazioni da dare al fenomeno e sui provvedimenti da adottare per rispondere al “rischio sistemico” che il collasso del mercato dei mutui subprime e dei prodotti finanziari da esso derivati stavano provocando. La crisi finanziaria si fece quasi da subito politica, e a breve sarebbe diventata una crisi sociale devastante, paragonabile per portata solo alla Grande Depressione.

L’economista Joseph E. Stiglitz fu lapidario: la crisi era “la fine del neoliberalismo”. A sedere sul banco degli imputati erano le dottrine economiche che dagli anni Settanta in poi avevano orientato la politica statunitense e in gradi diversi, dopo il crollo dell’URSS, quella globale.

In effetti la finanza immobiliare americana era un esempio eccellente del presunto successo del neoliberismo, tanto a livello economico quanto a livello degli stili di vita. Da un lato la progressiva deregolamentazione e le innovazioni come la cartolarizzazione avevano aperto la strada ad un mercato dall’enorme possibilità di profitto: non solo le proprietà immobiliari statunitensi rappresentano il 20% dell’economia globale, ma apparivano anche come un asset sicuro, tanto da trasformarsi in un segno distintivo della società americana (“ownership society” come ebbe a definirla Bush Jr). Dall’altro lato dopo il Volcker Shock del 1979 che aveva inaugurato il progressivo smaterializzarsi della base manifatturiera degli USA e quindi anche del potere contrattuale dei sindacati, sganciando definitivamente l’aumento dei salari da quello dei prezzi, la facilitazione dell’accesso al credito per la working class aveva sostituito il sistema newdealistico con quello del debito, inducendo una mutazione quasi antropologica.

La crisi del 2007 - 2008 dunque, come spiegano Leo Panitch e Sam Gindin “è stata innescata nel settore apparentemente banale del credito ipotecario, dove la finanza mediava l'accesso della classe operaia alle abitazioni, e poi si è rapidamente diffusa nel mondo più rarefatto del prestito interbancario e dei mercati delle carte commerciali aziendali. È stato perché la finanza statunitense era diventata così parte integrante del funzionamento del capitalismo globale del ventunesimo secolo che l'impatto finale di questa crisi sull'economia internazionale è stato così profondo.”

La crisi del paradigma neoliberista era così evidente che alcuni dei suoi epigoni ammisero in pubblico le loro difficoltà. Alan Greespan, altro ex Presidente della FED, ammise: “Sì, ho trovato un difetto. Non so quanto sia significativo o permanente. Ma sono stato molto angosciato da questo fatto.” Richard Posner dichiarò: “Quello che abbiamo imparato dalla depressione ha dimostrato che abbiamo bisogno di un governo più attivo e intelligente per evitare che il nostro modello di economia capitalista esca fuori dai binari” rinnegando sostanzialmente le dottrine neoclassiche.

Questa evidente crisi d’identità degli intellettuali e degli economisti  neoliberali si accompagnava con lo stato di confusione che stava sconvolgendo il quadro politico statunitense (tanto in campo democratico quanto in quello repubblicano).

George W Bush si avviava alla fine del suo mandato presidenziale varando diversi salvataggi delle banche d’affari con il supporto dei democratici al Congresso e una crescente fronda all’interno del partito repubblicano. Hillary Clinton, il candidato dell’establishment democratico era stata battuta alle primarie dal giovane senatore afroamericano Barack Obama.

Sembrava evidente che la crisi del neoliberismo avrebbe imposto un ripensamento del libero mercato. E se effettivamente da un lato generò reazioni fortemente critiche nei confronti del sistema di sviluppo statunitense (se non apertamente anticapitalistiche) come il movimento di Occupy Wall Street, dall’altro lato divenne un’opportunità di rilancio per una nuova narrazione conservatrice orientata al libero mercato.

Mutuando la domanda che si pone Sébastien Caré: “Com'è possibile che i conservatori del libero mercato si siano ritrovati rinvigoriti in un momento in cui la realtà economica sembrava contraddire così profondamente le loro idee?”

Per provare a rispondere a questa domanda lo studioso dà conto del dibattito interno al pensiero neoliberale, sottolineando sostanzialmente la presenza di due schieramenti che la crisi del 2007 - 2008 contribuirà progressivamente a contrapporre. Da un lato vi sono secondo Caré i seguaci della scuola di Chicago, eredi del pensiero di Friedman e di altri influenti economisti e veri e propri fautori della “controrivoluzione” degli anni Settanta, dall’altro invece la cosiddetta scuola Austro - americana, che vede come capostipite Hayek e che ebbe a sua volta ampia diffusione a seguito della crisi inflazionistica. Le due scuole, sebbene condividessero la necessità di restaurare il libero mercato a fronte delle deviazioni keynesiane, divergevano su diversi punti. In particolare la scuola Austriaca criticava l’impostazione eccessivamente positivista di quella di Chicago e rifiutava completamente le politiche monetariste che riteneva “come un modo per lo Stato di arricchire se stesso ed i suoi clienti a spese di altri cittadini”.

Ma mentre gli eredi della Chicago School da attori protagonisti della politica economica statunitense non erano stati in grado di prevedere la crisi del 2007 - 2008, alcuni esponenti della corrente austriaca avevano avvertito sul rischio del crollo ed avevano individuato proprio nella bolla del mercato immobiliare il principale fattore di instabilità. Frank Shostak osservò nel marzo 2003 che i prezzi delle case erano cresciuti pericolosamente a causa dei bassi tassi di interesse e che una bolla era sul punto di esplodere. Mantenendo questa paura nel giugno 2004, Mark Thornton scrisse che l'aumento dei prezzi delle case era “troppo bello per essere vero” e che “la Federal Reserve e la famiglia Mac-Mae (Freddie, Fannie, Sallie, ecc.) Hanno cospirato per creare una bolla immobiliare negli Stati Uniti”. Con qualche grado di premonizione, concluse che: “Dato l'incoraggiamento del governo a pratiche di prestito lassiste, i prezzi delle case potrebbe crollare, i fallimenti aumenterebbero e le società finanziarie, compresele società ipotecarie sponsorizzate dal governo potrebbero richiedere un altro salvataggio dei contribuenti.”

L’ipotesi di fondo che portava gli economisti della scuola austriaca a sostenere questa previsione era che il governo, introducendo, sostenendo ed ampliando il ruolo delle GSE (Gouvernement Sponsored Enterprise) avesse creato un’aberrazione nell’equilibrio del libero mercato che inevitabilmente avrebbe generato una crisi. Le GSE erano istituzioni fondate per creare un mercato secondario per gli istituti di credito disposti a concedere i nuovi tipi di mutui ipotecari garantiti dal governo federale tramite la Federal Housing Authority (FHA) all’epoca del New Deal. In sostanza le GSE funzionavano da fattore calmierante del mercato dei mutui rendendolo accessibile alla working class dotata di un salario stabile. Nonostante le GSE fossero considerate praticamente infallibili poiché garantite in sostanza dal governo federale, l’instabilità dei tassi di interesse degli anni Settanta le mise a dura prova ed il Volker Shock del 1979 rischiò di portarne alcune sull’orlo del fallimento. Di fronte al mutato quadro economico di quegli anni le GSE, lavorando con l’aiuto delle banche d’investimento, introdussero un’innovazione: la cartolarizzazione. I mutui venivano venduti direttamente aggregati in pool agli investitori, invece che rimanere nei bilanci della banca per poi essere finanziati attraverso l’emissione di obbligazioni. In pratica gli investitori erano direttamente possessori dei mutui e partecipavano agli utili degli stessi, invece di possedere azioni della banca: in tal modo i costi di finanziamento dei mutui venivano direttamente determinati dalla contrattazione di mercato.

