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Articoli filtrati per data: Thursday, 13 Gennaio 2022

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un contributo arrivatoci per la rubrica  Green Pass e gestione della crisi pandemica

 

Pandemia, fine del secondo anno. Dopo due anni siamo estenuati. Disillusi lo eravamo già prima, cinici e forse anche depressi; ma ora siamo estenuati. Proletari, piccolo borghesi, malati e sani. Ciascuno secondo la propria condizione, ovviamente. Ma mai come ora sembra sorgere, anche se per motivazioni leggermente diverse, un unico coro: basta. La condizione presente non è più sostenibile, la schizofrenia che si ripete sempre uguale anche se diversa (lockdown, zone rosse, terrorismo mediatico e reclusione per malattia di massa) sta davvero iniziando a rompere degli argini.

Seppure sono passati due anni, la sensazione è infatti di essere, ciclicamente, quasi al punto d'inizio, anche se da un certo punto di vista è tutto si è ribaltato. Ogni inverno la percezione sociale delle ondate è leggermente diversa. Quest'anno, il disorientamento iniziale, quasi la sorpresa per il fulmineo esplodere dei contagi, che si è rapidamente trasformata in senso di accerchiamento. E subito dopo, depressione. E paranoia, malattia, reclusione. Quando si torna al lavoro o a scuola, paura di essere contagiati. Ciò che è sempre uguale è la sensazione di spaesamento, di impotenza e di fragilità che ci coglie ad ogni ondata. Ciò che è diverso è la linea del potere - seppure non sarebbe sbagliato scorgervi una stessa finalità di fondo.

Stiamo vivendo un profondissimo male sociale, che ha a che fare anche con lo stato di malattia e con la morte, con la fantasmagoria di esse, ma non solo: ha a che fare con la fragilità e l'impotenza. D'altronde, mai come ora, negli ultimi anni anche pre-pandemici, le radici del male si sono mostrate in modo così esplicito. Dopo due anni, vale poco continuare a ripetere il ritornello dell'imprevedibilità del virus. A fronte di questo disagio sociale di massa, infatti, vige ad oggi una sola misura del governo e dei media: il vaccino. Misura che si gonfia inevitabilmente di messianismo, e inevitabilmente di delusione e fallimento. Ma questo non basta a fermare i numerosi apostoli del potente siero: ogni giorno cantano indefessi le loro variazioni sul tema, adducendo prove - scientifiche, non lo si mette in dubbio - sull'efficacia (nonostante tutto) del vaccino. Sulla sua desiderabilità, nonostante tutto. Nessuno, è vero, si aspettava che avrebbe azzerato i contagi, ed è impossibile non tenere in considerazione il rapporto tra casi e terapie ospedaliere. Il sistema sanitario non è (del tutto) al collasso, come un anno fa.

Ma tutto questo non basta. Non basta a giustificare l'incapacità di problematizzazione di un disagio così vasto estrutturato. Non basta, soprattutto, a giustificare l'immobilismo del governo, che ha effettivamente deciso di puntare tutto sul vaccino e sull'immunizzazione di gregge, rimuovendo la possibilità di altre numerose possibilità di contenimento. L'unico interesse del governo, ormai è esplicito, è quello di rendere la situazione "accettabile" da un punto di vista di ripartenza economica. Si parla di "equilibrio tra necessità economiche e di salute", ma di fatto tra questi due termini non c'è alcun tipo di mediazione: si cerca semplicemente di evitare l'impantanamento completo del SSN e il lockdown de facto per l’eccessiva diffusione del virus. Se non accettiamo che questa sia la tutela della salute, è chiaro che misure contenitive sono volte a consentire condizioni sostenibili di produzione. D'altronde, dopo due anni, la scoperta dei vaccini e maggiore conoscenza del virus, le altre manovre di contenimento, che pure erano chiaramente emergenziali e inadeguate, non si sono riadattate o trasformate: sono sparite, diventate quasi taboo.

Ciò che più odioso e insostenibile di questa strategia e delle sue giustificazioni è l’invisibilizzazione (dopo una scandalistica sovraesposizione) del dolore che la pandemia continua a provocare, anche e soprattutto per motivi sociali e politici. In questo senso, l'ultima conferenza del premier Draghi non può suscitare altro che desiderio di palesare, a lui e a chi lo sostiene, la violenza che stiamo vivendo e che ignobilmente minimizza, o finanche ignora. Gli "apostoli del vaccino" così, forse anche in buona fede, stanno avendo principalmente il ruolo di mediare tra le politiche governative, sostanzialmente disumane, e la società, presentando giustificazioni della sua misura principe. Forse non è superfluo ripetere che il punto non è la sensatezza o meno del vaccino come misura di contenimento della pandemia, difficile da mettere in questione: è il ruolo che la vaccinazione di massa svolge nelle politiche governative, anche al di là dell'emergenza pandemica. E gli apostoli del vaccino, che siano probi scienziati o narcisisti in cerca di attenzioni, sono quantomeno colpevoli di completa mancanza di senso critico e di capacità di ragionamento politico.

Una colpevolezza che in questo momento è un crimine ben peggiore dell'essere contro il Green Pass. Il rispetto nei confronti di questo disastro sociale avrebbe richiesto di fermarsi un attimo. Di provare a mettere in questione delle forme sociali date per assodato, degli stili di vita, delle ideologie. Avrebbe richiesto coraggio, capacità di cogliere l'opportunità nella crisi. Niente di tutto questo è avvenuto da parte di chi ha anche solo un briciolo di potere, e il vaccino è il paravento per nascondere (goffamente) l'immobilismo. D'altronde, anche rimanendo in un quadro capitalistico sarebbe possibile pensare una ristrutturazione della sanità, della scuola, riflettere su sussidi economici. Neanche questo. Solo il vaccino, e la criminalizzazione di chi non si vaccina, di chi è inevitabilmente portato a pensare che lo Stato non ha a cuore la nostra salute, che non si vive in una democrazia reale, che al primo posto di tutto ci siano i profitti.

Come dargli torto. Rifiutare il Green Pass viene sempre più riconfermato dalle strategie di governo come segnale di una diserzione nei confronti di una gestione pandemica disumana. Senza voler chiudere un occhio nei confronti dei molti, troppi, lati oscuri della lotta NoGP, ciò che è necessario fare è sicuramente smettere di considerare il vaccino solo scientificamente, e calarlo in delle strategie politiche. Non per vuoto ribellismo, ma per rispetto del male che stiamo vivendo.

Siamo stanchi, disorientati, disuniti. Non abbiamo una prospettiva convincente. Ma ribolle sempre più un senso d'odio, e di ingiustizia: non aspettiamo altro che uno spiraglio di possibile e di vita.

 

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Abbiamo tradotto questo approfondito e interessante testo de La Laboratoria - Espacio de Investigacion Feminista, del nodo di Madrid, che restituisce i contributi dei tavoli organizzati in occasione della conferenza "Il sindacalismo femminista che verrà". Si tratta di importanti piste di riflessione verso un nuovo 8M che si avvicina. 

Nel dicembre 2020, la prima edizione della conferenza organizzata sulle pratiche femministe in chiave sindacale - riferendosi a un sindacalismo ampio e rinnovato, capace di affrontare la molteplicità delle nuove forme di sfruttamento attraverso il lavoro, ma anche attraverso la cura e la vita stessa - si intitolava "Il sindacalismo femminista che verrà".

Oggi siamo molto felici di annunciare che la seconda edizione della conferenza si terrà il terzo fine settimana di febbraio 2022. Per ricordare ciò che stava già accadendo un anno fa e per scaldarci in vista del prossimo incontro, ripubblichiamo come bilancio questo articolo pubblicato originariamente su Pikara: raccoglie alcune riflessioni, in dialogo con ogni tavolo dell'incontro, per proporre un sindacalismo intersezionale, di base, auto-organizzato e focalizzato su questioni materiali oltre a quelle del lavoro, che possa permetterci di lottare insieme e resistere fino al raggiungimento dei nostri obiettivi.

