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Articoli filtrati per data: Monday, 06 Settembre 2021

di Sergio Bologna da Officina Primo Maggio

I sociologi ci avevano abituato a guardare a fondo la stratificazione sociale, attenti a seguire le complesse frammentazioni e segmentazioni di un tessuto che dall’inizio del postfordismo si è fatto sempre più variegato, facendo saltare completamente la nozione stessa di “classe”. 

Paolo Perulli nel suo libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, pubblicato da Il Mulino nel 2021, imprime una forte sterzata a questa tendenza e riprende a parlare per grandi aggregati, la neoplebe da un lato e la classe creativa dall’altro. Concetti che possono suscitare più di una perplessità ma che in realtà funzionano benissimo nella logica della sua argomentazione, che è tutta rivolta a costruire uno scudo contro il populismo, nemico non solo del confronto globale ma soprattutto del sapere. Il populismo esalta l’ignoranza, per mettere “il popolo esperto” ancora più ai margini di quanto già non lo sia. Quello che Perulli chiama la classe creativa non è tanto una fotocopia dell’idealtipo costruito da Florida quanto l’insieme delle persone che attraverso gli studi hanno acquisito competenze specifiche, specialistiche e che sono sottoposte a un continuo processo di svalorizzazione e delegittimazione – basti pensare a certi nostri dibattiti televisivi sul tema Covid dove vengono messi a confronto illustri scienziati con improbabili personaggi (cantanti, gestori di discoteche, blogger) che si permettono di discettare su virus e vaccini e di contestare i pareri dello scienziato. Se uno segue con un po’ d’attenzione la strategia comunicativa della Lega nota immediatamente come essa sia fondata sulla delegittimazione del sapere in quanto tale.

Perulli ha perfettamente ragione, questo odio per il sapere è gemello dell’odio di razza, per contrastarlo necessariamente occorre alzare lo sguardo sul mondo, perché il sapere, la conoscenza o sono universali e universalistici o non esistono. Il punto però è: riesce la classe “esperta” a recuperare la neoplebe quando non è riuscita nemmeno a difendere il proprio potere? Si ripete fino alla noia che viviamo in una knowledge society ma il lavoro intellettuale, tecnico-scientifico, non ha nessun potere reale in questa società. Il pensiero intellettuale questa situazione umiliante se l’è cercata. È da quando ha cominciato ad espellere il pensiero critico dal suo perimetro che non ha fatto altro che perdere terreno. «Il pensiero critico oggi è in un angolo», scrive Perulli a pagina 68:

L’idea che “non c’è alternativa” al mondo attuale è stata propagandata e diffusa al punto da diventare un luogo comune. Anche il pensiero progressista fa parte di questa resa al dato di fatto: globalizzazione inevitabile, mercato intoccabile. Il pensiero critico è invece essenziale per indicare vie nuove alla società, e impedire la distruzione della ragione nelle forme che oggi assumono l’anomia dei mercati e il caos planetario. 