A cavallo tra gli anni ‘90 ed il 2000 poi le GSE, spinte dai democratici, iniziarono a concedere prestiti a settori sociali che precedentemente erano esclusi dai circuiti del credito ufficiali, come i neri e i latini. Ciò avveniva in un momento in cui i processi di integrazione economica delle comunità sembravano vivere una parabola ascendente. Si stava consolidando una middle class non bianca. Si riteneva - date le tendenze demografiche – che questo processo avrebbe aperto nuovi mercati e possibilità. Agli inizi degli anni 2000 una parte della popolazione non bianca aveva iniziato ad acquistare case nei suburbs e negli exurbs, tradizionalmente bianchi, facendo affidamento sull'accesso alle linee di credito che le banche stavano finalmente aprendo (non solo le GSE, ma anche molte banche d’investimento).

La scuola Austriaca vedeva come fumo negli occhi questo residuo del New Deal che “falsava” il mercato. Se sicuramente le GSE ed il sistema di credito sostenuto dai democratici rappresentavano in un certo grado un'innovazione che avrebbe aperto le porte alle banche di investimento è anche vero che esse non trattavano i mutui “subprime”, cioè quelli di bassa qualità, che avrebbero avuto un ruolo così centrale nell’esplosione della crisi. Come afferma Adam Tooze “questi prestiti tossici erano il prodotto di un nuovo sistema di finanza ipotecaria guidato da istituti di credito privati che era entrato pienamente in vigore nei primi anni Duemila.”

La richiesta di molti dei più eminenti pensatori della corrente austriaca prima della crisi era tutto sommato quella di liberalizzare le GSE, cioè di privarle del supporto del governo per farle concorrere nel libero mercato alle stesse condizioni delle banche d’investimento, non certo di farla finita con la speculazione sui mutui.

Inoltre puntare lo sguardo unicamente sulle GSE, o anche solo sul mercato dei mutui nel suo complesso, non permette di comprendere i motivi per cui l’esplosione di una bolla finanziaria, se pure di una certa portata, si sia trasformata in una crisi globale generalizzata. I nuovi strumenti finanziari di collateralizzazione, la bassissima capitalizzazione delle banche d’investimento, l’interconnessione finanziaria determinata dalla globalizzazione, la compiacenza degli organi di controllo sono solo alcuni dei fattori che “con condizioni di libero mercato” hanno portato alla diffusione del contagio.

Nonostante ciò, senza dubbio, la capacità d’anticipazione della scuola Austriaca le fornì un certo vantaggio strategico nei confronti degli ex compagni di strada neoliberali. Un vantaggio che si trasformò presto in scontro politico, tanto all’interno del campo repubblicano, quanto più in generale nell’agone delle politiche economiche da mettere in pratica per rispondere alla crisi. Se infatti gli eredi di Friedman sostenevano che “il sistema doveva essere salvato ripristinando il credito e ricapitalizzando le banche”, per quelli di Hayek la crisi era solo la conseguenza dell’interventismo del governo e per risolverla sarebbe stato necessario lasciare che fosse il mercato ad autoregolarsi. Questa battaglia non rimarrà unicamente nel campo delle idee, ma si materializzerà per le strade con la nascita del Tea Party (tra i cui fondatori vi è Ron Paul, uno dei sostenitori della scuola Austriaca) ibridandosi con altre istanze e con il sostegno di alcuni importanti magnati dell’industria e delle telecomunicazioni statunitensi. Questo fenomeno sarà oggetto del prossimo paragrafo.

Prima di concludere però è necessario spendere alcune parole ancora sulle interpretazioni della crisi del 2007-2008. Spesso si tende a collocare l’origine della crisi esclusivamente nel settore finanziario. Questa ipotesi, sostenuta in particolar modo dagli economisti neo-keynesiani, afferma che ad avere un ruolo centrale nelle premesse del crollo sia stata la progressiva deregulation che ha messo fine alla separazione del settore bancario da quello finanziario (con l’abrogazione del 1999 del Glass-Steagall Act). Viceversa alcune ipotesi marxiste ortodosse ripropongono la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto che avrebbe portato ad una progressiva finanziarizzazione per risolvere i problemi di realizzazione del capitale. Dunque l’origine del fenomeno sarebbe da individuare nell’economia “reale”. Entrambe le posizioni paiono però sembrare riduzionistiche. Più convincente pare la lettura che propone Raffaele Sciortino: “La generazione di capitale fittizio, altra faccia del capitale monetario che anticipa l’investimento produttivo, è inestricabilmente intrecciata all’espansione del capitale, anche se, presto o tardi, deve scontrarsi con la capacità/possibilità di trovare una base reale adeguata. [...] la scaturigine reale del capitale fittizio sta, in ultima istanza, non nella follia della finanza ma proprio nella produzione immediata, cioè nel normale meccanismo della valorizzazione attraverso lo sfruttamento che, a causa della dinamica intrinsecamente capitalistica degli incrementi di produttività via innovazione tecno-scientifica, tende in continuazione a svalutare il capitale fisso mentre ne incrementa il rapporto rispetto al lavoro vivo.” Insomma più che essere “reale” o “fittizia”, l’origine della crisi andrebbe ricercata nella circolarità dei fenomeni che coivolgono queste due sfere. Questo aspetto è tutt’altro che secondario nella ricostruzione che si sta facendo, poiché lo scontro tra “economia reale” e finanza sarà un tema di contesa importante per il revival conservatore.

La coalizione conservatrice si misura con la Crisi. Il Tea Party Movement

La crisi del 2007 - 2008 si è immediatamente trasformata in crisi politica. Una crisi politica che ha riguardato sia il sistema istituzionale in termini generali, sia i singoli partiti e movimenti politici preesistenti. Se da un lato si è manifestata una sostanziale scollatura tra gli establishment di entrambi i grandi partiti e le basi elettorali, dall’altro lato si è assistito ad una polarizzazione ed ad un progressivo crescente attivismo dentro e fuori gli ambiti elettorali. Pareva che fosse l’inizio di un grande scongelamento dove le composizioni sociali classiche di riferimento dei diversi attori politici si rimettevano in movimento approdando a nuove istanze e bisogni in parte pregressi, ma di cui la crisi aveva rappresentato un amplificatore, in parte generati dallo stesso collasso economico.

La crisi politica si abbattè con significativa violenza in particolare in campo conservatore, tanto che alcuni studiosi arrivarono a chiedersi se la vittoria alle elezioni del 2008 di Barack Obama fosse di fatto “la fine della Conservative Era”.

Il quadro in effetti era in ebollizione, le politiche messe in campo da George W Bush avevano generato non pochi contrasti all’interno della coalizione conservatrice. Molti criticavano l’eccessiva spesa pubblica, che non si era mai incrementata tanto in cinque anni fin dalle riforme della Great Society degli anni Sessanta. Le guerre in Iraq ed Afghanistan avevano inoltre provocato la disaffezione delle frange conservatrici più isolazioniste. Infine, come già accennato, la scelta di salvare il sistema bancario e finanziario attraverso l’intervento pubblico con il supporto bipartisan dei democratici e seguendo le mortificate indicazioni degli economisti della scuola di Chicago, aveva avuto come conseguenza una fronda dentro il partito e un moto di indignazione tra la base della coalizione più ferocemente orientata al libero mercato. Il “compasionate conservatorism” di Bush con le sue concessioni alla Cristian Right ed ai neoconservatori era considerato superato, l’economia tornava ad essere il terreno di battaglia principale.

