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Articoli filtrati per data: Thursday, 27 Gennaio 2022

Le forze democratiche siriane hanno annunciato di aver ripreso il pieno controllo della prigione di Gweiran, a Hasake, capoluogo del nord-est della Siria, assaltata giovedì scorso da miliziani dell’Isis e fino a oggi ancora teatro di scontri tra le Fds e jihadisti.

I vertici della coalizione curdo-siriana affermano che le operazioni, sostenute anche dalle forze speciali Usa e britanniche, hanno portato all’arresto di circa mille miliziani di Daesh, tra assalitori e detenuti.

Per il momento rimane il coprifuoco nell’intera regione, nel timore che ci possano essere nuovi attacchi da parte degli jihadisti.

Ne parliamo con Ylmaz Orkan, dell’ufficio informazione Kurdistan in ItaliaAscolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Riprendiamo da Volere la Luna questo interessante articolo di Claudio Novaro che sottolinea alcuni aspetti della protesta in corso contro la "riqualificazione" nell'area ex Westinghouse - Nebiolo a Torino, allargando lo sguardo al contesto che negli ultimi anni si è venuto a creare in città. Buona lettura!

1.

Partiamo dal fondo e cioè dall’assemblea che si è tenuta giovedì scorso nella sede di Comala, un’associazione culturale che gestisce in Torino una parte della struttura dell’ex Caserma La Marmora di corso Ferrucci 65 (in pieno centro cittadino, di fronte al Palazzo di giustizia). Un’assemblea molto partecipata: tanti giovani donne e uomini che si ritrovano a discutere delle iniziative future per contrastare un progetto dissennato di cementificazione su un’area verde. Fuori, sul corso, due blindati della polizia e una decina di operatori della Digos, dislocati in due punti diversi presidiano e monitorano la situazione. Perché, viene da chiedersi, l’impiego di un tale dispiegamento di forze dell’ordine per controllare una semplice assemblea?

Facciamo, allora, un paio di passi indietro di molti anni, al momento in cui il Comune di Torino, dopo avere abbandonato il progetto di costruire sull’area occupata in precedenza dalle fabbriche Westinghouse e Nebiolo, situata nei pressi di corso Vittorio Emanuele II, la sede della nuova Biblioteca civica, approvò un nuovo bando per la costruzione di un centro congressi, un albergo e un’area commerciale. Da allora si sono alternati, con alterne fortune, nuovi progetti, ricorsi, ripensamenti, aggiudicazioni e anche, di recente, un procedimento penale per l’ex sindaco Fassino per turbativa d’asta, sino alla recente decisione di costruire, al posto del giardino della caserma La Marmora e dei suoi antichi alberi ad alto fusto, un supermercato della Esselunga e un centro congressi e, parallelamente, una strada di servizio riservata al centro commerciale, per il passaggio dei camion, che dovrebbe impattare su una parte significativa delle strutture dell’associazione Comala e del centro d’incontro della circoscrizione.

Detto con rapida sintesi, e mettendo da parte le questioni di natura economica, le ricadute sugli esercizi commerciali della zona, sui costi di gestione di un centro congressi e così via, due semplici domande. È opportuna, oltretutto in tempi di “crisi ecologica” dispiegata, una rilevante operazione di cementificazione e privatizzazione di aree pubbliche che finirebbe per distruggere una delle poche aree verdi del quartiere, privo di parchi e giardini, ma saturo di supermercati? Parimenti, è opportuno smantellare, a causa della costruzione della strada di servizio per il supermercato, il lavoro costruito in questi anni da Comala, uno dei non molti luoghi di aggregazione cittadini, che si presenta sul proprio sito web (https://comala.it/) come «uno spazio pubblico, utilizzabile da tutte e tutti, (auto)costruito, un pezzo alla volta, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora»? Comala è divenuta in poco tempo un posto frequentatissimo dai giovani, ospita la più grande aula studio della città, nonché sale musicali e aree per concerti e in questi anni ha promosso e accolto nella sua struttura numerose iniziative culturali e politiche.