D’accordo, ma come si rimette in moto un pensiero critico? Risposta facile: con l’azione collettiva. E qui Perulli ricorda come il concetto di azione collettiva sia stato completamente stravolto dalle teorie olsoniane che hanno ridotto l’azione collettiva a un fenomeno puramente economico, di difesa corporativa degli interessi. Il pensiero critico rinasce quando «movimenti di protesta e saperi specializzati, domanda di cambiamento e soluzioni tecnico-scientifiche all’altezza dell’epoca» si incontrano. C’è però da fare un passaggio molto difficile ed è quello di recuperare una dimensione locale, come dimensione di specificità e concretezza, per evitare che il globale diventi solo lo spazio della delocalizzazione ovvero del non rispetto delle regole e in primo luogo dei diritti umani. Il ragionamento di Perulli non è diverso da chi ha concepito quella Legge sulle catene di fornitura (LsKG) che il Parlamento tedesco ha appena approvato e che accolla all’impresa committente o capofila la responsabilità del rispetto delle regole in tutta la catena di appalti e subappalti (per cui un lavoro minorile utilizzato in Perù nella prima lavorazione del litio destinato alle batterie in uso dalle auto elettriche Volkswagen può essere portato in una causa civile davanti a una corte tedesca). Pensata come strumento per incoraggiare il re-shoring questa norma entrerà in vigore solo nel 2023. Avrà effetto? Forse in termini di “accorciamento” delle catene di fornitura ne avrà di più l’aumento dei costi di trasporto. La re-internalizzazione è un aspetto limitato, si dirà, oggi le dimensioni del cambiamento sono enormemente più vaste, a cominciare dalla transizione energetica, sulla quale Perulli chiude il suo scritto in termini di speranza. A me sembra che il problema sia lo stesso. Non si tratta di capire qual è la via maestra perché possa esserci un “ritorno alla ragione”, si tratta di capire se le misure che vengono prese in funzione di “rimediare” alcuni guasti che minacciano la sopravvivenza della specie contengono o meno in sé degli elementi che possano far finire la storia in maniera diversa dalla semplice restaurazione degli attuali assetti di potere. È chiaro che la transizione energetica è prima di tutto un colossale business ma per farla marciare il capitalismo ha bisogno di rilegittimare certi valori che l’umanità può prendere in mano e rivoltarglieli contro. Allo stesso modo non si possono evocare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici pensando di farla franca, coniugando greenwashing con socialwashing. Perulli nelle ultime pagine dà per scontato che «la svolta valoriale» sia già avvenuta, anche nelle convenzioni internazionali (del trade, per esempio). Pur essendo meno ottimisti di lui non possiamo nasconderci che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi non può essere liquidato come il solito trasformismo capitalista, qui si apre un nuovo terreno di gioco, in questa scommessa il capitalismo accetta una piccola dose di rischio. Proprio per questo il populismo e l’estremismo di destra gli servono, sono un’assicurazione contro quel rischio.

Nelle ultime pagine del libro, parlando di distruzione della razionalità, Perulli accenna al problema della finanziarizzazione dell’economia e dell’indebitamento, temi ai quali ha dedicato un lavoro più impegnativo di quello che abbiamo appena segnalato: Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, pubblicato da La nave di Teseo nel 2020. Le prime cento pagine del libro sono dedicate a una rassegna delle principali teorie sulla crisi del capitalismo e sulla formazione di quell’ideologia del successo imprenditoriale che ha acquistato le caratteristiche di una vera e propria «religione sociale», cioè di una credenza, di una fiducia illimitata in un sistema che si pensa infallibile. Le due teorie, quella dell’inevitabile crollo e quella della «non pensabilità» di un crollo sono cresciute assieme. È curioso per esempio, come annota Perulli, che la teoria dell’etica protestante di Weber ai giorni nostri si sia trasformata in credenza, per cui al progredire del pensiero unico neoliberale, ha corrisposto un revival della chiesa evangelica non solo negli Stati Uniti ma soprattutto in Cina dove i protestanti sono ormai ottanta milioni. Uno dei punti di riferimento in questa rassegna non può che essere Karl Polany e la sua idea del denaro come istituzione. La finanza è un’istituzione sui generis perché a differenza dello Stato non si regge su un sistema di leggi, non dispone di una costituzione, bensì di costumi, di pratiche e proprio per questo è al tempo stesso inafferrabile e non regolabile, dunque più forte dello Stato. Lo Stato non è in grado di tenerla sotto controllo, specialmente oggi che la massa di capitali della finanza mondiale supera largamente il Pil mondiale. La finanza non solo non è riconducibile a un controllo da parte degli Stati ma essa stessa controlla gli Stati con il meccanismo dell’indebitamento.

Il problema del debito sovrano oggi, con il cosiddetto Recovery plan, ritorna in primo piano, lo Stato italiano sotto la guida di un ex banchiere centrale si sta accollando altri cento miliardi di debito, mentre – Perulli lo ricorda nell’altro libro – «in pochi anni la percentuale di mutui e debiti finanziari delle famiglie italiane incide per il 90% del reddito disponibile». Il debito ormai è incistato nella vita quotidiana degli individui tanto da dar luogo a una vera e propria antropologia dell’«uomo indebitato», per dirla con Lazzarato, che riprende alcune delle acutissime riflessioni di Benjamin sul rapporto tra “debito” e “colpa” (Schuld in tedesco per l’uno e per l’altra). 