La coalizione conservatrice dunque era in fermento e le sue diverse anime sembravano sul punto di abbandonare la strada comune. Di fatto l’etereogeneità del movimento non è una novità, come suggerisce Sebastien Carrè “Il conservatorismo è analogo a una torta a quattro strati. Il primo strato è la destra cristiana o evangelica [...]. Questa costituency si occupa principalmente di questioni morali e familiari viste attraverso una lente biblica. La seconda include i tradizionalisti [...], che basano principalmente le loro ideologie su un leale anticomunismo ed un robusto individualismo. [...] I terzi sono i neoconservatori [...], che si oppongono al percepito relativismo culturale della sinistra nello spiegare il loro allontanamento da questi ideali. Accettano in gran parte l'eredità del New Deal mentre sostengono la missione degli Stati Uniti per stabilire un nuovo ordine internazionale. Infine nel quarto strato ci sono i libertariani”. Queste quattro anime a seconda delle fasi hanno avuto una maggiore o minore influenza all’interno del movimento e del Partito Repubblicano, ma una divaricazione così netta era inedita.

A salvare i destini in subbuglio della coalizione conservatrice fu molto probabilmente la nascita del movimento del Tea Party. Il nome è un’evocazione del Boston Tea Party del 1773, evento centrale della rivoluzione americana, ed è anche un acronimo che sta per “Taxed Enough Already”. Il compito del Tea Party secondo i suoi fondatori era quello di riportare gli Stati Uniti al loro spirito originario: “Come movimento”, spiega TheTeaParty.net, “il Tea Party riguarda [...] la riforma di tutti i partiti politici e del governo in modo che i principi fondamentali dei nostri padri fondatori diventino, ancora una volta, il fondamento su cui poggia l'America.” La data con cui convenzionalmente si indica la nascita del movimento è il 15 aprile 2009 in occasione del termine per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi federale. L'ispirazione per la creazione della coalizione è venuta da un notiziario mattutino della CNBC Squawk Box del 19 febbraio in cui l'editore EDITOR NON E’ EDITORE Rick Santelli, in onda dal Chicago Mercantile Exchange, ha espresso ciò che è stato successivamente ribattezzato “lo sfogo sentito in tutto il mondo”, pronunciando un discorso contro le proposte di spesa pubblica del presidente Barack Obama per evitare il collasso del sistema bancario e suggerendo di scaricare i derivati nel lago Michigan (qui il riferimento al Boston Tea Party).

L’intento del Tea Party era quello di riunire la galassia conservatrice orientata al libero mercato concentrandosi principalmente sui temi economici ed evitando le istanze sociali ritenute divisive, come ad esempio l’aborto, la legalizzazione delle droghe, i migranti, i matrimoni omosessuali (tutti temi su cui ad esempio la Christian Right e i libertariani avevano posizioni radicalmente diverse, là dove non direttamente opposte).  

Lautamente finanziato dai fratelli Koch e da altri magnati e sostenuto da alcune importanti emittenti televisive, il Tea Party esplose come un moto di rivolta contro le tasse, il Big Gouvernement ed in difesa del libero mercato. Molto si è discusso sul fatto che il Tea Party fosse un movimento nato o meno spontaneamente “dal basso”, ciò che è sicuro è che mutuando alcuni aspetti di metodo dai movimenti protestatari di sinistra, riuscì a presentarsi a tutti gli effetti come una massa critica esterna al Partito Repubblicano ed al suo establishment, ma in grado di curvarne le posizioni. L’assenza di leaders conclamati, la relativa libertà dei nodi territoriali di ingaggiare diverse istanze, la capacità di utilizzare i nuovi strumenti di comunicazione come i social media ne fecero in breve tempo un fenomeno di rilevanza nazionale. Se pur in assenza di una piattaforma “ufficiale” del movimento, quella che sembra riassumere meglio i nodi politici imprescindibili della coalizione è il “Contract from America” del think thank conservatore FreedomWorks: “(1) "Reject Cap & Trade"; (2) "Demand a Balanced Budget"; (3) "Enact Fundamental Tax Reform"; (4) "Restore Fiscal Responsibility & Constitutionally Limited Government in Washington"; (5) "End Runaway Government Spending"; (6) "Defund, Repeal, and Replace Government-Run Health Care"; (7) "Stop the Pork"; and (8) "Stop the Tax Hikes.”

Per quanto riguarda la composizione sociale prevalentemente il movimento era formato da maschi bianchi di mezz’età, con livelli di reddito medio alti, senza una laurea universitaria. Le minoranze e le donne erano sotto rappresentate, nonostante il movimento non ponesse un’esplicita barriera all’ingresso per questi soggetti. Oltre un terzo degli attivisti (36%) proveniva dal Sud, il 25% dall'Ovest, il 22% dal Midwest e il 18% dal Nordest. Dal punto di vista religioso gli aderenti al Tea Party erano in maggioranza Evangelici (il 36%), seguiti da fedeli di confessioni protestanti tradizionali e dai cattolici (entrambi al 14%). Questi dati danno la cifra della consistente adesione della Christian Right al progetto del Tea Party, in parte in rottura con la fase precedente di supporto incondizionato alla presidenza Bush. Inoltre questa ampia adesione delle compagini Evangeliche e della Destra cristiana evidenzia come la centralità delle questioni economiche durante e dopo la crisi del 2007 - 2008 ha permesso ai libertariani di esercitare una certa egemonia culturale sulla coalizione conservatrice traducendo in termini populisti i dettami della scuola Austriaca.   

Ma cosa ha permesso una tale ascesa del Tea Party a tal punto da condizionare secondo diversi commentatori le elezioni di midterm del 2010? Se da un lato l’evidente crisi politica del campo repubblicano ha aperto uno spazio di possibilità per queste compagini senza precedenti, dall’altro lato è da registrare una similare crisi in campo democratico.

Dan La Botz, attivista sindacale e storico, suggerisce che “Il Tea Party ha avuto la sua opportunità di crescere in un movimento di massa grazie ai fallimenti dell'amministrazione Barack Obama, e in particolare dal suo fallimento nel difendere le politiche progressiste, l’agenda del labour e gli interessi dei lavoratori.”

Secondo La Botz l’atteggiamento centrista di Obama su alcune istanze socio-economiche (dall’ambiente alla guerra, dai diritti della comunità LBGTQ alla difesa dei posti di lavoro, dalle condizioni della comunità nera alle scelte in materia di immigrazione) avrebbero generato in breve tempo una certa disaffezione nella coalizione che aveva sperato nella sua elezione.

In particolare a muovere i dubbi di molti cittadini comuni rispetto al primo biennio di Obama era stata la differenza tra l’impegno profuso per salvare le istituzioni della finanza e le corporation dell’auto, rispetto ai limitati interventi sociali nei confronti di chi stava pagando la crisi in maniera particolarmente violenta: “Mentre i presidenti George W. Bush e Obama avevano salvato con successo i banchieri, le politiche di Obama si sono dimostrate molto meno efficaci nel salvare i proprietari di case dalla preclusione. Il programma di stimolo economico di Obama ha fornito alcuni posti di lavoro a lavoratori edili, di cliniche sanitarie e scuole; tuttavia, come dissero critici come Paul Krugman, non aveva creato abbastanza posti di lavoro per ribaltare l'economia.” E’ pur vero che la guerriglia repubblicana all’interno del Congresso portò ad un lungo periodo di immobilismo ed austerity. Ma rimane il fatto che la sproporzione nell’allocazione delle risorse e la stagnazione salariale continueranno a segnare il paesaggio sociale americano, come si vedrà nel prossimo capitolo. In parte questo approccio del Partito Democratico ha indebolito la posizione delle “spiegazioni di sinistra” alla crisi, contribuendo a produrre una progressiva estraniazione e polarizzazione della base sociale che si è concretizzata poi nel 2012 in Occupy Wall Street.

