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Articoli filtrati per data: Monday, 17 Gennaio 2022

Assume sempre più caratteristiche globali lo sciopero più o meno informale che studenti e personale scolastico stanno mettendo in atto di fronte alla ripresa della scuola senza norme di sicurezza in piena quarta ondata.

Secondo quanto riporta It's going down anche negli Stati Uniti è sempre più diffuso un movimento che chiede l'implementazione delle misure di salute pubblica a scuola, o il ritorno in DAD, e che rifiuta la normalizzazione della malattia: "Solo nel distretto scolastico di Los Angeles,"Circa 65.000 studenti e membri del personale sono risultati positivi al COVID-19, secondo i test obbligatori condotti dal distretto durante la pausa invernale". Il drastico picco dei casi di COVID è stato anche accoppiato con la crescente carenza di personale medico, che ha ostacolato la capacità di molte persone di sottoporsi a test e ricevere cure mediche."

Anche in questo caso si evidenzia come l'insistenza sulla riapertura in presenza delle scuole sia dovuta alla pressione, da parte di entrambi i partiti istituzionali,  nella speranza che con i bambini nelle scuole, anche i genitori tornino al lavoro; riapertura delle catene di approvvigionamento e aumento della produzione.

Ma il conflitto tra vita e profitto si fa sempre più esplicito e "decine di migliaia di studenti in tutti gli Stati Uniti si stanno mobilitando e respingendo: organizzando scioperi per uscire, abbandonando le lezioni o semplicemente non presentandosi affatto a scuola. In molte scuole, gli studenti chiedono un ritorno all'istruzione online e l'accesso gratuito ai kit di test rapidi. Anche i lavoratori, sia nelle scuole che nel settore privato, si sono organizzati per agire: lasciare il lavoro, formare picchetti, indire scioperi per malati e organizzare manifestazioni, chiedendo migliori condizioni di lavoro e un ritorno all'istruzione online nelle scuole."

La risposta istituzionale a questa ondata di insubordinazione è duplice, da un lato si continua a mantenere le scuole aperte, dall'altro viene fatta qualche concessione, riporta ancora It's going down:

"Quando gli insegnanti di Chicago hanno scioperato la scorsa settimana per protestare contro le protezioni di sicurezza COVID-19 nel terzo distretto scolastico più grande della nazione, i funzionari del Partito Democratico sono entrati in azione.

Il governatore dell'Illinois J.B. Pritzker ha spinto per una rapida fine dell'azione lavorativa e ha contribuito a garantire test rapidi per invogliare gli insegnanti a tornare al lavoro. Il sindaco di Chicago Lori Lightfoot ha detto che gli scioperanti "hanno abbandonato i loro posti" in "uno sciopero illegale" e l'addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha sottolineato che gli studenti dovrebbero essere a scuola. Lo stallo si è concluso con un accordo provvisorio lunedì scorso.

"Ho visto il fallimento del mio partito accadere in tempo reale", ha detto Keri Rodrigues, presidente della National Parents Union e membro del comitato del Partito Democratico del Massachusetts, "ed è devastante perché sfortunatamente sento che i democratici in questo paese non sono in conversazione con genitori, famiglie e comunità, e ci hanno completamente ignorato per ascoltare solo le priorità dei sindacati".

Com'era prevedibile, anche l'estrema destra e settori della stampa si sono uniti all'attacco: sperando di soffocare qualsiasi risposta organica della classe operaia di base alla pandemia. Dagli amministratori scolastici che minacciano gli studenti con punizioni per mettere le scuole in isolamento, al sindaco di Chicago che definisce le recenti azioni di lavoro degli insegnanti uno "sciopero selvaggio illegale", coloro che sono al potere sperano di isolare e soffocare queste azioni prima che si diffondano.

Ma in molti modi, sembra che siano già troppo tardi. “We save us”, uno slogan popolare tra coloro che scioperano che riecheggia “We keep us safe”, dalla ribellione di George Floyd, parla della realtà fondamentale che entrambe le parti, la classe dominante e l'intero sistema economico capitalista non hanno a cuore i nostri migliori interessi. Non possiamo aspettare che chi è al potere agisca nel nostro interesse, dobbiamo organizzarci e lottare per salvare noi stessi, le nostre famiglie e le nostre comunità dalla morte e dall'infezione di massa, perché nessuno viene a salvarci.

Il movimento si sta diffondendo a macchia d'olio in molte città degli USA: oltre a Chicago vi sono state iniziative a Seattle, in diverse località della California, in Texas, a Boston, a Portland e nello stato di New York. Qui l'elenco completo di It's going down.

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Secondo la Cnn gli Usa avrebbero informazioni secondo cui la Russia ha posizionato un gruppo di operativi per condurre un’operazione sotto falsa bandiera nell’Ucraina orientale e creare un pretesto per un’invasione. Gli operativi, secondo queste fonti, sono addestrati nella guerriglia urbana e nell’uso di esplosivi per compiere atti di sabotaggio contro le stesse forze sostenute dalla Russia. Anche Kiev dice la sua: secondo l’intelligence militare ucraina infatti i servizi speciali di Mosca stanno preparando “provocazioni” contro i militari russi situati nella regione separatista della Transnistria in Moldova per poter poi accusare l’Ucraina. Kiev inoltre sostiene di avere “indizi preliminari” che indicano il possibile coinvolgimento dei servizi segreti russi nell’attacco hacker avvenuto ieri contro molti dei suoi ministeri.

La risposta al cyberattacco è stata immediata. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, esprimendo condanna, ha annunciato che nei prossimi giorni “l’Alleanza atlantica e l’Ucraina firmeranno un accordo su una maggiore cooperazione informatica, compreso l’accesso di Kiev alla piattaforma di condivisione della Nato delle informazioni sui malware”. Non solo. Gli esperti cibernetici alleati stanno già “sostenendo le autorità ucraine sul campo”.

La reazione di Mosca alle accuse americane e ucraine non si è fatta attendere e il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito le dichiarazioni degli Stati Uniti “infondate“. Al momento oltre 100.000 soldati russi sono attualmente schierati a breve distanza dal confine ucraino.

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno avuto contatti con alcune società energetiche internazionali per piani di emergenza sulla fornitura di gas naturale all’Europa nel caso in cui un conflitto fra Russia e Ucraina dovesse creare difficoltà e problemi alla forniture russe. Lo riporta la Reuters sul proprio sito.

Mario Pietri, compagno bresciano esperto di Russia e nostro collaboratore Ascolta o scarica

Raffaele Crocco, direttore responsabile di atlantedelleguerre.it e dell’Associazione 46esimo parallelo 

Da Radio Onda d'Urto

 

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In questi mesi, su queste pagine, abbiamo descritto il “green deal” europeo in termini di un salto di qualità dell’aggressione del profitto contro i territori,  sotto le forme dell’estrazione mineraria, dell’espandersi dell’agroindustria, della proliferazione di infrastrutture e di grandi opere devastanti, e di scelte energetiche che – senza mai abbandonare il fossile – producono distruzione e saccheggio anche attraverso la gestione capitalistica delle energie rinnovabili.

 

di Giorgio Ferrari da Ecor Network

 

Ma il 2022 ci porta in dono anche un green deal europeo radioattivo e climalterante.  
Con la benedizione di ieri di Ursula Von der Leyen il nucleare e il gas naturale procedono infatti a grandi passi verso l’inserimento nella tassonomia UE delle tecnologie sostenibili dal punto di vista ambientale.
È il secondo atto in questo senso dalla notte di San Silvestro, quando fra botti e libagioni la Commissione Europea ha inviato agli stati membri la bozza del regolamento sulla tassonomia che definisce il nucleare e il gas  “come mezzi per facilitare la transizione verso un futuro prevalentemente basato sulle energie rinnovabili”.
Una stesura funzionale a convogliare sull’atomo e sul metano fiumi di denaro pubblico e privato, dato che la tassonomia UE è uno strumento guida per orientare gli investitori e costruire i pacchetti della finanza green.
Mancano, in questo processo, ancora alcuni passaggi: un atto legislativo da sottoporre al Parlamento ed al Consiglio Europeo per l’eventuale opposizione.
I quali, non dubitiamo, approveranno, dato il peso degli interessi in merito. Pochi mesi avranno a disposizione, dunque, i movimenti europei per contrastare queste scelte devastanti e pericolose per il clima, gli ecosistemi e le popolazioni del continente e dei territori di estrazione.

Se sul gas naturale, sulle sue caratteristiche altamente climalteranti, sul carattere distruttivo delle sue infrastrutture, si sono sviluppati negli ultimi anni in questo paese dibattito e lotta, sul nucleare abbiamo probabilmente bisogno di rifare il punto, e di riannodare i fili con la storia dei movimenti che dagli anni ’80 del secolo scorso hanno sbarrato il passo allo sviluppo delle centrali.
Apriamo questo capitolo proponendo in due puntate un saggio di Giorgio Ferrari che descrive “lo stato” dell’arte, tratto dal blog “La bottega del Barbieri".

Un'analisi approfondita e puntale che prefigura gli scenari di possibile espansione del nucleare a livello mondiale ed europeo e il suo utilizzo a servizio di numerosi settori (dalla logistica militare e civile alle società di estrazione delle criptovalute e data centers), tracciando una mappa delle tecnologie applicate o in avanzato stato di sperimentazione.
L'articolo introduce numerosi elementi di attenzione, come per esempio la possibilità di proliferazione di microreattori ad uso civile e militare, con una conseguente diffusione e distribuzione molto più capillare del rischio sui territori.
In tema di "green deal" europeo, scopriamo inoltre che per rientrare nella tassonomia UE, gli impianti dovranno usare combustibile nucleare "resistente agli incidenti” composto da uranio sensibilmente più arricchito, le cui scorie future saranno ancora più difficilmente gestibili. Dulcis in fundo, le attività inseribili nella tassonomia riguardano anche quelle finalizzate ad estendere la vita utile delle centrali esistenti, dando maggior futuro ad impianti ormai decotti.

