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Articoli filtrati per data: Thursday, 09 Settembre 2021

Le dichiarazioni di Iveta Radicova, Coordinatrice del corridoio 5 e della Torino- Lione, degli scorsi giorni e le risposte del governo italiano sono indicative di molti aspetti del sistema TAV.

La Radicova ha bacchettato il governo italiano per il ritardo sulla tratta nazionale dopo la firma degli appalti da 3 miliardi di euro sul lato francese.

Innanzitutto chi è Iveta Radicova? Ex primo ministro slovacco di centro destra si ritira nel 2012 dalla vita politica dopo il cosiddetto scandalo Gorilla che fa emergere un’intricata rete di corruzione all’interno dei partiti della sua coalizione. Per la prima volta dagli anni novanta migliaia di cittadini slovacchi riempiranno le piazze di Bratislava e di altri centri del paese per protestare contro la corruzione1. Ma Radicova cade in piedi e vince un bell’incarico europeo come Coordinatrice del corridoio 5 (non si capisce a che titolo), che ormai da anni esiste solo sulla carta. Come sempre quando si parla di TAV ci troviamo di fronte solo individui di specchiata competenza e correttezza (sic).

Questi sono i personaggi chiamati dall’Europa a promuovere il TAV, che dopo l’emersione dei movimenti globali contro la crisi climatica, viene riverniciato di verde e fatto passare come un’opera ecologica. Abbiamo ampiamente parlato come movimento delle nefaste implicazioni climatiche di megaprogetti come il TAV, quindi non ci ripeteremo (per chi volesse qui alcuni approfondimenti2). Ciò che invece è importante sottolineare è come dietro la vuota retorica della transizione ecologica la tecnocrazia europea nasconde il solito progetto di devastazione, profitto e sfruttamento ai danni dei territori. Le evidenze scientifiche emerse negli ultimi tempi, con i vari rapporti delle organizzazioni internazionali, mostrano inequivocabilmente come l’unico modo per attenuare gli effetti nefasti della crisi climatica sia farla finita con il paradigma della crescita ad ogni costo. Ma i burocrati europei continuano ed essere unicamente interessati a difendere gli interessi delle lobbies di riferimento senza alcun riguardo nei confronti del futuro del pianeta e dei popoli che lo abitano.

La firma per il lato francese si inserisce in questo contesto, e riflette lo scompiglio politico in cui versa il paese d’oltralpe. Il presidentissimo Macron è da anni in caduta libera nei consensi e cicli di movimenti sociali ed ambientali si susseguono approfondendo le contraddizioni. Le elezioni presidenziali francesi si avvicinano e “di doman non c’è certezza”. Chi governerà a Parigi per i prossimi anni? Dunque si tratta di una firma di opportunità, da un lato per mettere al sicuro il progetto da eventuali scossoni politici, dall’altro come concessione elettorale alle solite lobbies del cemento e del tondino.

L’Italia infine completa il capolavoro rispondendo alla tirata d’orecchie della Radicova con un imbarazzante viceministro Morelli che afferma che la Coordinatrice non ha contezza del contesto italiano e che “il Governo ha fatto i compiti a casa e rispetterà gli impegni” aggiungendo che “resta un problema di ordine pubblico, nel quale non si deve lasciare spazio ai violenti”. Come a dire che “i violenti” sarebbero il motivo per cui i lavori dal lato italiano corrono a rilento. Ci assumiamo volentieri questa responsabilità anche se siamo consapevoli di due aspetti:

In primo luogo sebbene la nostra continua e incessante resistenza sia un bastone tra le ruote della macchina della devastazione è pur vero che molto spesso nei guai i lor signori ci si mettono da soli (si pensi al caso di Salbertrand, o al misterioso ritardo del cantiere di San Didero) per l’evidente follia oggettiva del progetto e della sua applicazione e per una alquanto significativa dose di incompetenza che si manifesta in ogni occasione.