 

Ci sembra urgente affinare le basi e gli obiettivi di un femminismo in movimento che prenda sul serio il legame tra capitalismo, patriarcato e colonialismo. Vogliamo farlo sulla base di lotte concrete, che non sono battaglie isolate, ma parte di un quadro comune di contestazione generale di questo sistema. E anche dalla consapevolezza che per lottare abbiamo bisogno di meccanismi di sostegno materiale ed emotivo, la generazione di reti sociali di sostegno reciproco, che hanno valore in sé perché sono, di fatto, il seme di quell'altra società che desideriamo. Quando facciamo in modo che l'organizzazione di cui ci dotiamo per lottare sostenga di fatto la possibilità materiale e soggettiva di quella lotta, allora non solo resistiamo agli attacchi e conquistiamo diritti, ma allo stesso tempo costruiamo autonomia, contropotere, nuove modalità di relazione e reciprocità, che a loro volta permettono la continuazione e l'accumulazione della nostra lotta come tessuto vivo.

Quello che diciamo non è nuovo: queste idee vengono dalle organizzazioni indigene americane, dalle lotte per i beni comuni europeee, dal primo movimento operaio e dalle sue prime mutue e sindacati: la lotta per, e la costruzione dei propri mezzi di produzione e riproduzione per affrontare la violenza del capitale e dello stato sono sempre andate di pari passo, come un modo di resistere all'espropriazione dell'autonomia di chi sta sotto, come un modo di aprire il presente e affermare altre possibilità. I femminismi si aprono anche come marea di tutti e tutte quando riescono a mettere al centro le condizioni materiali dell'esistenza e a costruire un "sindacato", nel senso di reti stabili di sostegno reciproco che socializzano e politicizzano i disagi individuali, che combattono le battaglie nei conflitti concreti, in connessione con altre lotte, e allo stesso tempo mettono al centro il tessuto sociale, le infrastrutture e le istituzioni che si vanno costruendo lungo il percorso di lotta.

Che lo si chiami "sindacato" o meno non è il punto. Tutta l'azione dei sindacati gialli ha eroso il loro immaginario, anche se, se guardiamo la storia, la verità è che i sindacati sono stati la prima cosa che il neoliberismo ha dovuto distruggere per stabilire la sua egemonia e che la Transizione spagnola ha cooptato e creato per annullare il conflitto di strada. Quello che vogliamo sostenere è che il sindacalismo autonomo, con una priorità sull'autorganizzazione e sul conflitto intorno alle questioni materiali - non solo quelle del lavoro - se è femminista, se è intersezionale, può essere un fertile punto di riferimento organizzativo per la lotta nelle strade, nelle case e nei letti. Niente di nuovo: decine di collettivi e organizzazioni, dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca al Territorio Doméstico, dal Colectivo de Prostitutas de Sevilla alle reti di quartiere dei gruppi di autodifesa femminista o le organizzazioni sindacali a protagonismo femminile e femminista lo mettono in pratica. Sotto il loro segno, vogliamo esplicitare alcune delle premesse che queste pratiche contengono, per ispirarne molte altre.

Scriviamo in rottura con qualsiasi idea di femminismo come stile di vita individuale. In realtà, uno stile di vita femminista individuale è disponibile solo per coloro che hanno condizioni materiali di vita sostenibili, e questo è sempre a causa di una particolare origine di classe, livello di istruzione, colore della pelle e background, e di solito grazie al lavoro di altre donne con meno privilegi. L'identificazione del femminismo con la figura della "donna professionale emancipata e liberata" non fa che oscurare le reali relazioni di oppressione, sfruttamento e violenza che soffocano la vita della maggioranza delle donne e degli eterocis-dissidenti ed è, di fatto, funzionale all'attuale ordine del capitale.

L’ordine capitalista è abbastanza capace di integrare un certo numero di "subalterni", purché si adattino allo stato delle cose. Inoltre, vengono usati per incolpare gli altri di non essere in grado di "arrivare dove sono arrivati". Affrontare le oppressioni che si sperimentano nella propria sfera domestica o professionale, per quanto importante a livello rappresentativo e immaginario, se ha come unico risultato che alcune donne si "eguagliano agli uomini bianchi" in un sistema ingiusto, si scontra con il collo di bottiglia strutturale su cui si basa il sistema stesso, all’interno del quale ci sono sempre persone in basso che lavorano gratis o quasi.

Se vogliamo un femminismo che sia veramente capace di cambiare tutto, i bisogni dei più sfruttati e violati devono essere al centro del movimento: sono la prima linea del conflitto capitale-vita e la prima pietra senza la quale il sistema non può essere mantenuto. Solo sfidando le basi del sistema fianco a fianco, si può trasformare la situazione di tutte e tutti, non solo di poche, professioniste e per lo più donne bianche.



Siamo tutte lavoratrici

[In dialogo con la tavola rotonda 'Rivolta femminista e trame organizzative intrecciate alla vita'].

Partiamo da un terreno comune: siamo tutte lavoratrici e tutte svolgiamo lavori di cura nella nostra vita e in quella di chi ci circonda. Questa concezione cerca di includere tutto il lavoro quotidiano (fisico, mentale, emozionale, relazionale), al di là del lavoro, in cui siamo coinvolte e che portiamo avanti grazie alle reti sociali in cui siamo inserite e che sosteniamo. Non distingueremo tra produttivo e riproduttivo o tra umano e non umano. Ci sono una serie di lavori che devono essere fatti per garantire la vita e, ancora di più, per renderla dignitosa e buona: questi sono i lavori che contano per noi e che vogliamo mettere sul tavolo come misura dell'economia e della società. Questi sono i posti di lavoro da cui è partito l'appello allo sciopero femminista per far capire che, se le nostre vite non hanno valore, che vadano avanti senza di noi.

La base sessista e razzista dell'accumulazione capitalista

[In dialogo con 'Smantellare la casa del padrone'].

L’analisi violenza che subiamo sui nostri corpi è ciò che ci permette di riconoscere i punti di valorizzazione del capitale. Questa analisi è spesso sorta proprio nelle assemblee preparatorie agli scioperi femministi: quali compiti possiamo fermare e quali no, perché, da cosa dipende la nostra sopravvivenza, da chi?

Lo sfruttamento è la comprensione più classica dell'accumulazione capitalista delle sinistre europee, nella tradizione marxista. È il lavoro di cui si appropria il proprietario dei mezzi di produzione e dal quale ricava il suo profitto. Tutte le lavoratrici salariate sperimentano questo sfruttamento del lavoro, in modo differenziato a seconda del lavoro, naturalmente, e l'accesso al lavoro è mediato dall'istruzione, dalla classe, dal sesso, dal genere, e così via. Torneremo su questo punto.

L'appropriazione è la forma più antica dell'accumulazione capitalista, infatti è alla base della cosiddetta "accumulazione originaria", ma non si limita al momento storico iniziale della nascita del capitalismo, ma costituisce il principale, il più persistente meccanismo: l'appropriazione, quasi sempre violenta e in tutti i casi senza compensazione, della natura non umana - terra, acqua, animali, sottosuolo - e del lavoro umano - dai nativi americani e dalla schiavitù africana a tutto il lavoro non pagato delle donne. Non si sottolineerà mai abbastanza che è questa appropriazione che permette la maggior parte dell'accumulazione capitalista.