Uno scenario dunque a tutta fissione, molto diverso da quello vagheggiato da retoriche nucleariste sullo sviluppo (quantomai improbabile) di tecnologie a fusione nucleare "sicura e pulita", tornate ultimamente di gran moda. Sviluppo che per ora si risolve nel finanziamento pubblico senza fondo di sperimentazioni energivore e costosissime di processi ad alto grado di instabilità, ma che raccoglie sorprendentemente l'attenzione anche di parte dei movimenti per il clima, come sintomo di un preoccupante calo generalizzato del senso critico.
Anche per questo, l'articolo di Ferrari torna utile per ritornare con i piedi per terra.

Negli annali dell’energia nucleare la storia della Tennessee Valley Authority (TVA) (1), figlia illustre del New Deal Rooseveltiano, occupa sicuramente un posto di rilievo, non solo perché questa società è tutt’ora il più grande produttore pubblico di energia elettrica degli Usa, ma perché proprio nel settore nucleare vanta due indiscussi primati: il primo riguarda la centrale nucleare di Browns Ferry, presso la città di Atene (Alabama), che quando entrò in servizio, nel 1974, era la centrale più grande del mondo; il secondo, più recente, riguarda il terzo impianto nucleare della TVA, Watts Bar 2, che oltre ad essere la prima centrale nucleare Usa ad entrare in servizio in questo secolo (2016), vanta il non invidiabile primato dei tempi di realizzazione: ben 43 anni, dato che i lavori di costruzione iniziarono nel settembre del 1973.
Insieme a questo va ricordato anche il caso del quarto grande impianto nucleare della TVA, quello di Bellefonte costituito da due reattori ad acqua in pressione di progettazione Babcock & Wilcox di 1235 Mw ciascuno, iniziato nel 1975 e poi abbandonato nel 1988 dopo che la TVA aveva speso oltre 4 miliardi di dollari.

I numerosi stop and go che hanno caratterizzato la storia di questi due impianti, a volerli conoscere nei dettagli, fornirebbero tante di quelle controindicazioni tecniche, realizzative, procedurali ed economiche (senza contare quindi, gli aspetti relativi alla sicurezza e alla gestione dei rifiuti nucleari) da indurre qualsiasi imprenditore e/o finanziatore, anche il più temerario, ad abbandonare l’idea di investire soldi nell’energia nucleare.
E nemmeno si può dire che questi sopra descritti rappresentino i soli casi, per quanto esemplari, di insuccesso di questa tecnologia dato che insieme ai disastri di Tree Mile Island (1979), Chernobyl (1986) e Fukushima (2011), non vanno dimenticati altri significativi esempi come:
– il fallimento dei reattori veloci come l’Enrico Fermi negli Usa, il Superphoenix francese e quello giapponese di Monju;
– il fallimento della filiera di reattori al Thorio, anch’essa sviluppata negli Usa, poi abbandonata da tutti salvo che dall’India la quale però, da oltre quaranta anni, continua a finanziarla senza un prevedibile sbocco;
– la posticipazione continua, con una spesa ormai incalcolabile cumulata da 50 anni a questa parte, di progetti più o meno futuribili che vanno dalla fusione nucleare ai reattori di cosiddetta nuova generazione.

Nonostante questo impresentabile pedigree e malgrado l’impopolarità accumulata negli anni, l’energia nucleare si ripresenta sulla scena internazionale con rinnovata vitalità e con inaspettate probabilità di successo che vanno attentamente vagliate.

Stato e tendenze dei programmi nucleari nel mondo

Il nucleare che verrà9

Fare una valutazione dello sviluppo degli impianti nucleari nel mondo è un esercizio problematico per diversi motivi dovendo tener conto degli impianti in esercizio; di quelli in costruzione; di quelli pianificati e di quelli proposti che, salvo il caso di quelli in esercizio, presentano criteri di classificazione alquanto elastici come nel caso degli impianti pianificati e proposti, riferibili ad accordi o intese che non di rado restano solo sulla carta o vengono ridimensionati (2). 
Inoltre, tenuto conto che i tempi di costruzione medi di una centrale nucleare non sono inferiori agli 8 anni, ha poco significato confrontare questi dati complessivi da un anno all’altro, per cui è preferibile prendere a riferimento un arco di tempo di almeno dieci anni. In queste brevi note vengono considerati i dati esposti dalla World Nuclear Asocciation (WNA), non perché siano più attendibili di altri, ma perché provengono da una fonte non sospetta di ostilità verso il nucleare, così da non correre il rischio di sottostimare l’andamento complessivo.

Un rapido confronto tra i dati WNA del dicembre 2011 e quello dell’ottobre 2021, non mostra cambiamenti significativi; anzi, a fronte di un aumento dei reattori in esercizio pari ad 8 unità nel 2021, tutte le altre casistiche risultano in diminuzione con un marcato calo dei reattori pianificati che da 156 del 2011 passano a 101 nel 2021.
Nello stesso arco di tempo i paesi interessati a costruire impianti nucleari diminuiscono da 48 a 42 facendo registrare le defezioni di Cile, Italia, Indonesia, Israele, Malesia, Korea del nord, Vietnam, con la sola nuova presenza dello Uzbekistan.

Un quadro tutto sommato stabile, semmai con qualche accenno di flessione che però, al suo interno, mostra delle polarizzazioni e alcune significative novità che saranno utili per interpretare le linee di tendenza dello sviluppo nucleare.
Da un punto di vista geo-politico risulta evidente il ruolo trainante di alcuni paesi asiatici (Cina, Korea, India) oltre a Russia e Pakistan che nel periodo considerato hanno messo in servizio complessivamente 50 nuovi impianti e ne mostrano altri 308 tra pianificati e proposti.
Altrettanto evidente è la novità rappresentata dai paesi dell’area medio orientale (Emirati arabi, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia) a cui sono attribuiti 30 nuovi impianti tra pianificati e proposti oltre ai 2 già in funzione negli Emirati arabi.
Per quanto riguarda il continente europeo (Russia esclusa) i dati della WNA non risultano del tutto aggiornati in quanto non tengono conto delle ultimissime dichiarazioni di intenti dei governi di alcuni paesi europei che stimano di voler costruire:

■– Francia: 6 EPR(modello di punta della tecnologia francese) + 10 reattori SMR;

■– Inghilterra: 4 EPR + 16 reattori da 460 Mw;

■– Polonia: 6 EPR oltre ad un numero imprecisato di SMR del tipo BWRX300 della Gen. Electric;

■– Romania: 2 reattori CANDU (reattore ad acqua pesante di progettazione canadese);

■– 17 nuovi reattori suddivisi tra Lituania, Bulgaria, Ungheria, Ucraina, Bielorussia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia.

Gli Stati Uniti infine, secondo i dati forniti dalla WNA, rappresentano la grande incognita di questa fase dal momento che, apparentemente, non risultano che pochi nuovi reattori in costruzione o pianificati ma, come vedremo, bisogna tener conto di altri fattori che non sono contemplati nelle tabelle della WNA.

In conclusione l’insieme dei reattori che a tutt’oggi risultano pianificati e proposti assomma a circa 440 unità che se sommati a quelli in costruzione e in esercizio darebbero una cifra molto vicina a 1000 che è il numero auspicato dalla WNA nelle sue proiezioni al 2050, numero che però non è del tutto attendibile in quanto occorre considerare che molti di questi reattori pianificati non saranno mai realizzati e che, inoltre, numerosi reattori oggi in funzione saranno chiusi (nel decennio considerato sono stati messi fuori servizio 45 reattori) per raggiunti limiti di età (sempre che non ne venga prolungata la vita utile come, peraltro, è già successo in Francia e negli Usa).
Quali sono dunque le chances di una ripresa effettiva del nucleare e su quali basi poggiano? Per tentare di comprenderlo occorre tener conto di diversi fattori che, oltre ad esaminare le annunciate novità del nucleare da un punto di vista tecnologico, lo pongano in relazione all’attuale contesto socio-politico ed in particolare alle scelte di politica energetica e industriale che rappresentano i punti fondamentali dell’agenda politica internazionale.
Tra queste strategie occupa sicuramente un posto di rilievo l’ormai prossima decisione della Commissione Europea di inserire il nucleare (ma anche il gas naturale) fra le “attività transitorie” riconosciute nella tassonomia dell’Unione Europea come attività che contribuiscono alla mitigazione degli effetti dovuti ai cambiamenti climatici e che, quindi, possono essere finanziabili subordinatamente al rispetto di specifici requisiti prescritti dal regolamento di applicazione della UE.

Il nucleare che verrà7

Nuove soluzioni per una vecchia tecnologia

1 Combustibile ATF ( Accident Tolerant Fuel)

La tecnologia nucleare è considerata una tecnologia di “punta” perché riassume in sé, più di ogni altra, diverse discipline scientifiche che solo se prese tutte insieme consentono di ottenere il risultato sperato, grazie ad applicazioni tecnologiche estremamente sofisticate. Questa complessità, per certi versi “affascinante”, costituisce il limite stesso di questa tecnologia in quanto è proprio la concorrenza di fenomeni chimici, fisici e nucleari a complicare l’equilibrio di tutte le grandezze in gioco. Nonostante l’industria nucleare si sia sforzata, nel tempo, di rendere più sicure le centrali nucleari, quando quell’equilibrio si è rotto in modo traumatico, i rimedi adottati hanno finito sempre per complicare ancor più le cose e l’esempio più recente è venuto proprio a seguito dell’incidente di Fukushima.

Dopo questo incidente l’industria nucleare ha fatto uno sforzo enorme per trovare una soluzione all’insormontabile problema della rottura del combustibile nucleare (a Fukushima c’è stata la fusione di tre noccioli ) e mettendo insieme i maggiori centri di ricerca del mondo è arrivata a realizzare un combustibile denominato ATF (accident tolerant fuel) , cioè “combustibile resistente agli incidenti”.