In secondo luogo dalla dichiarazione di Morelli emerge una evidente contraddizione. Se le dichiarazioni sui media mainstream al pubblico italiano parlano continuamente del movimento No Tav come di “quattro gatti” e di lavori che vanno avanti a spron battuto come è possibile che di fronte ad una tirata d’orecchie internazionale si giunga a questa conclusione? La verità è che i proponenti e i sostenitori dell’opera non hanno paura di pochi “violenti” che creano “problemi di ordine pubblico”, ma sono consapevoli che ciò che impedisce al progetto di sfondare in Val di Susa è un movimento popolare ampio, trasversale e variegato, radicato sul territorio e che a differenza di molti partiti istituzionali è sempre più attraversato da giovani e giovanissimi impegnati a lottare contro i cambiamenti climatici che hanno compreso come dietro la retorica raffazzonata del “treno ecologico” si nasconde un’enorme violenza sull’umano e sulla natura.

Ora di fronte a questa tragicommedia istituzionale dobbiamo essere coscienti che fermarlo tocca a noi, nessuno lo farà al nostro posto, ma anche che più questa pantomima va avanti più il sistema TAV perde legittimità, consenso e appoggio. A sarà dura!

1) Qui alcuni articoli sullo scandalo:

Gorilla and fiction – Tom Nicholson – (blog.sme.sk)

https://blog.transparency.org/2012/03/08/from-banana-revolution-to-gorilla-election/index.html

Elezioni parlamentari anticipate in Slovacchia – La prospettiva (theperspective.se)

https://spectator.sme.sk/c/20058203/former-radicova-advisor-gets-jail-for-corruption.html

2) https://www.glistatigenerali.com/clima_infrastrutture/tav-e-cambiamento-climatico-perche-il-bilancio-co2-non-giustifica-lopera/

https://www.notav.info/documenti/un-altro-buon-motivo-per-il-no-il-tunnel-danneggera-il-clima-di-luca-mercalli/

https://comune-info.net/il-tav-e-la-fine-del-mondo/

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/03/13/il-paradosso-tav-inquina-piu-farla-che-restare-coi-camion/5032509/

Da notav.info

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Racconto dalle rovine della Bonafont, Puebla, Messico a cura del Nodo Solidale.

Le magnifiche sorti e progressive dello sviluppo capitalista hanno raggiunto tutta la zona delle valli centrali messicane, da Morelos a Puebla e Tlaxcala. L’abbraccio benefattore è riuscito a portare benessere e lavoro a migliaia di persone oltre ad acciaio, cemento, automobili, acqua ed infrastrutture. La generosità del progresso degli investitori stranieri e delle politiche pubbliche messicane è riuscita nell’impresa di costruire dighe, centrali elettriche, gasdotti per poter alimentare le zone industriali realizzate negli ultimi 60 anni in questi territori. “Generosità” che presto sarà coronata dalla realizzazione del Plan Integral Morelos infrastruttura integrata di energia elettrica, acqua, logistica ed idrocarburi. La magnanimità del modello di sviluppo neoliberista è chiaramente deducibile dalla sua narrazione pubblica. Scendendo dagli scranni di politici e giornalisti prezzolati ci si potrebbe facilmente accorgere di come questa narrazione fatta dall’alto non abbia alcun riscontro reale sui territori: il lavoro diventa sempre più precario e sottopagato, le merci prodotte vengono esportate così come i profitti generati e il tutto condito da una devastazione ambientale che avanza senza alcun freno. D’altro canto, se rispettasse tutte le norme ambientali e pagasse salari degni, perché la Volkswagen avrebbe dovuto spostare la propria produzione dalla Germania?

Abbiamo provato a ribaltare questa lettura osservando la vicenda dal basso e a sinistra e vorremmo farlo raccontando l’incontro di scienziati e scienziate per la vita indetto dall’occupazione,dell’ormai ex, stabilimento di imbottigliamento della Bonafont, oggi “Altepelmecalli”, ovvero “La casa dei Popoli” in lingua nahuatl. Lo sviluppo industriale in questa zona, alle porte della ricca città di Puebla, ha preso il via negli anni ‘60 con l’insediamento dell’acciaieria Hylsa (oggi Ternium) e, pochi anni dopo, di un grande centro produttivo della Volkswagen, il tutto accompagnato dalla costruzione dell’autostrada che va da Città del Messico a Puebla. È in questi anni che cominciano la devastazione ed il saccheggio delle risorse naturali di questi territori che continueranno ed aumenteranno sempre di più. Per renderci conto dell’impatto dell’industria automobilistica sui territori basti sapere che per costruire una macchina si usano circa 45000 litri d’acqua e che oggi questo centro ha una capacità produttiva di 1 auto al minuto (fate voi il calcolo di quanta acqua viene utilizzata in un giorno...). A questo è seguito il progetto di industrializzazione, trainato quasi interamente da capitale straniero,che negli anni 80 ha portato alla costruzione dell'aeroporto di Puebla. E così si intensifica la resistenza dei popoli che oggi occupano la Bonafont, bloccando la costruzione di un'area industriale nell'area di Cholula, che il governo riesce però a costruire a qualche km di distanza, dove l'organizzazione popolare era più debole.

