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Articoli filtrati per data: Saturday, 04 Settembre 2021

Continua il dibattito su Green Pass e pandemia. Riceviamo e pubblichiamo un articolo di uno studente universitario che prova a cantierizzare una delle possibili chiavi di lettura delle pulsioni che hanno generato le piazze dello scorso mese...

 Entrare nella testa di chi si proclama “medico di se stesso” o “ebreo del 21esimo secolo” non è un’operazione banale, ma è senza dubbio cruciale. Troppo spesso chi commenta queste vicende esternamente, movimento compreso, finisce facilmente per stigmatizzare queste soggettività, se non, nel caso peggiore, per medicalizzare il loro disagio (“curatevi”/”tutti pazzi”/ecc…), negandosi ogni possibilità di trovare degli spunti utili, autorelegandosi a spettatore passivo degli eventi.

Ma come si fa? Come si può trovare spunti in un “movimento” che non riesce nemmeno a definirsi, che è attraversato da persone in buona fede senza però una minima cultura politica, approfittatori, fasci mimetizzati e “compagni che sbagliano”?

Proviamoci.

Innanzitutto proporrei di dividere le spinte all’interno di queste piazze in due grossi filoni: chi lotta per ristabilire i propri privilegi e chi lotta spinto dalla rabbia, senza capir bene da dove questa arriva. Ovviamente, all’interno di una stessa persona possono coesistere entrambi gli aspetti, alternandosi in intensità, ma credo che questa distinzione, che scarta volutamente chi attraversa le piazze, reali e virtuali, in cerca di opportunità politiche o commerciali (rimedi bio, santoni, fasci & rossobruni vari), sia utile, in quanto basata sull’opportunità, per noi, di poter intercettare delle spinte positive.

 

Iniziamo dai primi.

Come non sentirsi accapponare la pelle di fronte alla prospettiva Kafkiana di vedersi negato l’accesso ad uno spazio comune a causa di un foglio di carta (o di un reticolato di pixel)?

Chi si è occupato a sufficienza di immigrazione negli ultimi anni - e con occupato non intendo l’aver approfondito il tema da una pratica distanza di sicurezza – può immaginare, per empatia, cosa significhi quella sensazione di precarietà totale, di timore e di onnipotenza dell’autorità, capace di decidere della tua libertà senza possibilità di appello.

Va detto che, spesso, chi si schiera contro la “dittatura sanitaria” del green pass viene da un contesto culturale e sociale sufficientemente privilegiato, un contesto che è stato da sempre “esentato” dal subire la macchina repressiva che chi, per un motivo od un altro, vive ai margini della società, conosce già parecchio bene: questa condizione è fondamentale per cercare di capire cosa si agita nelle piazze enigmatiche di questi giorni. Non vorrei banalizzare le sofferenze delle persone migranti paragonando il divieto d’accesso a un ristorante con la reclusione in un Lager, passato o presente, ma vorrei far passare questo concetto: chi manifesta contro le restrizioni anti-covid non ha il metro di valutazione che abbiamo noi. Per loro, il ruolo dell’emarginato, dell’esclusa, del controllato è assolutamente nuovo. Qualcuno potrebbe obiettare che il lavoro, nel sistema capitalistico, pone queste persone nella stessa condizione, togliendo quindi la “novità” di cui sopra; ha ragione, ma l’oppressione sistemica si mimetizza molto meglio, è legittimata dal potere d’acquisto, è qualcosa che assomiglia più ad un “vorrei ma non posso” che non ad un secco e unilaterale “devi/non puoi”.

La risposta a questa improvvisa esperienza sociale può spingere molte persone a scendere in piazza, non tanto per affermare un’alternativa diversa da quella attuale, quanto più per ristabilire quella “sensazione di libertà” che il privilegio sociale concedeva loro fino a qualche tempo fa. Inutile dirlo: questa spinta è per noi totalmente deleteria. L’idea di “libertà” richiesta è quella di ritornare ai ruoli sociali precedenti alla crisi, è la tanto criticata “libertà borghese”, un bisogno fittizio, senza sbocchi, ma tremendamente necessario a chi, per vivere, ha bisogno di illudersi d’essere libero, in un sistema che di fatto lo proibisce.

Le persone mosse da questa forza hanno spesso un’idea di stato totalmente adulterata, quasi infantile: proiettano sullo stato tantissime caratteristiche proprie del sistema economico (avidità, potere effettivo, ecc..), non riescono ad analizzare i rapporti di forza esistenti data la scarsa educazione politica (e chi di loro ne aveva bisogno fino a sei mesi fa?) e sono facilmente raggirate dai profittatori di turno, cadendo spesso nella trappola del complottismo cieco e totale.

Chi spera in una sorta di catarsi, in un momento in cui queste persone si renderanno conto di odiare delle dinamiche di controllo sociale che loro stesse hanno avvallato contro immigrati, indigenti, ecc… si illude di grosso. Queste persone non sono uscite dal sistema, non sono in grado di riconoscere la propria posizione sociale, si autodefiniscono “cittadini” e, nella miglior tradizione nazionalista, negano l’esistenza e il ruolo del sistema economico nelle loro vite, salvo attaccare le multinazionali più in quanto “globaliste” che in quanto parti integranti di un meccanismo economico. Inoltre, è empiricamente provato che quanto più qualcuno sprofonda nel complottismo, tanto più diventa incapace di uscire da questa dinamica, per cui è piuttosto improbabile sperare in una fantomatica “empatia sociale” dovuta all’estensione dei meccanismi repressivi.

Come interloquire, come movimento, con questa spinta?

La risposta giusta non esiste, ma mi sento di consigliare questo approccio: data la natura piuttosto semplicistica delle congetture politiche di questo settore sociale, eviterei il più possibile il “politichese” o i termini da loro facilmente stigmatizzabili (Komunisti!1!).