Un caso particolarmente evidente di questa contraddizione è quello che riguarda la riforma simbolo dell’amministrazione del presidente afroamericano, cioè il cosiddetto “Obamacare”. Da sinistra fu criticata la scelta del presidente di affidarsi nella stesura della riforma alle aziende farmaceutiche, all’industria sanitaria e alle compagnie assicurative. Ma allo stesso tempo il coinvolgimento del privato nel piano non fu sufficiente per sventare le ire della destra che insorse bollando il programma come “socialista”. L’Obamacare funse in un certo senso da catalizzatore delle istanze del Tea Party che organizzò decine di proteste contro il piano in grandi e piccole città degli Stati Uniti. Ad essere contestato naturalmente era l’eventuale aumento di spesa pubblica che avrebbe comportato il piano e di cui avrebbero beneficiato le minoranze e le fasce svantaggiate della società a cui, secondo gli attivisti del Tea Party, il Big Governament concedeva troppa attenzione.

E’ necessario aprire una piccola parentesi a questo punto sul rapporto tra il Tea Party e la questione razziale. Sebbene il movimento abbia sempre affermato di non interessarsi alle tematiche sociali, alcuni suoi esponenti si sono più volte espressi con retoriche razziste o contro gli immigrati (la vicenda più nota è quella del “certificato di nascita” del presidente Obama). Sarebbe però superficiale bollare tout-court il Tea Party come una compagine razzista, Nathanael P. Romero e Christopher B. Zeichmann propongono un diverso paradigma interpretativo: “l'attenzione sulle forme di razzismo individuale-attitudinale oscura il fatto che l'individualismo colorblind e il liberalismo economico non sono isolati al Tea Party ma sono ideologie egemoniche che estendendosi ben oltre i ranghi del Tea Party, influenzando la politica pubblica su questioni come la spesa in deficit e programmi sociali e inoltre limitano la portata del discorso pubblico cosicché la persistenza della disuguaglianza razziale continua ad essere precluso come argomento di discussione politica.”

Insomma ad essere caratterizzante del Tea Party non è tanto un generico razzismo “etnico” quanto da un lato una consapevole lotta contro l’inclusione di alcuni settori di società per via dell’aumento della spesa pubblica, dall’altro la paura che questa ulteriore integrazione, in un contesto di crisi, avvenga a discapito della parte di middle class bianca privilegiata a rischio di impoverimento. Di nuovo sembra riproporsi il frame interpretativo del “doppio movimento” di cui si è parlato nel primo paragrafo, ma in una fase di aspettative decrescenti.

E’ particolarmente importante prendere atto di questo processo, perchè a differenza del razzismo “genetico”, ormai ampiamente screditato, quello su base “economica” diventerà sempre più diffuso, sdoganando istanze nativiste, di closed comunity e di identitarismo settario che polarizzeranno ulteriormente i sostenitori del paradigma della Cultural War e che fino a quel momento erano rimaste per lo più circoscritte ai minuscoli circuiti dell’estrema destra. Anch’essa d’altro canto, come si argomenterà più avanti, andrà incontro ad una profonda mutazione.

Il Tea Party perderà progressivamente di forza dopo il blackout federale provocato dai Repubblicani in segno di protesta contro l’aumento della spesa pubblica. Ma in termini politici il movimento produrrà due importanti eredità. Una prossima, riuscendo insieme ad altri fattori a condizionare la politica del secondo biennio di Obama che adotterà misure di austerity e di rientro del debito pubblico, l’altra, più di lungo respiro, aprendo la strada ad una nuova destra populista, rinvigorita e con la volontà di ricostruire una vocazione maggioritaria dopo la crisi.

Ad ogni modo il movimento conservatore, nonostante la sua indubbia efficacia, rappresentò una minoranza all’interno della società statunitense, si stima che solo il 21% degli elettori del Partito Repubblicano si definisse un simpatizzante del Tea Party. Una minoranza per giunta estremamente omogenea, che non è riuscita a scalfire l’elettorato democratico e a costruire una base consistente all’interno della working class, con cui anzi è andata spesso allo scontro, data la dichiarata volontà del Tea Party di promuovere politiche antisindacali. Considerando questi elementi si può certamente dire che il contributo del Tea Party alla nascita del neopopulismo di destra negli Stati Uniti sia stato fondamentale (come anche molti suoi leaders dei tempi hanno rivendicato), ma che allo stesso tempo la coalizione di Trump sia stata il frutto anche di altri fattori e processi storici, non ultimi gli effetti sociali della crisi irrisolti.

Gli effetti sociali della crisi finanziaria

E’ tutt’ora complesso stimare la reale portata sociale della crisi del 2007-2008. I dati macroeconomici infatti dimostrano che stiamo vivendo ancora l’onda lunga di quel crollo: le economie su scala globale non sono tornate ad i livelli precrisi, e a complicare ulteriormente il quadro analitico vi è la pandemia da Covid 19 ed i suoi effetti socio-economici. 

Nonostante queste premesse per comprendere a pieno il ciclo neopopulista è utile provare a cogliere lo scenario sociale che si è affermato, dalla crisi del 2008 fino all’elezione di Donald Trump (e oltre).

Se lo slogan di Occupy Wall Street “We are the 99%” era una forzatura politica per evidenziare le diseguaglianze, non c’è dubbio che a contribuire a sostanziarlo fosse una percezione reale di progressivo impoverimento che coinvolgeva una parte significativa della popolazione americana. “A causa della caduta del mercato e del calo dei prezzi delle abitazioni e di altri beni, il sessanta per cento delle famiglie ha visto diminuire la propria ricchezza tra il 2007 e il 2009 e il 25 per cento ha perso più della metà della propria ricchezza, escluse le pensioni a prestazione definita”. Si stima che tra novembre 2008 e giugno 2009 oltre il 40% delle famiglie hanno sperimentato un periodo di difficoltà finanziaria.

Il patrimonio netto di una famiglia media Usa (cioè di una famiglia che si colloca al 50% nella classifica della distribuzione della ricchezza) si dimezzò (da 107 mila dollari a 57 mila), il reddito medio della popolazione ispanica calò dell'86%, le famiglie afroamericane videro quasi totalmente spazzato via il proprio patrimonio immobiliare, oltre 45milioni di cittadini USA vivevano sotto la soglia di povertà. 

Nella primavera del 2008 il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti era al 4,8%, a gennaio 2010 toccò il picco del 10,6%. Si rilevò un calo nella retribuzione media dei dipendenti (misurato a cinque mesi) del 4,4% nel 2009 - 2010. “Un dipendente su cinque ha perso il lavoro all'inizio della Grande Recessione. Molte di quelle persone non si sono mai riprese; non hanno mai più avuto un vero lavoro”, fa notare Peter Cappelli nel 2018. Inoltre negli ultimi dieci anni negli Stati Uniti, nonostante una sostanziale ripresa economica, si è continuato a dare il fenomeno della “stagnazione salariale”. Cioè mentre il mercato ripartiva, il costo della vita cresceva, la media dei salari continuava a rimanere bassa. Esistono più spiegazioni a questo fenomeno: il minor potere contrattuale dei sindacati, la ristrutturazione dell’organizzazione della forza lavoro grazie ai salti tecnologici, il progressivo pensionamento dei baby boomers sostituiti da generazioni più giovani assunte con compensi molto più ridotti, il progressivo declinare della domanda di skilled worker, la “stagnazione secolare” non solo come crisi di valorizzazione del capitale, ma anche del lavoro ecc...  Il punto è che la progressiva diminuzione del tasso di disoccupazione dell’ultimo decennio non è sufficiente a descrivere l’impatto sociale della crisi e soprattutto la sua temporalità. Un altro fenomeno di lungo termine che riguarda il comportamento dei lavoratori e delle lavoratrici americani consolidatosi dopo la crisi è stato quello di posticipare il pensionamento a volte con posizioni debitorie ancora aperte a cui sono costretti a destinare una parte importante del loro reddito.