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Nella foto potete godere dell’ottima vista dei campioni di acqua raccolta dagli affluenti del fiume Atoyac e la loro purezza, regalo del capitale transnazionale recapitato per mezzo delle proprie industrie ai migliaia di contadini che vivono di queste acque, in queste terre, da centinaia di anni.

In tale panorama di devastazione ambientale si aggiunge, nel 1990, la costruzione dello stabilimento di imbottigliamento della Bonafont, impresa del gruppo Danone, che fin dalla sua attivazione ha estratto per anni circa 30000 litri d’acqua l’ora. Un altro tassello al saccheggio sfrenato della zona. Forse il definitivo; sicuramente quello che rappresenta più smacco quando inizia a scarseggiare questo bene fondamentale cioè quando i contadini della zona sono costretti a scavare fino a 40m per estrarre l’acqua di cui questa regione è sempre stata molto ricca. Finché, nel 2018, i pozzi hanno iniziato a svuotarsi definitivamente, nonostante gli sforzi nello scavare sempre più a fondo ed il mais si è fatto sempre più piccolo e ricurvo, mentre invece, le tasche già gonfie di Danone, Ternium, Volkswagen, eccetera, continuano a gonfiarsi.

Questo è il semplice motivo che ha spinto le popolazioni della zona a fermare con la forza il saccheggio perpetrato dalla Bonafont e chiuderlo dal 22 Marzo di questo anno, durante la giornata internazionale dell’acqua. La Bonafont è solo una delle 12746 imprese titolari di licenza per estrarre acqua dalle falde acquifere di Puebla, ma da qualche parte si doveva pur cominciare. Quasi a suggellare la necessità del gesto due mesi dopo, si apre una voragine enorme, larga 120m e profonda 50, probabilmente a causa dello sfruttamento eccessivo della falda acquifera. Passano altri due mesi e si apre una nuova voragine che inghiotte un camion cisterna che trasportava gas... Sarà un caso?

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È da anni che le popolazioni locali lo preannunciano, prima organizzati in “Le guardiane del fiume Metlapanapa”, poi nella più grande “Pueblos Unidos”: lo hanno denunciato alla corte di giustizia, con l’appoggio anche di una brigata di europarlamentari; hanno bloccato fisicamente l’ingresso di nuove imprese, informando e invitando a organizzarsi per mezzo di assemblee e di due radio autogestite. È da questa lunga storia di resistenza che è finalmente stata presa la decisione di chiudere e poi occupare definitivamente lo stabilimento Bonafont, ora la Casa de los Pueblos.

È da qui che è partita la “Chiamata a scienziati/e per la vita”, per ribadire che la “scienza” non è solamente quella al servizio di chi saccheggia e distrugge il pianeta, quella delle università private e delle start up.
La casa dei popoli ci indica chiaramente che la scienza è un congiunto di saperi che si tramandano, si amplificano, si confermano e si riproducono di generazione in generazione, che parte dal prendersi cura della milpa, (tecnica di permacultura millenaria di mais, peperoncino, fagioli, zucchine ed erbe spontanee), passando dalla chimica, dalla genetica e dalla virologia. Perché la scienza dogmatica ed egemonica che si assurge a religione inattaccabile è solamente una delle scienze possibili, costruita dall’alto e assoggettata alla produzione di profitto.

La domanda che arriva a chiare lettere da questo incontro è:” Esiste o si può costruire una scienza altra? ”La scienza è, di per sé, una macchina che si pone al di sopra dei popoli e della natura? Esiste una scienza dal basso, che si prende cura dell’ambiente ecologico e sociale? Si può liberare la scienza dal profitto? La scienza rientra in un pensiero positivista che si impone nel tentativo di omogeneizzare visioni culturali millenarie (visioni che contemplano l'esistenza umana solo in equilibrio col suo territorio e con i quattro elementi) o può intrecciarsi e nascere dai bisogni e dai desideri che partono da queste?