L'estrattivismo che indichiamo qui (che non coincide con l'estrattivismo come forma esacerbata di appropriazione della natura di cui si parla abitualmente) comprende forme di accumulazione di capitale in cui il capitale estrae valore dalle nostre forze vitali in senso lato e in modi che sono solitamente indiretti o mediati. Il caso più eclatante è quello del debito: una volta indebitate, siamo costrette a organizzare la nostra vita e a mettere tutte le nostre energie nell’assicurarci di poter pagare. Le leggi sulla proprietà intellettuale estraggono anche valore dai prodotti culturali che per definizione emergono da reti sociali diffuse: questo è il caso di qualsiasi libro, ma è forse più visibile nell'industria della moda e nei suoi coolhunters. I dati potrebbero essere un terzo esempio: certe imprese estraggono dai nostri modi di vita informazioni, vendibili in sé, che servono a guidare le industrie e i loro profitti senza alcun ritorno.

Tutte le forme di accumulazione sono attraversate dall'antropocentrismo, dal sessismo, dal razzismo e dal sistema delle frontiere, poiché è ciò che permette l'accumulazione differenziale (sfruttamento, appropriazione, estrattivismo) tra territori e tra persone dello stesso e di diversi territori e, naturalmente, è ciò che permette l'appropriazione infinita della natura non umana. Svelare il ruolo del ciseterosessismo nel sostenere l'accumulazione è fondamentale e strategico per affrontarlo. Si genera una violenza permanente per adattare le persone al modello eterosessuale e familiare, che ci isola gli uni dagli altri e in cui si attribuiscono ruoli sessuali e comportamentali che sono anche economici (identità basata sul lavoro come ruolo normativo degli uomini / identità basata sulla cura / lavoro non pagato come ruolo normativo delle donne).

Da qui l'alleanza neoliberale e neoconservatrice che vede il mantenimento delle donne nei loro ruoli sessuali e di genere tradizionali come la stabilità indispensabile ai propri profitti. Allo stesso modo, il razzismo e il sistema delle frontiere, nucleo del sistema (post)coloniale, sono la base dell'accumulazione esacerbata che avviene fuori dal centro capitalista e, al suo interno, nei corpi razzializzati. Torneremo su questo punto più avanti, perché l'immaginario coloniale delle nazioni sviluppate/sottosviluppate, collocate in una linea temporale di tappe successive, ha permeato anche i movimenti progressisti che pensano che facendo progressi al centro, i diritti arriveranno fino agli altri punti. Gli altri devono solo combattere come loro. Non sembrano capire che i loro stessi posti di lavoro e le loro economie, il loro stesso stile di vita, si basano su questa accumulazione differenziale esacerbata e che, come nel caso delle donne, il fatto che alcuni lavoratori nel mondo abbiano dei diritti non intacca la base fondamentale del sistema. Ecco quanto sono importanti e anticapitaliste le lotte femministe, antirazziste e ambientaliste.

Sono le lotte che ci hanno dato questa mappa di accumulazione, dagli zapatisti alla Ni Una Menos globale, dai Gilet Gialli alla Via Campesina, dallo sciopero femminista agli scioperi indigeni, dai lavoratori a giornata di Huelva alle cacerolados popolari. È dai conflitti concreti che possiamo vedere le nostre posizioni relative, marcare strategie comuni, anticipare le tendenze del capitale, includere nei discorsi delle nostre lotte le realtà che appaiono lontane nelle divisioni produttivo/riproduttivo, salario/non salario, classe/razza, ma che comprendiamo come parte dello stesso se pensiamo al capitalismo come un complesso assiomatico capace di accumulare da diversi fronti. Per esempio, nel caso del passaggio dall'appropriazione del lavoro domestico delle donne europee allo sfruttamento del lavoro domestico delle donne migranti, l'apparente avanzamento di una lotta ha in realtà molto a che fare con un cambiamento nei meccanismi di accumulazione. Se guardiamo le interrelazioni a livello globale, possiamo sentirci parte della stessa cosa e pensare a priorità e strategie che ci portino tutte avanti.

 

Il lavoro deregolamentato come norma e tendenza

[In dialogo con 'Quando il lavoro non sembra lavoro' e 'Pane e rose'].

La storia ci mostra che ciò che sembra normale al centro non è altro che eccezionale nel mondo e che le tendenze di ciò che accade al centro sono state sperimentate nella periferia il più delle volte: esattamente il contrario di ciò che sostengono le teorie dello sviluppo, dove la periferia e l'eccezione tenderebbero ad avvicinarsi gradualmente alla norma istituita al centro. Il lavoro salariato regolare che conosciamo nei centri dell'economia mondiale, non appena ha cessato di essere funzionale alla geopolitica internazionale e non ci sono state contropotenze per combatterlo ed estenderlo, ha teso verso quella deregolamentazione che è stata la norma storicamente e globalmente.

Nel centro sono sempre esistite, inoltre, importanti nicchie di lavoro deregolamentato. Un settore così massiccio come il lavoro domestico salariato è sempre stato regolato al di fuori dello Statuto dei lavoratori. La legge sugli stranieri e la panoplia di inclusioni che crea, con permessi di soggiorno e di lavoro differenziati, ha assicurato la deregolamentazione del lavoro migrante, che non era un'eccezione ma un pilastro dei nostri sistemi produttivi. Dall'agrobuisness all'edilizia e all'assistenza (di nuovo). La precarietà dei lavori temporanei e a tempo parziale sta erodendo da decenni il discorso dominante che presenta la nostra società come una società salariale a impiego stabile con "anomalie" che, se corrette, ci riporta alla norma. Ormai sappiamo fin troppo bene che non si tratta di anomalie, ma del funzionamento ordinario dell'accumulazione capitalista, basato sul lavoro precario per i giovani, le donne e i gruppi popolari. Con contratti di lavoro e di servizio e la nuova e più massiccia figura del "falso lavoratore autonomo" (figura ben nota nel lavoro sessuale, tra l'altro, altra grande nicchia del lavoro negato). È così che funziona l'economia della piattaforma, venduta come il più moderno dei modelli.

Molte lotte per il lavoro rimangono all'interno del quadro logico dello sviluppo che pensa ai termini di inclusione ed esclusione come fasi successive e non contemporanee. Tuttavia, la mappa completa dello sfruttamento, dell'appropriazione e dell'estrattivismo ci mostra che lo schema lavoro-impiego-salario non corrisponde alle nostre realtà materiali globali e che, nel capitalismo, un impiego regolare per tutti non è possibile, perché l'accumulazione si basa proprio sull’interazione tra queste dinamiche differenziali. Quindi richieste come il reddito di base o la fine del sistema delle frontiere devono andare di pari passo, completando qualsiasi lotta sindacale. Prima ne siamo consapevoli, prima possiamo iniziare a immaginare altri modelli di economia e lavorare insieme.

Costruire l'autonomia attraverso il sindacalismo sociale

[In dialogo con 'Ci devono una vita'].

Quello che noi chiamiamo sindacalismo sociale è quello che ad altre latitudini si chiamano forme di supporto alla vita. È la costruzione di mezzi di riproduzione autonomi, dentro e contro il sistema, nelle crepe lasciate dal sistema e nella lotta contro di esso. La schiavitù salariale e la dipendenza dal welfare (e ora anche il ricatto della finanza a livello individuale e statale) ci lasciano assolutamente vulnerabili nella nostra vita quotidiana. Incapaci, quindi, di costruire dei contropoteri che ci costringano a dare la priorità alla nostra vita rispetto al profitto. Possono agire su di noi perché, al limite, non possiamo garantire la nostra sopravvivenza da soli.

In questo senso, abbiamo visto la centralità dell'autonomia ri/produttiva delle comunità indigene e contadine di tutto il mondo nel sostenere le loro lotte (blocchi cittadini e stradali) e la loro stessa esistenza. Da qui anche la necessità del capitalismo di distruggere le relazioni comunitarie, l'uso comunitario della terra e le economie di sopravvivenza per imporsi, come ha fatto definitivamente in Europa dal XVI secolo e continua oggi, con la violenza e l'espropriazione della terra in tutto il pianeta. E quindi gli unici che sono stati in grado di resistere al capitalismo nelle società salariali sono stati i sindacati, quando i lavoratori in sciopero potevano sostenersi almeno per un periodo di tempo. Ma la diversificazione del capitalismo fa sì che oggi possa smettere di contare su una parte della produzione per un tempo più lungo di quanto si possa stare senza salario. Il 15M e le piazze sono anche un esempio di una lotta che ha tenuto conto della sua riproduzione materiale (cibo, posti sanitari, pulizia) e relazionale (assemblee, segni di comunicazione, commissione di "rispetto"/convivenza) per mantenersi nel tempo.