Perulli prosegue il suo ragionamento analizzando le tre crisi del 1929, del 1973 e del 2008, dicendosi convinto che «la prossima crisi sarà una crisi da debito privato, come e più di quella precedente e altrettanto sarà una crisi da sregolazione». Dopo l’ultima crisi, quella del 2008, nessuno strumento è stato messo in atto dalle istituzioni internazionali per evitare che essa possa ripetersi. Può riscoppiare da un momento all’altro a seguito dell’incredibile rialzo dei titoli dopo il Covid oppure a causa delle criptovalute oppure per colpa degli investitori freelance o per altro ancora. «Ma quello che non è stato previsto è il sommarsi di crisi finanziaria del debito e di catastrofe ambientale, qualcosa che non è ancora mai avvenuto e rispetto a cui il mondo è immobile, totalmente impreparato». In realtà a ben vedere il concetto di crisi associato a quello di crack finanziario è un concetto puerile, la crisi è la normalità, quella per cui ai resti del vecchio contratto sociale non si è sostituita nessuna nuova forma di contratto e la finanza può continuare il suo percorso nella più totale imperscrutabilità, «i dati relativi alle banche, in particolare le banche d’affari e d’investimento, e l’intera attività di erogazione e di emissione sono avvolti da un’impenetrabile cortina informativa». Lo stesso senso di completa perdita di controllo e d’orientamento ci viene dal mondo virtuale del web, dove sembra che ci sia stata concessa la connettività totale in cambio di una perdita completa dell’autonomia. Forse una via d’uscita non esiste ma almeno si può provare a praticare strategie di resistenza («puntare a beni open source, open access, servizi sanitari e sociali gratuiti e universali, beni comuni verso cui si orienterà la società di domani»). Dopo aver dedicato un capitolo a una rassegna di autori che hanno tentato di «riformare il capitalismo» fino ad arrivare alla forma moderna di «socialismo di mercato» che in Cina riproduce tutte le contraddizioni del capitalismo neoliberale (ivi compreso l’insostenibile indebitamento delle famiglie), Perulli prova a individuare quelle che sono le possibili «linee di frattura», la prima è tra «economia ed ecologia», la seconda è tra «flussi e insediamenti, tra migrazioni e habitat», la terza è tra «divisione del lavoro e bisogni sociali», la quarta tra «competizione e sopravvivenza», la quinta è tra economia e politica, tra «irresponsabilità economica e responsabilità ecumenica». Che cosa sono queste linee di frattura? Sono le faglie dove la società capitalistica entra in contraddizione con se stessa, ammette di aver creato meccanismi autodistruttivi. In effetti ci sono parecchi segnali in questo senso, il capitalismo è entrato in una fase in cui «cerca di rimediare»: la transizione energetica è l’esempio più eclatante soprattutto se la si considera in tutti i suoi aspetti, non ultimo quello finanziario degli Esg principles (environment, social, governance).

Credo che i meriti principali dei due testi di Paolo Perulli siano questi: da un lato di averci fornito una rivisitazione originale della letteratura che problematizza la società del capitale, dall’altro di aver colto un passaggio d’epoca: il capitalismo, incapace di riforma, cerca il rimedio e questo cambiamento di rotta non è una pagliacciata, va preso sul serio, è un nuovo terreno di gioco. Lui conclude dicendo «stavolta il capitalismo non ce la farà, stavolta le forze distruttive che ha messo in moto avranno la meglio sulla sua capacità di trasformismo, la faglia si sta staccando». Vedremo se la sua profezia si avvererà o meno, quello che ci hanno fatto capire i suoi testi è che siamo entrati in una fase dove l’apocalittico non appartiene più alla sfera del pensiero metaforico, ma alla sfera del quotidiano.

Bibliografia P. Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, Milano 2020. P. Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, il Mulino, Bologna 2021

 

di Alessandro Barile da Carmilla

 

Salvatore Corasaniti, Volsci. I Comitati autonomi operai romani negli anni Settanta (1971-1980), Le Monnier 2021.