Per quanto possa infastidirci, dovremmo, secondo me, renderci mimetici ai loro occhi e proporre una “controteoria del complotto”, capace di portarli a ragionare sulle dinamiche reali, anziché abbandonarli nel far west digitale, dove la realtà tende drammaticamente a personalizzarsi. Questa teoria dovrebbe fare intendere che il “movimento anti-green pass” stesso è funzionale al sistema (il cattivo delle narrazioni complottiste), in quanto distoglie l’attenzione (altro topos molto amato dai complots) dalle politiche economiche e sociali del governo (il PNRR, la gestione della sanità, ecc…). Ovviamente è più facile a dirsi che farsi, ma credo che questa sia l’unica strada percorribile con questa fazione: proporre un complotto basato su una dinamica REALE che sia più accattivante delle mille fantasie caleidoscopiche che si agitano nelle piazze contemporanee. Avremmo dalla nostra il vantaggio di portare la discussione su temi effettivamente determinanti e, seppur non ne alzeremo il livello, eviteremo di abbandonarla a fantasie di uomini telecomandati da Bill “Satana” Gates col 5G. 

 

Passiamo al secondo macro gruppo, rappresentato dalla comunanza di un’emozione: la rabbia.

Credo che parecchi ricorderanno quelle piccole manifestazioni/rivolte dello scorso autunno, partecipate per lo più da giovanissime e dirette ad attaccare i simboli della città borghese: vetrine, sbirri, telecamere. Un piccolo revival di queste si è tenuto poi nel quartiere di San Siro (MI), dove il trapper Baby Gang, nel girare un video musicale, ha respinto, insieme a qualche centinaio di ragazzi, le cariche della polizia venuta a sgomberare “l’assembramento”, per poi inserire queste scene “riot” nel video della traccia “rapina”, fatto che gli è costato un foglio di via dalla città di Milano e un paio di perquisizioni condotte dalla DIGOS.

Questi sono solo piccoli episodi, ma all’interno delle proteste contro il green-pass questo gruppo, seppur sottostimato dai media e meno iconografico del precedente, è piuttosto presente. Parliamo di persone mediamente più giovani, lavoratori e studenti rabbiosi a causa delle restrizioni che, in questo caso, non sono l’improvvisa perdita di un privilegio, o di una condizione emotiva, bensì la proverbiale “goccia che fa traboccare il vaso”.

Risulta evidente come questo gruppo, composto in buona parte da ragazze e ragazzi figli di famiglie migranti, sia difficilmente corteggiabile dall’estrema destra, che ha tentato di infiltrarsi nelle proteste con magri risultati, ma anche, purtroppo, come nemmeno il “movimento” sia riuscito a portare in quei luoghi i suoi contenuti. Forse quest’ultima mancanza è dovuta a una certa estraneità a quel mondo che, specie a causa di un endemico sessismo (visibilissimo nella sua cultura musicale), si discosta parecchio dalle nostre rivendicazioni. 

Eppure c’è molto terreno in comune.

La libertà che viene pretesa da queste persone è molto simile a quella che intendiamo noi: è un grido che rivendica la socialità, che lamenta condizioni di vita degradate e sogna un mondo migliore, se non per tutte e tutti, almeno “per il mio quartiere” o “per la mia compagnia”. Non vorrei peccare di ottimismo ignorando che anche questo gruppo sociale spesso rivendica una vita migliore ottenuta attraverso canali capitalisti e imprenditoriali, ma sta a noi, una volta compreso di aver obiettivi comuni, fornire una via alternativa per il loro raggiungimento, spingendo su quell’embrione di visione comunitaria che sta nascendo in seno alle nostre periferie metropolitane e provinciali.

È probabile che questo autunno vedrà l’esprimersi di un disagio dovuto all’inasprimento della crisi economica, allo sblocco di sfratti e licenziamenti e all’alienazione che sta investendo il mondo scolastico. Non è impossibile che il movimento “anti green pass” cerchi di canalizzare questi legittimi bisogni, dirottandoli in senso razzista, complottista e nazionalista. Non deve succedere e, per fortuna, possiamo ancora evitarlo. Saranno soprattutto i collettivi studenteschi a dover trasformarsi e agire in questo senso, intrecciandosi con i gruppi antirazzisti e cercando il più possibile di entrare in contatto con quel settore di popolazione giovanile realmente disagiata che ha animato i “riots” dello scorso autunno. Non mi sento di consigliare molto sulle singole strategie da seguire, in quanto credo siano troppo dipendenti dalle particolari situazioni in cui verranno attuate, ma mi sento di mettere in guardia qualunque gruppo tenti questa strada su una questione fondamentale: anche i fascisti / complottisti / profittatori vari cercheranno di agire nelle scuole e nelle università e non vanno per niente sottovalutati. Credo che, per cercare di depotenziare i collettivi, li delegittimeranno accusandoli di non criticare davvero il governo e le misure anticovid, di essere “pecore”, “false flag” e quant’altro. L’unico modo per contrastare questi attacchi sta nel prevenirli, iniziando da subito a costruire una critica intelligente alla gestione sanitaria del governo (green pass compreso), alle multinazionali farmaceutiche e alla malacomunicazione scientifica, in modo da poter intercettare quel gruppo giustamente sospettoso o rabbioso nei confronti di tutto ciò ma che, senza una cultura politica, cadrebbe immediatamente succube della controparte.

Portare avanti una comunicazione del genere non è certo semplice, ma continuare a cercare di intercettare i giovani con i metodi collaudati finora è, credo, certamente inutile. Mi sentirei di consigliare l’approcio snocciolato nel precedente paragrafo (no politichese, no settarismo, concetti giusti spiegati con semplicità, ecc…) riadattandolo anche al contesto giovanile, con una certa importanza da dare anche alla dimensione virtuale, in quanto la distinzione che ho introdotto si muove sia su un asse sociale (situazione economica/ quantità di privilegi) sia su un asse generazionale.