La monetarizzazione della vita in tutte le sue sfere ci rende estremamente dipendenti dal salario e ci lega quindi mani e piedi di fronte alla lotta. Un obiettivo, semplicemente per essere in grado di combattere, è quello di coltivare i propri mezzi di riproduzione. Questo include canali alimentari autonomi, cooperative abitative e alloggi recuperati, strutture di cura collettive, centri sociali e spazi di autoformazione e aggregazione, casse di resistenza, gruppi di autodifesa, tra molte altre cose che possiamo immaginare. Di fatto, i lavoratori organizzati in sindacati all'inizio del XX secolo erano in grado di sostenere lunghi scioperi perché avevano tutta una serie di istituzioni comuni (commissari, atenei, cooperative di abitazione), sostenute anche per coloro che non erano salariati. Queste strutture autonome di riproduzione sono anche spazi per la costruzione di nuove soggettività e relazioni sociali, soggettività che hanno visto nella pratica che esistono altre forme di organizzazione, che conoscono il potere dell'autorganizzazione e la forza collettiva che fornisce.

Ma per lottare dobbiamo anche avere fiducia che i nostri compagni/e di lotta si facciano carico della riproduzione collettiva.

Oltre a sapere che siamo insieme, come sentirci insieme

[In dialogo con l'assemblea plenaria della riunione].

Molte di noi sono coinvolte in conflitti concreti, generano queste reti di sostegno, sostengono le istituzioni comunitarie. La marea femminista globale ha permesso di rendere più visibile che mai che siamo migliaia, non solo in ogni città o regione, ma anche a livello internazionale. Sappiamo di essere insieme, sappiamo che soffriamo in modo diverso per le diverse facce dello stesso sistema e che condividiamo le stesse esigenze. Ma come possiamo sentirlo quando siamo in una battaglia specifica e siamo tutte così coinvolte che non possiamo mettere i nostri corpi nelle battaglie degli altri? Come possiamo trasmettere nelle nostre lotte che non siamo solo noi, che ci sono molte altre con noi, altre in altri luoghi e latitudini con cui risuoniamo in comune? Quando trattiamo con un padrone di casa per uno sfratto, come possiamo affermare che non siamo 50 ma 500, 5000 donne vicine?

Lo sciopero dell'8M ci ha permesso di testare la nostra capacità di coordinarci e di agire allo stesso tempo. Ci sembra che abbiamo bisogno di affinare questa capacità, di usarla di più, di praticarla su diverse scale, di stabilire spazi più continui di incontro e scambio, di appoggiarci più esplicitamente in ogni conflitto. Come ha detto Constanza Cisneros all'incontro de El feminismo sindicalista que viene, "organizzarsi è cominciare a vincere", e pensare alle nostre organizzazioni e alle nostre forme di lotta, come sono e a cosa vogliamo che servano, è una parte fondamentale del percorso.

*Nota finale:

15 organizzazioni di base hanno partecipato alla costruzione dell'evento e/o ai tavoli come oratori: Feministas en acción, Territorio Doméstico, Sindicato de Trabajadoras del Hogar y de los Cuidados, Observatorio Jeanneth Beltrán de Derechos de las Empleadas de Hogar, Riders por derechos, Asociación de Jornaleras de Huelva en Lucha, Limpiadoras del Gregorio Marañón, Grupo de Mujeres de la Plataforma de Afectadxs por la Hipoteca de Vallekas, Sindicato de Inquilinxs de Madrid, Association Forum des Femmes au Rif (AFFA), Unión de Acción Feminista Marruecos, Colectivo de Prostitutas de Sevilla, Activistas por los derechos de los camareras de piso Kellyys, Trabajadoras de Residencias de Mayores e Grupo de Autodefensa Feminista.

L'evento è stato un successo. Le iscrizioni erano al completo la mattina stessa dell'apertura. Oltre alle 30 iscrizioni riservate alle organizzazioni invitate, la media dei partecipanti è stata di 50 persone, riempiendo la capacità prevista giorno dopo giorno. La partecipazione online è stata in media di 150 persone, raggiungendo 217 persone alla conferenza inaugurale, che era esclusivamente online.

Nota degli autori:

Alcune raccomandazioni di libri da leggere e approfondire l'argomento:

Orizzonti comunitari popolari, di Raquel Gutiérrez

La potenza femminista, di Verónica Gago

Il punto zero della Rivoluzione, di Silvia Federici

Produrre il comune, a cura di El Apantle

Il capitalismo nel tessuto della vita, di Jason Moore

Testo originale qui : http://laboratoria.red/publicacion/claves-del-feminismo-sindicalista-para-acciones-colectivas/?fbclid=IwAR3NC2mDErzrGFuvI9zEYPMiPqDyGwSP_3i-Qgc-4mPFnFHTRnOLRqLlx80http://laboratoria.red/publicacion/claves-del-feminismo-sindicalista-para-acciones-colectivas/?fbclid=IwAR3NC2mDErzrGFuvI9zEYPMiPqDyGwSP_3i-Qgc-4mPFnFHTRnOLRqLlx80

 

 

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La versione abbreviata di questa recensione è stata pubblicata su «il Manifesto» del 13 gennaio 2022

Di PAOLA RUDAN da Connessioni Precarie

Il femminismo è per tutti di bell hooks (Tamu Edizioni, 2021, 203 pp., 14 €) è uscito nella sua traduzione italiana a cura di Maria Nadotti a ventun anni dalla sua prima edizione e poche settimane prima della morte della sua autrice. È il racconto di un’esperienza che si fa storia e ricostruisce il passato del movimento femminista a partire dagli anni ’70 del Novecento ‒ quando bell hooks lo incontra come una rivoluzione. Ripensare il passato per bell hooks non significa onorare una tradizione ma cogliere un’occasione: «la teoria femminista rivoluzionaria va di continuo elaborata e rielaborata perché si rivolga a noi, là dove viviamo, nel nostro presente». Il presente è quindi il tempo del femminismo. Esso deve essere sempre rinnovato come «movimento di massa» per riuscire a rovesciare quell’ordine che, con una formula tanto efficace, bell hooks definisce «patriarcato capitalista suprematista bianco». Il femminismo è per tutti non è, dunque, un bilancio, ma un’apertura. Dobbiamo domandarci intanto chi sono i tutti del titolo, che in italiano rimanda a un universale maschile che incorpora le differenze, mentre in inglese è un everybody in cui il riferimento al corpo le porta in primo piano, ponendo al centro del discorso anche le condizioni sociali in cui il corpo è situato. Quei tutti, che per bell hooks sono storicamente e quindi politicamente i referenti del femminismo, sono donne bianche e nere, povere e lavoratrici, migranti, bambine e bambini, omosessuali ed eterosessuali e sono anche gli uomini, che il femminismo chiama a una presa di posizione. L’affermazione – che si ripete continuamente nel libro ‒ «il femminismo è per tutti» ci impone di chiederci come sia possibile, oggi, produrre un discorso capace di «avvicinare» al femminismo chi ancora non conosce o non pratica questa politica appassionata – così bell hooks lo definisce nel sottotitolo – che può farci sperimentare la gioia della liberazione a partire da una visione realistica dell’oppressione e dello sfruttamento sessista. Di capire, ancora, come può il femminismo trasformarsi per riuscire a trasformare una realtà la cui complessità non permette soluzioni semplici.