I processi di indebitamento hanno avuto evoluzioni contrastanti, se alcune famiglie hanno tentato di ridurre la loro esposizione stringendo sui consumi, altre “hanno risposto alla crisi indebitandosi di più. Mentre il numero di famiglie con carte di credito è diminuito del 3% nel periodo campione, forse riflettendo un inasprimento dell'accesso al credito, tra quelle famiglie con la carta di credito l'ammontare del debito riportato di mese in mese è aumentato del 25%. Questo debito aggiuntivo potrebbe tradursi in pagamenti di interessi aggiuntivi di quasi $ 1.000 all'anno.”

I consumi delle famiglie subirono una significativa compressione: secondo un sondaggio oltre i 3/4 delle famiglie intervistate ammisero di aver tagliato le spese, ricontattate successivamente un 30% annunciò di aver ridotto ulteriormente i consumi. Interrogati sui motivi delle loro scelte gli intervistati risposero: la necessità di ridurre il debito (80%), una riduzione del reddito (70%), un cambiamento nella condizione lavorativa (45%), una diminuzione del valore della loro casa (45%) o partecipazioni azionarie (35 per cento) come ragioni per il declino.

Il tasso dei pignoramenti nell’immediato salì al 2%, più di 13 milioni di famiglie americane furono pignorate tra il 2008 e il 2013.

 Si innescò il più grande movimento di massa di popolazione negli Stati Uniti fin dalla Grande Depressione. 

Dal punto di vista della geografia politica degli Stati Uniti questo fu uno stravolgimento radicale: le suburbie, tradizionalmente spazi dove viveva dal dopoguerra la parte della forza lavoro bianca meglio pagata della popolazione, adesso ospitavano 16,4 milioni di poveri, un terzo della povertà totale nazionale in una parte consistente formata da non-bianchi. Questa tendenza, iniziata precedentemente, ma amplificata dalla crisi, è stata definita la "Grande Inversione" cioè l'espulsione dei più poveri dai centri urbani, sostituiti dalle fasce più agiate della popolazione. Molti statunitensi, in particolar modo i più giovani, iniziarono a prediligere l’affitto come soluzione abitativa piuttosto che l’acquisto di una casa. Questo trend per una società di “house-owners” fu una novità significativa.  

Si consideri che le case di proprietà crebbero dal 44% nel 1940 al 62% nel 1960, poi al 69% nel 2004 e nel 2015 crollarono al 63,4%. 

Se la crisi aveva colpito più violentemente le minoranze appena integrate alla società dei consumi le cui medie di povertà erano decisamente più alte in relazione alla popolazione, la popolazione bianca non affrontò la crisi indenne. Come fa notare Phil Neel in termini assoluti il maggior numero di poveri sono tutt’ora bianchi (il 41,3%, seguiti dagli ispanici al 28% e dagli afroamericani al 21%). In Appalachia, cuore dell’america rurale il 17% dei bianchi vive sotto la soglia di povertà. 

Ma gli effetti sociali della crisi non furono solo reddituali o geografici, sul piano della salute psicofisica della popolazione ci furono conseguenze altrettanto significative. In un sondaggio del 2010 è risultato che “molte persone con malattie cardiache, diabete o cancro credevano che la recessione stesse danneggiando la loro salute e che questi impatti negativi sarebbero solo peggiorati nel tempo.” Gli ammalati intervistati accusavano la crisi di costringerli a usare i loro risparmi per far fronte a spese mediche, rendendo più stressante per loro gestire la propria malattia. Diverse ricerche hanno provato la correlazione di disoccupazione e pignoramenti con l’aumento delle patologie e delle morti. I disturbi mentali, le dipendenze e gli effetti sulla salute determinati dalla compressione dei consumi aumentarono anche se in parte correlati a trend precedenti (si veda ad esempio, per quanto riguarda le dipendenze, la cosiddetta “epidemia degli oppioidi” che nel 2010 vide un exploit del consumo di eroina).

In generale questa breve, e certamente manchevole, carrellata di dati suggerisce che mentre i mercati si sono avviati relativamente in fretta verso un nuovo equilibrio (seppure non superando completamente gli effetti del crollo), la crisi sociale ha dato luogo a perduranti fenomeni sociali, destinati in alcuni casi persino ad aggravarsi, che in parte sono divenuti la base materiale della crescente polarizzazione dello scontro politico all’interno degli Stati Uniti.

Qui la parte quattro

1 Ben Bernanke, presidente della FED, in un incotro a porte chiuse la definì “the worst financial crisis in global history, including the Great Depression”.

2 JOSEPH STIGLITZ, “The end of neoliberalism and the rebirth of the story”, Social Europe 2019

3 ADAM  TOOZE “Lo Schianto”, pag. 51

4 MARIO DEL PERO, “Era Obama. Dalla speranza del cambiamento all’elezione di Trump”, Milano 2017, pag 37

5 Per Volcker Shock si intende la politica di innalzamento dei tassi d’interesse che Paul Volcker, allora presidente della FED, mise in campo al fine di chiudere definitivamente la stagione dell’inflazione. L’operazione riuscì stabilizzando i prezzi, ma ebbe come conseguenza la crescita del tasso di disoccupazione sopra il 10%.

6 ADAM TOOZE, “Lo Schianto”, pag. 52

7 MAURIZIO LAZZARATO, “La fabbrica dell’uomo indebitato”, 2011

8 LEO PANITCH E SAM GINDIN, “The Making of Global Capitalism”, pag. 311

9 MARK MCNAUGHT, “Reflection on Conservative Politics in the United Kingdom and the United States. Still Soul Mates?”, Lanham 2012, pag. 150

10 ADAM TOOZE, “Lo Schianto”, pag. 55

11 Ibidem, pag. 56

12 MARK MCNAUGHT, “Reflection on Conservative Politics”, pag. 153

13 Esponente dei Repubblicani alla Camera dei rappresentanti fino al 2013 e candidato alle primarie presidenziali del 2007, promotore di posizioni libertarie e non interventiste

14 RAFFAELE SCIORTINO, “I dieci anni che sconvolsero il mondo”, Trieste 2019, pag. 34

15 Ibidem, pag. 37

16 FEDERICO CARTELLI,”Rokkan e Lipset. I cleavages per capire il presente e il futuro

17 JOEL D. ABERBACH E GILLIAN PEELE, Crisis of Conservatism?: The Republican Party, the Conservative Movement, and American Politics After Bush, Oxford 2011

18  MARK MCNAUGHT, “Reflection on Conservative Politics” pag. 154

19 RICHARD HOLTZMAN, “George W. Bush’s Rhetoric of Compassionate Conservatism and Its Value as a Tool of Presidential Politics”, Smithfield 2010

20 MARK MCNAUGHT, “Reflection on Conservative Politics”, Lanham 2012, pag. 144

21 ROGER CHAPMAN, “Social Scientists Explain the Tea Party Movement”, New York 2012, pag. 51

22 Ibidem, pag. 52

23 I fratelli Koch, a capo della la più grande azienda privata negli Stati Uniti (con un fatturato di 115 miliardi di dollari nel 2019), sono stati fin dagli anni ‘80 tra i più prosperi finanziatori di think thank e movimenti libertariani, conservatori e negazionisti del cambiamento climatico.