In conclusione penso che, in un momento in cui i movimenti “no green pass” (o come vogliamo chiamarli) sembrano aver conquistato una certa quantità di spazio pubblico, dovremmo chiederci, senza autoflaggellarci, dove abbiamo sbagliato durante questo “anno e mezzo pandemico” e cercare, in vista dell’autunno, di mettere in atto pratiche che siano, se non vincenti, quantomeno diverse e innovative rispetto a quelle che, per esperienze ripetute, sappiamo ormai non funzionare. Ciò non significa “sacrificare” delle nostre rivendicazioni per renderci più “vendibili”, ma trovare un canale per intercettare le spinte positive che si muovono intorno a noi che, per forza di cose, non deve ispirare sfiducia o porsi come giudice dei comportamenti altrui, ma cercare di educare gradualmente alla nostra visione del mondo, nell’ottica di vivere tutte e tutti meglio di così. L’alternativa è diventare una ristretta elité sicuramente interessante sul piano intellettuale, ma decisamente poco incisiva sulla direzione che prenderà il mondo intorno a noi…

Ragion per cui rimbocchiamoci le maniche.

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

 

Qui i primi contributi pubblicati.

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Repressione e arresti, quattro, contro gli operai licenziati della Texprint Prato e i solidali Si Cobas, da mercoledì 1 settembre in presidio davanti al Comune dove avevano iniziato lo sciopero della fame.

Chiedevano risposte dalle istituzioni  dopo che l’Ispettorato del lavoro  a gennaio aveva eseguito dei controlli all’interno della stamperia  per verificare se, come denuncia il sindacato Si Cobas,  ci fossero condizioni di sfruttamento lavorativo. Ma a distanza di quasi otto mesi non si conosce ancora l’esito di quegli accertamenti e quindi lavoratori e sindacalisti avevano deciso di sollecitare le istituzioni che hanno deciso di inviare polizia, carabinieri, guardia di finanza e municipale per sgomberarli.

I lavoratori in sciopero della fame e i sindacalisti del Si Cobas  presenti sono stati sgomberati  e poi portati in Questura. 4 le persone in stato di arresto: Abdou, lavoratore Texprint, oltre a tre solidali, Arturo, Milly e Lapo. “Sono stati aggrediti – denunciano i Si Cobas – dalla polizia davanti alla Questura, che ora li ha arrestati inventandosi accuse di resistenza a pubblico ufficiale. Domattina presidio solidale fuori dal Tribunale di Prato alle ore 9 in occasione dell’udienza della direttissima. Le voci in diretta di compagne e compagni Si Cobas durante il primo presidio di protesta a Prato di oggi, venerdì 3 settembre. Ascolta o scarica

MODENA – Una buona notizia invece sul fronte delle lotte operaie arriva da Modena, dove  dopo settimane di sciopero al “Gigi Salumificio” di Castelnuovo Rangone  la vertenza si è chiusa con l’assunzione diretta di 23 operai. Operai che da 20 anni lavoravano in condizioni di precarietà, saltando da una cooperativa ad un’altra, da una srl ad una agenzia interinale, “sono stati assunti in maniera diretta proprio grazie alla determinazione del loro sciopero, dopo un lungo braccio di ferro con l’azienda”, ricorda il sindacato di base Si Cobas che li ha sostenuti in questa lotta.  La corrispondenza con Fatin Salim, compagno del Si Cobas di Modena Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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di Sandro Moiso per Carmilla

Il lettore non deve aspettarsi di trovare uno studio generale di «scienza militare» o l’esposizione sistematica di una teoria dell’arte militare. No, il problema di Engels era […] di aiutare il lettore ad orientarsi sul corso delle operazioni e anche di sollevare, di quando in quando, quello che si usa chiamare il velo dell’avvenire. (Lev Trotsky, Prefazione a Note sulla guerra del 1870-71 di F. Engels)

C’è una fotografia che in questi giorni ha fatto il giro del mondo. E’ quella di una giovane marine di 23 anni, Nicole Gee, mentre stringe tra le braccia un bambino afghano pochi giorni prima di rimanere uccisa nell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto. Ma ciò che si vuole fare qui non è la solita cronaca, pietistica e inutilmente retorica, cui ci ha abituato la narrazione mediatica degli ultimi eventi afghani.

Quella foto e quella notizia devono farci riflettere, invece e soprattutto, sul piano storico e militare, poiché la soldatessa americana, a conti fatti, doveva avere all’incirca 3 anni quando gli USA invasero l’Afghanistan con la scusa di colpire gli organizzatori dell’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.
Vent’anni dopo, Nicole Gee è morta nella stessa guerra, non a caso indicata come quella più lunga combattuta dagli Stati Uniti nel corso della loro storia.

Se si esclude la guerra dei Trent’anni, scatenatasi in Europa tra il 1618 e il 1648, forse in nessun’altra guerra degli ultimi quattrocento anni è capitato che chi fosse nato durante o all’inizio della stessa facesse in tempo a farsi ammazzare nel corso della medesima. Si intenda: come militare poiché, è chiaro, i civili di ogni genere ed età fanno sempre in tempo a cadere come vittime in qualunque istante di qualsiasi conflitto.

Un conflitto, quello afghano, che sembra essere stato vissuto in modi discordanti sui due fronti, come spesso capita nelle guerre in cui si fronteggiano i rappresentanti dell’occupazione coloniale straniera da un lato e i partigiani della resistenza dall’altro, poiché il tempo gioca quasi sempre a favore dei secondi, nonostante le maggiori sofferenza e distruzioni subite dal popolo invaso. Soprattutto là dove la differenza culturale ed economica crea percezioni del tempo estremamente diverse, in cui la “fretta” partorita da una modernità sempre più digitalizzata si scontra con i “tempi lunghi” di società ritenute arcaiche. Che, però, proprio per questo motivo, possono affidarsi a intense campagne di primavera per poi sparire nel nulla in autunno, in una ciclicità che è più vicina ai tempi della Natura, dell’agricoltura e della pastorizia che a quelli dell’obiettivo immediato di carattere industriale e capitalistico.