Da quanto è dato capire dalla letteratura scientifica fin qui prodotta, l’integrità del combustibile verrebbe in qualche modo “garantita” per 100 ore dall’inizio dell’incidente grave, il che significa un periodo di tempo pari a 5 giorni corrispondente al tempo necessario al calore di decadimento di ridursi a meno del 1% , cioè ad un livello gestibile con normali sistemi di raffreddamento. Si tratterebbe di una svolta decisiva nella progettazione e nel funzionamento dei reattori con positive ripercussioni sulla sicurezza ultima, ma anche sui costi di costruzione dato che i complessi e costosi sistemi di contenimento delle radiazioni verrebbero ridimensionati. La cosa è talmente rilevante che la Commissione europea ha incluso l’ATF tra i requisiti tecnici che le nuove e vecchie centrali nucleari devono dimostrare di possedere per essere inserite nella tassonomia della UE.

Come giudicare questa conclamata “resistenza agli incidenti” del nuovo combustibile nucleare, in attesa dei risultati dei test che forniranno i primi due elementi di combustibile ATF caricati il 3 novembre scorso nel reattore nucleare di Calvert Cliff (Stati Uniti)?
In primo luogo va sottolineato che le prove di laboratorio fin qui effettuate, sono indicative e si limitano a testare solo le caratteristiche meccaniche, in quanto le condizioni reali presenti in un nocciolo comportano stress di gran lunga più complessi (reazioni chimiche, reazioni dovute all’irraggiamento neutronico e, per quanto riguarda il caso di perdita del refrigerante, shock termici estremi) e che non tengono conto -se non in modo simulato – degli effetti del tempo, ovvero di quanto deperiscono le caratteristiche di progetto del combustibile fresco durante il periodo in cui è impiegato nel reattore.

Altra osservazione da fare è che le diverse soluzioni ipotizzate per irrobustire le guaine e le pastiglie di uranio comportano l’impiego di materiali che modificano sfavorevolmente l’equilibrio neutronico del nocciolo essendo questi (cromo, acciaio, molibdeno per le guaine e silicati per le pastiglie) maggiori assorbitori di neutroni rispetto allo zirconio e all’ossigeno. Ne consegue un aumento sensibile dell’arricchimento dell’uranio necessario per ottenere le stesse prestazioni in potenza. Vero è che aumentando l’arricchimento (3) il combustibile può fornire un maggiore burnup (4) e quindi si possono allungare i tempi fra una ricarica e l’altra del nocciolo (maggiore producibilità elettrica), ma come controindicazione si ha un maggiore flusso neutronico e quindi un coefficiente di reattività più elevato (con problemi di stabilità del nocciolo) e un maggiore irraggiamento dei materiali strutturali presenti nel nocciolo.

Infine un arricchimento maggiore incide notevolmente sul costo generale del Kwh e comporta che a fine vita il combustibile abbia un contenuto radiologico molto più elevato anche perché l’acciaio delle guaine, per quanto puro, contiene cobalto che sotto irraggiamento produce Co 60 un isotopo estremamente radioattivo: dunque l’ATF a fine vita, cioè quando diventa scarto da riprocessare, ha un contenuto radiologico sensibilmente superiore agli attuali combustibili con evidenti ripercussioni sulla gestione dei rifiuti, sia in termini economici che di sicurezza.
Ecco dunque che uno sforzo indirizzato ad aumentare la sicurezza di un reattore durante il funzionamento, si traduce in una serie di complicazioni ulteriori per quanto riguarda i processi di fabbricazione del combustibile e i relativi costi, ma anche complicazioni nel funzionamento del reattore e nella gestione del combustibile esaurito.

2 Combustibile HALEU (High assay low enrichment uranium)

Molti dei reattori avanzati che sono in fase di studio, cosiddetti di nuova generazione, sono concepiti per fornire una maggiore potenza per unità di volume. Ciò comporta un grado di arricchimento maggiore del combustibile nucleare compreso tra il 5% e il 20%, valore limite oltre il quale il combustibile nucleare è classificato “weapon grade”, cioè di grado corrispondente o assimilabile agli armamenti nucleari. I reattori di potenza funzionanti nel mondo (vale a dire quelli presenti nelle centrali elettronucleari) hanno un arricchimento medio non superiore al 5% e sono classificati come LEU (Low enrichment uranium, basso arricchimento di uranio); di conseguenza per aumentare il contenuto in U235 di cui abbisognano i reattori di nuova generazione, occorrerebbe far funzionare per più tempo e soprattutto con una maggiore spesa gli impianti di arricchimento fino a raggiungere il grado richiesto che, come si è detto, è compreso tra il 5% e il 20%.
Tecnicamente questo non rappresenta un problema considerato che, ormai, la tecnologia dell’ arricchimento (le famose “centrifughe”) è piuttosto diffusa e consolidata; lo è però dal punto di vista dell’economia generale del ciclo del combustibile nella misura in cui questi nuovi reattori, quando realizzati, saranno dei reattori sperimentali dall’esito incerto che, nel caso di fallimento o abbandono del progetto, potrebbe costituire una doppia perdita: economica, perché più alta è la percentuale di uranio arricchito, maggiore è il costo di produzione; strategica, perché verrebbero sottratti ingenti quantitativi di uranio naturale altrimenti destinato ad alimentare le centrali elettronucleari già in funzione. Per minimizzare questo rischio il DoE (Department o Energy degli Usa) ha concepito il programma HALEU che consiste nel recuperare l’uranio altamente arricchito impiegato nei reattori di ricerca e mischiarlo (con opportuni processi chimico-fisici) con uranio debolmente arricchito (LEU) per ottenere il grado di arricchimento richiesto da questi nuovi prototipi di reattori. Ovviamente, nel caso questi reattori prendessero piede per la produzione di energia elettrica avendo superato i test sperimentali ed ottenuto la licenza di esercizio, si renderebbe necessario un quantitativo di uranio arricchito molto più grande, ottenibile solo attraverso l’arricchimento diretto dell’uranio naturale e quindi con un ampliamento notevole degli impianti di arricchimento, cosa gli Stati Uniti stanno realizzando attraverso la Centrus Energy, partecipata dal DoE, nello stabilimento di Oak Ridge (Tennessee).
Ancor più che nel caso precedente (combustibile ATF) il combustibile HALEU, essendo maggiormente arricchito, renderà più problematica e costosa la gestione dei rifiuti radioattivi, oltre agli interrogativi riguardanti la sicurezza dei materiali strutturali sottoposti ad un irraggiamento neutronico decisamente più alto.

Il nucleare che verrà8

3 Applicazione dell’Intelligenza artificiale (AI) ai reattori nucleari.

E’ il progetto più ardito che il DoE sta sviluppando insieme ai maggiori enti di ricerca e società nucleari; quello più avanzato fa capo al MIT di Boston e a GE research e ha per scopo la semplificazione (automazione) delle attività di Esercizio e Manutenzione del reattore BWRX – 300 con un abbattimento dei relativi costi -qualora realizzato – impressionante.
La tecnica su cui si basa questo progetto è quella dei Digital Twins (gemelli digitali) ovvero realizzare una replica virtuale di grandezze fisiche, potenziali ed effettive, equivalenti a oggetti, processi, sistemi e dispositivi. Nel caso specifico si tratta di riprodurre digitalmente tutti o quasi i sistemi e i componenti del BWRX – 300 e simularne il funzionamento in tutte le condizioni di esercizio possibili. Per la manutenzione invece si tratta di predire il malfunzionamento di un componente o di un sistema al fine di ottimizzare le effettive operazioni di intervento: secondo il responsabile del team di ricerca del Oak Ridge National Laboratory “La riduzione delle operazioni e dei costi di manutenzione sono essenziali per aumentare la competitività economica dell’energia nucleare e la tecnologia del gemello digitale fornisce alle centrali nucleari un mezzo per ridurre i costi di O&M consentendo decisioni informate sul rischio in merito alle operazioni dell’impianto, alla riconfigurazione del sistema e alla pianificazione della manutenzione predittiva che ottimizzano i costi senza compromettere la sicurezza.”

Si tenga conto che proprio la GE ha esteso da alcuni anni l’utilizzo dei digital twins ai sistemi eolici risolvendo così anche tutta la fase di manutenzione e controllo post vendita. Quando una turbina eolica viene venduta, viene associata ad un gemello digitale che fornisce i dati relativi alle condizioni di funzionamento dei suoi componenti.
La riproduzione virtuale e dettagliata di un reattore nucleare attraverso la tecnica del gemello digitale impiegata a fini operativi è quanto di più “spinto” si possa concepire per rappresentare le potenzialità dell’industria 4.0 e con essa le magnifiche sorti dell’annunciata quarta rivoluzione industriale, ma introduce anche un elemento di assoluto contrasto nella interazione uomo-macchina per quanto riguarda la gestione sicura dei sistemi, tanto più se complessi.
Con l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale infatti, a chi (o cosa) sarà affidato il processo decisionale per intervenire sul reattore in caso di emergenza, decisione che attualmente spetta esclusivamente agli operatori ? E in relazione a quali condizioni di funzionamento ciò avverrà? Quelle realmente presenti nel reattore, o quelle simulate dal gemello digitale?
Al di là degli interrogativi etico-filosofici posti dal modo in cui sta evolvendo l’interazione uomo-macchina, qui la questione si pone in termini di convenienza economica (riduzione del costo della forza lavoro) secondo una logica utilitaristica che nulla ha a che fare con l’affidabilità e la sicurezza.
E’ previsto infatti che questi reattori funzionino con meno della metà del personale impiegato nei reattori attualmente in funzione.