C’è un passaggio che per bell hooks è evidentemente fondamentale, il salto dall’autocoscienza all’istituzione dei women’s studies nelle università nordamericane tra gli anni ’70 e gli anni ‘80 del Novecento. Se è vero, come lei sostiene, che «tutto ciò che facciamo nella vita si fonda sulla teoria», allora questo passaggio non va letto soltanto come un evento storico contingente e remoto, ma pone il problema di produrre un discorso per guidare l’iniziativa politica, un discorso espansivo capace di «convertire» ‒ questo è il termine che usa bell hooks, servendosi di un lessico religioso molto presente in tutto il libro ‒ un numero crescente di donne e uomini al femminismo. Ritroviamo in queste pagine una critica ai women’s studies che torna in molte parti della sua opera. La loro istituzione è stata l’esito di una battaglia politica per ridefinire i programmi formativi aprendoli alla storia delle donne e per leggere criticamente la produzione patriarcale del sapere. Per molte donne, e per la stessa bell hooks, i women’s studies sono stati la via d’accesso alla pratica del pensiero femminista. Allo stesso tempo, però, il loro ‘pubblico’ rischia di essere limitato a quanti possono permettersi studi universitari, mentre con le loro promesse di carriera hanno allontanato le accademiche dalla pratica del femminismo, trasformandone il pensiero in qualcosa di specialistico e per molte inaccessibile. Se il femminismo deve e può essere per tutti, la teoria che produce ha bisogno di essere realistica ovvero, come dice bell hooks, deve essere in grado di afferrare la realtà sociale complessiva in cui operano sessismo, razzismo e sfruttamento, parlando direttamente a chi ne fa esperienza e senza ridursi a un «gergo elitario».  

Nelle pagine in cui bell hooks si chiede «a che punto siamo» troviamo una diagnosi sullo stato della politica femminista. Questa, secondo lei, «sta perdendo lo slancio perché il movimento femminista ha perso di vista le definizioni chiare», che sono fondamentali per radicare la politica femminista nella realtà. Va letta in questo senso l’attenzione con cui, nelle pagine dedicate al programma di «mettere fine alla violenza», bell hooks dice che è necessario parlare di «violenza patriarcale» anziché soltanto «domestica». La seconda definizione è più «accettata» socialmente e mediaticamente perché oscura il nesso tra la violenza in famiglia e il dominio maschile nella società. Questo nesso, invece, va reso continuamente visibile, perché è il dominio maschile che dà forma a ogni relazione e a ogni aspetto della vita secondo le logiche della gerarchia e del possesso: dalla casa alla sessualità all’amore, dal lavoro al rapporto tra genitori e figli, dalle rappresentazioni dei mass media alla religione alla moda. Il dominio maschile si legittima nella mente di chi lo pratica come di chi lo subisce attraverso un «sessismo interiorizzato» al quale non a caso bell hooks si riferisce come «nemico interno». Per questo è importante la riscrittura della celebre frase di Simone de Beauvoir, che per lei suona: «femministe non si nasce, lo si diventa». Il fatto di essere «vittime di un sistema che sfrutta o opprime e perfino opporgli resistenza non significa che capiamo perché esso è in atto o come fare a cambiarlo». Non è vero che le donne sono essenzialmente non violente e non è vero che tutti gli uomini sono nemici delle donne, al punto che ‒ con una formula sorprendente ‒ bell hooks parla della possibilità di una «maschilità femminista», che si dà nel momento in cui gli uomini contestano il dominio e il privilegio che incarnano e si schierano dalla parte delle donne, per una liberazione da ogni dominio. bell hooks scrive molti anni prima dell’emergenza del movimento femminista e transfemminista transnazionale contro la violenza patriarcale, ma la sua lettura ne anticipa l’importanza e ne ribadisce l’urgenza, perché esso ha creato le condizioni per una contestazione della violenza patriarcale come pratica sociale di legittimazione di un ordine gerarchico fondato sul dominio e sul possesso.

il femminismo e per tutti

bell hooks è convinta che il femminismo debba coinvolgere anche gli uomini se vuole essere un movimento di massa e rivoluzionario. Questa convinzione è quanto mai produttiva oggi, quando una parte del femminismo che si definisce radicale ne sta riproponendo una visione identitaria, rinsaldando per di più quel determinismo biologico che le donne hanno contestato in massa. Per bell hooks, il femminismo non può essere una politica identitaria proprio perché impone di rompere con la propria identità marchiata dal sessismo prendendo una posizione: «identificarsi con le donne» è la formula che usa per dirlo, facendo dell’identità non un presupposto ma un effetto dello schieramento politico. La sua ricostruzione del dibattito del femminismo storico sulla sessualità diventa feconda proprio in questa prospettiva: se pure per un momento alcune femministe hanno indicato il lesbismo come la pratica più radicale di liberazione – dagli uomini, oltre che dal dominio maschile –, il confronto e lo scontro nel movimento femminista su omosessualità ed eterosessualità hanno permesso di comprendere che in entrambi i casi il problema è il rapporto con il potere. Le femministe lesbiche hanno sollecitato una «vigilanza critica» nelle relazioni eterosessuali, e a loro volta hanno dovuto riconoscere che anche nelle relazioni omosessuali possono operare il dominio e la violenza. Per bell hooks allora non esiste un orientamento sessuale più liberatorio degli altri, né il femminismo può pretendere di imporlo normativamente senza perdere il suo radicamento nella complessità delle esperienze. Secondo lei qualunque tipo di sessualità può essere libera a condizione di diventare l’occasione per una critica pratica dei rapporti sociali di potere. Non solo della maternità come destino obbligato per le donne, ma anche della divisione sessuale del lavoro domestico e dell’organizzazione di quello salariato, i cui tempi presuppongono che siano le donne a occuparsi della famiglia mentre gli uomini non devono farlo. Si tratta quindi di rivendicare la libertà sessuale mettendo contemporaneamente in campo quella che lei stessa chiama «lotta di classe femminista», a partire dal riconoscimento che non tutte le donne possono praticarla allo stesso modo, soprattutto là dove aborto e contraccettivi non sono accessibili se non a caro prezzo. Sono state le lesbiche, dice bell hooks, a renderlo evidente per prime, introducendo la prospettiva di classe e rompendo il fronte omogeneo della sorellanza: in una società in cui la dipendenza economica da un uomo era la norma per le donne, essere lesbiche le esponeva maggiormente anche alla povertà. Per bell hooks, allora, la libertà sessuale configura una dimensione collettiva e mai soltanto individualistica della libertà, che può essere sovversiva quando la sua pratica e la sua rivendicazione investono l’insieme delle condizioni sociali che la ostacolano. Questa comprensione materialistica e sociale della libertà sessuale mostra quale sia, oggi, la posta in gioco politica della lotta contro la sua repressione, che non riguarda soltanto le scelte soggettive, ma l’intera organizzazione della società.