Anche per tale motivo la moria di giovani soldati americani, che erano da poco nati oppure ancora neonati quando ebbe inizio la cosiddetta “guerra al terrore”, ci parla di qualcos’altro. Ci racconta la storia di una sconfitta annunciata, fin dalle prime battute recitate dagli attori di un dramma in cui, complessivamente, sono stati due milioni i soldati americani mandati a combattere, in Iraq e in Afghanistan. Si calcola, inoltre, che di questi due milioni una percentuale tra il 20 e il 30 per cento sia rientrata con un disturbo da stress post-traumatico, cioè un problema mentale provocato dall’aver vissuto situazioni belliche particolarmente intense o drammatiche, una ferita psicologica anziché fisica. E le conseguenze sono depressione, ansia, insonnia, incubi, disturbi della memoria, cambiamenti di personalità, pensieri suicidi. Ovvero: esistenze spezzate, relazioni in frantumi. Cinquecentomila veterani mentalmente feriti, un numero impressionante, una percentuale più alta rispetto ai conflitti precedenti1.

Quasi sicuramente, tra i più di 2.300 caduti e 12.500 feriti americani in Afghanistan, anche altri devono aver subito lo stesso destino di Nicole Gee2, anche se le perdite americane nello stesso conflitto, escluse quelle del 26 agosto 2021, erano decisamente diminuite dopo il 2013. Ma ciò che ci segnala simbolicamente questa morte è l’eccessiva e inutile durata di un conflitto che, nonostante le almeno 35.000 vittime civili3 (mentre il «Corriere della sera» del 31 agosto ne riporta 47mila), non ha dato risultati politici concreti e nemmeno economici, se non sul piano della spesa militare interna statunitense, tutta a vantaggio delle complesso industriale legato alla produzione di armi e tecnologia fornite all’esercito, all’aviazione e alla marina degli Stati Uniti (e ai suoi fornitori esteri) oppure ai grandi speculatorii della finanza internazionale.

La guerra che non si poteva vincere, come ora la definiscono in tanti, è costata agli Stati Uniti, dall’invasione del 7 ottobre 2001 a oggi, 2.313 miliardi di dollari: una cifra che si fa fatica anche ad immaginare.
[…] Nella maggior parte delle ricostruzioni il «prezzo» del conflitto si ferma a 815,7 miliardi di dollari, perché quello è l’ultimo report del 2020 del dipartimento della Difesa. Una cifra che copre le spese operative, dal cibo per i soldati al carburante per i mezzi, dalle armi alle munizioni, dai carri armati agi aerei. Ma non conta gli interessi già pagati sugli ingenti prestiti che Washington ha contratto per finanziare le operazioni, l’assistenza ai reduci – costi che continueranno a crescere negli anni a venire – i miliardi di aiuti umanitari e soprattutto per il nation building. Dall’addestramento delle truppe alla costruzione delle strade, scuole e altre infrastrutture, questa parte ha richiesto 143 miliardi dal 2002 ad oggi, secondo lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar).
Proprio il rapporto dell’ispettore generale spiega come tanti di quei soldi siano andati in fumo – scuole e ospedali vuoti, autostrade e dighe in rovina – per l’incapacità del governo americano di affrontare la piaga della corruzione degli alleati afghani, da Hamid Karzai all’ultimo presidente Ashraf Ghani (che non a caso è scappato con un gigantesco malloppo appena Kabul è caduta4.

leaving kabul

Tutto senza tenere conto delle spese nel confinante Pakistan, utilizzato come base logistica e militare per le operazioni, e del fatto che i progetti di aiuto hanno visto come beneficiari organizzazioni internazionali e istituzioni afghane con base nelle città più importanti, soprattutto Kabul, dimenticando che la stragrande maggioranza della popolazione afghana vive, lontana dalle città, di agricoltura e pastorizia, settori cui è stata riservata invece una percentuale insignificante del totale. Scelta che ha contribuito ad una ancor più rapida urbanizzazione della capitale, portandola ad essere la settantacinquesima città più popolosa al mondo (con circa 5 milioni di abitanti), con un territorio di 1.023 km² e una densità di circa 4.200 abitanti per km², nonostante la popolazione afghana sia di 38 milioni di abitanti su un territorio grande più del doppio dell’Italia (652.864 km²) e con una densità media abitativa di un quarto circa di quella italiana.

Questi dati ci dicono due cose: la prima è che gran parte del territorio afghano è troppo poco abitato per far sì che le moderne tecnologie belliche abbiano effetto duraturo. Non si può bombardare il nulla e il poco, al massimo si possono uccidere e terrorizzare momentaneamente villaggi, famiglie, aree ristrette, dopo di che la resistenza riprenderà più ostinata.

Non per nulla l’Afghanistan è stato definito la tomba degli imperi e, tralasciando le disastrose esperienze già toccate agli inglesi e ai russi nel corso dell’Ottocento e del Novecento, può essere utile ricordare che anche Alessandro Magno, nel corso della sua marcia verso i confini dell’India e del mondo conosciuto, dovette condurre per tre anni una feroce e non risolutiva lotta contro la resistenza incontrata nella Battriana (corrispondente in gran parte all’attuale Afghanistan settentrionale), allora compresa nei confini dell’impero persiano che il giovane condottiero andava rivendicando per sé dopo aver sconfitto e costretto alla fuga Dario.