Soprattutto nel nostro paese gli anni Settanta rappresentano uno snodo esorbitante e indigesto. È giusto dunque continuare a parlarne pubblicamente. L’idea di confinarli a una qualche forma di patologia criminale, sopendone così le tensioni che li animarono, concerne le miserie dell’attuale dibattito politico, prima ancora che storico. Si riconoscono due traiettorie della più recente ricerca storica sul tema: da un lato l’affievolirsi della “testimonianza” diretta: chi aveva qualcosa da dire sembrerebbe ormai averlo detto; dall’altro il contestuale aumento di lavori oramai pienamente “scientifici”, ovvero distaccati, informati, freddi. Questo libro di Salvatore Corasaniti pare collocarsi in un’ipotetica via di mezzo: non è, ovviamente, una “testimonianza”, ma il lavoro di un giovane storico che, nel ricomporre la vicenda dell’Autonomia operaia romana, usa tutti i criteri scientificamente necessari alla ricostruzione del contesto: una solida, a volte sovrabbondante, bibliografia; lo scandaglio delle fonti scritte di vario livello (archivistiche o pubblicate nel tempo, fino alla corposa indagine sui materiali audio di Radio Onda Rossa); infine, una raccolta di testimonianze orali di protagonisti delle vicende studiate, utili a restituire una cornice di senso e per colmare gli inevitabili vuoti della ricerca documentaria. Allo stesso tempo, è un libro che evita drasticamente ogni forma di demonizzazione dell’oggetto di studio. E si tiene distante, con accortezza, anche da una certa algida rendicontazione dei fenomeni narrati. Nell’autore c’è simpatia, che traspare in controluce, tra le righe del testo più che in qualche passaggio esplicito: l’inevitabile e sacrosanta vicinanza ideale all’oggetto studiato. Insomma, per farla breve, il lavoro di Corasaniti si presenta informato, in qualche modo distaccato, ma caldo.

Questa “maturazione” degli studi sugli anni Settanta bisogna pure dire che non sembra aver condotto a una loro maggiore comprensibilità. Di lavori scientificamente accreditati se ne sono affastellati lungo tutto l’ultimo decennio, da Giovanni Mario Ceci a Simone Neri Serneri, da Donatella della Porta a Angelo Ventrone (per citare solo alcuni tra gli autori che negli ultimi anni si sono cimentati in nuove importanti ricostruzioni del lungo Sessantotto italiano). Viceversa, come avvertivamo, le testimonianze dei protagonisti sembrano essersi ridotte di numero, ma non solo. Sono state sempre più dileggiate dalla storiografia più accreditata, ridotte a mera funzione memorialistica, oppure, ancor peggio, ricondotte all’interno di quel «paradigma della vittima» secondo il quale, a parlare degli anni “di piombo”, sarebbero (stati) solo i “carnefici”. Occorreva dunque un’operazione di ribaltamento (più che di revisionismo): limitare, se non tacitare, la voce dei protagonisti, ovvero dei militanti politici; e amplificare oltremodo il racconto di falsi reduci e di non-testimoni: figli e nipoti delle vittime, nuove generazioni che volevano “liberarsi” di qualcosa che non conoscevano direttamente, ma di cui sentivano di portarne il “peso”; oppure, in ultimo, il racconto del decennio è stato affidato a vecchi tromboni accademici che, fiutata l’aria, tentavano di legittimarsi agli occhi dei nuovi potentes. Ovviamente il ricordo personale soffre di limiti invalicabili per la ricerca storica, ma qui vorremmo porre l’attenzione su di un altro aspetto, ovvero dell’interpretazione complessiva del fenomeno che definiamo “anni Settanta”, o “lungo Sessantotto”: nei ricordi più autorevoli e meditati dei diversi protagonisti emerge un tentativo di interpretazione complessiva delle vicende evocate, laddove nella fredda ricostruzione è proprio questa a mancare: una capacità di sintesi che, sopra la rendicontazione dei singoli accadimenti, sappia darne o favorirne una sintesi. Ogni autore, va da sé, ha una sua idea delle cose e la suggerisce, anche involontariamente. Ma le “verità” proposte in questo decennio, in assenza del contraltare (che potremmo definire “dal basso”), non hanno fatto altro che rimasticare versioni ufficiali, visioni neutralizzate da ogni tentativo di approssimarsi alla realtà. L’unica via di fuga sembra ormai essere il complotto come meccanismo di critica e smascheramento delle suddette “verità ufficiali”, in un rapporto parossistico tra verità di Stato e complottismo che da un lato rafforza le chete formule autorizzate nel discorso pubblico (la società “in crisi”, i “cattivi maestri”, il terrorismo eccetera); dall’altro allontana ancor di più da ogni possibile comprensibilità del fenomeno. Insomma, la visione (di parte) di un qualche protagonista, la fatidica “testimonianza”, ha sì dei limiti oggettivi, ma il suo superamento non sembra aver prodotto quella liberazione degli studi che tanto si attendeva. Studi che funzionano bene sul piano accademico, molto meno su quello intimamente storico-politico. Ecco, Corasaniti si muove entro questi confini, di una ricerca che procede anestetizzando il suo oggetto d’indagine, e tenta di liberarsene facendo propri i passi in avanti disciplinari (e disciplinanti?) che pure ci sono stati in questi anni.