4 Microreattori

Questa tipologia di reattori rappresenta la punta di diamante del rilancio del nucleare, i cui dettagli tecnologici sono gelosamente custoditi sebbene i relativi progetti siano stati presentati alla NRC (Nuclear regulatory commission) per ottenere la licenza di costruzione ed esercizio. Tecnicamente si presentano come un derivato della filiera PWR (reattori ad acqua in pressione) di origine militare, anche se non impiegano acqua, mentre invece presentano ibridazioni che rimandano ai reattori a gas e alla chimica degli accumulatori di calore. I più avanzati sono il modello “eVinci” della Westinghouse e i prototipi realizzati dall’Argonne national laboratory nell’ambito dei programmi di ricerca del DoE. Si tratta di reattori a fissione che usano combustibile HALEU o comunque uranio arricchito fino al 20%; sono moderati a grafite e raffreddati ad elio in circolazione naturale (senza bisogno di pompe). Nel reattore eVinci l’elio aziona dei motori Stirling che producono elettricità con potenze variabili fino a 5 Mwe, il tutto assemblato all’interno di un cilindro “canned” (scatolato). Negli altri prototipi la generazione elettrica vera e propria è esterna al microreattore che quindi si presenta come un generatore di calore: in pratica il microreattore è costituito da un nocciolo refrigerato ad elio che tramite uno scambiatore intermedio trasferisce calore ad un circuito contenente sali fusi che, una volta accoppiato il microreattore ad un gruppo turbogeneratore, fornirà il calore necessario a produrre vapore da riscaldamento o energia elettrica con potenze massime comprese tra 10 e 20 Mwe.

Le dimensioni di questi modelli sono tali da stare in un normale container da trasporto, sia su strada che per ferrovia, arrivando ad un peso massimo di 40 t per quelli più potenti. Il progetto di questi microreattori (detti anche “nuclear battery”) è ispirato al concetto del “plug-and-play”, cioè si attacca la spina e si mette in funzione come un normale elettrodomestico. Le caratteristiche del eVinci secondo la Westinghouse sono le seguenti:

■ Generatore di energia trasportabile
■ Completamente costruito e assemblato in fabbrica
■ Da 1 MWe a 5 MWe di calore ed elettricità combinati
■ Vita utile di 40 anni, con intervallo di rifornimento di oltre tre anni
■ Tempi di installazione in loco inferiori a 30 giorni
■ Funzionamento autonomo
■ Capacità di adeguare la potenza erogata al carico richiesto
■ Parti mobili minime
■ Area di emergenza quasi zero con ingombro ridotto del sito

La versatilità di impiego di questi microreattori, come vedremo più avanti, ne fa uno strumento di promozione e penetrazione come non si era mai verificato nella storia dell’energia nucleare.   (Continua)

Immagini:

In home page: Satsop Nuclear Power Plant, foto di HeyRocker.
Manifesto del Coordinamento Nazionale Antinucleare AntimperialistaManifesto del Coordinamento Nazionale Antinucleare Antimperialista, 1986, Fonte: Archivio Libreria Anomalia, Roma.
Fermi 2 Nuclear Power Plant Cooling Towers, foto di AmyZZZ1.
Calvert Cliffs Nuclear Power Plant, Units 1 and 2, foto NRCgov.
Fukushima apocalypse, foto di Abode of Chaos.
Remember Fukushima, foto di greensefa.

Note:

* Giorgio Ferrari, classe 1944, si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1967 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza. Successivamente ha svolto altri impieghi nel settore esteri dell’Enel in diversi paesi dell’America Latina , medio ed estremo oriente. Nel 1972 entra a far parte del Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni inizia a sviluppare una critica del modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista “rossovivo” e, nel 1977, è tra i fondatori di “Radio Ondarossa”, con la quale collabora tutt’ora. Insieme a Dario Paccino ha scritto “La teppa all’assalto del cielo” i 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto “SCRAM: la fine del nucleare” edito da jaca Book -2011. Scrive sul manifesto ed altre riviste di ecologia ed è consulente scientifico di Isde.

(1) Agenzia governativa degli Stati Uniti fondata nel 1933 per controllare le inondazioni del fiume Tennessee e produrre energia elettrica. La sua giurisdizione copre l’intero bacino idrografico del fiume Tennessee e interessa sette stati: Alabama, Georgia, Kentucky, Mississippi, North Carolina, Tennessee e Virginia. Si deve all’operato della TVA la regolamentazione delle piene del fiume Tennessee con la conseguente produzione di energia elettrica che determinò lo sviluppo di un intero territorio ritenuto insalubre (malarico) e inospitale, realizzato anche grazie all’introduzione dell’azionariato sociale. La TVA iniziò a costruire centrali nucleari negli anni ’60, in risposta alla crescente domanda di energia ed oggi è il più grande fornitore pubblico di energia degli Stati Uniti.

(2) La World Nuclear Association usa la seguente classificazione: Impianti in esercizio: quelli connessi alla rete; Impianti in costruzione: quelli per cui è stata effettuata la prima gettata di calcestruzzo o per cui ci sono lavori di ristrutturazione in corso; Impianti pianificati: quelli per cui esistono approvazioni, finanziamenti o altri impegni importanti in atto; Impianti proposti: quelli per cui esiste un programma specifico o l’individuazione del sito di costruzione.

(3) Per arricchimento dell’uranio si intende quel processo tecnologico che consente di modificare la composizione isotopica dell’uranio presente in natura (Unat = 0,7% di U235 + 99,3% di U238) aumentando il contenuto di U235 in quanto solo l’isotopo 235 consente di generare la fissione nucleare negli attuali reattori, perciò quando ci si riferisce all’uranio arricchito si intende quello in cui la composizione isotopica dell’U235 è aumentata.

(4) Il burnup indica la quantità di energia prodotta per unità di massa dal combustibile nucleare e si esprime in Mwd/t (MW al giorno per tonnellata), cioè potenza generata giornalmente per tonnellata di uranio.

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di Sergio Bianchi

da Sinistra in Rete

A introduzione del corso su Gli autonomi Le storie, le lotte, le teorie (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/gli-autonomi-le-storie-le-lotte-le-teorie), pubblichiamo il Prologo di Sergio Bianchi all’omonimo libro (Vol. I). 

«Estremisti», «violenti», «provocatori», «mestatori», «prevaricatori», «squadristi», «diciannovisti», «fiancheggiatori», «terroristi». Questi sono solo alcuni degli epiteti coniati nel corso degli anni Settanta da illustri opinionisti, intellettuali, dirigenti di partito e di sindacato per definire gli autonomi, una variegata area di rivoluzionari attivi in quegli anni nel nostro paese.

Il giorno 7 aprile 1979 un’imponente iniziativa giudiziaria accusò decine di dirigenti e militanti autonomi di essere a capo di tutte le organizzazioni armate attive in Italia e il cervello organizzativo di «un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato».

Il «teorema Calogero», dimostratosi col tempo del tutto infondato, fece da iniziale supporto ad arresti di massa, detenzioni preventive nei carceri speciali, processi durati anni e condanne a lunghe pene.

Ma gli autonomi erano davvero solo quel coacervo di estremismo irrazionale, violento e disperato così come risulta dalle cronache istituzionali dell’epoca?

Non vi è dubbio che la demonizzazione mediatica e la criminalizzazione giudiziaria ebbero la meglio nel consegnarli alla storia successiva con questo drastico giudizio. Resta però il fatto che a trent’anni da quegli eventi nessuno ha voluto o è riuscito a narrare che cosa è stata realmente l’area dell’autonomia operaia, quali sono state cioè le sue origini, le sue basi teoriche, le sue linee politiche e le sue pratiche conseguenti, le sue differenze dai gruppi extraparlamentari e da quelli che animarono la lotta armata.

I «vincitori», protagonisti residui ed epigoni del sistema dei partiti che governarono allora la cosiddetta Prima repubblica, non hanno ovviamente oggi alcun interesse nel promuovere una revisione di quel giudizio. I «perdenti», quelli non direttamente annientati, hanno nei decenni trascorsi adottato un profilo perlopiù silente, forse per effetto dell’interiorizzazione catastrofica di una sconfitta vissuta non solo sul piano politico ma anche su quello, ben più delicato, dell’esistenza nel suo complesso.

Ma, a monte, vi è forse una ragione più oggettiva che di per sé incrina il perentorio giudizio storico vigente. Una ragione che si fonda sulla difficoltà di narrare una vicenda nel suo insieme complessa, articolata, contraddittoria che è comunque stata, piaccia o meno, ricca. Una vicenda che la maledizione di molti, accompagnata da secoli di carcere, non è comunque riuscita ad annichilire completamente. Una vicenda che, a differenza di molte altre inscritte nella tradizione delle varie tendenze rivoluzionarie, non è semplicemente sopravvissuta a se stessa in frammenti residuali e resistenziali ma che ha saputo modificarsi, rinnovarsi, evolversi dentro una pratica della discontinuità che è il tratto saliente che l’ha contraddistinta dalle sue origini. Una vicenda che è nell’attualità, perché i suoi metodi e i suoi saperi sono stati capaci di informare di analisi e progettualità anche i movimenti rivoluzionari odierni.

Dna

Per convenzione l’area dell’autonomia operaia ha come data di nascita il marzo 1973, a Bologna, in occasione del primo convegno nazionale delle assemblee e degli organismi autonomi di fabbrica e di quartiere. In realtà alcune delle sue più solide radici affondano nella storia dell’«operaismo italiano», una originale corrente di pensiero politico neomarxista che prese avvio nel 1962 con la pubblicazione della rivista «Quaderni rossi» per iniziativa di un gruppo di intellettuali tra i quali spiccavano i nomi di Raniero Panzieri, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Toni Negri. Controversie teoriche interne all’ambito redazionale determinarono una rottura che favorì nel 1964 la nascita di un’altra rivista – che ebbe un ruolo fondamentale nella storia dell’operaismo e cioè «Classe operaia», attiva fino al 1967. In seguito alle lotte studentesche del 1968, e di quelle operaie dell’anno successivo, una parte di coloro che attraversarono quelle esperienze contribuirono alla fondazione del gruppo extraparlamentare Potere operaio che si scioglierà nel 1973, appunto in concomitanza con la nascita dell’area dell’autonomia operaia.

Oltre all’ambito in parte di provenienza operaista, al costituirsi di quell’area concorsero anche altre realtà di collettivi militanti provenienti da tendenze marxiste-leniniste, libertarie, anarcosindacaliste, ultraradicali. Tra queste vanno segnalate, per l’importanza poi assunta, almeno due. Il Gruppo Gramsci, nato nel 1970 da una costola del Movimento studentesco milanese e scioltosi anch’esso nel 1973, in anticipo su Potere operaio, e i Comitati autonomi operai di via dei Volsci, a Roma, fuoriusciti dal gruppo del Manifesto nel 1972.