A queste ed altre domande hanno provato a rispondere gli interventi di biolog*, medic*, fisic, scienziat ambientali, sociolog*, filosof*, durante i 5 giorni dell’incontro.
Davanti ad un tir pieno di contenitori di plastica con dentro l’acqua rubata ai popoli uniti, si è discusso di come si può combattere su larga scala la deforestazione e del fatto che sono le stesse imprese che distruggono falde acquifere, boschi e terre quelle che poi finanziano aree naturali protette per dipingersi la faccia di verde; di come l’estrattivismo ri-patriarcalizzi le società sotto attacco e in che modo si possa combattere; di come una cooperativa di donne possa coltivare le proprie erbe medicinali, ma anche di come si possano affrontare delle emergenze mediche. Si è raccontato di altre lotte in difesa del territorio in altre zone della repubblica e del mondo, ma anche di come si costruisca un’antenna per una radio o un bagno secco. Si è discusso delle conseguenze del proyecto integral Morelos e di un piano dal basso per risanare la valle di Atoyac-Zahuapan. Si è discusso del perchè le grandi opere siano attacchi alla vita e di come il centro sinistra, in Messico e nel mondo, serva solo a costruire castelli di parole per “abbellire” progetti politici che attaccano frontalmente l'esistenza umana.

L’incontro è stato un’occasione per toccare con mano e imparare dal “Ya Basta!” gridato dai popoli originari; un invito ad organizzarsi ed a lottare per recuperarei e prenderci cura dei nostri territori con scienza, poesia, ballo ed amore.
Insomma, una chiamata dal basso a riappropriarsi della scienza, per affermare che questa non è necessariamente uno strumento delle grandi aziende e dei potenti del mondo. Di come non sia la scienza il problema, bensì la sua relazione col grande capitale che la rende un’arma contro la vita. Per questo è fondamentale riprodurre spazi come questi, sulla scia della spinta delle zapatiste e degli zapatisti che da oltre 20 anni ci mettono in guardia sull’imminente arrivo della tormenta.
La tormenta è già qui: il Covid19 ed il cambio climatico sono solo la punta dell’iceberg del disastro verso cui il modello di sviluppo neoliberista ci sta trascinando. Ma i popoli originari ci dimostrano ancora una volta che la possibilità di fermarla è nelle nostre mani.

Di seguito la traduzione del comunicato di lancio dell'incontro di scienziat* per il popolo, la vita e l'umanità:

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La Scienza per il popolo, la vita e l’umanità.
Alle compagne ed ai compagni che utilizzano la scienza come strumento di lotta.
Alle giovani e ai giovani che completano la propria educazione con il pensiero critico
Alle accademiche e agli accademici che difendono il sapere e non si sono venduti al capitale 

Compagnx, siamo popoli di origine nahua, ci troviamo nella regione Choluteca dello Stato di Puebla, Messico, abitiamo da secoli nella valle che nasce tra i vulcani Popocatepetl, Iztaccihuatl y Matlalcueyetl. I nostri nonni ci hanno insegnato a lavorare la terra e allevare animali, cerchiamo di vivere in armonia con la madre terra e da lei ci alimentiamo e a lei apparteniamo. L’acqua scende dai vulcani verso il nostro territorio, un paradiso, con specchi d’acqua, zone umide, fiumi, lagune, pesci, molte piante e animali di campagna, luoghi che i nostri antenati hanno saputo abitare per secoli senza distruggerli. Da alcuni decenni nella nostra regione sono arrivati impresari ambiziosi da tutto il mondo con progetti di morte, si sono arricchiti ed hanno succhiato tutto ciò che sosteneva la vita in questi luoghi. Hanno seccato le nostre terre umide, hanno contaminato il nostro fiume, hanno distrutto le nostre coltivazioni, ci hanno rubato la terra e, in questo processo, assassinato molti compagni. Come popoli abbiamo sempre resistito e sopravviviamo alla loro guerra di sterminio, prima contro gli invasori europei e adesso contro le multinazionali e il loro capitalismo selvaggio. Pretendono di schiavizzarci con le loro imprese come prima ci schiavizzavano nelle haciendas ma, per loro disgrazia, continuiamo a nascere, riproducendo la vita e la comunità.