A queste domande una petizione firmata da diverse migliaia di persone ha risposto negativamente (https://www.change.org/p/comune-di-torino-passa-da-un-altra-parte). Si è costituto un comitato denominato Essenon (https://www.facebook.com/EsseNon-Torino-100881939129990), composto da varie realtà cittadine, associazioni ambientaliste, collettivi studenteschi, centri sociali, semplici cittadini che ha indetto, per sabato 15 gennaio, una passeggiata di protesta per le vie del quartiere. La risposta della polizia non si è fatta attendere, plurime cariche sul corteo e diversi manifestanti feriti dalle manganellate (qui un video dell’accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=UU5kfC7FDII&ab_channel=InfoautVideo; qui articoli e interviste di commento sulla passeggiata e sulle iniziative future https://www.infoaut.org/precariato-sociale/essenon-a-torino-non-si-puo-passeggia-re;     https://radioblackout.org/2022/01/esse-non-si-ferma/; https://radioblackout.org/2022/01/cariche-al-corteo-essenon/; https://www.dinamopress.it/news/torino-nascono-i-supermercati-muore-la-citta-crescono-resistenze/?utm_source=rss; ). Si legge nel comunicato diffuso dal Comitato: «Oggi avrebbe dovuto esserci una passeggiata informativa in quartiere, ma fin da subito i reparti della celere hanno bloccato il corteo con spinte e manganellate. Abbiamo trovato davanti a noi una militarizzazione del quartiere assurda e sconsiderata. La celere ha addirittura chiuso e sequestrato per ore i manifestanti e chi studiava dentro l’aula studio in una via stretta, chiusa su due lati dalla celere e senza vie di fuga, mentre continue cariche ammassavano le persone, creando così una situazione molto pericolosa».

A seguire un film già visto in altre vicende legate alla protesta sociale: i soliti articoli sui giornali (come sempre pregevole quello de La Repubblica che sobriamente titola “No alla nuova Esselunga”: scontri tra manifestanti e polizia”, la solidarietà del Sindaco alle forze dell’ordine e il contemporaneo auspicio che venga garantita la libertà di manifestare il proprio pensiero, ma «nell’ambito delle regole stabilite per contrastare la pandemia», le usuali raffinate prese di posizione di esponenti del centro-destra (su tutti Salvini e Montaruli) che stigmatizzano l’accaduto schierandosi a difesa delle forze dell’ordine e bollando come facinorosi i manifestanti (che le hanno solo prese), nonché le dichiarazioni dell’assessore alle politiche sociali del comune, che si è permesso di sindacare l’intervento eccessivamente duro della Polizia.

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2.

Gli aspetti qui brevemente riassunti sono rappresentativi, in modo quasi paradigmatico, di una serie di questioni (la difesa del verde, la cementificazione del territorio, la dismissione di beni pubblici a favore dei privati, la mancanza di luoghi di aggregazione al di fuori della logica del consumo e della produzione ecc.) su cui è facile schierarsi politicamente e che coinvolgono la gestione delle risorse e degli spazi pubblici e le possibilità per i cittadini di interloquire attivamente sulle decisioni adottate dalle istituzioni. Tra tali questioni mi sembra opportuno evidenziarne due.