Negli anni successivi l’area dell’autonomia si arricchì di altre articolazioni provenienti dai circuiti della controcultura, del femminismo, dell’allora latente ecologismo. Si nutrì delle crisi sempre più irreversibili delle forme-partito ipotizzate e praticate dai gruppi extraparlamentari nati nel biennio ’68-69, soprattutto Lotta continua, capitalizzando a proprio favore le defezioni militanti conseguenti. Ma, nonostante l’insistenza di alcune sue componenti, mai riuscì in quegli anni a produrre un processo organizzativo compiuto, centralizzato, formalizzato. Anzi, al suo interno non mancarono una litigiosità costante, divisioni, separazioni, scissioni, espulsioni; insomma tutto il classico repertorio autolesionista dell’ambiente «estremista» di sinistra.

L’infoltimento militante e simpatizzante di cui l’Autonomia godette non fu causato però dalla crisi dei gruppi politici che le erano adiacenti. Piuttosto, e qui sta il nocciolo della spinosa questione di una verità storica dissimulata, se non addirittura negata, la fortuna dell’Autonomia fu conseguenza della sua particolare lettura teorica degli effetti della crisi della società determinata da un ciclo decennale di lotte operaie e proletarie. Crisi economica, politica, culturale, crisi sociale complessiva insomma. Una lettura tanto particolare da attizzare, innanzitutto all’interno dell’allora Partito comunista e delle organizzazioni sindacali del Movimento operaio ufficiale, una disapprovazione e contrapposizione totale. Perché di questo, e solo di questo si trattò: della radicalmente diversa interpretazione della crisi e dei suoi possibili sbocchi politici. E ne seguì un violentissimo scontro, teorico e pratico, senza più rimedi né sanatorie che solo una volgare interpretazione – che si ammanta di impropria titolarità storica – ha finora definito come diatriba tra saggezza riformista e delirante sconsideratezza estremista.

Settantatre

E il ’73 si rivelò anno cruciale.

Il colpo di Stato militare in Cile, che a settembre chiuse nel sangue l’esperienza di Unidad Popular, fece da supporto alla teorizzazione del «compromesso storico» da parte di Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano. Contro il pericolo di una svolta autoritaria, di cui era segno premonitore la «strategia della tensione», contrassegnata da stragi operate da componenti di servizi segreti deviati e ambiti neofascisti, la proposta berlingueriana era la ricerca di un accordo tra le rappresentanze politiche delle masse cattoliche, socialiste, comuniste, laiche e progressiste per un governo capace di garantire gli assetti democratici costituzionali, e di fare uscire il paese dalla crisi economica. Una crisi accentuata dalla decisione dei paesi produttori di petrolio, nel quadro del conflitto medio-orientale, di aumentare i prezzi del greggio e diminuire le forniture ai paesi occidentali, soprattutto europei.

Sul terreno specifico di politica economica la proposta comunista si tradusse, presso le istanze sindacali più legate al partito, in un progetto di ripristino sui luoghi di lavoro delle compatibilità necessarie alla ripresa dello sviluppo capitalistico, compatibilità gravemente incrinate dagli esiti vincenti delle lotte operaie autonome incentrate sulla elementare, ma efficacissima, parola d’ordine «più salario meno orario». Era il principio dell’uso del salario come «variabile indipendente dalla produttività» a essere messo in discussione da parte del sindacato ufficiale, profittando anche del recupero da esso operato, e in buona parte riuscito, sul controllo delle lotte autonome nelle principali concentrazioni operaie.

Il progetto di ripristino delle compatibilità capitalistiche in cambio di «riforme strutturali», e della legittimità a una candidatura al governo del paese da parte della rappresentanza comunista, riscontrò un vivo interesse presso i suoi interlocutori riuscendo a occupare immediatamente la centralità del dibattito politico, culturale e mediatico. La lunga, paziente, machiavellica, e per questo mitica trama della strategia togliattiana, sembrò trovare in quella proposta la soluzione all’annoso e anomalo problema comunista del nostro paese, «il fattore K», nel quadro dei delicati equilibri internazionali fuoriusciti dagli accordi postbellici di Yalta.

Quella singolare strategia di «via italiana al socialismo» suscitò l’interesse e stimolò l’acume teorico anche di coloro che, passati con onori e meriti per l’esperienza «operaista» degli anni Sessanta, rifiutando l’ipotesi minoritaria della fondazione delle organizzazioni extraparlamentari, erano poi approdati, o riapprovati, ai lidi dei partiti storici della sinistra. A costoro, in quel delicato passaggio, non mancò affatto l’intelligenza di tenere a principale riferimento dell’analisi ciò che sostanziava materialisticamente il concetto di ruolo, funzione, forza e determinazione dell’autonomia della classe operaia. Di tutto ciò la loro lettura rivelava che le lotte operaie autonome, fuoriuscendo dagli ambiti di fabbrica, avevano impresso grande dinamismo ai rapporti sociali e un vasto processo di democratizzazione, ma proprio l’autonomia dalle organizzazioni partitiche comportava ora il disgregarsi della loro forza trasformativa. L’autonomia della classe operaia, cioè, proprio nel momento del suo massimo sviluppo, nel suo socializzarsi oltre i recinti della fabbrica, di per sé non bastava più a svolgere il ruolo di una rottura politica con valenza rivoluzionaria. A quel punto di maturazione del conflitto era la politica a reclamare il proprio storico ruolo autonomo dalle dinamiche delle lotte, lette come spontanee, e cioè era la funzione del partito esterno ad assumere ora assoluta rilevanza strategica.

Ecco così riproposta, classicamente, la teoria dell’«autonomia del politico», a riconferma della rottura, avvenuta nel ’67 all’interno del circuito della rivista «Classe operaia», attorno la valutazione della possibilità o meno di una autogestione delle lotte autonome. Perché da quella valutazione derivava l’ipotesi dell’invenzione di una nuova teoria e pratica dell’azione rivoluzionaria che superasse l’esistenza delle strutture partitiche e sindacali del Movimento operaio ufficiale.

Per gli operasti confluiti nel Pci la teorizzazione della nuova figura operaia prodotta da quella crisi, quel che venne definito «l’operaio sociale», era il risultato dell’isolamento, dell’accerchiamento della vera autonomia operaia. Per questa ragione il «partito dell’operaio sociale» non poteva essere che il partito del ghetto e dell’emarginazione. Tali tematiche furono successivamente meglio argomentate nel discusso libro di Asor Rosa Le due società. Viceversa, per i teorici dell’autonomia operaia i soggetti della «seconda società», i cosiddetti «non garantiti», cioè i precari di tutte le risme, risultavano palesemente essere più sfruttati degli operai garantiti. C’era, a loro vedere, una oggettiva svalutazione del costo della loro forza-lavoro a fronte di quella dei garantiti, e il Partito comunista, e le organizzazioni sindacali del Movimento operaio, venivano accusati non solo di accettare quella divisione, ma addirittura di farsi promotori di una concorrenza tra masse operaie diversamente collocate nel mercato del lavoro.

Evidentemente queste, e non solo queste, erano divisioni di analisi e teoria di non poco conto, tant’è che in quel particolare frangente storico fecero da sfondo, sempre, a un durissimo scontro politico, culturale, esistenziale.

Ma nell’anno ’73 a fare da vera, materiale, fondazione dell’ipotesi teorica, organizzativa, quindi politica, dell’Autonomia fu l’occupazione operaia, a marzo, degli stabilimenti Fiat a Torino[1]. Una occupazione anomala rispetto la tradizione, perché si avvalse solo della propria, appunto autonoma, capacità organizzativa rispetto non solo alle strutture sindacali e partitiche istituzionali, ma anche a quelle dei gruppi rivoluzionari extraparlamentari.

Quell’evento fece da base alle riflessioni contenute in un breve testo di Toni Negri, Articolazioni organizzative e organizzazione complessiva: il partito di Mirafiori[2], che va considerato tra i contributi più rilevanti al tentativo di dare forma organizzata all’area dell’autonomia operaia. Insieme a esso, del medesimo autore e recante la medesima data, 1 maggio 1973, è un secondo fondamentale testo emblematicamente titolato: Un passo avanti, due indietro: la fine dei gruppi[3].

La forza operaia

Per rendere anche solo vagamente idea della forza operaia accumulata nel ciclo di lotte ’69-73 si può accennare alla straordinaria esperienza, non tanto delle realtà organizzate dichiaratamente autonome di fabbrica (i collettivi, i comitati e le assemblee), ma della Federazione lavoratori metalmeccanici (Flm, unica organizzazione sindacale che fino al ’77 manterrà un filo di comunicazione con le espressioni autonome del movimento).

La Flm aveva al proprio interno le componenti dei tre sindacati dei metalmeccanici (Fiom, Fim e Uilm)[4]. In quegli anni aveva milioni di iscritti che si riconoscevano solo nella sua tessera, e non in quella delle Confederazioni sindacali, e tanto meno in quella del Partito comunista. Ecco anche che cosa significava «autonomia di classe».

Il ’74 fu l’anno in cui la Flm firmò il più avanzato contratto di lavoro d’Europa; un contratto operaio che faceva proprio tutto l’universo della «società civile». Quel contratto includeva l’accordo sulle «150 ore»[5] e altre conquiste fondamentali ai fini di un uso operaio della medicina, della scienza, dei saperi in generale. Certo, la rivendicazione salariale restava centrale, ma aleggiava l’utopia di una classe operaia che a partire dalla maturità raggiunta, dalla democrazia di base costruita attraverso il movimento dei consigli, e anche sotto lo stimolo dei comitati e delle assemblee autonome, produceva un’egemonia culturale e politica su tutto il resto della società.

Una tale situazione non poteva che preoccupare sia le centrali dei sindacati che quelle dei partiti. Il movimento dei consigli rischiava di funzionare da «terra di nessuno», da laboratorio di costruzione materiale della classe fuori dalle organizzazioni formali, istituzionali, dello Stato.

Ma questo processo non riuscì a compiersi in tempi stretti, politicamente utili, a catturare tutti i soggetti sociali necessari a qualcosa che somigliasse a una rivoluzione.