Il 22 Marzo di quest’anno abbiamo chiuso lo stabilimento dell’impresa Bonafont, multinazionale francese del gruppo Danone, che per 29 anni ha saccheggiato l’acqua del nostro territorio e che ha provocato gravi danni ai nostri modi di vivere. Noi, come popoli originari, utilizziamo l’acqua per irrigare la terra, per produrre alimenti e per allevare i nostri animali; non vendiamo nè trasportiamo l’acqua in altre regioni, facciamo sì che il suo ciclo rimanga ancorato al nostro territorio per evitare uno squilibrio e la siccità. Le imprese e i governi ci accusano di essere i responsabili della carenza d’acqua, vengono a distruggere tutto e poi ci incolpano dell’inferno ambientale che stanno causando; i nostri popoli erano qui da molto prima che questo paese si chiamasse Messico e non sono mai stati in pericolo di vita; con studi scientifici e argomentazioni elaborate pretendono di giustificare la morte della natura e di indicare nuovamente noi come “il problema”, ed è chiaro che sappiamo di essere il problema, ma non per la mancanza d’acqua, ma perché, nella loro logica, chi è inutile al capitale semplicemente non serve.

A causa del loro razzismo e classismo, i malgoverni e gli impresari, non hanno potuto comprendere che la conoscenza ancestrale dei popoli è sempre stata al di sopra dei loro roboanti studi accademici. Così, mentre le istituzioni vendono la conoscenza al miglior offerente, noi popoli utilizziamo la conoscenza per prenderci cura della terra e preservare la vita. Noi come popoli studiamo e analizziamo il sistema attuale perché è nostro nemico e dobbiamo imparare come distruggerlo. Inoltre ci sono compagni e compagne che il mostro dell’accademia non è riuscito ad ingoiare e che sono stati vomitati per continuare la lotta gomito a gomito con noi.

Compagne e compagni del Messico e del mondo, ciò che noi vediamo è che la scienza non è rimasta immune al veleno capitalista, e vediamo anche, compagnx, che ci sono molti scienziati e scienziate che, come noi, sanno che la conoscenza deve essere utilizzata per difendere la vita e distruggere questo sistema di morte. Compagne e compagni del Messico e del mondo, ciò che noi vediamo è che la scienza non è rimasta immune dal veleno capitalista, e vediamo anche, compagnx, che ci sono molti scienziati e scienziate che, come noi, sanno che la conoscenza deve essere utilizzata per difendere la vita e distruggere questo sistema di morte. Nella nostra regione la guerra per l’acqua si è acuita terribilmente negli ultimi anni. Per questo vogliamo unire alla nostra lotta compagnx che usano come armi il sapere e la scienza, affinché insieme possiamo distruggere le menzogne con cui il capitale pretende di continuare il saccheggio e l’uccisione del nostro territorio. Vi invitiamo quindi da questo lato del campo di battaglia, e vi convochiamo all’”Incontro Internazionale di Scienziati per la Vita”, che si svolgerà dal 30 di agosto al 4 di settembre del 2021, sulle rovine dell’impresa Bonafont, autostrada federale Messico-Puebla al km 96.1, San Mateo Cuanalá, Juan C. Bonilla, Puebla, México, territorio nahua. La vostra partecipazione consisterà nello spiegare per mezzo di conferenze, esperimenti e qualsiasi tipo di dimostrazione, come le industrie e i megaprogetti distruggano la vita ed il territorio dei popoli originari.

Per registrarsi: Mandare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., con il vostro nome, paese, titolo di partecipazione e intervento, la data ultima è il giorno 23 di agosto.
Per le compagne e i compagni che vogliono assistere come ascoltatori la data limite sarà il 25 di agosto, inviando alla stessa mail il proprio nome, paese o stato di origine e specificando che parteciperanno solamente come ascoltatori.
Vi chiediamo di essere prudenti con le misure sanitarie a partire dal vostro viaggio e di rispettare in ogni momento le indicazioni della commissione di salute per realizzare questo evento nella maniera più sicura possibile.
A quegli scienziati venduti che servono gli impresari e i malgoverni: astenetevi dal venire che potrebbe volarvi in testa un microscopio.