Il libro, come detto, affronta la parabola dei Comitati autonomi operai romani di via dei Volsci lungo tutto il decennio. È una storia a suo modo circoscritta (i Volsci non sono tutta l’Autonomia, e l’Autonomia non sono tutti gli anni Settanta), però dal fortissimo valore metonimico: attraverso la storia dell’Autonomia romana si ricompongono i fili di una storia politica e sociale del nostro paese, nella sua interezza, almeno per ciò che riguarda l’arco cronologico qui considerato (1971-1980). Il lavoro è presentato in tre capitoli: «caricamento», «esplosione» e «rinculo», ovvero i prodromi dell’Autonomia, il Settantasette come apice di tutta la vicenda, e poi il tutto sommato veloce ripiegamento nel triennio ’78-’80. Poi, certo, l’Autonomia non finisce nel 1980, sciogliendosi nei primi anni Novanta. Ma il “senso storico” di quella vicenda può giustamente collocarsi all’interno di tre eventi collaterali: la crisi e lo sfaldamento dei gruppi della sinistra extraparlamentare, tra il 1972 e il ’73; l’esplosione, letterale, veloce, catartica, del 1977; e l’altrettanto drastica crisi politica che ne seguì, dilatata dall’affare Moro. A quel punto non solo l’Autonomia, ma tutto il lungo Sessantotto italiano perde l’orizzonte di senso che lo aveva alimentato lungo il decennio. La conclusione simbolica l’autore la fissa con la “marcia dei quarantamila” e il fallimento della vertenza Fiat. Cosa possiamo trarne di vero da una storia simile? Alcune cose vanno segnalate. La prima: Corasaniti decide (giustamente) di procedere raccontando gli eventi, e non ricavando questi da una qualche “pensiero” che li alimentava e li giustificava. Detto altrimenti, nessun movimento, men che meno quello organizzato dell’Autonomia romana, è il frutto di un’ideologia particolare, di un sistema di idee radicale e alternativo (in questo caso, alternativo al comunismo “ufficiale” incarnato dal Pci). Al contrario, l’Autonomia da questo punto di vista è sempre stata alquanto “rozza”, limitata e diffidente da qualsiasi operazione di sistematizzazione (e “coerentizzazione”) delle proprie idee. Aveva dalla sua parte i numeri e la convinzione dei suoi dirigenti politici, nonché l’internità nei quartieri proletari romani. Tanto bastava per “lasciarsi pensare” da altri, ad esempio da Milano, da «Rosso»; in misura minore, dal narodničestvo di «Lotta continua» (il giornale, intendiamo). Via dei Volsci significava lotta politica immediata, organizzazione dello scontro politico-sociale. Anche laddove provava ad elaborare un suo pensiero, era sempre pensiero organizzativo, militante, ed in questo risiede sia la sua forza che la sua debolezza. La portata di questo scontro, la sua vastità e ramificazione, è ben restituita dalla catena ininterrotta di eventi, vertenze, conflitti, manifestazioni, picchetti e assemblee che segnano tutto il libro, e che l’autore restituisce con strabordante precisione.