Il «cervello» del capitale capì in fretta e attivò un’altra strategia: la messa in opera della distruzione sistematica della produzione materiale di quella determinata composizione (tecnica e politica) di classe operaia. Come supporto all’operazione, paradossalmente, usò uno degli strumenti conquistati dalle lotte: la cassa integrazione[6] (un «ammortizzatore» sociale, uno strumento di «protezione»). Ecco quindi che una delle principali conquiste operaie si ribaltò in arma utile per il padrone a predisporre un contrattacco giocato su due altri successivi, determinanti passaggi: ristrutturazione e decentramento.

Il nuovo mostro di movimento

Le «giornate d’aprile» del ’75 a Milano[7] e le lotte dei nuovi assunti alla Fiat del ’79 a Torino[8] rappresentano un arco temporale in cui ha genesi, sviluppo ed esplosione un’inedita tipologia di soggettività politica che viene nominata «movimento del ’77».

E ciò anche se le giornate d’aprile hanno per protagonisti soprattutto i gruppi extraparlamentari nati dall’«autunno caldo» (Lotta continua, Avanguardia operaia, il Movimento studentesco, il Manifesto, i marxisti-leninisti ecc.). In quel frangente quei gruppi sono già ampiamente in crisi progettuale di rappresentanza, ed è anche per questo che una parte di loro decide di riversare la crisi sulla pratica di piazza dell’antifascismo militante.

L’Autonomia operaia, organizzata e diffusa, se non è del tutto estranea a tale pratica sicuramente non la considera prioritaria, perciò partecipa a quegli scontri per finalità di presenza politica e di reclutamento. Così come avvertivano i settori più intelligenti dell’operaismo i pericoli reali consistevano nel fatto che il padronato aveva ripreso in mano le fila del conflitto capitale-lavoro e quindi stava mettendo in moto la strategia del decentramento produttivo, la diminuzione del potere operaio in fabbrica, la disaggregazione di grandi complessi industriali resi ingestibili dall’autonomia operaia nel corpo centrale della classe. Agendo alternativamente fin da quel momento su due filoni: una repressione delle avanguardie di fabbrica, che puntava alla loro espulsione attraverso l’uso politico della cassa integrazione; la disaggregazione dei reparti ingestibili attraverso il decentramento produttivo e una timida introduzione di innovazione tecnologica.

Ma da dove usciva, come si formava la nuova soggettività così diversa dalla figura dell’operaio massa della fabbrica tradizionale che caratterizzava il mutamento reale in quella periodizzazione che va dal ’75 al ’77, e che ha avuto la sua fase di precipitazione nel ’77? A caldo provò a spiegarlo la rivista «Rosso»:

...le giornate d’aprile non sono solo un fatto quantitativo, non sono solo il prodotto delle lotte continuamente prodotte dall’autonomia. Sono anche un fatto qualitativo. Una nuova generazione di militanti ha preso la testa del movimento. Sono quelli che non avevano fatto il ’68, che hanno appreso la gioia della lotta attraverso le battaglie di questi anni: sono i compagni per i quali la lotta di appropriazione e per il comunismo è una parola d’ordine immediatamente attiva. Aprile ’75: luglio ’60. Quante somiglianze hanno quelle e queste giornate! Una violenza fresca, una determinazione che solo le nuove generazioni sanno presentare, una settaria volontà di scontro e di affermazione, una primavera di lotta...[9]

Tempo dopo, le analisi a riguardo si arricchirono di maggiori articolazioni. Tra queste segnaliamo quella di Sergio Bologna:

...probabilmente la piccola fabbrica è stata il terreno migliore, il «buco d’entrata» della talpa che ha cominciato a scavare [...]. Cominciamo con l’età; proprio perché la piccola fabbrica tende a servirsi di forza-lavoro marginale, la presenza dei minori e dei giovanissimi, se non proprio tipica, è tuttavia frequente ed è dalla piccola fabbrica che si recluta l’ala forse più solida del movimento del proletariato giovanile. Poiché la piccola fabbrica impiega pesanti quote di lavoro femminile si recluta qui un’ala consistente del movimento della donna particolarmente sensibile ai problemi dei bisogni materiali. Senza parlare del rapporto con il precariato, il lavoro a domicilio, il lavoro nero; la crisi ha spazzato via gli steccati che dividevano le varie «formazioni industriali» e ha creato quella dimensione dell’«operaio disseminato» che è propria tra l’altro di epoche specifiche della storia del proletariato italiano. La cosciente dispersione della forza-lavoro sul territorio, in una condizione intermedia tra sussunzione formale e quella reale al capitale, è un preciso disegno contro l’aggregazione politica della classe; ma al di là di questi aspetti strutturali, è la soggettività dell’operaio della piccola fabbrica che muta, in quanto è per lui difficile applicare modelli organizzativi e forme di lotta che funzionano solo in realtà massificate; in sostanza entrano qui in crisi gli stilemi sindacali che hanno connotato la lotta operaia delle grandi fabbriche. Il passaggio da forza-lavoro a classe operaia che lì è garantito dalla massificazione oggettiva, qui deve essere conquistato con passaggi politici che non sono «dati»; la pratica della violenza deve supplire il numero e il grado di massificazione. Se le «ronde» nascono storicamente nelle vecchie Stalingrado di classe, politicamente sono dimensionate sulla piccola fabbrica. In definitiva proletariato giovanile, movimento della donna, lotta contro il lavoro straordinario e nero hanno trovato nella piccola fabbrica non solo un terreno di ricomposizione materiale ma anche uno strumento di mediazione tra i comportamenti dell’operaio disseminato e quelli del- l’operaio concentrato nelle grandi unità produttive[10].

La crisi dei gruppi extraparlamentari, iniziata nel ’73, esplode nel ’75. Progressivamente il gruppo non restituisce più ai propri militanti né identità né progetto politico, diventa anzi sempre più burocratico e manovriero. Quella crisi libera una quantità enorme di energia militante costituta da soggetti che hanno dai ventidue ai venticinque anni; che hanno partecipato al movimento studentesco, poi all’«autunno caldo», alle lotte di strada e di piazza su vari obiettivi: dal diritto allo studio all’antifascismo militante; dal diritto alla salute a quello della casa; dal diritto alla critica psichiatrica al rifiuto del lavoro. Alla costruzione della loro struttura identitaria hanno contribuito anche altri elementi: la propaganda culturale agita dai ceti politici rivoluzionari, le esperienze controculturali sorte negli anni precedenti.

Su questi processi di materiale modificazione della soggettività militante agisce, con perspicacia e astuzia, l’Autonomia operaia. Infatti quei militanti trovano uno sbocco alla crisi della loro identità all’interno di un processo complesso e frantumato di comportamenti collettivi che li porta ad aderire a varie aeree e anime dell’Autonomia, inizialmente diffusa e poi organizzata.

Un’altra parte di militanti si stringe invece attorno ai residui delle proprie organizzazioni partecipando a un lungo e travagliato impasto alchemico che porterà alla nascita di Democrazia proletaria.

Ma un’altra figura sociale si affaccia sulla scena del conflitto sociale sempre più dispiegato. Il nuovo «mostro» di movimento è giovanissimo, ha un’età tra i quindici e i vent’anni e dimostra subito tratti ancora più radicali. È nato e cresciuto nei grandi quartieri dormitorio degli hinterland metropolitani, o nei paesi di provincia, territori dove la socialità è un bene scarso. Questo soggetto prima intuisce e poi capisce che il suo destino non sarà quello dell’operaio garantito ma quello della piccola fabbrica e del lavoro nero. Capisce che dopo tante parole sentite sulla rivolta e la rivoluzione, in fondo, per la sua condizione materiale di vita, non è accaduto granché. Capisce di essere miserabilmente ghettizzato nel proprio quartiere dormitorio, abbandonato, privo di socialità. Capisce la trappola del rimando a un domani indeterminato della soddisfazione dei propri bisogni, contenuta nella proposta politica «dei due tempi»: prima «i sacrifici», «l’austerità» e poi... Capisce che quel «e poi» è una falsa promessa, un’aspettativa senza senso perché fondata sul nulla.

Appartiene alla prima generazione della scolarizzazione di massa definitivamente compiuta incentrata prevalentemente sugli istituti professionali. Ma ciò che più conta è che quella sua spesso raffazzonata formazione è in piena contraddizione con il ciclo produttivo in corso. Quel soggetto irrompe nel bel mezzo della frattura tra scuola e mercato del lavoro.

Un altro nesso che per quella generazione salta completamente è il rapporto di comunicazione con la famiglia. Proprio perché costituisce il primo esito della scolarizzazione di massa si ritrova in rapporto con dei genitori che non essendo scolarizzati non riescono a fornire risposte adeguate o banalmente a interloquire. L’ambito famigliare, che in genere funziona da filiera della tradizione di comportamenti, discipline ecc, salta completamente anche sul versante operaio, proletario, anche su quello della trasmissione della cultura «di sinistra». Il genitore operaio, con la tessera del Pci e del sindacato, non riesce più a trasmettere al figlio i contenuti culturali pregnanti della propria tradizione e memoria.

Così, nelle periferie delle città e nei paesi della provincia nascono aggregazioni a composizione prevalentemente operaia giovanile che sfoceranno poi nella costruzione del movimento dei «Circoli del proletariato giovanile». Ragazzi che dopo la terza media hanno trovato occupazione negli indotti della piccola fabbrica, ma anche loro coetanei che terminate le scuole superiori sono approdati nel medesimo circuito produttivo con la qualifica di operai generici. Queste aggregazioni sono composte da soggetti che non hanno formazione o tradizione politica né riformista né rivoluzionaria. L’elemento forte che immediatamente li cattura è la parola d’ordine, che si riproduce socialmente, del rifiuto del lavoro, perché esprime la non sopportazione del lavoro di fabbrica, la sua sostanza e l’identità che ne deriva. Tutto ciò nel bel mezzo di un ciclo di radicale ristrutturazione.

