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Articoli filtrati per data: Friday, 03 Settembre 2021

Dalton Trumbo (Montrose, 9 dicembre 1905 – Los Angeles, 10 settembre 1976) è stato uno sceneggiatore, regista e scrittore statunitense. Membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del cinema che si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per la attività antiamericane (House Committee on Un-American Activities) nel 1947 su una sua presunta adesione al comunismo, fu comunque condannato soltanto per resistenza all'operato del Congresso, venne inserito nella lista nera e nel 1950 fu condannato ad 11 mesi di prigione.

Trumbo iniziò la sua carriera cinematografica nel 1937; già negli anni Quaranta era uno degli sceneggiatori più pagati di Hollywood, grazie ad alcuni film fortunati e celebri come Kitty Foyle (Kitty Foyle: The Natural History of a Woman) (1940) di Sam Wood, per il quale ottenne una nomination al premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, Missione segreta (Thirty Seconds Over Tokyo) (1944) di Mervyn LeRoy e Il sole spunta domani (1945) di Roy Rowland. Dopo la sua iscrizione nella lista nera del governo si trasferì in Messico con Hugo Butler e sua moglie, Jean Rouverol, anch'essi iscritti nella lista. Qui Trumbo scrisse più di trenta sceneggiature sotto diversi pseudonimi, come Robert Cole e Jack Davis, tra i quali La sanguinaria (Deadly Is the Female) (1949) di Joseph H. Lewis, co-sceneggiato sotto il nome di Millard Kaufman. Vinse un Oscar per La più grande corrida (The Brave One) (1956) di Irving Rapper, firmata come Robert Rich. Nel 1960, con i due film epici Exodus di Otto Preminger e Spartacus di Stanley Kubrick ottenne un grande successo e molti riconoscimenti; venne reintrodotto "ufficialmente" nell'ambiente del cinema, senza più bisogno di firmarsi sotto falso nome, e venne anche reiscritto alla Writers Guild of America. Il romanzo contro la guerra E Johnny prese il fucile vinse il National Book Award (allora noto come American Book Sellers Award) nel 1939. Nel 1971 Trumbo stesso diresse l'adattamento cinematografico del romanzo, con Timothy Bottoms, Diane Varsi e Jason Robards. L'ispirazione per il romanzo venne a Trumbo quando lesse un articolo un ufficiale britannico che era stato orribilmente sfigurato durante la Prima Guerra Mondiale. Questo film venne in parte ripreso dal gruppo americano Metallica per la realizzazione del videoclip della loro canzone One. Uno dei suoi ultimi film, Azione esecutiva (Executive Action) (1973) di David Miller, si basa su diverse teorie del complotto sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Non è molto noto, ma Trumbo amava scrivere nella vasca da bagno. Nel 2008 è stato prodotto un documentario sulla sua vita, intitolato "Trumbo" che contiene interviste con vari attori e personaggi che hanno avuto modo di conoscerlo.

 

“Johnny got his gun”, scritto nel 1938, fu pubblicato il 3 settembre 1939, due giorni dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Le vicissitudini che interessarono il romanzo e la storia privata di Dalton Trumbo sono da lui coerentemente spiegate nella particolare prefazione che appare oggi una dichiarazione fuori dai denti di chi evidentemente ha patito censure da ogni fronte per i suoi scritti. Trumbo dichiara che, all’epoca, l’argomento pacifista, tema centrale e costante del romanzo, era un anatema per la sinistra americana nonché per gran parte del centro. Tant’è che fin dalla pubblicazione venne prima dileggiato e poi completamente oscurato (leggasi bandito) per via dell’attacco a Pearl Harbour. Contemporaneamente fu la destra a prenderlo come esempio per reclamare le libertà civili. Per l’accanimento e la controversia che ne derivarono lo stesso Trumbo chiese all’editore il fermo delle ristampe, almeno fino alla fine della guerra. In effetti è proprio nel 1945 che il libro venne rimesso in circolazione, questa volta accolto favorevolmente dalla sinistra, sotto il silenzio della destra. Purtroppo, Trumbo compì l’errore di lamentarsi di certi attacchi ricevuti proprio con l’FBI che iniziò ad interessarsi a lui fino al suo alienante coinvolgimento nella lista nera del Maccartismo. In quella scellerata caccia alle streghe, Trumbo subì il carcere e dovette rinunciare al brillante impiego di sceneggiatore salvo poi firmare i suoi lavori con diversi pseudonimi. Il suo libro appariva di volta in volta, ad ogni guerra, riprendendo fuoco in quella di Corea e divampando, successivamente, in quella del Vietnam. Ed è a questa fase che risale l’ultima revisione del romanzo, ambientato in quella che Trumbo definisce “l’ultima guerra romantica”, ossia la Prima Guerra Mondiale.