24 MARK MCNAUGHT, “Reflection on Conservative Politics”, pag. 158

25 ROGER CHAPMAN, “Social Scientists Explain the Tea Party Movement”, New York 2012, pag. 217

26 Ibidem, pag. 131

27 DEL PERO, “Era Obama”, pg 75-88

28 Ibidem, pg 123

29 ROGER CHAPMAN, “Social Scientists Explain the Tea Party Movement”, pag. 212 - 215

30 ADIA HARVEY WINGFIELD, “Colour Blindness is Counterproductive”, The Atlantic 2015

31 ROGER CHAPMAN, “Social Scientists Explain the Tea Party Movement”, pag. 179

33 ROGER CHAPMAN, “Social Scientists Explain the Tea Party Movement”, pag. 218

34 CHATHAM HOUSE, “The Lasting Effects of the Financial Crisis Have Yet to Be Felt”, 2018

35 ANGUS DEATON, “The Financial Crisis and the Well-Being of Americans”, 2012

36 NBER, “The Effect of the Economic Crisis on American Households”, 2010

37 ADAM TOOZE, “Lo Schianto”, pag. 176

38 WHARTON UNIVERSITY OF PENNSYLVANIA, “How the Great Recession Changed American Workers”, 2018

39 Vedere anche “Sanità, gig economy: negli Usa cresce il lavoro, non gli stipendi”, articolo di Marco Valsania del 2019 per il Sole24Ore

 

40 NBER, “The Effect of the Economic Crisis on American Households”, 2010

41 ADAM TOOZE, “Lo Schianto”, pag. 176

42 PHIL NEEL, “Hinterland. America’s New Landscape of Class Conflict”, Londra 2018, pag. 107

43 WHARTON UNIVERSITY OF PENNSYLVANIA, “How the Great Recession Changed American Workers”, 2018

44 PHIL NEEL, “Hinterland”, pag. 99

45 AMY GUTMAN, “Failing Economy, Failing Health”, Harvard Public Health 2014

46 SARAH DEWEERDT, “Tracing the US opioid crisis to its roots”, Nature 2019 e CDC, “Understanding the Epidemic”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il nucleare è green? La proposta della Commissione europea di inserire (anche) l’atomo nella tassonomia delle fonti energetiche “sostenibili” spacca l’Unione Europea. Da un lato, a favore della mossa di San Silvestro, ci sono la Francia e buona parte dei paesi dell’Est Europa, trascinati più che dall’atomo dal contestuale via libera che verrebbe dato al gas naturale. Dall’altro, sul fronte del no al nucleare spacciato per green, ci sono invece Spagna, Austria, Lussemburgo e Germania, anche se dentro il neogoverno tedesco si segnalano frizioni tra i Verdi (assolutamente contrari) e il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz.

L’Italia per ora, ufficialmente, tace. Nessuna dichiarazione arriva dal presidente del Consiglio Draghi e d Cingolani, il ministro della (cosiddetta) Transizione ecologica, che più volte, con dichiarazioni e uscite pubbliche, si è idealmente iscritto alla lobby dell’atomo, nonostante le lotte dal basso (soprattutto negli anni ’80) e poi i referendum che hanno ribadito la contrarietà popolare all’ipotesi-nuke. In mancanza di prese di posizione ufficiali, i partiti della maggioranza si schierano, su fronti opposti. Contrari Leu, M5S e anche il Pd. A favore i renziani, Forza Italia e soprattutto la Lega, con Salvini a chiedersi espliticamente: “Draghi con chi sta? Con l’asse Pd-5Stelle per frenare lo sviluppo del Paese e far pagare agli italiani le bollette piu’ care d’Europa o con noi? I reattori attivi nel mondo sono ormai ben 542, oltre 100 solo in Europa, oltre 50 solo in Francia”.

Proprio in Francia si è aperto un dibatitto, politico e sociale, con le posizioni ultranucleariste di Macron e la contrarietà, invece, di ambientalisti e movimenti sociali, che inseriscono il tema del nucleare all’interno di una contestazione più ampia alle politiche governative, fortemente schiacciate in favore dello sfruttamento dei territori, dall’energia al supporto all’agricoltura iper-intensiva.

Il tutto mentre il sito d’inchiesta giornalista francese Mediapart riferisce, nelle ultime settimane, di almeno un paio di incidenti in poche settimane nella centrale nucleare che sorge a nord di Avignone, nel silenzio però dei media “tradizionali”, transalpini e non.

L’intervista di giovedì 6 gennaio a Enrico Riboni, nostro corrispondente dalla Francia, a partire proprio dalle inchieste di Mediapart. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Condividiamo questo interessante articolo di Nico Maccentelli da Carmilla sul nuovo (ed ennesimo?) innamoramento di alcuni ambienti verso la Cina di Xi Jinping. Ecco che l'eterna ricerca di un modello a cui affidarsi, di un blocco geopolitico a cui associarsi in quella che di fondo diventa l'ennesima lotta intrisa di idealismo tra bene e male produce le ovvie distorsioni nella lettura del capitalismo contemporaneo. Il problema, che si ripropone ogni qual volta ci si misura con la contemporaneità, è proprio ed inevitabilmente quello di ripensare interamente l'esperienza comunista alla luce delle evoluzioni e delle tendenze storiche in atto. Un percorso difficile e sicuramente poco gratificante, ma inevitabile. Infine, va sottolineato, rifiutare la lettura per cui la Cina rappresenta un percorso al socialismo non vuol dire cadere nell'estremo opposto, cioè nella occidentalissima retorica anticinese montante. E' evidente che le asimmetrie, le catene del valore, le scale interne alla globalizzazione (senza la quale il neoliberismo occidentale non potrebbe esistere), vanno tenute in conto nell'analisi e non sono anch'esse indifferenti al fine di comprendere il presente e progettare itinerari alternativi, seppure di fronte alle contraddizioni interne ed esterne che, in grado sempre più elevato, si vedono esprimersi negli Stati Uniti.

“Uno degli elementi più negativi nel pensiero comunista europeo degli ultimi 30 anni è sicuramente rappresentato da una concezione astratta del “socialismo”. Ridotto a una serie di princìpi totalmente indipendenti dalla realtà storica, validi in modo identico per qualsiasi formazione sociale (europea, asiatica, africana o americana), pressoché impossibili da rispettare concretamente. Una sorta di paradiso originario collocato nel lontano futuro anziché nel passato remoto.”

Inizia così un articolo di Contropiano a firma di Francesco Piccioni su un pezzo di Guido Salerno Aletta, dal titolo: Tra stato e mercato la Cina e l’Occidente neoliberista, attaccando praticamente chi riguardo la Cina di oggi non ripone fiducia nelle “magnifiche sorti” del suo inesistente socialismo.

In realtà l’articolo in questione inizia con un falso storico-temporale che occulta e separa dalla questione cinese odierna un tema fondamentale per tutto il movimento comunista novecentesco e odierno: la lotta contro il revisionismo e ciò che differenzia una sinistra rivoluzionaria da questo. Altrimenti la storiella della “concezione astratta del socialismo” non reggerebbe. E il falso è nella datazione dei 30 anni.