Per questo il femminismo di bell hooks non può essere indifferente ai rapporti di classe e al razzismo. Ripensando la storia, osserva che c’è stato un momento in cui il femminismo è diventato «elitario», quando le femministe bianche hanno ridotto le loro rivendicazioni a un’uguaglianza nel lavoro, identificando il lavoro con alte possibilità di carriera e una remunerazione migliore. In quello stesso momento, le femministe bianche hanno rinunciato a prendere parola sul contrattacco patriarcale che ‒ identificando le madri single beneficiarie di sussidi, per la maggior parte afroamericane, con una delle principali cause della dissoluzione morale del paese e degli sperperi nella spesa pubblica ‒ ha fatto strada negli Stati Uniti allo smantellamento del welfare e alla società neoliberale che ora conosciamo. Se nega lo «sfruttamento sessista», se non vede che il lavoro non produce uguaglianza ma disuguaglianza, che per la maggior parte delle donne non promette carriera o redditi migliori ma soltanto il dispotismo del salario, il femminismo smette di essere per tutti e finisce per diventare la difesa di un potere di classe e del privilegio della pelle bianca. Se non riconosce che la fine del welfare e le politiche migratorie hanno intensificato lo sfruttamento moltiplicando la coazione al lavoro con nuove forme di «servitù debitoria» o di «servitù al contratto», il femminismo si riduce a uno «stile di vita» svuotato di ogni carica politica: a ciascuna il suo, senza alcuna pretesa di trasformare i rapporti sociali esistenti. Per bell hooks non si tratta di negare l’importanza dell’autonomia economica per le donne, né i benefici delle conquiste ottenute dal «femminismo riformista» attraverso le «discriminazioni positive», come le politiche delle quote o delle pari opportunità. Si tratta di denunciarne continuamente l’insufficienza per affermare che non c’è liberazione possibile se l’ascesa di alcune si compie sulle spalle di altre. Oggi dovremmo dire che non sarà una «strategia per la parità di genere» a liberare le donne dalla subordinazione e dallo sfruttamento, tanto più se il razzismo ne costituisce l’infrastruttura nascosta.

Il femminismo che bell hooks propone in queste pagine aspira a una liberazione collettiva a partire da una presa di posizione di parte, da quell’identificazione con le donne che in ogni momento della vita e in ogni luogo sociale può costituire una sfida al dominio maschile su cui si regge il patriarcato capitalista suprematista bianco. Quello proposto da bell hooks è un femminismo che vuole trasformare ogni ambito dell’esperienza – anche quello religioso, che riconosce come parte della vita di moltissime donne ‒ in un campo di battaglia per la liberazione, che vuole insinuarsi dappertutto andando «porta a porta» alla ricerca di nuovi «adepti». Il lessico religioso che ritorna può far pensare che Il femminismo è per tutti sia una specie di catechismo, ma in queste pagine non c’è una dottrina, c’è una storia fatta di problemi e possibilità. Il femminismo che propone bell hooks non è dogmatico ma «visionario», perché in virtù del suo realismo si sforza di prefigurare possibilità non ancora attuate. È «globale», perché ambisce a comprendere in che modo sono legate le diverse condizioni materiali in cui si trovano donne che vivono in ogni parte del mondo senza pretendere che alcune possano salvare le altre, offrendo ricette di liberazione che il capitale transnazionale trasforma in un «lusso». È un femminismo necessario, mentre la ricostruzione post-pandemica si configura sempre più chiaramente come un contrattacco patriarcale globale. Ed è un femminismo che va alimentato verso il prossimo 8 marzo, quando il movimento femminista e transfemminista globale avrà ancora una volta l’occasione di presentarsi in massa mostrando che il futuro è la possibilità attuale di un presente che altrimenti ci appare immutabile.

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Attorno alla metà degli anni Dieci del nuovo millennio è emersa con forza l’importanza che nell’odierna economia globale sta assumendo il cosiddetto Platform Capitalism – analizzato pionieristicamente da studiosi come Nick Srnicek1 –, cioè quella particolare forma di business ruotante attorno al modello delle piattaforme web rivelatosi il paradigma organizzativo emergente dell’industria e del mercato grazie alla sua abilità nello sfruttare pienamente le potenzialità della cosiddetta quarta rivoluzione industriale.

di Gioacchino Toni da Carmilla

Se c’è un settore in cui emerge con chiarezza l’importanza assunta da tale modello questo è il comparto dei media ed è proprio a questo che si riferisce il volume di Luca Balestrieri, Le piattaforme mondo. L’egemonia dei nuovi signori dei media (Luiss University Press, 2021), in cui vengono descritte le trasformazioni culturali e industriali dei media che il “centro del mondo” – che, attenzione, significa certo Stati Uniti ma anche Cina – sta imponendo alle sue periferie.

In generale, quando si parala di “piattaforma” si fa riferimento a «uno spazio per transizioni o interazioni digitali che crea valore attraverso l’effetto network, il quale si manifesta tramite la produzione di esternalità positive» (p. 14). Visto che la creazione di valore deriva soprattutto dalla conoscenza dei clienti e del mercato, diventa fondamentale la capacità di estrazione e di interpretazione dei dati comportamentali dei consumatori.

Essendo la piattaforma a organizzare i flussi di informazione all’interno del network, la sua forza risiede proprio in questa sua capacità di connettere e ottimizzare gli scambi di informazioni tra gli elementi che coinvolge che prima erano invece disseminati lungo una filiera lineare. Si tratta pertanto di una forma organizzativa meglio capace di sfruttare le potenzialità offerte dall’intrecciarsi di intelligenza artificiale, cloud computing e connessioni ultraveloci e che, strada facendo, ha dato luogo a quelle che l’autore definisce come vere e proprie “piattaforme-mondo”:

ecosistemi che organizzano in rete produzione e consumi, sviluppano e gestiscono la tecnologia con cui governano i mercati e tendono a espandersi attraverso il controllo dei dati. La piattaforma diventa mondo, tende a dilatare sena limiti i suoi servizi e le opportunità che offre. È la versione dell’one stop shop sviluppata, con il massimo di rigore e coerenza, per le prime dalle grandi piattaforme cinesi. Una sorta di paese dei balocchi nel quale il consumatore, idealmente, non deve cercare altrove per soddisfare digitalmente ogni suo bisogno (p. 19).

Si sta parlando di colossi statunitensi come Alphabet (gruppo Google), Amazon, Facebook, Apple e Microsoft e cinesi come Baidu, Alibaba e Tencent. A un livello inferiore in questa gerarchia di potenza si collocano invece piattaforme come Netflix e Spotify in quanto impegnate in un segmento di mercato limitato, audiovisivo la prima e musicale la seconda. Per dare un’idea della potenza di fuoco di cui dispongono tali colossi si pensi che nel 2021 tra le dieci imprese a maggior capitalizzazione mondiale figuravano ben sette piattaforme-mondo.

Per comprendere come le piattaforme si siano evolute da semplici sistemi informatici nell’infrastruttura chiave dell’economia globale in grado di erodere le sovranità nazionali, sfruttando la capacità di ottenere ed elaborare dati, lo studioso ritiene sia necessario partire dalle “guerre dello streaming” per il controllo dell’industria audiovisiva statunitense che si sono scatenate negli anni Dieci del nuovo millennio. A una prima fase in cui le piattaforme S-VOD (sevizi video-on-demand richiedenti un abbonamento per una visione senza limiti dei contenuti) sferrano il loro attacco alla televisione multicanale uscendone vincitrici, succede una seconda fase in cui queste piattaforme si scontrano tra di loro per il dominio del mercato in una competizione giocata sul volume di dati raccolti e sull’ampiezza dei servizi che tali dati permettono di proporre in maniera profilata ai consumatori.

Per oltre un trentennio, a partire dagli anni Novanta del Novecento, il sistema della tv via cavo statunitense ha regnato sul sistema mondiale dei media grazie soprattutto alla sua indubbia capacità creativa (che ha portato a fare della serialità la narrazione privilegiata della contemporaneità e del suo immaginario) e all’aver messo in piedi un efficace sistema produttivo e di aggregazione di media company capace di integrare il comparto hollywoodiano tanto a livello creativo che organizzativo. Ne corso degli  anni Dieci le piattaforme streaming hanno dunque saputo assimilare e prendere il controllo tanto della creatività seriale che della base produttiva sviluppata nel frattempo dal sistema della tv via cavo.

A risultare vincente, scrive Balestrieri, non è dunque il prodotto in sé (la serialità), che le piattaforme hanno trovato già strutturato dalle cable tv, ma il rapporto con il consumatore, che nello specifico significa la fruizione on demand e la valorizzazione della libertà di scelta. Quando compare Netflix, ad esempio, la cosiddetta complex tv2– la tv della complessità narrativa – era già un dato di fatto così come, almeno parzialmente, le sue innovative modalità produttive. Si potrebbe dire che Netflix arriva quando HBO ha già cambiato la serialità.