Soprattutto tra le steppe desertiche e le catene montuose dell’Hindu Kush, che ancora tagliano in due il paese, saldandosi verso nord-est con i massicci del Pamir e del Karakorum, mentre a sud-est si congiungono con i monti Sulaiman, la guerra americana si è caratterizzata principalmente, fin dai primi anni, per le truppe rinchiuse nei fortini sparsi per il paese e le città, da cui uscire per brevi e comunque pericolose missioni di perlustrazione oppure per gli assassini mirati messi in atto con elicotteri, droni e missili sparati e diretti da basi poste spesso fuori dallo stesso Afghanistan. Una guerra snervante fatta di perlustrazioni e posti di blocco, in cui troppe volte la paura ha portato i soldati americani a ritorsioni violente su civili disarmati o su intere famiglie, spesso sterminate senza motivo. Una guerra in cui anche gli elicotteri hanno mostrato tutta la loro fragilità durante le azioni diurne, costringendo i comandi ad utilizzare i grandi Black Hawk esclusivamente per uscite notturne affinché non costituissero un facile obiettivo per gli RPG (Rocket Propelled Grenade) della guerriglia.

Una guerra contro un nemico fantasma e invisibile, mostrata in tutta la sua assurdità dal documentario Restrepo, realizzato nel 2010 dal fotoreporter Tim Hetherington e dal giornalista Sebastian Junger, in cui si narrano le vicende di un plotone delle forze armate statunitensi durante un anno di permanenza tra le montagne afghane. Oppure dal libro, di David Finkel, I bravi soldati (Mondadori 2011) che documenta le traversie dei soldati americani in Iraq, di cui dobbiamo qui ricordare il lungo ritiro che si concluderà esattamente come quello afghano: dopo quasi vent’anni e senza aver ottenuto null’altro che la distruzione di un paese (in cui si sarebbe poi formato l’Isis).

Restrepo poster

La seconda cosa da tener presente, per qualsiasi tipo di valutazione, è che Kabul è una città troppo grande e abitata per poter essere controllata, soprattutto durante una ritirata rapida e affannosa come quella avvenuta in questi giorni.
Dal punto di vista militare, infatti, il combattimento nelle aree urbane, abitate da una popolazione ostile o insorgente, costituisce il vero incubo dei comandi militari: da Stalingrado all’insurrezione di Varsavia del 1944, fino alla striscia di Gaza e alla battaglia per la presa della città di Falluja, insorta contro l’occupazione americana in Iraq nel novembre del 2004, oppure alla grave sconfitta subita dall’esercito russo a Grozny durante la guerra cecena5.

Anche se le truppe americane e NATO si addestrano ormai da anni al combattimento urbano (qui), mentre gli interventi israeliani a Gaza costituiscono il banco di prova effettivo per migliorare la resistenza dei mezzi corazzati, di cui il carro armato Merkava continua ad essere uno dei prototipi più avanzati proprio per operare in tali condizioni (ancora qui), non può esservi dubbio che, anche in previsione della guerra civile globale di cui andiamo parlando da anni6, la battaglia o il semplice controllo militare all’interno delle aree urbane7 può rivelarsi impossibile da condurre se non al prezzo di perdite numerose e un’enorme distruzione di vite umane, fatto quest’ultimo che quasi mai gioca a favore della favola mediatica della “difesa della democrazia” o della sua “esportazione”.

New Yorker Niemann Afghanistan story

L’attentato all’aeroporto di Kabul, in cui una buona parte delle vittime è stata causata dal fuoco amico dei soldati americani che hanno letteralmente perso la testa nella confusione, come attestano ormai le testimonianze raccolte dai reporter occidentali ancora presenti sul luogo, oppure le vittime “collaterali” (almeno 6 bambini e 4 adulti) del raid americano nei confronti di una presunta autobomba, diretta verso l’aeroporto della stessa città, non hanno fatto che dimostrare, fino alla fine, ciò che è stato sotto gli occhi di tutti fin dal 2001 e che il generale Carlo Jean, esperto di geo-politica e strategia militare, ha confermato negli ultimi giorni: Gli Stati Uniti non hanno mai voluto portare la democrazia in Afghanistan8.

Kabul oggi non può essere controllata del tutto dai Talebani e non poteva altrettanto esserlo dai marines o dai soldati occidentali presenti fino a pochi giorni or sono. Droni e satelliti spia, coadiuvati da informatori a terra possono svolgere una funzione importante, ma il bello viene sempre quando si tratta di mettere the boots on the ground.

Infatti non si tratta qui di parteggiare per la causa talebana o per l’intervento “umanitario”9, ma soltanto di cogliere l’inevitabile sconfitta di un progetto politico-militare che, rivolgendosi contro un intero e storicamente combattivo popolo10, non poteva che essere destinato alla sconfitta fin dall’inizio.
Come ha sostenuto chi scrive fin dal 200111 e come ha confermato la recente testimonianza di un veterano ed ufficiale dei marines, Lucas Kunce, che ha svolto più turni in quell’area.