E in realtà non sono 30, bensì 60 anni che questo dibattito divide il movimento comunista, sin dai tempi in cui il maoismo ha rappresentato nello scontro politico con il togliattismo la linea di demarcazione tra una visione rivoluzionaria e una revisionista. E fu proprio la politica rivoluzionaria maoista a fare da incipit a gran parte delle lotte di liberazione antimperialista e alle sinistre rivoluzionarie dalle campagne alle metropoli.

Dunque è dai primi anni ’60 che inizia la polemica tra il Partito Comunista Cinese e quello italiano (1). Da questa polemica nacque un linea rivoluzionaria che ripudiava il gradualismo togliattiano, la coesistenza pacifica con il capitalismo, che criticava una visione politica che metteva al centro il riformismo, le riforme di struttura versus un riproposizione del leninismo nei suoi principi tutt’ora validi negli anni ’60 come oggi.

Detto per inciso, l’approccio revisionista è stato poi sviluppato attraverso il denghismo con la sconfitta della Rivoluzione Culturale di Mao e l’avvento della borghesia burocratica nel PCC. Per cui se una chiave di lettura marxista va data della Cina di oggi è da allora che occorre partire, non da 30 anni fa. E non certo da una visione pragmatica e tecnocratica che evidentemente ha affascinato i compagni di Contropiano.

In Italia, la critica al togliattismo proveniente dai compagni cinesi agli inizi degli anni ’60 fu il propellente di tutto il movimento comunista alla sinistra del PCI. E questa datazione postuma è solo un tentativo di mistificare la questione per non far vedere che ci si sta sbarazzando non dell’acqua sporca, ma del bambino. Questa impostazione filo cinese è in palese contraddizione con la provenienza politica di molti compagni della sinistra di classe. È una questione che pertiene la memoria storica della lotta di classe rivoluzionaria in Italia e non solo, su questa separazione tra rivoluzione e riformismo hanno combattuto generazioni di comunisti, scegliendo strade e strategie politiche di rottura con la compatibilità “tattica” col capitalismo.

Questa “concezione astratta del socialismo” non creò solo le organizzazioni di stretta osservanza maoista, ma influenzò tutta la sinistra extraparlamentare  e lo stesso operaismo. Questa “concezione astratta del socialismo” in Cina diede vita alla più straordinaria mobilitazione dal basso per un intero decennio dalla metà degli anni ’60 fino al 1976: la Rivoluziona Culturale con le Guardie Rosse, che rimettevano in discussione la presenza nel PCC di un’ala borghese che stava andando esattamente dove la Cina è arrivata oggi.

Per cui si abbia il coraggio di dire che Mao aveva sbagliato e Deng Xiaping ragione invece di starci a girare attorno facendo giochetti sulle date. Almeno Giorgio Cremaschi nel suo intervento al convegno della Rete dei Comunisti dello scorso anno sulla Cina è stato coerente con la sua storia politica (la sua provenienza è il PCI) nel sostenere che Togliatti aveva ragione e Mao torto. È più apprezzabile perché pur se opinione che ritengo sbagliata, quanto meno è lineare col suo imprinting politico.

Di fatto senza questa spaccatura nel movimento comunista internazionale, non ci sarebbe stata politica rivoluzionaria, autonomia di classe, ma neppure quella critica culturale che partiva dai Sartre, dai Sanguineti fino ad arrivare ai Godard, ai movimenti operai e studenteschi dalla Francia del maggio agli USA dei campus, all’Italia con le due ondate del ’68 e del ’77, alle culture dell’antagonismo e della rottura con le convenzioni borghesi degli anni ’70, nelle quali il PCI stesso si ritrovava ingessato, incapace di capire i mutamenti della società, dei cicli di produzione del capitale, della composizione di classe e via dicendo.

Dunque per Piccioni e soci un’analisi critica riguardo una Cina governata da un’oligarchia di mandarini di stato e di partito con forti interessi finanziari e azionari nelle multinazionali cinesi private e di stato è astratta. Per costoro il fatto che l’intreccio di interessi e potere tra i 600 miliardari cinesi e questi mandarini sarà un dettaglio: peccato che sia il risultato di un revisionismo che ha fatto leva sulle contraddizioni di una rivoluzione in un paese di centinaia di milioni di persone, bloccandola e facendo tornare indietro gli orologi della storia, creando una nuova borghesia in un’economia di fatto capitalista che di socialismo non ha più neppure l’odore. 

Forse per costoro sono astrazioni anche le posizioni politiche delle forze comuniste che oggi come ieri combattono concretamente l’imperialismo, come il Partito Comunista delle Filippine: qui le sue annotazioni al fulgido e magnificamente progressivo discorso di Xi Jinping.

Saranno astrazioni, ma a queste domande che sorgono spontanee nel vedere la Cina di oggi che risposta diamo? Che risposta diamo a:

nel  potere classista composto da un’oligarchia di burocrati insieme al manageriato di multinazionali, del capitale privato…

nell’integrazione tra capitali finanziari e multinazionali…

nella polarizzazione tra 626 miliardari che concentrano la ricchezza sociale e le classi popolari cinesi in un miliardo e 400 milioni di persone…

nel divario salariale abissale tra classi e settori sociali…

nel ammortizzare la caduta tendenziale del saggio di profitto occidentale consentendo proficue esternalizzazioni al capitale occidentale…

nell’uso della forza-lavoro dalle campagne come i nostri caporali usano quella esterna dei migranti…

… che socialismo c’è?

È sufficiente uno stato che pianifica per definire una società come socialista? Dalle mie parti era la socializzazione dei mezzi di produzione non lo sviluppo di un’economia privata (pur con tutte le sue diversità dai modelli neoliberale e ordoliberale occidentali) a definire la transizione al socialismo. Nemmeno Togliatti con le sue riforme di struttura dava come prospettiva l’uscita dalla povertà e basta… ma che il popolo non governi, non si socializzino i mezzi della riproduzione sociale, non si abbia come scopo l’uguaglianza sociale. L’armonia confuciana regni tra sottoposti e dignitari del sovrano. E tutto resti così com’è nelle differenze sociali, nei rapporti di classe. Ma la critica a tutto questo è evidentemente un’astrazione per i nostri amici di Contropiano. Astrazioni che hanno ricadute ben concrete in una lotta di classe che in Cina è proseguita anche nella repressione antioperaia da parte delle autorità dello stato e del PCC contro i gruppi maoisti e i lavoratori che protestano e vogliono sindacati indipendenti (2).

Un’economia capitalista, che si fonda sul globalismo e l’interconnessione di filiere, capitali e mercati, che non va verso la socializzazione dei mezzi di produzione, ma verso uno sviluppo di questo modello capitalistico, per gli amici di Contropiano è “socialismo dalle caratteristiche originali”. Sino alla bestialità di definire “lotta di classe” la contraddizione intercapitalistica tra Cina e potenze imperialiste atlantiste (3), come se da parte cinese vi sia un proletariato al potere con la sua strategia internazionalista al socialismo, che sia comunismo di guerra o NEP, o arrivo a dire persino revisionista e kruscioviana “coesistenza pacifica”. Persino quest’ultima, persino il revisionismo classico non arriva alle alte vette di spregiudicata tecnocrazia e integrazione intercapitalistica degli attuali gruppi dirigenti cinesi, così ben decantate dai suoi esegeti.