La prima riguarda il modello di gestione dell’ordine pubblico invalso in questa città ma, più in generale, nel paese. Un modello che tollera con fatica la protesta sociale, che continua a non comprendere che in un sistema democratico la protezione della sicurezza e dell’ordine pubblico va conciliata con il rispetto delle libertà e dei diritti individuali e di partecipazione politica dei cittadini. Si tratta di diritti che costituiscono l’essenza stessa del sistema democratico e un criterio di assoluto rilievo per la valutazione di quello che viene definito il protest policing, cioè il controllo della protesta da parte delle forze di polizia. A ciò si aggiunge un elemento ulteriore. Ancora di recente la militarizzazione del territorio e le pratiche muscolari di contenimento delle manifestazioni sono state sostenute da narrazioni farlocche per legittimare l’uso della forza. Si pensi al caso dell’Asilo occupato di via Alessandria, dove la decisione di sgombero si è fondata su un teorema giudiziario (immediatamente smentito, peraltro, dal tribunale del riesame torinese, prima, e dalla cassazione, poi) secondo cui la casa occupata era stata adibita a covo di una presunta associazione sovversiva ed è stata accompagnata da un’incessante campagna comunicativa (che ha preso avvio dalle conferenze stampa dell’allora questore) volta a enfatizzare la pericolosità degli occupanti. Nell’impossibilità di adottare nel caso di Comala modalità analoghe, ecco spuntare il refrain delle restrizioni dovute al Covid, la foglia di fico che serve a legittimare il controllo di qualsiasi iniziativa collettiva legata alle lotte o all’insubordinazione sociale e che ripropone una volta di più il tema di come, dietro lo schermo della pandemia, si sia attuato uno straordinario esperimento di disciplinamento e di neutralizzazione delle forme di protesta, che ha reso manifeste e amplificato tendenze già in atto da tempo.

La seconda costituisce, invece, una conferma della sempre più evidente centralità del territorio, e delle problematiche ad esso connesse, nell’ambito del conflitto sociale, sia che si parli della lunga resistenza No Tav conto il progetto di costruzione della linea ad alta velocità ferroviaria e della conseguente devastazione della Val di Susa, sia che si guardi ai più recenti episodi di protesta cittadina (dallo sgombero dell’Asilo, di cui si è detto, con le successive iniziative di lotta, alla difesa degli spazi occupati e dei centri sociali, perennemente sotto attacco da parte della polizia e delle amministrazioni pubbliche, dalla lunga stagione di lotta contro gli sfratti metropolitani, condotta da più aree politiche cittadine, alle mobilitazioni contro i progetti di gentrificazione dei quartieri ecc.). La vicenda sin qui descritta rimanda, seppur in forme particolari, all’uso civico dei beni comuni, in questo caso aree verdi, ma anche spazi di socialità pubblici, costruiti su aree vuote o abbandonate che vengono progressivamente trasformate in luoghi densi di relazioni e di iniziative, in esperienze di cooperazione sociale e autoproduzione culturale, che invece rischiano di venire affossati da processi decisionali autoreferenziali e coattivamente adottati. Si tratta di una storia simbolica, esemplificativa delle politiche di governo urbano, da tempo progressivamente orientate all’obiettivo di creare condizioni favorevoli per attrarre profitti, che si intreccia, a Torino, con la questione del dover far cassa dopo l’ingente indebitamento del Comune causato dalle Olimpiadi invernali del 2006.

È ormai amplissima la letteratura che descrive le città come luoghi completamente sottomessi alle logiche di valorizzazione neoliberiste. Le metropoli appaiono sempre più modulate su quella “città generica” di cui ha scritto l’antropologo francese Michel Agier, generica perché omogeneamente distribuita in tutti i continenti secondo un «modello (che) riproduce su tutta la superficie del globo le stesse forme privilegiate di circolazione, di comunicazione e di consumo». Le iniziative del comitato contro Esselunga sono un tentativo di rimettere al centro del confronto politico i bisogni sociali e collettivi dei cittadini, il valore d’uso degli spazi metropolitani contro le scelte speculative imposte autoritariamente. Ha scritto David Harvey nel suo libro sulle Città ribelli: «La questione di che tipo di città vogliamo non può essere disgiunta dalla questione di che tipo di persone vogliamo essere, che tipo di relazioni sociali cerchiamo, che rapporti abbiamo con la natura, che stile di vita desideriamo o che valori estetici abbiamo». Il pensiero corre allora a quel “diritto alla città”, teorizzato molti anni fa da Henri Lefebvre come accesso collettivo alle risorse delle città e come pratica concreta per cercare di reinventare i tempi e gli spazi di vita, in sintonia con i bisogni delle persone che nelle aree urbane abitano, lavorano, si incontrano, tessono relazioni.