La seconda verità che è possibile trarre dal libro è la disponibilità alla violenza politica di un pezzo importante della società italiana degli anni Settanta. L’idea di rivoluzione trovava concreta traduzione quotidiana in una pratica direttamente conflittuale, radicale, senza mediazioni, disponibile allo scontro armato, a dare e ricevere feriti e anche morti. Il culmine può dirsi raggiunto nell’aprile del 1975, non solo per il numero di morti (dei compagni, ma anche dei fascisti e della polizia), ma per la lucida (e in parte luciferina) interpretazione che ne viene data, come momento di avanzamento dello scontro di classe. Se ne evince la disponibilità a una sorta di “pensiero strategico” (ancorché criticabile sotto diversi punti di vista) in grado di fare politica anche di fronte alla morte, e anzi vedendo nella morte un passaggio tragico e inevitabile, una volta intrapresa la strada dello scontro frontale. E questo dato, lungi dal dimorare nelle teste di pochi, era acquisito a livello di massa. Questo è il fatto decisivo degli anni Settanta, la verità che li innerva: questa disponibilità alla lotta rivoluzionaria, una disponibilità che esisteva a prescindere dalle macchinazioni che pure si vogliono trovare, dal complottismo che vorrebbe spiegare qualcosa che trova indecifrabile perché inaudito o pericoloso. Perché decine di migliaia di militanti politici aumentavano dopo ogni scontro di piazza, dopo ogni arresto, dopo ogni ferito e addirittura dopo ogni morto? Questa il fatto da spiegare. E perché questa stessa parabola da crescente implode su se stessa a partire dal 1977? Per rispondere bisognerebbe integrare la storia del movimento rivoluzionario degli anni Settanta con quella più vasta della politica e dell’economia del decennio. Senza ridursi ai sociologismi che pure hanno dimorato per anni (del tipo: lottavano perché era la prima generazione “precaria”, e scemenze del genere), ma tenendo in considerazione l’orizzonte politico complessivo in cui trovava spiegazione anche la vicenda della nuova sinistra dagli anni Sessanta in poi. Le polemiche e le crisi “interne” non spiegano, sono piuttosto il corredo di contraddizioni più generali. Corasaniti approfondisce la dialettica vieppiù deteriorata tra Autonomia e Brigate rosse, tra i due tipi di violenza organizzati, alternativi più per visione politica che per prassi materiale. È una ricostruzione che si mantiene equilibrata, che non scade in quella critica morale che domina l’attuale discorso pubblico, e che restituisce un confronto di prospettive che spiega, retrospettivamente, l’imminente crisi tanto dell’opzione conflittuale pubblica quanto di quella lottarmatista clandestina. Il circolo (per un certo periodo virtuoso, poi vizioso) conflitto-repressione-organizzazione-ancora più conflitto-ancora più repressione eccetera, non poteva sostenersi in assenza di orizzonte politico-strategico. Ed è in tal senso (o questo è uno dei sensi che è possibile ricavarne) che l’autore definisce il pensiero autonomo come «pensiero della crisi»: non solo, semplicisticamente, di una società in crisi di fiducia tanto economica quanto politica; ma di un movimento in crisi di sbocchi politici, che è destinato a pensarsi dentro una catastrofe inevitabile e, quindi, incapace di pensarsi nei tempi lunghi, di assestarsi, anche non gramscianamente, ma di sicuro leninianamente. L’Autonomia è bruciata in fretta anche per l’incapacità (o impossibilità) di pensarsi ad un livello medio della lotta politica, ma questo ipotetico livello medio le era precluso da un quadro politico compattamente avverso a qualsiasi ipotesi ricettiva. Un certo nichilismo le era naturalmente consustanziale.