PER LA RICOSTRUZIONE INTEGRALE DEI NOSTRI POPOLI
MAI PIU' UN MESSICO SENZA DI NOI
POPOLI UNITI DELLA REGIONE CHOLULTECA E DEI VULCANI

 

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Mentre gli Stati Uniti rafforzano (e fanno soprattutto rafforzare al Messico) il muro della frontera sud che deve impedire l’accesso alle carovane dei migranti in fuga dal Centroamerica, per una di quelle bizzarre e paradossali coincidenze “storiche” della cronaca politica, potrebbe simbolicamente aprirsi un flusso in senso contrario dal forte significato in tema di culture e diritti. Si tratterebbe di quello verso il Messico delle donne texane che, proprio in questi giorni, hanno subito un attacco senza precedenti al loro diritto di autodeterminazione e alla salute riproduttiva. Dal primo settembre, per le donne texane, scegliere di interrompere la propria gravidanza è diventato praticamente impossibile, perfino nei casi più estremi. Meno di una settimana più tardi, martedì 7, nei tribunali di tutto il Messico è diventato impossibile processare le donne che ricorrono all’aborto volontario, punito fino ad oggi con il carcere fino a tre anni in gran parte del paese. Una vittoria davvero epocale della tenace e coraggiosa lotta delle donne messicane che ora si spera possa segnare uno spartiacque e magari un effetto domino per l’affermazione della libertà e della dignità delle donne di tutta l’America Latina

La Corte Suprema di Giustizia del Messico afferma all’unanimità, per la prima volta nella storia nazionale, che è incostituzionale la penalizzazione dell’aborto volontario e che essa viola il diritto a decidere da parte delle donne e delle persone in gestazione. A partire da questa risoluzione si invalida l’articolo 196 del CP di Coahuila, che imponeva fino a tre anni di carcerazione per chi abortiva volontariamente. Il criterio si considera valido in tutto il Messico.

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“A partire da oggi non si potrà più processare alcuna donna che abortisca nelle modalità prese in considerazione da questo tribunale”, ha detto il presidente della Corte, Arturo Zaldívar. Si tratta, ha aggiunto, di una “nuova rotta di libertà, chiarezza, dignità e rispetto e di un gran passo nella storica lotta per l’uguaglianza e l’esercizio dei diritti delle donne”.

FEMINISTAS MEXICANAS SE INSPIRAN CON EL AVANCE DEL ABORTO LEGAL EN ARGENTINA

La giustizia messicana apre così un cammino molto rapido per l’interruzione volontaria della gravidanza, una pratica molto diseguale in tutto il paese. Fino a oggi solo in 4 Stati su 32 (Città del Messico, Veracruz, Hidalgo e Oaxaca) l’aborto non veniva considerato un reato. Negli altri Stati le cause ammesse perché non fosse punito erano pochissime (violenza, malformazione e gravissimi rischi sanitari) e spesso del tutto disattese nei tribunali.

Traduzione di Comune-info

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Migliaia di persone in piazza in Brasile dopo la “chiamata” fatta direttamente dal presidente della Repubblica, il fascista Bolsonaro. In una deriva sempre più simile a quella trumpiana, Bolsonaro ha cercato la prova di forza in piazza, annusando l’aria per cercare di capire se ci fosse, o meno, aria di auto-golpe.

L’obiettivo è abbastanza chiaro da mesi: con una situazione sanitaria ed economica pesantissima, le elezioni presidenziali 2022 rischiano di essere, per l’attuale numero uno a Brasilia, un tracollo, tanto che i sondaggi danno già ampiamente avanti al ballottaggio l’ex presidente socialista e del Pt, Luca Inacio Da Silva.

Da tempo Bolsonaro ha poi ingaggiato una battaglia tutta interna ai palazzi del potere, che lo hanno visto più volte scontrarsi frontalmente con il Parlamento, da un lato, e con la Corte Suprema Brasiliana, dall’altro. Per questo Bolsonaro aveva chiamato alla piazza il 7 settembre, cercando di sfruttare anche il richiamo di una data simbolo: vale a dire, l’indipendenza dal Portogallo, datata 07.09.1822.

I cortei pro-Bolsonaro, definiti dallo stesso presidente della Repubblica “in difesa della libertà” (principalmente la sua, visti i molti guai giudiziari) hanno coinvolto numeri importanti di persone, decine di migliaia, soprattutto nella capitale Brasilia e a San Paolo, tradizionale feudo della destra brasiliana.