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Abbiamo intervistato Francesco Festa che ha curato insieme ad Antonio Bove il lavoro di ricerca sulla storia, sui protagonisti e sulle forme dell’Autonomia meridionale, oggi esce il primo volume dei tre edito da Derive e Approdi.

È un lavoro a cui abbiamo dedicato gli ultimi due anni ma è pensato già dagli inizi degli anni 2000 quando militavamo a Officina99 e riflettevamo su che cosa fosse l’autonomia che ci era stata trasmessa, sia in termini teorici che pratici, sia nelle lotte ma anche nella traduzione, di generazione in generazione, fino a noi giovani dell’epoca. Ci è stata data l’opportunità da Derive e Approdi di indagare che cosa sia stata l’Autonomia meridionale nelle sue diverse accezioni: in questo primo volume parliamo di autonomia operaia meridionale perché ci concentriamo su Napoli, il secondo sarà sulla Campania e il terzo sul Mezzogiorno, dunque Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Ho distinto autonomia operaia meridionale da altri tipi di accezione, perché ad esempio in Calabria si chiamava Autonomia proletaria, oppure Autonomia meridionale, e questo è legato alla composizione di classe e ai rapporti sociali di produzione. Se l’Autonomia operaia così come l’abbiamo conosciuta, letta e ci è stata trasmessa dai più vecchi, ha vissuto al di fuori delle fabbriche così come a Mirafiori, Milano, Marghera, nel Mezzogiorno non è stato così, proprio perché gli insediamenti industriali non sono stati così forti, quindi c’è stato un altro tipo di traduzione dell’Autonomia all’interno di ciò che è stato poi definito, a metà degli anni 70, l’operaio sociale. Quindi, in particolare a Napoli, il proletario e il sottoproletario urbano metropolitano, quello che si arrabbattava tramite i mille lavoretti, così come veniva icasticamente raffigurato dalla letteratura borghese, era a tutti gli effetti un produttore di valore, di merci ed era inserito nei cicli produttivi della metropoli. L’Autonomia all’interno di uno spazio metropolitano come Napoli è stata soprattutto questo tipo di composizione di classe, vi inseriamo l’autorganizzazione dei contrabbandieri, l’autorganizzazione dei disoccupati, così come è stata l’organizzazione all’interno di piccoli e grandi nuclei industriali dove erano presenti compagni e compagne afferenti a organizzazioni autonome, come Bagnoli dove c’era l’Ital Sider o a Pomigliano con l’Alfa Sud che erano grosse fabbriche, c’era questo tipo di composizione oltre a una composizione di classe afferibile a quello che è stato chiamato l’operaio sociale. Se avessimo voluto parlare dell’Autonomia operaia organizzata avremmo dovuto restringere il campo a pochi nuclei organizzati all’interno del Mezzogiorno, a Napoli, qualcosa in Sicilia e in Puglia. Il tutto si sarebbe risolto così, invece il metodo di lavoro da cui siamo partiti è stata una considerazione di Lanfranco Caminiti fatta in un pezzo sull’Autonomia meridionale, nell’Orda D’oro, diceva che gli autonomi nel Mezzogiorno esistono ed esistevano al di là dell’Autonomia, quindi siamo andati alla ricerca di un filo rosso che indagasse su questo tipo di condotte, di forma mentis, di comportamenti, quindi se l’Autonomia operaia che abbiamo conosciuto è quella del rifiuto del lavoro, del rifiuto dell’egemonia culturale borghese legata all’idea del lavoro, nel Mezzogiorno non è stata solo la liberazione dal lavoro ma è stata anche la liberazione da alcuni gioghi legati al familismo, alla condizione femminile, alla presenza del blocco storico della DC, nell’entroterra soprattutto, in regioni come Basilicata, Calabria, il giogo forte del connubio politico-criminale tra la politica e le organizzazioni malavitose, è questo il filorosso, il rifiuto dell’egemonia capitalistica nel Mezzogiorno.