Nel libro si approfondiscono i rapporti, di assoluta inimicizia, tra Autonomia e Pci, ed è un passaggio obbligato, che spiega sia la radicalità, sia la precoce chiusura dell’orizzonte politico a partire dalla metà dei Settanta, e quindi l’inevitabile crisi: come poteva sostenere, la società politica italiana del tempo, la presenza concorrente di “due comunismi” tra loro antitetici? Manca però l’intreccio con la Politica, le sue (non) risposte, le sue azioni e le sue reazioni (Politica che riguarda non tanto, o non solo, il ruolo della Dc, ma ancor di più quello del Pci, che non è possibile ridurre solo ad agente di repressione, ma occorre spiegare perché, politicamente, si trasformò in questo chiudendo le porte ad ogni confronto con il movimento). A mancare (o a non essere opportunamente valorizzato) è il punto di vista dell’autore in grado di favorire interpretazioni storico-politiche complessive, illuminando gli aspetti essenziali, liberandoci da quelli superflui. È una carenza fisiologica e che non addebitiamo all’autore, quanto piuttosto al panorama di studi che abbiamo prima rapidamente evocato, che impedisce di fatto un sostegno alle tesi che si possono e si debbono avanzare in sede di ricostruzione storica. E allora, in conclusione, un libro come questo può funzionare in due direzioni non per forza alternative tra loro: come seria ed informata introduzione a una storia degli anni Settanta, per il lettore che vuole approcciarsi a questi temi; o come trampolino di lancio verso nuovi lavori di sintesi, che ci auguriamo seguiranno questa storia di via dei Volsci e la rafforzeranno.

 

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in NOTES

La vittima si chiamava Ahmad Saleh e aveva 26 anni. Almeno 15 i feriti tra i gazawi. La tregua raggiunta lo scorso maggio tra Gaza e Israele appare sempre più fragile. Il Ministro della Difesa israeliano Gantz, intanto, rivendica l’importanza del suo incontro di domenica scorsa con il presidente Abbas

 

Roma, 3 settembre 2021, Nena News – I soldati israeliani hanno ieri sparato e ucciso un 26enne palestinese, Ahmad Saleh, durante le proteste contro i 14 anni di blocco israeliano nella Striscia di Gaza. Almeno 15 i feriti tra le file dei palestinesi a causa delle pallottole israeliane: tra loro anche un bambino che, secondo quanto riferisce il ministero della salute di Gaza, sarebbe in gravi condizioni. L’esercito israeliano ha fatto sapere in una nota che ieri erano più di 1.000 i palestinesi che si erano radunati lungo il confine tra Israele e Gaza per protestare contro le politiche di Tel Aviv.

Nel corso della manifestazione, i dimostranti hanno bruciato dei pneumatici e lanciato alcuni strumenti esplosivi. “I militari impiegati nell’area hanno usato strumenti per disperdere le proteste, tra cui, quando è stato necessario, anche i proiettili veri”. Le manifestazioni serali dei gazawi al confine con Israele si sono ripetute diverse volte questa settimana. Nell’ultimo periodo si è registrato un aumento delle violenze al confine tra Gaza e Israele che di fatto mostra come la tregua raggiunta lo scorso 21 maggio tra lo stato ebraico e il movimento palestinese Hamas sia molto fragile.

Questa settimana un ragazzo palestinese e un soldato israeliano sono morti per le ferite da arma da fuoco riportate durante le proteste dello scorso 21 agosto al confine tra Gaza e Israele. Per provare a calmare le acque, nelle ultime settimane l’Egitto e le Nazioni Unite hanno aumentato gli sforzi di mediazione facilitando l’ingresso di aiuti provenienti dal Qatar.

Intanto, in Israele, continua a far discutere l’incontro di domenica scorsa tra il ministro della difesa israeliano Gantz con il presidente dell’Autorità palestinese Abbas. Intervistato mercoledì dal canale 12 israeliano, il ministro ha detto che “il premier (Bennet, ndr) sapeva del mio viaggio, ha riconosciuto il mio viaggio e sa di cosa sto parlando”. “Sappiamo (io e Abbas, ndr) – ha poi aggiunto – che al momento non possiamo raggiungere un accordo diplomatico”, ma che, tuttavia, entrambi vogliono rispettare gli accordi alla sicurezza per mantenere stabile la regione. “E’ stato un incontro molto importante durante il quale abbiamo discusso di cooperazione alla sicurezza e di attività congiunte”, ha poi concluso.

Secondo una nota pubblicata domenica dal ministero della difesa, Gantz e Abbas hanno parlato di sicurezza, ma anche “della realtà civile ed economica in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr) e Gaza”. L’incontro tra Gantz e Abbas non ha convinto tutti però: il ministro alla Giustizia Gideon Sa’ar e quello alle comunicazioni Yoaz Hendel (entrambi del partito di destra “Nuova Speranza”) hanno criticato pubblicamente il collega di governo. Silenzioso è rimasto invece il premier Bennet di ritorno dalla visita a Washington al presidente statunitense Biden. Intervistato dal New York Times prima dell’incontro con il leader americano, Bennet però è stato chiaro: i negoziati con i palestinesi non sono in programma. Nena News

 

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri le considerazioni di un lettore che si è affacciato alla piazza No Greenpass di Milano e ha maturato queste osservazioni... Per seguire il resto del dibattito su Green Pass e pandemia clicca qui.