Imponenti però anche le contro-manifestazioni (vedi foto, con il corteo di Belo Horizonte e lo spezzone del Movimento Sem Terra, composto da migliaia di persone) organizzate dall’opposizione politica, sociale e di movimento, che si è mobilitata in tutto il Brasile al grido di “#forabolsonaro”.

Pochi invece gli scontri, temuti alla vigilia: qualche tafferuglio a Brasilia, con la polizia – in odore di potere aiutare lo stesso Bolsonaro a tenere il potere mettendo sotto tutela magistratura e Parlamento – che, per ora, è rimasta al suo posto, bloccando i manifestanti pro-Bolsonaro. Respinto anche il tentativo, effettuato mercoledì 8 settembre, di un gruppo di sostenitori di Bolsonaro di irrompere nella sede del ministero della Salute a Brasilia.

Aperta infine un’inchiesta contro l’imprenditore Usa Jason Miller, ex consigliere del presidente Usa, Donald Trump, indagato nell’ambito di una causa condotta dalla Corte suprema  sulla “organizzazione e il finanziamento di atti antidemocratici”. A Miller l’indagine è stata notificata quando stava per imbarcarsi di rientro negli Stati Uniti dal Brasile, dopo avere partecipato alla Conservative political action conference (Cpac), un vertice politico promosso annualmente dai movimenti ultraconservatori americani. Miller in Brasile ha promosso il social network GETTR, punto di riferimento della fake news sul Covid19 e di tutte le varie teorie sovraniste e cospirazioniste dell’ultradestra.

La corrispondenza dal Brasile con  Giuseppe Cocco, compagno italiano e professore di Teoria Politica all’Università Federale di Rio De Janeiro. 

Da Radio Onda d'Urto

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri per la rubrica Green Passion questa lettera di un docente che tematizza l'utilizzo del pass vaccinale a scuola... Buona lettura!

Sono un insegnante e considero la questione del green pass da un punto di vista educativo. Sono preoccupato perché sembra mancare tra i professori un pensiero critico su quanto sta avvenendo. Io sono a favore del vaccino per gli adulti e ho fatto le mie due dosi, ma sono contrario al green pass come lasciapassare nelle scuole.

Essendomi vaccinato mesi fa potrei essere portatore asintomatico del virus, ma col green pass posso accedere comunque a scuola. Impedire, quindi, ad un professore di entrare in aula, cioè ad una persona di andare a lavorare, non può essere una forma di tutela. Malgrado questa evidente contraddizione, la maggior parte dei professori è disposta ad accettare una direttiva così visibilmente imprecisa.

Si vuole giustificare questo provvedimento con la parola “responsabilità” che il singolo dovrebbe avere nei confronti degli altri, ma il concetto posto in questi termini risulta povero e fuorviante. Se si passa il messaggio che una parte della popolazione può essere isolata perché potenzialmente malata di COVID mentre l’altra accolta perché munita di “certificazione verde”, allora già solo per questo il concetto di responsabilità è snaturato e sostituito da una comunicazione volta a dividere e non a proteggere.

Porgendo la giusta considerazione a chi è stato toccato da vicino dalla malattia e a chi vorrebbe una vaccinazione obbligatoria per tutti, qui la mia attenzione è rivolta al fatto che la maggioranza dei cittadini è convinta che il green pass sia la migliore forma di tutela possibile. Quest’idea porta a tollerare un intervento di discriminazione sociale e individuale, e noi professori stiamo accettando una simile disposizione proprio all’interno della scuola.

A prescindere da complottismi e fanatismi, qui stiamo parlando di consapevolezza e responsabilità. Il discorso ha una portata tale da reclamare riflessioni profonde. Dovremmo prenderci il tempo necessario, metterci in ascolto, lasciar perdere facili conclusioni e aiutare i ragazzi a costruire un pensiero organico e multiforme.

Tra pochi giorni entrerò in classe per insegnare apertura ed equilibrio, bellezza e complessità. E gli studenti che sapranno raggiungere simili risultati, cosa potranno mai pensare, allora, del green pass?

Mi rivolgo, quindi, ai professori: partendo da questi presupposti, che cosa vogliamo fare? Proviamo a dire qualcosa di nuovo?

prof. Tomaso Bozzalla

 

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

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