Esiste dunque una contiguità ideativa e realizzativa a livello di prodotto; ciò che le piattaforme on demand hanno innovato è la modalità di fruizione e la rapidità con cui il pubblico statunitense si è convertito a questa sembra essere derivata dalla possibilità di controllare autonomamente il tempo di consumo svincolandosi così dal flusso imposto dai palinsesti: «è lo stesso bisogno di differenziare e personalizzare il consumo audiovisivo che, due decenni prima, aveva determinato la rivoluzione creativa e la diversificazione produttiva della tv via cavo e che, negli stessi anni, aveva portato al boom prima dei videoregistratori e poi del Dvr» (pp. 27-28).

A risultare vincenti sono le piattaforme che rinunciano a richiedere il pagamento per ogni singolo atto di consumo – come avveniva nelle prime sperimentazioni on demand – e che propongono invece all’utente, tramite abbonamento, l’esperienza di consumare senza vincoli e senza limiti: «la bulimia di esperienze fictional, di universi narrativi e di immagini che ne deriva è l’atto fondante di un nuovo tipo di consumatore mediale» (p. 29). Nell’offrire allo spettatore immediatamente tutti gli episodi di una serie si sollecita un cambiamento radicale delle abitudini di fruizione allontanandolo ulteriormente dalle proposte delle tv a palinsesto tradizionali, broadcast o cavo/satellite.

Oltre alla possibilità di consumare un’intera serie nei tempi preferiti, il consumatore si trova a poter disporre di una sorta di luna park all’interno del quale può attingere liberamente vivendo un’esperienza di assoluta libertà nella scelta. Si tratta di un’offerta che ha fatto breccia sopratutto tra le generazioni più giovani, e non è forse un caso che gli stessi sistemi educativi, da qualche tempo, siano sempre più inclini a sostituire un’istruzione pianificata in maniera strutturata a “palinsesto”, con una proposta sempre più a “buffet”, ove lo studente vive la sensazione di poter scegliere liberamente tra una molteplicità di offerte formative sempre meno strutturate e bilanciate tra di loro.

Le piattaforme hanno vinto perché, sostiene lo studioso, sono state abili nel creare il consumatore a loro più funzionale.

La piattaforma non mette astrattamente in contatto i soggetti che vi partecipano, ma li plasma e li ridefinisce in funzione dell’ottimizzazione delle loro interdipendenze – in termini di valore per i partecipanti e, soprattutto, per la piattaforma stessa. L’innovazione investe il prodotto, il soggetto che lo offre e il consumatore, educato a scoprire e apprezzare un’esperienza di fruizione diversa. La piattaforma, insomma, è al contempo il legislatore e l’educatore del mondo nuovo che costruisce (pp. 66-67).

Essendo che le piattaforme estraggono valore dall’offerta di servizi regolati dalla profilazione e dall’elaborazione dei dati derivati dal consumatore, quest’ultimo deve essere educato alla fruizione del maggior numero di servizi possibile all’interno di uno spazio digitale unico e alfabetizzato celermente alle regole della piattaforma in maniera che le viva come del tutto naturali inducendolo a comportamenti automatici vissuti come spontanei.

Il consumatore deve essere progressivamente portato a ricercare all’interno di quello spazio il soddisfacimento di bisogni originariamente eterogenei, quali l’informazione e la creazione di comunità, l’esplorazione ludica e l’autoaffermazione, il contratto di vicinanza e lo sguardo sul mondo. I social propongono una user experience facile, immersiva, senza strappi: facilità e immersività apparentemente simili a quelle del flusso televisivo, ma in realtà con un rovesciamento del rapporto tra soggettività e flusso, perché la passività dello spettatore televisivo è trasfigurata in (apparente) protagonismo e l’esperienza sembra ruotare attorno a continue scelte del fruitore attivo (p. 69).

Al di là della percezione del consumatore, modi e forme della partecipazione attiva alla creazione dell’esperienza immersiva sono in buona parte diretti dalle strutture logico-tecnologiche della piattaforma; «quello che sembra un percorso di naturale espansione degli interessi e della socialità del singolo segue un tracciato di messa a valore dei dati estratti e analizzati nell’insieme dello spazio digitale della piattaforma» (pp. 69-70) che lavora incessantemente per ottenere una vera e propria bulimia di contatti e di consumo. Le piattaforme social, in particolare, educano il loro fruitore a una particolare centralità visuale che lo lusinga di essere lui l’oggetto della cultura visiva:

i selfie che intasano i social mostrano i fruitori al centro di spiagge, di montagne, di luoghi di socialità, a riprova che – mentre la televisioni parlava di altro, al più, poteva suggerire un’identificazione con altri, come nei reality – adesso le piattaforme parlano del fruitore stesso, del consumatore che si specchia nell’immagine di sé. Si ottiene così l’effetto network da cui la piattaforma estrae valore. Per questo, l’autoreferenzialità dell’immagine deve essere condivisa e il narcisismo deve diventare contenuto di comunicazione attraverso i like o i retweet (p. 72)

Balestrieri si sofferma particolarmente nell’evidenziare l’asimmetria di potere esistente tra le piattaforme-mondo e i sistemi mediali nazionali.

Il flusso televisivo, nel Novecento e nel passaggio al nuovo secolo, ha svolto una fondamentale funzione costitutiva della socialità e dei percorsi identitari, contribuendo a disegnarne le forme espressive e i valori comunicativi, sostituiti dalle ideologie nella mappatura dello spazio politico e generatrici di rappresentazioni del contemporaneo e del suo significato. Anche nella sua banalità quotidiana, e forse proprio grazie a questa, il flusso televisivo raccontava una grande storia di appartenenza e di identità. Adesso questa capacità di racconto si è logorata, e solo in occasioni eccezionali riesce a trovare nuova potenza emotiva e forza aggregante. La società segue in generale percorsi di soggettività plurime, sempre più estranei alla cultura di massa ereditata dal Novecento, di cui la televisione era elemento costitutivo (pp. 58-59).

balestrieri piattaforme mondo COVER

Per certi versi, sostiene lo studioso, l’indebolimento della tv broadcasting spodesta la televisione dal ruolo di cerniera e organizzatrice della creatività mediale che aveva assunto; «la crisi della televisione costituisce il segno più evidente della disarticolazione della centralità nazionali della cultura e della creatività» (p. 91). Dunque, il particolare processo di globalizzazione mediale imposto dalle piattaforme-mondo, secondo Balestrieri, pone una pietra tombale sulla «possibilità di esercitare, attraverso un autonomo sistema dei media, una consapevole, trasparente ed efficace gestione dello spazio in cui si forma i discorso pubblico e si producono dinamiche culturali che in una comunità creano identità (al plurale)» (p. 93).

Se le realtà locali non sembrano davvero più in grado di dare forma alla cultura di massa creando o adattando contenuti pensati quasi esclusivamente in funzione di un consumo interno, soppiantate come sono dalle piattaforme-mondo capaci di assimilare tratti culturali locali per poi manipolarli in maniera da renderli appetibili al mercato mondiale, non sono mancati casi di “resistenza” locali che, per qualche tempo, hanno saputo anche oltrepassare i confini nazionali.

Balestrieri ricordata ad esempio la capacità in America Latina di dar vita a un prodotto originale come la telenovela capace di insinuarsi nel mercato internazionale; si pensi a come la telenovela brasiliana negli anni Sessanta abbia saputo trasfigurare in modalità melodrammatiche la quotidianità e il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un contesto autoritario sapendo trasformarsi nel corso del decennio successivo al pari della società che stava faticosamente uscendo dalla dittatura.