Quello che stiamo vedendo in Afghanistan in questo momento non dovrebbe scioccarvi. Sembra così solo perché le nostre istituzioni sono intrise di disonestà sistematica. Non richiede una tesi per spiegare cosa stai vedendo. Solo due frasi.
Prima: per 20 anni, politici, élite e leader militari ci hanno mentito sull’Afghanistan.
Seconda: quello che è successo la scorsa settimana era inevitabile, e chiunque dica diversamente ti sta ancora mentendo.
Lo so perché ero lì. Due volte. Sulle task force per operazioni speciali. Ho imparato il Pashto come capitano dei Marines degli Stati Uniti e ho parlato con tutti quelli che potevo lì: gente comune, élite, alleati e sì, anche i talebani.
La verità è che le forze di sicurezza nazionali afghane erano un programma di lavoro per gli afghani, sostenuto dai dollari dei contribuenti statunitensi – un programma di lavoro militare popolato da persone non militari o forze “di carta” (che in realtà non esistevano) e uno stuolo di élite che afferravano ciò che potevano quando potevano.
E non era solo in Afghanistan. Hanno anche mentito sull’Iraq.
[…] Quindi, quando la gente mi chiede se abbiamo scelto il momento giusto per uscire dall’Afghanistan nel 2021, rispondo sinceramente: assolutamente no. La scelta giusta sarebbe stata quella di uscire nel 2002 o 2003. Ogni anno in cui non uscivamo era un altro anno che i talebani usavano per affinare le loro abilità e tattiche contro di noi – la migliore forza combattente del mondo. Dopo due decenni, 2 trilioni di dollari e quasi 2.500 vite americane perse, il 2021 era troppo tardi per fare la cosa giusta.
[…] Le bugie sull’Afghanistan contano non solo per i soldi spesi o per le vite perse, ma perché sono rappresentative di una disonestà sistematica che sta distruggendo il nostro paese dall’interno verso l’interno.
Ricordate quando ci hanno detto che l’economia era tornata? Un’altra bugia.
[…] Quello che è successo la scorsa settimana era inevitabile, e chiunque dica diversamente ti sta ancora mentendo12.

Proprio per questo motivo tutte le “anime candide” che continuano ad affermare che non vi è più alcuna guerra “mondiale” possibile o sono in malafede oppure prive di strumenti di analisi adatti a comprendere seriamente le conseguenze di quanto sta avvenendo in un quadro internazionale in cui l’indebolimento dell’impero americano (e occidentale in genere) non potrà che portare ad altre ancor più tragiche convulsioni e catastrofi. In casa e all’estero. Considerata anche l’attenzione che gli Stati Uniti e il Pentagono sembrano sempre più rivolgere alla Cina e al suo operato economico e strategico13.

wile coyote

 Non bisogna infatti dimenticare che esattamente come per la precipitosa ritirata militare dal Vietnam, che ha costituito per molti osservatori attuali una catastrofe politica e militare minore di quella odierna che, a differenza di allora, coinvolge tutto l’Occidente, uno dei motivi del ritiro (già annunciato da Obama nel 2011)14 dal quadrante centro-asiatico delle truppe statunitensi è legato anche ad una sempre maggior insofferenza dell’elettorato americano, povero o appartenente ad una middle class oggi tartassata come mai prima, nei confronti di una guerra di cui scarsamente ha compreso utilità e significato. Senza contare che, probabilmente, già al dicembre 2006 almeno diecimila soldati statunitensi avevano disertato il campo di battaglia iracheno15.

Ma se in Vietnam occorsero 70.000 morti e centinaia di migliaia di feriti, oltre alle rivolte studentesche, degli afro-americani, dei gruppi etnici minoritari, non appartenenti a quello WASP, e dei soldati stessi, oggi, con un numero molto inferiore di morti e feriti, il carico per la società americana impoverita e ferita dalle crisi successive e sempre più gravi, è diventato insopportabile e costituisce uno di quegli elementi che fondano la possibilità di una nuova guerra civile americana di cui si è già parlato su Carmilla.
Senza dimenticare, poi, che già nel 1993/94 (qui) bastarono all’allora presidente Bill Clinton una ventina di morti durante la cosiddetta battaglia di Mogadiscio del 3 e 4 ottobre del 199316 per ritirare precipitosamente le truppe dall’operazione Restore Hope (nomen omen) in cui era stata coinvolta anche l’Italia attraverso l’ONU. Battaglia che era costata il più alto numero di morti americani, fino ad allora, dalla fine della guerra in Vietnam.

Ma come ha affermato in una recente intervista Lucio Caracciolo, analista geo-politico e giornalista di rilievo:

Gli americani non sono usciti mentalmente dalla guerra al terrorismo, cioè da un meccanismo che possiamo definire nevrotico, per il quale da un attacco terroristico si genera una reazione militare da cui scaturisce un nuovo attacco terroristico e così via in un gioco infinito. Questa, però, non è una guerra contro un nemico, perché il terrorismo è un metodo che chiunque può adottare, non è identificabile, è mutante e infatti muta in continuazione. E’ però anche una guerra contro noi stessi.
Perché il modo di approcciare il tema crea un meccanismo negativo, costringendoci in un circuito infernale nel quale non abbiamo possibilità di vittoria ma di sicura sconfitta. Non nel senso strategico, ma di un progressivo logoramento, in particolare della reputazione americana e occidentale. E questo riguarda anche noi europei, in particolare noi italiani nella misura in cui, per certificare la nostra esistenza in vita, partecipiamo a missioni in cui non abbiamo nessun interesse da difendere se non dimostrare che esistiamo. Senza avere nessuna idea su quale tipo di scambio ottenere.
[Sugli Usa e la loro politica] E’ impossibile dare giudizi definitivi e tranchant. Mi pare evidente che esista una crisi identitaria e culturale che da diversi anni sta colpendo gli Stati Uniti. Il suo punto di inizio può essere rintracciato nella vittoria della”guerra fredda” che ha privato gli USA di un nemico perfetto, che tra l’altro risparmiava loro la metà del lavoro ( ad esempio in Afghanistan quando c’erano i sovietici)e la cui scomparsa ha fatto perdere la bussola strategica.
Tutte le strategie dopo l’89 sono state degli adattamenti. E così gli Stati Uniti pensano fino all’11 settembre di essere in cima al mondo e si lanciano in un’avventura di cui non si vede l’obiettivo finale semplicemente perché non esiste. […] E questa crisi mette l’America in una situazione di stress come si è visto a Capitol Hill il 6 gennaio. Non è un problema di Trump o Biden, ma di America17.