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Quali specificità possiamo individuare nell’Autonomia meridionale, oltre alla composizione?  Quali eventi salienti ne hanno determinato il percorso? E dato questo sguardo particolare nel ritracciare questa storia, quali sono state le fonti da voi utilizzate?  

Partiamo dalle fonti. Per il primo volume sono state un po’ di letteratura e di storiografia delle lotte sociali e politiche a Napoli e nel Mezzogiorno, sia di parte, quindi scritte dalle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, sia accademiche classiche. Poi, il materiale autoprodotto dalle realtà della sinistra rivoluzionaria e infine le fonti orali. Quella principale sono state le fonti orali, infatti in questi tre volumi la cosa importante e indispensabile è che si è parlato di quella che viene chiamata storia minore, la storia normalmente è quella che viene fatta dai grossi nomi secondo una metodologia storicista per cui la storia viene fatta dai condottieri, dai vincitori, mentre noi abbiamo dato voce a storie dal basso, a compagni e compagne che ancora oggi stanno sulle barricate e la loro militanza è nata negli anni 70, compagni e compagne che non avrebbero avuto parola e le storie stesse sarebbero cadute nell’oblio. Quella per esempio di Casimiro Longaretti di Nova Siri, uno degli organizzatori dei due campeggi di lotta antinucleari del 78 e del 79, fatti vicino alla trisaia di Rotondella, il centro di stoccaggio del nucleare, sono momenti importanti all’interno della stagione di lotte antinucleari e ambientaliste, in seguito è nato il coordinamento anti anti conosciuto negli anni 80 e che ha fatto vivere l’Autonomia al di là della repressione e dei compagni in carcere. Casimiro si è politicizzato in quei giorni là, non era inizialmente un militante dell’organizzazione. Abbiamo parlato poi di Basilicata, in particolare di una città come Potenza, solitamente sonnacchiosa, per anni governata dalla DC e ora dalla Lega, dove fra gli anni 70 e 80 vennero occupate 20mila case. Queste storie se non le avessimo raccolte in questi volumi sarebbero cadute nell’oblio. Quindi ecco la cosa straordinaria, abbiamo fatto parlare prima dell’Autonomia gli autonomi. Nel libro sulla Calabria si parla anche delle rivolte di Reggio, da un punto di vista di termini temporali siamo partiti dal 69, poi abbiamo approfondito le rivolte di Reggio che solitamente si pensano attraversate dai fascisti, ma quella rivolta, durata un intero anno, non era solo questo. Inizialmente era sembrata una lotta provinciale, quasi corporativa, di una città che si ribellava contro una disposizione governativa che prevedeva di spostare il capoluogo di regione a Catanzaro, si è ricostruita anche la storia dell’antimafia ad Africo dove Palamara, che si è poi dovuto trasferire a Roma con tutta la famiglia nei primi anni 70, non fece antimafia pacifica ma impugnò le armi dinanzi ai soprusi, davanti alle prime forme di ‘ndrine, che si andavano organizzandosi, e in quell’occasione fu fatta anche una manifestazione nazionale di sostegno. In Sicilia invece si darà voce a un compagno di Peppino Impastato, un compagno all’interno di radio Aut, poi eletto in Democrazia Proletaria con Peppino, che parla non solo di quello che si conosce ma anche dei rapporti di forza, qual’era la vita svolta all’interno dei paesini della Sicilia. Tutto questo, a nostro parere, si inquadra nei tentativi di dare una forma di organizzazione all’autonomia al sud. Ci furono anche due assemblee forti, una a Cosenza e una a Palermo dell’Autonomia meridionale, l’organizzazione è stata quella di Lanfranco Caminiti e Fiora Pirri, che non furono solo un tentativo di dare una breve vita a una forma di organizzazione, ma una spinta in temini di gesti esemplari, di forme. Dopo il 7 aprile, tra gli arresti e le perquisizioni, venne perquisita anche l’università di Cosenza con i militari di Dalla Chiesa che la misero a soqquadro, anche questo viene raccontato nella trilogia.