 

Johnny è un giovane diciannovenne che vive in Colorado, lavora in un panificio ed ha una ragazza quando si trova tra le file dei combattenti in Europa. Aveva perso il padre in guerra, ma non sa spiegarsi perché si trova tra giovani come lui ad affrontare pericoli di morte. Un giorno si sveglia e, progressivamente, scopre di esser terribilmente mutilato. A causa dell’esplosione di una bomba ora si ritrova senza gambe, braccia, udito, occhi, naso e bocca. Scopre di esser un troncone umano a cui hanno agganciato un bavaglio che dalla gola viene legato alla fronte per coprire un volto che ormai non c’è più.

 

Avvicinarsi al romanzo di Trumbo significa affrontare un’esperienza di autenticità e meraviglia per appropriarsi, in un naturale transfert, di quella solitaria sofferenza che si presta a divenire universale.

Appositamente privo di punteggiatura, se si escludono i punti che chiudono i paragrafi, si presenta come un continuo, inarrestabile, straordinario, umano flusso di coscienza dei pensieri di Johnny.

È questa una scelta di Trumbo per donare ad ogni lettore il potere di leggerne i contenuti con l’intensità e le inflessioni che gli vengono spontanee o che più gli aggradano, senza sue interferenze.

La grande bellezza del romanzo è proprio qui, nel suo esser privo di una trama convenzionale se non quella ricostruita, di volta in volta, dai ricordi di Johnny che tenta di sopravvivere con se stesso, in pieno isolamento, in completa solitudine. Non vi si ravvisa alcuna ideologia politica, ma un umano e quanto mai doloroso grido di orrore verso l’irrazionalità della guerra, verso tutte le guerre del mondo, in qualsiasi tempo e luogo: un manifesto assoluto e sincero che si interroga sulla scienza e sulla fede, dunque, in un radioso mix di dolore e dolcezza, senza scadere mai nel patetico. Trumbo non si compiace del trauma fisico di Johnny, evitando il più possibile le descrizioni, lasciandone il compito alle intuizioni e preferendo fissarsi sulla psicologia tormentata del ferito. Impossibile sollevare lo sguardo dal romanzo, da quelle fitte pagine che si calano come una scure sul mistero della vita e sulla capacità di un troncone umano di continuare a sopravvivere attaccandosi a qualsiasi cosa, una vibrazione, il cambio della biancheria, un raggio di sole che scalda la fronte, per poter recuperare la dignità dell’essere umano: il sentirsi ancora vivo, la voglia di gustare i piatti della madre, l’andare a pesca con il padre, il sorridere agli amici, il pronunciare parole d’amore verso la donna amata, sentire l’odore dell’aria durante le stagioni, percepire il trascorrere del tempo, distinguere i sogni dalla realtà. Sono questi i suoi semplici desideri e a questi torna, nella fase di lucidità dopo i sedativi e quei rapidi passaggi della sua mente, in flashback, in cui rivive la sua vita di prima, i singoli momenti gioiosi, tristi, lieti che aveva percorso da “vivo”.

Un grandissimo lavoro, quello di Trumbo, nel creare un pathos in crescendo verso la scoperta della completa mutilazione. La disperazione della rivelazione a sé stesso, ogni qualvolta comprende che gli manca “un pezzo”, la rabbia verso i dottori che stanno sperimentando su di lui, lasciano il posto alla dolcezza dei ricordi e alla volontà di poter continuare in qualche modo, con la speranza che vince sempre sull’annullamento di sé originato da quelle inutili parole che lo hanno portato alla guerra.