 jiwo jima 2021 bis

 Ciò, però, che maggiormente sembra indicare il reale senso della débâcle americana in Afghanistan non è tanto la fotografia in cui i talebani si prendono gioco della storica, ma falsa, fotografia, scattata a Jiwo Jima dopo lo sbarco dei marines18 e, ancor meno, l’enorme arsenale di armi, in gran parte sabotate prima della partenza, rimaste in mano ai talebani con la ritirata americana. Era già successo in Vietnam dove i vincitori si ritrovarono tra le mani giganteschi quantitativi di materiale bellico che andava dai mezzi corazzati e obici, in seguito venduti come ferraglia al miglior offerente che volesse farne uso per fonderlo e di cui approfittò soprattutto il Giappone per le sue acciaierie, alle lattine e bottiglie di Coca-Cola, e tutto ciò costituisce soltanto una dimostrazione di come ogni guerra moderna rappresenti un affare assoluto soltanto per la finanza e le industrie fornitrici degli eserciti. Che la guerra poi sia vinta o persa poco conta: la merce è già stata prodotta, venduta e pagata e i debiti sono stati contratti dagli stati. Un autentico paradiso per le grandi corporation e le banche, fin dal primo macello imperialista.

Invece lo è l’immagine che i media ci propinano, quasi senza rendersene conto, degli sciacalli europei o europeisti che, fingendosi umanitari, mostrano i muscoli accusando Biden e gli USA di non essere rimasti di più a difendere stabilità e democrazia. Un coro di nani che accusano il “poliziotto planetario”, senza il quale non avrebbero potuto sopravvivere un minuto, dalla guerra fredda all’Afghanistan e che agitano già lo spettro di altre guerre, con il feticcio di un esercito europeo eterodiretto19 che, senza la copertura dell’aviazione, dell’intelligence e dei satelliti spia americani non potrebbe sopravvivere, neppure per un istante, in nessuna delle disgraziate operazioni di cui ci ha parlato poco sopra Lucio Caracciolo. Ipotesi comunque che non ha mancato di suscitare immediatamente numerose e fondate critiche (qui), anche di là dell’Atlantico dove il Wall Street Journal del 30 agosto ha affermato che gli europei potranno contare qualcosa e dire la loro soltanto quando impiegheranno più risorse che retorica nella difesa comune20 e nella NATO, andando ben oltre il motto we play, you pay che sembra averne sempre caratterizzato la politica militare.

La nave affonda e, classicamente, i topi l’abbandonano, in gran spolvero di recriminazioni, rivendicazioni e vuote parole21. Se ne facciano una ragione però, anche tutti quegli intellettuali militanti che vedono in ogni aggressione ed operazione militare americana la capacità dell’imperialismo statunitense di raggiungere sempre i propri obiettivi programmati, dirigendo gli eventi e determinandone il corso. Dai complottisti dell’11 settembre, per i quali Bush e la CIA avrebbero creato ad hoc le condizioni favorevoli ad una guerra, fino ai sibillini piani di Trump per improbabili colpi di Stato.
Riprendetevi ragazzi e guardatevi intorno: l’età della guerra permanente è appena iniziata e il politically correct non servirà ad altro che a farla apparire giusta e democratica22.

1 In proposito si veda David Finkel, Grazie per quello che avete fatto. Storia di militari e del loro ritorno a casa, Mondadori, Milano 2018

2 Dei tredici ultimi caduti americani, nell’attentato di Kabul, cinque avevano 20 anni mentre il più vecchio ne aveva 31

3 “Secondo le stime più attendibili, sono oltre 140 mila morti dall’inizio dell’intervento occidentale in Afghanistan, per metà combattenti talebani (o presunti tali), l’altra metà quasi equamente divisa tra giovani afgani delle forze di sicurezza e civili: almeno 26 mila — secondo uno studio condotto dalla Brown University — i civili uccisi nel corso della missione 14 ISAF (2001-2014), cui si aggiungono quasi 9 mila morti — secondo i dati pubblicati dalla missione ONU in Afghanistan (UNAMA) — dall’inizio della missione 15 RS (2015). A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati NATO (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti stranieri” – Fonte: Afghanistan. Sedici anni dopo, Rapporto MILEX 2017 (a cura dell’Osservatorio sulle spese militari italiane)

4 Marlisa Palumbo, Armi, morti, debiti. Così è lievitato il costo (economico e non) della guerra più lunga, «Corriere della sera», 31 agosto 2021

5 L’ attacco su vasta scala di Groznyj che l’esercito della Federazione Russa mise in atto fra la fine di dicembre del 1994 e gli inizi di marzo 1995, durante la Prima guerra cecena, aveva l’obiettivo di conquistare rapidamente la città e riportare la secessionista Repubblica cecena di Ichkeria sotto il controllo della federazione. Contrariamente a quanto previsto, l’assalto iniziale delle truppe federali si risolse in un disastro e impantanò le forze di Mosca in una logorante battaglia casa per casa durante la quale la popolazione civile soffrì enormi perdite. Ad oggi l’assedio di Groznyj è considerato come il più distruttivo dalla seconda guerra mondiale. L’occupazione di Groznyj ebbe breve durata, giacché nell’agosto del 1996 le milizie indipendentiste avrebbero ripreso il controllo della città, ponendo fine alla guerra. Groznyj si estende oggi su una superficie di 324 km² , ha 297.410 (2018) abitanti e una densità di 917,48 ab./km²

6 Sandro Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del Terzo Millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021