Quali spunti possiamo trarre da questi volumi per l’oggi, sia sul piano dell’agire che sull’analisi di fase?

Sono libri di storia, di memoria, uno degli spunti è quello di stare all’interno di composizioni spurie così come quelle che ha vissuto Napoli e il Mezzogiorno. C’è un pezzo di Alfonso Natella, il protagonista di Vogliamo Tutto che parla anche di Torino e ricostruisce la vita a Torino e la sua esperienza, poi c’è un pezzo teorico Dimenticare il Sud, uno di Francesco Caruso su il Sud Ribelle, uno di Giso Amendola su Sviluppo e Sottosviluppo, una conversazione tra Claudio Dionesalvi e Franco Piperno e poi Lanfranco Caminiti. Tre quarti del volume riguarda il pezzo su Napoli che si chiama, in dialetto O Gliommero, “Il groviglio”, ossia il fertile groviglio dell’Autonomia napoletana, perchè si tratta di un miscuglio, di una composizione sociale spuria. Non avremo mai a che fare con composizioni che sulla carta sono quelle per cui i rapporti di produzione riescono ad avere un determinato intervento e poi politicizzandosi diventare classe per sé, ma l’importante è stare dentro quel tipo di composizione, con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze, cercando di forzare degli elementi autonomi e di autorganizzazione, questo è l’insegnamento. L’Autonomia oltre ad essere una categoria storica è anche una categoria personale ed è da questo che siamo partiti, da un punto di vista di indagine su quali potessero essere i frammenti di Autonomia non nei centri metropolitani ma nell’entroterra, cosa ben diversa. L’insegnamento è questo, da una parte la composizione di classe è sempre spuria e in secondo luogo bisogna lavorare come una talpa, anche nei periodi di reflusso, di pacificazione, di repressione come potrebbero sembrare questi, in cui tutti sono allineati in un quadro recostituito, ma ci sono dei fermenti su cui lavorare, soprattutto in composizioni spurie, ad esempio a Napoli, ci sono esperienze di sindacalizzazione dal basso che sono molto interessanti, che potrebbero somigliare alle lotte di quelli che negli anni 70 facevano i mille lavoretti o dei disoccupati organizzati, la rivendicazione era il lavoro ma un lavoro che non era caratterizzato da un’idea lavorista, perchè se la pensiamo in questi termini è ovvio che quella non è una lotta riconducibile all’Autonomia operaia, non era rifiuto del lavoro ma era lotta per il lavoro nei termini di lotta per il salario, per il reddito, non di delega o di chiedere elemosina alla DC o a qualche padroncino, al galantuomo come diceva Verga. Si parlerà anche della Pantera, i volumi arrivano infatti al 93 – 94, fino al scioglimento di anti anti, negli anni 80 i compagni non sono stati con le braccia conserte, ci sono stati campeggi di lotta, le lotte antinucleari, le lotte del coordinamento, quello è stato un lavorio che poi ha portato a fenomeni che all’occasione sono esplosi. Concludiamo cosi la prefazione: “L’Autonomia esiste anche senza autonomi - scriveva Lanfranco Caminiti - sta a noi incontrarla, proprio come all’inizio degli anni 60 i primi operai fecero al cospetto del migrante meridionale e della rude razza pagana, potendo affermare, davanti alle rivolte di Piazza Statuto, non ce l’aspettavamo ma le abbiamo organizzate.” Se si ha questa tensione ci sono buone speranze.

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