Nei decenni finali del vecchio millennio e nell’inizio del nuovo permane una certa dialettica tra sistemi nazionali e circuiti internazionali, tra centro e periferie a riprova di ciò si pensi al successo del fenomeno “format” soprattutto negli anni Novanta: «formidabile sintesi di globalizzazione del prodotto audiovisivo e di persistenza del mercato nazionale: si prende un’idea che ha avuto successo da qualche parte nel mondo e la si traduce in un contenuto vicino alla cultura del pubblico di un altro Paese» (p. 107). Ebbene, continua lo studioso, le piattaforme operano in maniera inversa: trasformano contenuti locali in prodotti globali e lo fanno forti dell’incredibile potenza di fuoco economica di cui dispongono nell’operare investimenti.

L’era del trionfo delle piattaforme-mondo ridisegna l’universo mediale riconfigurando anche le modalità di globalizzazione sia a livello di organizzazione industriale delle filiere e dei consumi che delle ibridazioni cultuali. Alla centralità dei flussi internazionali di capitali e prodotti propria della prima fase del processo di globalizzazione si sovrappone l’internazionalizzazione dei servizi al consumatore e delle infrastrutture tecnologiche. Il servizio è venduto direttamente al consumatore di ogni angolo del pianeta «disintermediando le filiere che si articolano nei sistemi nazionali dei media. La raccolta delle risorse e le decisioni strategiche sul loro reimpiego passano di mano e saltano il livello locale, lasciando a quest’ultimo magari il ruolo subalterno di fucina creativa a comando. Benvenuti nella globalizzazione mediale 4.0» (p. 109).

Se è pur vero che l’offerta audiovisiva di colossi come Netflix (che nel 2021 vantava oltre 200 milioni di abbonamenti disseminati in ben 190 paesi) o come Amazon è in buona parte fatta di contenuti statunitensi, sarebbe errato secondo Balestrieri vedere in queste piattaforme una semplice prosecuzione del processo di americanizzazione culturale del mondo iniziato con Hollywood.

Nella fase attuale, nella quale l’internazionalizzazione riguarda i sevizi diretti all’utente, lo scopo di un soggetto che opera globalmente come Netflix o Google non è vendere prodotti statunitensi sugli altri mercati, ma vendere il proprio servizio, che può benissimo prevedere anche la valorizzazione dei prodotti locali. Le piattaforme non vogliono americanizzare il consumatore globale, ma creare una nuova specie di consumatore mediale, impegnato nell’ibridazione dei propri linguaggi, valori estetici, strutture narrative all’interno delle interazioni e transazioni governate dalle piattaforme stesse (p. 124).

Attenzione, avverte lo studioso, ciò non significa affermare che le multinazionali non hanno nazionalità; tutt’altro, rispetto alle piattaforme di inizio millennio, nelle odierne il «governo dello sviluppo industriale e dei flussi culturali è ancora più localizzato negli Stati Uniti» ma non si tratta più di un controllo di tipo novecentesco dei mercati contraddistinto da merci culturali vendute e investimenti per acquisire la proprietà dei media, bensì di un controllo delle piattaforme-mondo che innovano i flussi culturali e creano i propri consumatori attraverso la vendita diretta di servizi, personalizzati sul profilo di fruizione dei singoli individui» (p. 125). Queste piattaforme non necessitano per forza di acquistare media; spesso è sufficiente svuotarli e riconfigurarli all’interno dei propri ecosistemi reindirizzando le catene di distribuzione economiche e culturali in direzione transazionale.

Gli Stati Uniti non sono soli nella creazione di piattaforme-mondo; ad essi aggiunge la Cina, Paese che ha saputo sfruttare le economie di scopo offerte dalla datification. Si tenga presente, sostiene Balestrieri, che in Cina le piattaforme-mondo non hanno dovuto ingaggiare una battaglia interna nei confronti del vecchio mercato dei media; in buona parte lo hanno creato. Nel paese asiatico si può dire che il sistema dei media sia nato con la digitalizzazione e l’industria audiovisiva con le piattaforme. In Cina lo streaming è infatti giunto diffusamente alla popolazione prima ancora delle sale cinematografiche: nel 2010 si contavano nel paese di un miliardo e trecento milioni di persone poco più di seimila schermi in duemila sale concentrate nei grandi agglomerati urbani. Il cinema nelle sale è arrivato praticamente insieme alle piattaforme strizzando l’occhio a una popolazione giovane nativa digitale che nel primo decennio del nuovo millennio ha imparato a consumare audiovisivi soprattutto attraverso queste piattaforme.

La densità di servizi offerti dagli ecosistemi delle piattaforme-mondo cinesi si traduce anche in un accelerato sviluppo della base produttiva e delle industrie creative che alimentano questa totalizzante user experience. Senza l’ingombro d un robusto sistema dei media preesistente, le piattaforme hanno potuto costruire secondo le proprie esigenze le fabbriche dei contenuti e i bacini di professionalità necessari, sfruttando al massimo le sinergie offerte dalla crescente complessità e articolazione degli ecosistemi (p. 136).

In generale, statunitensi o cinesi che siano, le piattaforme-mondo vivono della conoscenza del consumatore in modo non solo da poter estendere la gamma di sevizi da offrirgli ma anche di poter anticipare e guidare le decisioni dell’utente sia nell’ambito del consumo/acquisto che nelle connessioni sociali. L’obiettivo è dunque quello di plasmare il consumatore.

In chiusura di volume, Balestrieri si concentra sul potere acquisito dalle piattaforme-mondo a proposito del controllo delle tecnologie che alimentano la quarta rivoluzione industriale. In un panorama in cui la capacità di incidere su economia, società e cultura di queste piattaforme sembrerebbe ormai essere sfuggita al controllo statale, quest’ultimo sembra del tutto intenzionato a rifare capolino dopo decenni di inerzia più o meno pianificata. Si pensi che Amazon fornisce servizi cloud a ben 6500 agenzie governative che vanno dal settore della difesa a quello dell’educazione fino ai tanti apparati governativi.

Le tecnologie che in misura significativa cadono sotto il controllo delle piattaforme-mondo costituiscono il nucleo essenziale della sovranità digitale e politico-istituzionale» (p. 163) e quando ciò si è “improvvisamente” palesato, il potere statuale è sembrato svegliarsi dal torpore con l’intenzione di imporre una rinegoziazione del livello di autonomia concedibile. Insomma, la questione geopolitica è sembrata voler riguadagnare il primato che ritiene le aspetti rispetto alla mera efficienza di mercato. Una delle conseguenze di questa volontà di riallineamento delle piattaforme alle esigenze geopolitiche sembra essere «la fine dell’ideologia della globalizzazione neutrale: le piattaforme sono americane o cinesi, al massimo le prime si vestono del ruolo di campioni dell’occidente, o campioni delle autodefinite tecno-democrazie contro le cosiddette tecno-autocrazie (p. 163).

Se in Cina, dopo un decennio di deregolamentazione che ha riguardato tanto l’ambito finanziario quanto quello delle piattaforme, lo Stato ha potuto ribadire la propria supremazia celermente, negli Stati Uniti, dopo diversi decenni di neoliberismo spinto, il confronto tra piattaforme e Stato appare più travagliata. Resta il fatto che dalla negoziazione anche aspra tra piattaforme-mondo, preoccupate a non perdere competitività sui mercati internazionali, e Stati, con annessi interessi geopolitici, sembrerebbe derivare la presa d’atto che interessi economici e sovranità possono andare di pari passo: i primi hanno necessità di accedere ai dati di cui è in possesso lo Stato (sanità, istruzione ecc.) mentre i secondi necessitano degli efficientissimi oligopoli tecnologici che consentono la sovranità digitale.

1 Cfr. Nick Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, Roma 2017.

2 Cfr. Jason Mittel, Complex TV. Teoria e tecnica dello Storytelling televisivo, Minimum fax, Roma 2017.

 

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