CORTEO "NO GREEN PASS/NO VAX", A MILANO IL 4 SETTEMBRE: DARE UNA OCCHIATA PUO' SERVIRE.

Dopo varie esitazioni, diffidenze e pigrizie, mi son deciso ad andare a dare uno sguardo. Partiamo dai fatti.

Il corteo parte poco dopo le 18 da Piazza del Duomo ed imbocca Corso Italia. Presenti in tutta la fase iniziale svariate migliaia di persone, diciamo 4 o 5 migliaia, forse anche più. Di certo non i mille riportati da Radio Popolare. Qui un breve inciso: a meno che i conteggi su questi cortei vengano fatti in malafede, a chi va a fare i resoconti per conto della radio, dovrebbero essere dati più strumenti per far meglio il lavoro.

Partiamo da alcuni dati per me certi: LA PRESENZA DI UN GRUPPO ORGANIZZATO DI FASCISTI ALLA TESTA DEL CORTEO, alcuni muniti di piccoli megafoni, molto in incognito, senza magliette, spillette, bandiere o tatuaggi appariscenti. Il tentativo da parte di questi signori di acquisire un qualche ruolo di "direzione", mi pare passi molto dal fatto di proporsi in piazza come una sorta di servizio d'ordine, molto sciolto e fluido, in un contesto di manifestazioni assai poco strutturate. Passa anche dal fatto di non forzare troppo sui contenuti, ripetendo quelli peraltro abbastanza generici del "movimento". Unico momento di forzatura da parte di costoro, anche se non ne son sicuro al 100%, è forse stato l'avere proposto fra i vari "obiettivi" da contestare lungo il percorso, anche la Camera del Lavoro in Corso di Porta Vittoria.

ALTRO DATO CERTO E' LA ESTREMA FURBIZIA E SPREGIUDICATEZZA DI QUESTI SIGNORI, i quali pur di stare ed avere un ruolo dentro il "movimento", hanno accettato di convivere, per tutto il corteo, con la presenza di tre striscioni di cui uno tenuto da un gruppo di studenti universitari, e dal contenuto chiaramente antifascista.

MA IL DATO CERTO PIU' IMPORTANTE E' CHE NON SI TRATTAVA DI UN CORTEO FASCISTA O UNIVOCAMENTE DI DESTRA. Questo emerge dal fatto che alla testa a tirare la baracca si intravedevano altri soggetti, che però a dire la verità io non conosco ma che così a naso non mi sembravano fascisti. Ma su questo aspetto, cioè chi è a Milano il gruppo che coordina questi cortei, e come è composto, lascerei un bel punto interrogativo. Ma non era un corteo fascista soprattutto guardando alla composizione di tutta la gente che marciava, certamente molto variegata e composita e con una forte presenza di cani sciolti.

Chiudo con una nota sulla presenza poliziesca. Molto discreta e poco invasiva: non c'erano i classici contingenti di truppe davanti alla testa e dietro la coda: soltanto polizia locale. Però erano presidiati tutti gli "obiettivi sensibili" collocati lungo il percorso, ed in particolare Assolombarda, il tribunale, la camera del lavoro (meno presidiata degli altri), e la redazione di Libero. Quando è iniziato il breve sit in in Piazza Oberdan, me ne son andato, e quindi non so cosa è successo nel prosieguo. Erano passate le 20,30, ed in piazza ci stavano ancora svariate centinaia di persone.

Questo post voleva solo offrire una testimonianza dal vivo di un percorso in atto anche a Milano, ed il quale al di là di come la si pensi di questi cortei, mette al centro temi che riguardano anche noi. Per evitare equivoci: il prestare attenzione non implica da parte mia nessuna indicazione sulla opportunità di una partecipazione organizzata ai suddetti percorsi.

 

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

 

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