Il sisma femminista

Nulla, oltre alla «forza operaia», è stato socialmente rilevante nel decennio Settanta quanto il sommovimento sociale determinato dalla rivolta del femminismo. Da lì origina la «rivoluzione del privato» che si riverbera poi su tutta la materialità esistenziale legata alla questione della centralità della gestione del corpo nel processo rivoluzionario. È dibattito teorico, ma anche lotta pratica nel quotidiano. Assumono centralità slogan come «qualità della vita», ma soprattutto «il personale è politico».

Nella sua genesi l’area dell’autonomia entra con naturalezza in relazione a queste tematiche che, tra l’altro, scardinano mentalità e assetti organizzativi della sinistra sia parlamentare che extra, assolutamente arretrati a riguardo.

La differenza di genere si impone come questione centrale, dirimente. Per un certo periodo, alcuni settori del femminismo guardano con attenzione e curiosità le sperimentazioni dell’area autonoma attorno le tematiche della liberazione e della differenza sessuale, dei desideri, dei piaceri. Ma sarà una relazione breve, perché soprattutto le componenti dell’Autonomia organizzata non sapranno comprendere a fondo le valenze rivoluzionarie contenute nelle proposte della rivolta femminista. E nel crogiuolo del movimento ’77 la rottura si renderà esplicita.

Illegalità sociale e politica di massa, diffusa, permanente

Sullo sfondo c’è la grande crisi petrolifera che in un paese fragile come l’Italia ha ripercussioni del tutto particolari, dato che la redditività degli investimenti industriali è fortemente diminuita a causa delle lotte. Nel caso italiano il rifiuto del lavoro ha caratteristiche originali, perché per gli operai che lo praticano non si tratta tanto di abbandonare la fabbrica, o di aumentare le ore di sciopero, quanto di restare nei reparti creandovi all’interno spazi di autorealizzazione, lavorando di meno e percependo comunque un salario pieno, rompendo continuamente i ritmi di produzione imposti.

L’inflazione supera il venti per cento ed erode i salari conquistati. Ancora una volta, a metà ’74, è la classe operaia Fiat a dare impulso e generalizzare una fondamentale indicazione di lotta inventata e già sperimentata precedentemente da realtà organizzate di lavoratori autonomi romani: l’autoriduzione delle tariffe della luce, del gas, del telefono, dei trasporti, delle locazioni, dei prezzi dei generi alimentari. In un baleno la lotta si diffonde ovunque, facendo da prologo a quel che negli anni seguenti le istanze organizzative autonome di fabbrica e di territorio praticheranno non più come autoriduzione ma, più esplicitamente, come riapproriazione ed esproprio.

Insieme a tutto ciò matura una partecipazione sociale di massa alle decisioni politiche che tocca tutti i frammenti della società. Per fare un esempio radicale, soprattutto grazie all’ingegnosità di Lotta continua il sottoproletariato viene riteorizzato, in contraddizione col marxismo ortodosso, come forza rivoluzionaria. Vi è un diffuso intervento militante nelle periferie, dove i soggetti fuori o ai margini della produzione vengono rivalutati come soggetti importanti ai fini del conflitto di classe. Questi soggetti trovano una possibilità di inserirsi nel ciclo della protesta, nel ciclo della partecipazione alle decisioni complessive del fare politica. Si assiste a una estensione, preoccupante per il potere, della partecipazione alle decisioni politiche dal basso, casa per casa, quartiere per quartiere, fabbrichetta per fabbrichetta. Quindi, a fronte della crisi dell’organizzazione verticale dei gruppi extraparlamentari, e anche dei partiti, prende forma un’enorme e diffusa democrazia di base che tocca sia i confini legali che una pratica extralegale.

Il grande e giusto partito comunista...

In questo contesto di spinta dal basso, di generale sommovimento e dinamismo sociale, di richiesta di partecipazione diretta, di massa, alla presa di decisione politica, il Partito comunista forza e porta a compimento la riforma legislativa del decentramento amministrativo, un suo grande mito coltivato per tutto il corso degli anni Sessanta. Il Partito comunista lavora da tempo a questo progetto che consiste nel formare quadri politici di tipo amministrativo capaci di gestire tutti i passaggi della «transizione»; infatti si tratta ormai di gestire comuni, provincie, regioni.

Un percorso che ha positivo riscontro nel successo elettorale delle elezioni amministrative del giugno ’75, quando alcune importanti città italiane sono conquistate dalle giunte di sinistra e lo scarto di voti tra Partito comunista e Democrazia cristiana è ridotto a pochi punti.

L’anno successivo, in occasione delle elezioni per il rinnovo della legislatura, vi è la conferma di un esito elettorale che impone come non più eludibile la delicata problematica dell’ingresso del Partito comunista nell’area di governo.

Sembra il trionfo della strategia del compromesso storico. Dai piani alti della direzione, giù giù per la complessa e articolata struttura del funzionariato comunista, si fa strada la convinzione di avere ormai «il topo in bocca». Nel corpo del partito si innesca un meccanismo di irrigidimento statalista reso obbligatorio dalla necessità di dimostrare ai prossimi alleati la certificazione delle proprie garanzie di rispetto delle regole democratiche, ma soprattutto la capacità di controllo sulla classe operaia e sul proletariato tutto. A riguardo, in brevissimo tempo si assiste a prese di posizione e comportamenti che vanno dal patetico al paranoico, passando purtroppo spesso anche per il poliziesco. Di mira, ovviamente, vi sono tutti i comportamenti indisciplinati e quindi autonomi che dovrebbero essere diligentemente dismessi in un frangente così strategicamente determinante per la presa del potere di governo.

Tra calcoli fatti male, ed eccesso di presunzione di rappresentanza e autorevolezza, il piano prima si incrina, poi scricchiola, poi esplode in mille pezzi. Protagonisti dell’insubordinazione sono, secondo una delle meno rozze letture della situazione, i soggetti emarginati e disperati della «seconda società», a carico parassitario della prima costituita dal Movimento operaio ufficiale. Per gli autonomi, invece, quegli stessi soggetti, disoccupati, inoccupati, precari, al nero ecc. sono le diverse sfaccettature del nuovo «mostro» in gestazione, quell’«operaio sociale» che costituisce la sostanza dell’«altro movimento operaio».

Il regolamento dei conti avverrà il 17 febbraio del ’77, nel piazzale dell’Università di Roma occupata dagli studenti e dal movimento. Luciano Lama, dirigente del partito comunista e segretario della Cgil, il più grande e organizzato sindacato comunista d’Europa, si presenta con la potenza, facilmente interpretata come prepotenza, del suo servizio d’ordine e del suo richiamo all’ordine e alla disciplina. Nel furibondo scontro che ne segue Lama e il suo seguito saranno cacciati. Una spaccatura che non si ricomporrà più.

Piazze e strade degli autonomi

Dalla fine del ’74, in varie città italiane grandi e piccole, dentro gli scenari delle piazze, in occasione di cortei ormai a scadenza settimanale, le componenti dell’Autonomia formano tronconi che, partendo dal fondo dove sono relegati, passo passo risalgono le postazioni affrontando spesso zuffe con i servizi d’ordine dei gruppi extraparla-mentari riuscendo nel giro di un paio d’anni a prenderne la testa.

Cominciano a comparire, oltre alle scontate bottiglie molotov, le prime armi da fuoco: pistole e rivoltelle, e in qualche caso lupare e winchester.

«Qual è la via? L’autonomia!»; «Carabiniere, sbirro maledetto, te l’accendiamo noi la fiamma sul berretto»; «E se un caramba spara, lupara lupara, se spara un poliziotto P38», urlano dietro passamontagna, foulard, sciarpe – tetri, truci e minacciosi – gli autonomi, agitando in aria anche manici di piccone, asce, picozze, spranghe di ferro, chiavi inglesi e le divenute famosissime tre dita tese a simbolica imitazione delle pistole.

Già nei primi mesi del ’76, e poi almeno per tutti i due anni successivi, favorita da un’aggregazione di militanti sempre più corposa, soprattutto nelle grandi città ma anche in località di provincia, l’Autonomia è in grado di organizzare cortei propri durante i quali diventano sempre più frequenti azioni d’attacco – con incendi, saccheggi, devastazioni e sparatorie – a obiettivi istituzionali e non (sedi di partito, soprattutto della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano, prefetture, caserme dei carabinieri e commissariati di polizia, sedi di associazioni industriali, di giornali, «covi del lavoro nero», bar frequentati da militanti e simpatizzanti di destra ecc.). Inoltre, si susseguono espropri in supermercati e negozi di lusso, disarmi di agenti delle polizie private e di guardie giurate, assalti e saccheggi di armerie.

Quel che passerà alla storia come «movimento del ’77» matura velocemente nei mesi precedenti tra città e provincia, tra nord e sud, tra centro e periferia, coinvolgendo decine di migliaia di persone e culminando in tumulti e scontri dai tratti parainsurrezionali la cui massima condensazione avverrà nel 1977, nelle giornate dell’11 e 12 marzo a Bologna e del 12 marzo a Roma.

Di quel movimento le componenti dell’Autonomia operaia organizzata, lentamente ma inesorabilmente, conquistano l’egemonia, per poi perderla repentinamente e definitivamente nella primavera del ’78 con il sequestro operato dalle Brigate rosse del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Un accadimento eclatante che inaugura una fase che durerà fino a tutto il 1982, dominata dalle azioni dei gruppi armati, organizzati e diffusi.

Qualche nota sulla violenza e la lotta armata

Questo è ciò che accadeva in quegli anni in tante piazze e strade del nostro paese. Ma l’uso della violenza nel conflitto politico rivoluzionario, le sue teorie, ma soprattutto le sue pratiche, non erano affatto appannaggio esclusivo dei tanto demonizzati autonomi.

I gruppi extraparlamentari di allora, nessuno escluso, teorizzavano e praticavano pubblicamente l’uso della violenza sia nelle contingenze di piazza sia nell’esercizio quotidiano della pratica politica in ogni ambito del sociale. Tutti i gruppi avevano il loro «servizio d’ordine», una più o meno piccola e spesso scalcagnata struttura che scimiottava comportamenti militari tramite l’uso di bastoni, spranghe di ferro, chiavi inglesi, fionde, bottiglie molotov.