Perché lui è diverso da tutti, anche Cristo che gli appare nei sogni non riesce a dargli una visione del suo stato e del futuro, e così spiega la sua immensa solitudine: “sono morti con un solo unico pensiero in testa che voglio vivere voglio vivere voglio vivere. Lui lo sapeva bene. Lui era la cosa più vicina a un morto che ci fosse sulla terra. Lui era un uomo morto con una mente che sapeva ancora pensare. Lui sapeva tutte le risposte che sapevano i morti ma loro non potevano più pensarle. Lui poteva parlare per i morti perché era uno di loro. Lui era il primo soldato tra tutti quelli morti dall’inizio dei tempi che avesse ancora una mente con la quale pensare. Nessuno poteva avere qualcosa da ribattere. Nessuno poteva dimostrare che si sbagliava perché nessuno sapeva tranne lui. Lui poteva dire a tutti quei magniloquenti figli di puttana assetati di sangue quale fosse esattamente il loro sbaglio. Lui poteva dire caro signore non c’è niente per cui valga la pena di morire io lo so perché io sono morto. Non c’è una parola che valga la vita. Preferirei piuttosto lavorare in una miniera di carbone profonda sottoterra e non vedere mai la luce del sole e mangiare pane ed acqua e lavorare venti ore al giorno. Preferirei quello piuttosto che morire. Io tradirei la democrazia per avere salva la vita. Io tradirei l’indipendenza e l’onore e la liberazione e la dignità per avere salva la vita. Io do a lei tutte queste cose e lei dà a me il potere di camminare e vedere e sentire e respirare l’aria e assaporare il cibo. Lei si prenda le parole. Mi ridia indietro la mia vita. Ormai io non chiedo nemmeno più una vita felice. Non chiedo una vita decente o una vita onorevole o una vita libera. Io sono al di là di tutto questo. Io sono morto e perciò chiedo semplicemente la vita. Vivere. Sentire. Essere qualcosa che si muove sulla terra e che non è morto. Io so cos’è che è la morte e voi che ciarlate tanto di morire per delle parole non sapete nemmeno che cosa sia la vita”.

 

“Saremo vivi e cammineremo e parleremo e mangeremo e canteremo e rideremo e sentiremo e ameremo e partoriremo i nostri figli nella tranquillità nella sicurezza nella dignità nella pace. Voi progettate pure le guerre voi padroni di uomini progettate le guerre e puntate il dito e noi punteremo i fucili”.

 

Guarda il video – “Johnny Got His Gun”: https://youtu.be/yz6dAxRIwBY

 

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Continuiamo a pubblicare i materiali che abbiamo ricevuto per la rubrica Green Passion. Il testo che segue ci è stato mandato da un lettore e si relaziona con il contributo che abbiamo riportato ieri, "I no-vax devono morire (e dopo di loro gli altri). Estremismo di centro e marginalizzazione del conflitto", proponendo un altro punto di vista... Buona lettura!

Di Granieri Nicolò

Nell'articolo "I no-vax devono morire (e dopo di loro gli altri). Estremismo di centro e marginalizzazione del conflitto" ospitato sul vostro sito ho letto spunti interessanti ma mi sembra che la dinamica qui  sia letta al contrario rispetto a come invece opererebbe socialmente, antropologicamente e politicamente. Non mi pare che dietro queste piazze ci siano proprio dei semplici cittadini sgangherati e impreparati, ma proprio la destra e proprio quella più estremista. Come dimenticare i cartelloni alle manifestazioni di Roma anti vaccino e no Mask che nascondevano i manifesti di Fratelli d'Italia o CasaPound e elementi di spicco del movimento Forza Nuova tra cui un Giuliano Castellino sceso in piazza insieme ad altri noti camerati. Non si può negare che il fenomeno No Vax, No Mask, No Green Pass in Italia, come spesso anche nel resto mondo, sia stato cavalcato sia dalle destre estremiste e non, sia da persone estranee alle file cameratesche e più vicini alla New Age e ai rimedi naturali e meditativi che propongono di volta in volta i santoni di turno...