7 Non soltanto per tracciare un paragone, ma per dare anche un’idea, niente affatto esaustiva, di quello che potrebbe essere il problema a livello internazionale, è forse qui utile fornire i dati su popolazione, superficie e densità di popolazione di alcune grandi città e capitali italiane e occidentali: Milano, superficie 182 km² – abitanti 1.396.522 – densità 7.687,14 ab./km²; Napoli, sup. 117 km², ab. 938.507, den. 8.003 ab./km²; Roma, 1.287 km², 2.778.662, 2.158,42 ab./km²; Parigi, 105,4 km², 2.229.095 (2018), 21.149 ab./km²; Berlino, 891 km², 3.769.495 (2019), 4.230 ab./km²; Madrid, 604 km², 3.223.334 (2019), 5.334 ab./km²; Washington, 177 km², 709.265 (2021), 4.007,15 ab./km²; New York, 785 km², 8.522.698 (2017), 10.857 ab./km² (I dati qui forniti non tengono conto delle frazioni o dei sobborghi integrati nelle rispettive aree)

8 Huffington Post, Esteri, 31 agosto 2021

9 Termine che prelude sempre e soltanto a nuove guerre, come il recente intervento del presidente Mattarella in occasione dell’anniversario del Manifesto di Ventotene oppure, più in basso, quello sulla rinascita europea di Brunetta, hanno indirettamente dimostrato visto che entrambi erano sostanzialmente tesi a sollecitare la creazione di un esercito e unità di pronto intervento dell’Unione europea

10 Di cui l’etnia pashtun rappresenta circa il 40%. I pashtun parlano la lingua pashtu e seguono un codice religioso di onore e cultura indigeno e pre-islamico, il Pashtunwali, che dà preminenza alla vendetta, all’ospitalità e all’onore, integrato nella religione islamica e vivono per lo più in strutture tribali e acefale, caratterizzate da forme decisionali orizzontali, le jirga

11 Si veda Giganti dai piedi d’argilla citato in Chi vince e chi perde a Gaza in S. Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano-Udine 2019, nota 3 pp. 46-47

12 Lucas Kunce, I served in Afghanistan as a US Marine, twice. Here’s the truth in two sentences, «The Kansas City Star», 23 agosto 2021- TdA

13 Come ha confermato ancora, nello stesso articolo citato poc’anzi, il generale Jean: “Gli occhi di Washington sono infatti rivolti per lo più sull’Indo-Pacifico e la conquista del potere dei talebani, che sono legati al Pakistan, potrebbe spingere l’India ancor più vicina agli Usa. Il Quad – Quadrilateral Security Dialogue, alleanza di cui fanno parte Australia, Giappone e, appunto, India e Stati Uniti – ha dato il suo pieno sostegno agli Usa e si è dimostrata più solida rispetto agli alleati in Europa, che ha scaricato sugli Usa l’intera responsabilità quando erano coinvolti a pieno nella vicenda afghana.”

14 Ancora Carlo Jean: “Riportare a casa i soldati americani è stato tema delle ultime tre campagne elettorali, con Barack Obama che rimproverava George W. Bush, seguito da Donald Trump che “ha ridotto le truppe da 13mila a 2.500” e ha siglato gli accordi di Doha, ed infine Joe Biden, con la sua promessa – realizzata – di anticipare il ritiro ancor prima di quell’11 settembre simbolico fissato dal suo predecessore. […] Gli strateghi da caffè non si pongono il problema di cosa avrebbe dovuto fare Biden. Rifiutare gli accordi di Doha inviando altri 100mila soldati, facendo così infuriare la popolazione?”

15 Patricia Lombroso, «In Iraq, diecimila soldati Usa hanno disertato». Parla Camillo Mejia, il primo soldato Usa nel 2003 a dire no a una guerra che, dice, non avrà fine. Lui fu condannato. Per tutti gli altri il Pentagono ha scelto il silenzio e il «congedo disonorevole», il Manifesto, 7 dicembre 2006

16 Eccellentemente descritta nel film di Ridley Scott Black Hawk Down del 2001

17 Intervista a Lucio Caracciolo in Salvatore Cannavò, “Il rischio adesso è un nuovo ciclo di guerra al terrorismo”, Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2021

18 Come ha raccontato chiaramente Clint Eastwoo nel film Flags of Our Fathers del 2006

19 Si veda l’intervento dell’alto rappresentante della commissione europea Josep Borrell sulla questione qui

20 Nancy A. Youssef, Gordon Lubold, America’s Longest War End, «The Wall Street Journal», 30 agosto 2021

21 La Frankfurter Allgemeine Zitung ha scritto, il 24 agosto, che quella di Kabul “è la più grave umiliazione subita dagli USA”. Tutto vero, ma non vale forse altrettanto per i loro alleati occidentali?

22 Adriano Sofri, per non smentirsi, già nel 2001 aveva sostenuto su Repubblica che quella afghana era una guerra “per le donne”. Oggi è tornato, sulle prime pagine del Foglio, a sventolare ancora idee simili. Complimenti!

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Perchè si vogliono spendere 160 milioni per un’opera sbagliata, la costruzione di due depuratori per i comuni del Garda nei territori di Gavardo e Montichiari?

Qual è il reale stato della condotta sublacuale la cui presunta precarietà è la motivazione addotta dal Commissario-Prefetto Visconti per imporre la scelta di scaricare la depurazione del Garda nel Chiese? Quale sarebbe l’alternativa più conveniente, meno impattante e di buon senso? A queste e altre domande risponde lo storico dell’ambiente e consulente del Tavolo Basta Veleni, Marino Ruzzenenti, autore di un documento dal titolo: “Depurazione del Lago di Garda. Quando l’aroganza del potere e dell’affarismo esagera e va inevitabilmente a sbattere” in cui si sottolinea anche come presidiare la Prefettura sia un “dovere civile”. Sabato 11 settembre alle ore 15,30 manifestazione da Piazza Duomo (Piazza Paolo VI) a Brescia. L’intervista a Marino Ruzzenenti Ascolta o scarica

Il documento sui 6 buoni motivi per dire no al depuratore del Garda realizzato a Gavardo e MontichiariIl documento sui 6 buoni motivi per dire no al depuratore del Garda realizzato a Gavardo e Montichiari

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