Cosa significa allora oggi riesumare il denghismo (perché di questo si tratta), il suo approdo non a un socialismo, ma neppure a una sua transizione, bensì a un sistema capitalistico che utilizza altre leve della politica economica, più stato nel mercato (un refrain dello “stato piano” degli anni del dopoguerra della seconda metà del Novecento)? Cosa significa tessere le lodi del confuciano PCC di Xi Jinping, che ha abbandonato la teoria e la prassi maoiste della contraddizione? Cosa significa collocare la Cina di oggi in una sorta di “socialismo originale”, termine usato non solo da Salerno Aletta e Contropiano, ma anche da Carlo Formenti, e dal gruppo di Marx21?

Significa porsi alla destra del riformismo togliattiano uscito dall’VIII congresso del PCI nel 1956 (4) e, se si analizza bene, probabilmente anche di quello di Amendola degli anni ’60: una posizione ancora più moderata delle “riforme di struttura”, ancora più gradualistica, ancora più compromissoria col mercato capitalistico.

Dobbiamo arrivare all’Eurocomunismo del periodo berlingueriano per trovare quelle logiche di commistione con i tempi e i modi della produzione capitalistica, della riproduzione sociale del rapporto capitale/lavoro che oggi caratterizzano le stesse logiche cinesi: quando il PCI nel laboratorio emiliano metteva in atto con il decentramento produttivo la scomposizione di classe funzionalizzando la “rossa” Emilia ai tempi e ai modi della produzione capitalistica e alle modalità in cui il capitale procedeva con la ristrutturazione dei cicli di produzione.

La politica economica dei “mandarini” cinesi di partito nel rapporto capitale/lavoro non ricorda forse queste alchimie produttiviste e di irrigimentazione della forza-lavoro in Emilia di un PCI che negli anni ’70 spacciava l’attacco alla rigidità operaia per modernità? E non sono forse queste le politiche sociali e di produzione tipiche della peggiore socialdemocrazia? 

Concludo con un’ultima perla, sempre dall’articolo Tra stato e mercato, la Cina e l’Occidente neoliberista.

Sino ad ora abbiamo visto il nostro autore criticare la “concezione astratta del socialismo” rivolta a chi critica il “socialismo originale” cinese. Come se non fosse ovvio che il socialismo scientifico si basa sull’analisi concreta della situazione concreta. Come se non fosse evidente che dalla storia della lotta di classe e dalle esperienze di socialismo del Novecento si è compreso che ogni paese, ogni formazione economico-sociale deve trovare il suo percorso al socialismo nel processo rivoluzionario di abbattimento del capitalismo.

Sicuramente sono tanti i comunisti che hanno un approccio libresco e astratto della rivoluzione socialista. Vengono in mente le battaglie di cortile tra i vari “ismi”, rivangando diatribe superate ed episodi morti e sepolti della storia del movimento comunista mondiale: queste caricature del marxismo servono alla fine per creare un comodo alibi. La rampa di lancio dei salti della quaglia.

Ma venendo al sodo: cosa sta alla base dell’analisi concreta della situazione concreta dell’autore di questo articolo? Ossia, contro la visione “astratta” del socialismo cosa contrappone il nostro? Ce lo spiega così:

“Ricordiamo che la definizione di Marx era molto più laica: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro. Che è certamente una formulazione astratta, ma che descrive un criterio invece che una serie di “istituti” teoricamente caratterizzanti una formazione sociale “socialista” (inevitabilmente varianti a seconda del livello di sviluppo di un certo paese, le tradizioni locali, le culture, ecc). L’“eguaglianza” – per esempio – in condizioni di povertà o di relativo benessere generale, in pace o in guerra, ecc, può significare cose molto diverse.”(5)

Va bene l’originalità di un dato socialismo in un dato contesto sociale, ma se il socialismo si distingue per la sola massima timbrata e controfirmata da Marx: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro, c’è proprio da star freschi! Anche perché Marx ha detto tanto altro nella definizione di socialismo. E non è un caso che proprio un aspetto dirimente manchi dalla definizione data da Piccioni. Una questione su cui Marx, Engels, Lenin, praticamente tutti hanno posto al centro dell’ontologia del socialismo. La socializzazione dei mezzi di produzione, ecco cos’è l’aspetto qualificante il socialismo. Ed è qui che casca l’asino.

Che una classe dirigente borghese utilizzi lo Stato e la pianificazione per un’economia di mercato sarebbe già socialismo, è così? Lo abbiamo già visto prima che non basta.

Ma proprio per non scadere in una visione astratta, occorre considerare tutto il processo economico-sociale, non solo lo sviluppo delle forze produttive (chi le sviluppa? Anche nel capitalismo c’è una borghesia che le sviluppa…), non tanto quindi un approccio tecnocratico, ma una progressione a forte partecipazione popolare, un processo economico-sociale che nella transizione procede alla socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale. In Cina dal 1976 avviene il contrario. E parlare delle centinaia di milioni che stanno uscendo dalla fame, di progresso tecnologico, non caratterizza questo paese come socialista, quando insieme alla crescita di una forte economia privata si forma una vasta classe media, quando le differenze sociali si acuiscono e, soprattutto, quando non c’è una reale democrazia socialista di popolo.

Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro… grazie, anche nel capitalismo può essere applicato questo criterio. Allora questo cosa vuol dire: che se io sono disabile e le mie capacità danno una certa performance nel lavoro, ottengo in base al mio lavoro? Ma questo è liberalismo! Esattamente come la concezione cinese. Semmai il criterio è quello di dare a tutti in base ai propri bisogni, dare a tutti l’opportunità e il diritto a un’esistenza soddisfacente. Questa è l’uguaglianza, non il pastrocchio darwiniano che emerge da queste poche righe maldestre! E il liberalismo si pone per l’appunto alla destra del togliattismo, ossia di una visione gradualistica del cambiamento al socialismo.

Solo se affianchi questo tipo di uguaglianza sociale alla socializzazione dei mezzi di produzione (questo voleva dire Marx), ossia alla democrazia economica e sociale, alla gestione di un’economia sempre più pubblica e sempre meno privata da parte degli organismi democratici popolari, si può parlare di transizione al socialismo. Ciò che non sta avvenendo in Cina. La Cina è un paese liberale la cui progressione non è la socializzazione.

In definitiva la “variante cinese” è un virus ideologico che colpisce i comunisti, non è “uno spettro che si aggira per l’Europa”. È parte di un revisionismo ricorrente che si ripresenta nei contesti più impensabili e in forme sempre nuove.

Ma allora, l’ultima domanda che sorge al di là di tutte le belle chiacchiere sulle “magnifiche sorti del socialismo” cinese, è: quale politica per il proletariato italiano? Un movimento comunista affetto da questa variante cinese quale strategia politica svilupperà in coerenza con questa nuova visione così “concreta” che ha assunto?

Chiedo per un amico.

§ §

Note:

1 Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi e Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi, Reprint a cura della Cooperativa Editrice Nuova Cultura, Casa Editrice in lingue estere Pechino, 1963

2 Ho analizzato qui, sempre su Carmilla, un articolo della sociologa cinese Pun Ngai sulla lotta operaia nel 2018 alla Jasic Technology di Shenzhen

3 https://contropiano.org/news/news-economia/2021/12/30/loccidente-sta-perdendo-la-lotta-di-classe-0145289

4 Si veda: https://fondazionefeltrinelli.it/app/uploads/2019/03/Socialismo-e-riforme-di-struttura_Togliatti-1956_download.pdf

5 Tra stato e mercato, la Cina e l’Occidente neoliberista:https://contropiano.org/news/politica-news/2022/01/01/tra-stato-e-mercato-la-cina-e-loccidente-neoliberista-0145335?fbclid=IwAR3CMeiHCYYD-KfsXdMIJ25-WuJl8Y61ZQ3OFxljZpy8BOUwyAIN1y82i1w

 

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