Se da un lato è vero che non si possa liquidare la contestazione, qualunque essa sia, con due righe di condanna come spesso è accaduto è pure vero che andrebbe ridata la giusta lettura e dimensione a questi fenomeni. I media di governo hanno sovrarappresentato questo virus terribile soprattutto in questo ultimo anno sia in termini virali che epidemiologici e ciò ha sicuramente aperto ad una facilitazione e velocizzazione di dinamiche repressive e di controllo che avrebbero magari trovato lo stesso applicazione se pur più lentamente e con maggiori pressioni e resistenze sociali. Una delle questioni che ha facilitato e faciliterà in futuro possibili altre applicazioni e leggi repressive è questo cavallo di Troia creato grazie ad un evento che ha sconvolto il corso delle nostre vite ormai da anni: il COVID che ancora ci ostiniamo a chiamare con un nome fuorviante e anti scientifico anziché chiamarlo con il nome dal punto di vista medico più consono alla patologia che è SARS, magari corredato dalla specifica a seconda della variante. Sembra questo un problema del tutto irrilevante ma anche le parole che vengono usate spesso invece sono funzionali alla rappresentazione del potere o alla gestione politica e sociale che si fa di un evento o di noi stessi e della comunità tutta. Ad esempio se si fosse dall' inizio chiamata propriamente SARS saremmo stati tutti più preparati nell'affrontarla, per primi i medici e il personale sanitario che avendo già avuto esperienza analoghe in passato avrebbero saputo destreggiarsi e non farsi cogliere impreparati.

Ecco che in questo quadro ci appare chiaro che questi movimenti seppur pongono un problema e appaiono antiestablishment e antisistema invece distruggono o comunque minano la credibilità  della controinformazione, della resistenza e dell'antagonismo più genuino, preparato, quello che mette veramente paura sia ai progressisti che ai conseravatori di un centro che ormai si sposta sempre di più a destra e sempre meno a  sinistra. Se da un lato bisogna stare attenti a condannare senza se e senza ma tutti questi movimenti e non cadere nella trappola che siano la maggioranza o che sembrano avere un presa maggiore di ciò che in realtà hanno, dall'altro bisognerebbe anche temere il rischio oggettivo e palpabile che questi fenomeni abbiano un ruolo che le destre e chi le governa hanno già fiutato da tempo, ovvero quello di ridurre le tensioni sociali e i conflitti ad una dicotomia spaventosamente censorea e totalitaria, essendo note a tutti le piazze di complottisti dell' ultim'ora, santoni, personaggi folkloristici, ex comici, dottori prestati all imprenditoria, avvocati che mantengono in vita un teatrino culturalmente indecente che dà adito e rafforza un capillare controllo di chi detiene le leve del potere, dei media e quindi l'opinione pubblica. Automaticamente si traccia una linea netta tra una realtà ufficiale degna dei migliori rappresentati ben vestiti e ben studiati e quelli del dissenso sgangherato da pagina rosa o nera che sia, da teatrino grottesco per cui è facile così fare di tutta l'erba un fascio e gettare insieme al terrapiattista o al curatore che usa pietre miracolose anche chi da sempre si batte e resiste per portare alla luce un'altra verità rispetto a quella ufficiale totalizzante e dicotomizzante. Così chi sostiene i brevetti pubblici o punta il dito verso chi ha tagliato i fondi alla sanità, o verso come vengono gestiti, passa quasi inosservato, "complotti" che spesso sono reali per quanto riguarda l'azione dei governi, ma troppo poco assurdi da credere per chi invece si ciba delle menzogne che circolano e che vanno ad alimentare una dicotomizzazione che finisce sempre per fare il gioco e rafforzare il solito ordine precostituito.

 

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

 

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di E.A.S.T. (Essential Autonomous Struggles Transnational)

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Tanto la guerra in Afghanistan quanto la supposta fine della guerra si giocano sulla vita delle donne. Prima, abbiamo assistito all’ipocrita grido di protesta a favore dei diritti delle donne, a cui è seguita una spietata guerra durata vent’anni che ha colpito in misura maggiore proprio le donne. Negli ultimi due decenni, dietro la facciata della difesa dei valori occidentali, la guerra non ha fatto che espandere l’industria militare. A guerra finita, si assiste oggi all’instaurazione di un regime sotto la legge della sharia, che vuole le donne oppresse, sfruttate, costrette a matrimoni forzati, violentate, obbligate ad avere figli e persino uccise. Allo stesso tempo, per il solo fatto di esistere, le persone LGBTQI+ vivono sotto il costante rischio di essere attaccate.