Ma se da parte dei gruppi extraparlamentari la pratica della violenza era usuale, non vi era alcuna teorizzazione compiuta e a riguardo essi rimandavano, con vaghezza e imbarazzo, alle trattazioni sull’argomento contenute nei testi classici del leninismo, trotzkismo, maoismo, guevarismo ecc.

Non è qui il caso di una trattazione approfondita della problematica della lotta armata e delle differenze teoriche e pratiche che contraddistinsero le esperienze dell’Autonomia da quelle delle formazioni armate formalizzate. Anche perché quest’opera prevede la pubblicazione in un successivo volume di alcuni saggi che tratteranno l’argomento della «questione militare» in modo specifico. Basti sinteticamente dire che la lotta armata nel quadro della situazione politica italiana di quegli anni fu invece seriamente affrontata, teoricamente e praticamente, da alcune componenti esterne e in polemica con le principali formazioni extraparlamentari. Innazitutto dai Gruppi di azione partigiana (estinti nel 1972 con la morte del loro principale animatore, l’editore Giangiacomo Feltrinelli) poi dalle Brigate rosse e dai Nuclei armati proletari. Ed è con queste realtà che le componenti dell’Autonomia, dal loro nascere, apriranno un confronto dialettico che diverrà sempre più aspro, fino a una rottura esplicita determinata dall’operazione Moro. Fino ad allora l’Autonomia, nelle sue diverse componenti, pur sottolineando le proprie riserve critiche, sempre espresse una incondizionata solidarietà nei confronti delle organizzazioni armate. È quindi corretto dire che fino al sequestro Moro la questione della lotta armata assunse carattere discriminante, di cesura politica, tra le aree dei gruppi extraparlamentari da una parte e quelle dell’Autonomia operaia e delle formazioni armate dall’altra.

Bonne nuit

Nel settembre ’77, a Bologna, città amministrata dal Partito comunista dal 1945 e luogo dell’innesco delle giornate parainsurrezionali del marzo precedente dopo l’uccisione da parte di un carabiniere di un militante di Lotta continua, fu organizzato il «Convegno contro la repressione».

In un fine settimana la città fu invasa dal movimento. Asserragliati nel palazzetto dello sport i suoi supposti ceti politici disputarono la definitiva resa dei conti per la conquista dell’egemonia. Vinsero le componenti dell’Autonomia espellendo, dopo un’intera giornata di zuffe culminata con una guerra di sediate, i militanti di Lotta continua, ultimi rimasti dopo le espulsioni precedenti e gli abbandoni di militanti di altri gruppi.

L’Autonomia aveva dunque vinto anche formalmente, ma la sensazione per tutti fu quella che i conti comunque non tornassero. Quell’occasione aveva mancato l’obiettivo della costruzione di un progetto politico credibile, praticabile da tutto il movimento e articolato tra tattica e strategia. Al contrario, quell’occasione aveva definitivamente sancito separazioni inconciliabili, accelerando la prospettiva di uno scontro con le istituzioni sempre più caratterizzato dall’uso delle armi.

Solo sei mesi dopo le Brigate rosse con militare «geometrica potenza» rapirono Moro. In due mesi non riuscirono a gestire politicamente al meglio la posta politica costituita dalla sua prigionia e si convinsero dell’inevitabilità di ucciderlo. Ciò comportò un grave stravolgimento della situazione politica, sia istituzionale che di movimento. Lo Stato si decise per una reazione repressiva senza più remore. Quasi tutte le Autonomie precipitarono in una crisi senza fondo. Defezioni e abbandoni delle strutture organizzative di massa. Esodi da parte di molti militanti verso le organizzazioni armate preesistenti e le tante micro in proliferazione. Qualcuno resse, a ranghi ridotti. L’uso di droghe pesanti dilagò. Riflusso nel privato, lotta armata ed eroina divennero insomma le tre varianti che dominarono nei comportamenti del movimento dall’inizio della crisi fino al suo completo annientamento.

Note [1] La documentazione completa della lotta condotta nelle sezioni della Fiat di Torino tra l’autunno 1972 e il marzo 1973 fu pubblicata sulla rivista «Controinformazione», n. 0, Milano, ottobre 1973 [2] Antonio Negri, Appendice 4. Articolazioni organizzative e organizzazione complessiva: il partito di Mirafiori, in Partito operaio contro il lavoro, in Sergio Bologna, Paolo Carpignano, Antonio Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1974. [3] Antonio Negri, Appendice 3. Un passo avanti, due indietro: la fine dei gruppi, in Partito operaio contro il lavoro, in Sergio Bologna, Paolo Carpignano, Antonio Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1974. [4] Federazione impiegati operai metallurgici; Federazione italiana metalmeccanici; Unione italiana lavoratori metalmeccanici. [5] L’ accordo contrattuale dei metalmeccanici stipulato nel 1973 introduceva la concessione da parte delle aziende di 150 ore annuali di permessi per quei lavoratori che inten- dessero frequentare corsi idonei al conseguimento di titoli di studio. [6] La cassa integrazione guadagni è un intervento a sostegno delle imprese in difficoltà che garantisce al lavoratore un reddito sostitutivo della retribuzione. Essa spetta agli operai, impiegati e quadri delle imprese industriali in genere. Quella ordinaria in caso di sospensione o contrazione dell’attività produttiva per situazioni aziendali dovute a: eventi temporanei e non imputabili all’imprenditore o ai lavoratori; situazioni temporanee di mercato. Quella straordinaria in caso di ristrutturazione, di riorganizzazione, di conversione, di crisi aziendale. [7] Il 16 aprile 1975, a Milano lo studente Claudio Varalli, militante del Movimento lavoratori per il socialismo viene ucciso a colpi di pistola da un giovane fascista, Antonio Braggion. Il giorno successivo a piazza Cavour si forma un corteo di diecimila persone che si dirige verso via Mancini, sede del Movimento sociale italiano. Il corteo giunge all’incrocio tra corso XXII Marzo e via Mancini. La strada è bloccata da centinaia di poliziotti e da decine di blindati. I dimostranti lanciano pietre e bottiglie molotov. Le forze dell’ordine rispondono lanciando lacrimogeni ad altezza d’uomo. Tutta la zona si tra- sforma in un campo di battaglia. Una colonna di gipponi dei carabinieri sfreccia lungo la strada invasa dai manifestanti. Un automezzo travolge Giovanni Zibecchi, 27 anni, militante dei Comitati antifascisti (Caf) di Porta Ticinese, uccidendolo. Per tutta la giornata fino a tarda sera si susseguono gli scontri e gli assalti ai luoghi di ritrovo dei neofascisti e ad alcune caserme dei carabinieri, alcune sedi di giornali di destra vengono date alle fiamme. Nello stesso giorno a Torino una guardia giurata spara sui manifestanti nel quartiere Falchera e uccide un dirigente di Lotta continua, Tonino Micciché. Scontri tra manifestanti, che protestano per la morte di Varalli, e le forze dell’ordine anche a Bari, Roma, Napoli e in molte altre città, tra cui Firenze, dove un poliziotto in borghese spara e uccide Rodolfo Boschi, militante del Partito comunista. [8] «Dopo un prolungato blocco del turn-over, fra il ’77 e il ’78 la Fiat assunse quindicimila nuovi dipendenti. La nuova legge sul collocamento al lavoro impone di assumere tra- mite ufficio di collocamento. Gli uffici del personale dell’azienda non possono applicare i criteri di selezione da sempre utilizzati. Entrano così negli stabilimenti migliaia e migliaia di giovani, donne e disoccupati. Si tratta di una forza-lavoro già presente nel territorio torinese, perlopiù scolarizzata. La stragrande maggioranza dei nuovi assunti è nata e vissuta a Torino e nella cintura; quasi il 50% di questi giovani ha conseguito un diploma di scuola superiore; molti hanno frequentato istituti tecnici e professionali partecipando alle lotte del movimento studentesco. È l’ingresso dell’operaio sociale nella grande fabbrica. L’impatto dei nuovi assunti con il sistema Fiat è infatti, fin da subito, molto forte. I giovani operai non accettano i ritmi di lavoro, le direttive dei capi, la pesantezza e l’alienazione del lavoro alla catena. Questi comportamenti influenzano e condizionano fortemente anche la restante parte delle maestranze: gli operai e i tecnici più anziani, che in qualche modo erano giunti ad accettare determinati compromessi e abitudini lavorative. Maurizio Magnabosco, uno dei massimi dirigenti Fiat di quel pe- riodo, ha affermato: “Con la ripresa delle assunzioni del ’77, ma soprattutto con l’ondata più grossa del 1978-79, anche negli stabilimenti Fiat cominciano a comparire gli autonomi. Erano giovani che contestavano il lavoro [...] con atteggiamenti di protesta e di rifiuto aprioristici e pregiudiziali, rivolti anche agli schemi e alle regole della rappresentatività. Contestavano la figura del rappresentante sindacale, non sceglievano mai il percorso di un confronto con la direzione. Durante lo sciopero di una o due ore, all’interno del turno, molti di questi neo-assunti uscivano dalla fabbrica e non vi rientravano più. Erano contro l’azienda, ma allo stesso tempo contro il sindacato» (Dal testo di Guido Borio, Operai contro la metropoli, contenuto in questo volume). [9] Le giornate d’aprile, in «Rosso contro la repressione», marzo-aprile 1975. [10] Sergio Bologna, in Collettivo di «Primo Maggio». La tribù delle talpe, Feltrinelli, Milano 1978. Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori prima della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi. Ha curato i saggi: L’Orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale (Feltrinelli); La sinistra populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano (Castelvecchi); per DeriveApprodi: Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine-icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena; Le polaroid di Moro (con Raffella Perna); Settantasette. La rivoluzione che viene; i tre volumi de Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie (con Lanfranco Caminiti); Il’68 sociale, culturale, politico (con Nanni Balestrini e Franco Berardi Bifo). Per Milieu Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice, pubblicato da Sellerio.

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