La guerra in Afghanistan può dirsi finita solo da un punto di vista strettamente militare. La guerra contro le donne, le persone LGBTQI+ e tutti coloro che rifiutano il dominio teocratico e patriarcale dei talebani continua a tutta forza. Quando i talebani dicono che «rispetteranno i diritti delle donne in conformità con la legge islamica», vogliono presentarsi in realtà come negoziatori credibili davanti ad altri Stati e potenziali investitori, pronti a chiudere gli occhi sul fatto che l’unica libertà che avranno le donne sarà la «libertà» di accettare la violenza e la subordinazione. Di fronte a ciò, le donne afghane hanno già espresso il proprio rifiuto verso il regime talebano e ciò che comporta, e in segno di protesta sono scese in strada a Kabul. Tra coloro che non accettano di sottomettersi al comando dei talebani, molti stanno cercando di fuggire dal paese e continueranno a farlo, anche a costo della propria vita, come dimostra il recente attentato all’aeroporto di Kabul.

Per noi, l’unica risposta possibile a questa crisi provocata dall’Occidente è la libertà incondizionata di movimento contro la violenza patriarcale, il fondamentalismo e l’oppressione.

Se da una parte l’Unione Europea si presenta come il baluardo della civiltà occidentale, dall’altra litiga al proprio interno sui criteri di ammissione dei rifugiati afghani, e sta per erogare enormi finanziamenti a paesi come Pakistan e Iran affinché trattengano i rifugiati, non importa a quali condizioni. Molti paesi europei che hanno preso parte agli interventi militari in Afghanistan – compresi alcuni paesi dell’Europa orientale e centrale – si rifiutano ora di assumersi la responsabilità di queste azioni disastrose e delle loro conseguenze. I più «illuminati» tra i funzionari di Bruxelles discutono invece di corridoi umanitari per un numero limitato di afghani, di fatto assegnando all’UE il ruolo di decidere chi lasciar morire e chi salvare.

In più, l’UE cerca di contrattare ulteriormente con il dittatore Erdogan – il quale negli ultimi mesi ha apertamente legittimato la violenza patriarcale contro le donne ritirandosi dalla Convenzione di Istanbul, e si è reso responsabile della guerra in Rojava e del genocidio degli Yazidi – così che possa continuare a essere il cane da guardia dei confini dell’Unione. La Grecia sta invece costruendo un muro di 40 km per impedire agli afghani di entrare nel paese, mentre la Bulgaria già nel 2014 ha costruito una recinzione al confine con la Turchia, per mantenere il confine esterno dell’UE «al sicuro» da persone in fuga dalla guerra e dal terrore.

Tutto ciò dimostra che l’Unione Europea non solo chiude gli occhi davanti alla guerra di Erdogan contro le donne e le persone LGBTQI+, ma si rende a sua volta complice degli stupri e delle violenze quotidiane che hanno luogo sulla rotta dei migranti per raggiungere l’Europa, così come nei numerosi campi profughi finanziati dalle istituzioni europee.

All’interno dei confini, i regolamenti europei e nazionali vincolano migliaia di donne migranti a partner violenti e abusatori tramite il ricatto del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare. Queste sono le stesse donne che, con il loro lavoro essenziale, consentono la vita stessa dell’Europa, soprattutto in tempi di pandemia.

Come E.A.S.T. sappiamo che la lotta per la libertà di movimento e contro il patriarcato non è una questione afghana, bensì un campo di battaglia comune a tutte e tutti coloro che lottano contro questi sistemi oppressivi. Sappiamo che, da Est a Ovest, da Nord a Sud, i governi hanno tentato – con la scusa della pandemia – di rimettere le donne al proprio posto, ovvero nelle gerarchie sociali che le donne stesse stanno mettendo in discussione. Sappiamo che, se tutti i migranti sono essenziali per la sopravvivenza della società, la loro «ricompensa» è il razzismo istituzionale e lo sfruttamento.

Di fronte al disastroso ritiro degli eserciti NATO dall’Afghanistan, e di fronte alla presa di Kabul e della maggior parte del paese da parte dei talebani, siamo dalla parte di tutte e tutti coloro che lotteranno in Afghanistan per la loro libertà dalla violenza e dal patriarcato, e a fianco di coloro che cercheranno riparo altrove. La loro lotta fa parte del nostro sciopero quotidiano contro i confini e della nostra lotta transnazionale per la libertà di movimento e contro il patriarcato e lo sfruttamento.

Di fronte alle politiche mortifere e al regime dei confini dell’Unione Europea e dei suoi Stati, rivendichiamo una libertà di movimento incondizionata: qualsiasi soluzione intermedia sarà solo un altro modo per sostenere la violenza, il patriarcato e lo sfruttamento del lavoro migrante.

È tempo di organizzare una risposta transnazionale alla guerra contro le donne, le persone LGBTQI+ e i migranti! È tempo di aprire le frontiere e garantire il diritto d’asilo e la libertà dall’oppressione e dallo sfruttamento per tutte e tutti coloro che vogliono entrare in Europa!

Da Connessioni Precarie

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È arrivata la risposta delle istituzioni di Prato a 48 ore di sciopero della fame contro lo sfruttamento. È arrivata la risposta agli operai #Texprint che da 230 giorni scioperano chiedendo l’applicazione del contratto nazionale e di poter lavorare 8 ore per 5 giorni invece che 12 per 7.

Fanno tanta paura questi operai che parlano e raccontano la realtà della schiavitù del distretto tessile. Così paura da doverli sgomberare come ladri durante la notte.

Ieri sera i dieci operai Texprint in sciopero della fame erano andati a chiedere spiegazioni al sindaco di Prato Biffoni che stava facendo aperitivo a 50 metri dal presidio rispetto al ripetuto rifiuto di incontrarli. Come riportato dalla pagina dei SI Cobas Prato e Firenze:

"Avevamo finito da dieci minuti di leggere le dichiarazioni mezzo stampa del sindaco di Prato, Matteo Biffoni, in cui invoca una soluzione militare e uno sgombero coatto del “problema” posto dai 10 operai Texprint che da 48 ore sono in sciopero della fame e da 229 giorni scioperano contro lo sfruttamento nel distretto tessile. In cui afferma che le loro parole e quelle dell’azienda Texprint hanno “la stessa valenza”.

Avevamo finito da dieci minuti… quando abbiamo visto il sindaco Biffoni al tavolino di uno dei tanti bar della movida cittadina a fare aperitivo, a nemmeno cinquanta metri da questi 10 operai che da 48 ore sono in sciopero della fame.

Un sindaco per cui le parole di 18 operai in sciopero della fame, e quelle di padroni multimilionari con comprovati rapporti con la ndrangheta, hanno la stessa valenza, si commenta da solo.

Un sindaco che degli operai che denunciano illegalità, criminalità organizzata e schiavitù sul lavoro riescono a incontrare solo per caso al bar e all’aperitivo, si commenta da solo.

Un sindaco che decide di mangiare stuzzichini e bersi un bicchiere a meno di cinquanta metri da uno sciopero della fame che si è rifiutato di incontrare e ha chiesto di sgomberare con la forza, si commenta da solo."

Lo sgombero arriva dopo ripetute provocazioni nei confronti dei lavoratori in sciopero della fame a cui alcuni giorni fa era stata persino fatta una multa per occupazione di suolo pubblico.

Di seguito alleghiamo la testimonianza di ieri (quindi di prima dello sgombero del presidio) di Luca Toscano coordinatore dei Si Cobas ai microfoni di Radio Onda d'Urto:

 

 

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Terzo contributo alla discussione su Green Pass e pandemia. Quali le domande di queste piazze? Come rapportarsi all'emersione di questo fenomeno? Buona lettura!

Se dovessimo assestarci sulla divisione pro e contro vaccino, a modo loro, entrambi gli schieramenti sono considerabili prodotti della società capitalista, se da un lato molti tra i pro vaccini anelano a una ripartenza della società, poco importa se questa è produttivista, estrattivista e sfruttatrice per poter tornare a una “normalità”, dall’altro lato i no vax sono coloro che assecondano il proprio individualismo, reso sempre più esasperato dalla pandemia e dalle sue conseguenze, mandando avanti gli altri per vederne gli effetti, pensando che rifiutando un problema che ad oggi dispone di una sola soluzione, si possa in qualche modo tornare al mondo di prima. Se la pandemia mostra il rimosso di un trauma collettivo possiamo leggere il rifiuto a vaccinarsi come mettere la testa sotto la sabbia e sperare che il virus se ne vada. È evidente che il virus non se ne andrà da solo – o se dovessimo aspettare quel momento dovremmo fare i conti con una falcidazione di masse di persone protratta nel tempo – e se dovessimo aspettarci che i governi globali metteranno in atto altre forme di contrapposizione al covid significherebbe che avremmo già concluso – e vinto – la rivoluzione.

Oggi nelle piazze no vax non esiste la domanda su quale mondo ci aspetta. Oggi nelle piazze c’è la speranza di tornare ad una normalità che abbiamo – o hanno – già perso. In questo senso queste piazze sono il prodotto capitalistico della società in fase acuta di decetomedizzazione che oggi esplode nella sfera della riproduzione sociale, della cura e della salute, che lotta per la difesa dei propri pochi mezzi e privilegi senza sapere di averli già persi, che si rifiuta di perdere la propria appartenenza soggettiva all’integrazione e alla propria valorizzazione secondo traiettorie individuali all’interno del capitale.

Quello che vediamo oggi nelle piazze no green pass in Italia e in Francia ad esempio, sono comportamenti di rifiuto che se prima erano relegati al privato cercano visibilità. Si rifiutano le misure sanitarie, si esprime scetticismo nei confronti della gestione della pandemia, sia dal punto di vista dell’utenza sia dal punto di vista dei professionisti del comparto, e primi nella lista si rifiutano i vaccini. Non farei nostra la tesi che i vaccinati sarebbero i giusti altruisti e i non vaccinati gli egoisti, così come viene promossa dai media e dalle campagne di governo. Ma, come viene scritto in un testo apparso su Temps Critiques “On est revenu au temps du mépris de classe.. en l’absence de classes au sens historique et marxien du terme”[1]. Certo è che non ci si possa nascondere dietro a un dito: ci piace pensare che chi si mobilita contro qualcosa e non rimane chiuso nelle proprie stanze sia sempre da inchiestare e comprendere, bisogna sporcarsi le mani, non si può essere proposta per una certa parte se si ha la puzza sotto il naso. Nella violenza generale secondo la quale si strutturano i rapporti sociali oggi non ci si può nemmeno ingenuamente (?) stupire se effettivamente le spinte contro il green pass nascono individuali e muoiono nella sopravvivenza a spese altrui. Perchè dovremmo aver paura di dirlo? A maggior ragione se nell’assenza della classe siamo di fronte a una diffusione di comportamenti di rifiuto sclerotizzati e individualizzati. Li cerchiamo ovunque perché ne siamo digiuni e ne andiamo a caccia ma siamo ancora consapevoli che per ribaltarne la singolarità necessitino di un lento e non scontato intervento di una soggettività organizzata con l’obiettivo di trasformarli, rivolgendoli verso l’alto. Lo scorso autunno quando alcune piazze italiane sono scoppiate in moti di rabbia secondo le parole “Tu ci chiudi, tu ci paghi” per esempio, abbiamo provato a interrogarci su quali fossero i motivi, quali persone fossero presenti, cosa volessero. La differenza più immediata con le manifestazioni no green pass è ovviamente il conflitto esplicito e la fase pandemica attraversata, allora ancor più confusa e contraddittoria di ora. Oggi queste piazze sono l’espressione dei diversi modi soggettivi di percepire e vivere la pandemia, ma non volontà di rottura. Ora il green pass incarna un dispositivo concreto contro il quale scagliarsi perché rappresenta un peggioramento delle proprie vite ma non è evidente il legame di concausa con la pandemia e con la vaccinazione in sé. In questo senso poi, le critiche alla Agamben al green pass come dispositivo di controllo in una società della sorveglianza non aiutano a smontare questo afflato prima di tutto emotivo contro il dispositivo in sé, impedendo quindi di allargare la critica alla base dei problemi, ossia la gestione criminale della pandemia e l’organizzazione complessiva della società. Il green pass è ciò che serve alla controparte per tornare a produrre e a far consumare come e più di prima nella paura di una crisi mordente e con la garanzia di non dover richiudere tutto a causa di un virus non ancora debellato. Nulla di più nulla di meno.

Se la narrazione dominante vuole dividere in due la società ciò che si potrebbe contrapporre è l’intenzione di uscire dalla pandemia, con i nostri mezzi e con gli strumenti a disposizione, e quindi anche per forza con il vaccino, non perché si voglia la ripartenza ma per essere in condizione di lottare contro. E non solo, andrebbe fatto un discorso su quanto sia fasullo pensare che esista un fuori dalla pandemia, ciò che rimane possibile oggi è scontrarsi con una realtà che è nuova ed è questa. 

 

[1] http://tempscritiques.free.fr/spip.php?article500http://tempscritiques.free.fr/spip.php?article500 “ Siamo tornati al tempo del disprezzo di classe.. nell’assenza di classi nel senso storico e marxista del termine”. 

 

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