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Articoli filtrati per data: Tuesday, 28 Settembre 2021

Il ministro della transizione ecologica Cingolani ha annunciato un aumento del prezzo dell’energia elettrica del 40% in bolletta. Dietro gli aumenti c’è anche il dilatarsi del costo delle materie prime. Il petrolio, il cui prezzo era crollato durante la crisi pandemica, è tornato ai livelli precedenti toccando i 70 dollari a barile. Il gas ha raddoppiato i prezzi, ma dovrebbe tornare a livelli più bassi quando sarà attivo il gasdotto North Stream2, che dovrebbe consentire una crescita dell’offerta.


Questi fattori, pur rilevanti, non spiegano tuttavia un aumento tanto forte.
Il grosso dell’aumento è dovuto al meccanismo di riduzione dell’inquinamento da anidride carbonica deciso dall’Unione Europea. Quando il capitalismo decide di fingersi ecologista, il costo lo pagano sempre gli sfruttati.
L’aumento è frutto di un’operazione di green washing: l’UE ha deciso di ridurre del 40% le emissioni di CO2 dovute alla produzione di energia elettrica. Le quote di emissione possono essere comprate e vendute. In Italia questa compravendita non funziona perché i produttori sono pochi e quindi i costi dell’operazione vengono scaricati sulle bollette, senza che tuttavia la qualità dell’aria migliori. Se a questo si aggiunge il fatto che l’energia ricavata dall’incenerimento di rifiuti non rientrano nelle quote CTS, non serve la palla di cristallo per prevedere un moltiplicarsi di termovalizzatori sparadiossina su tutto il territorio nazionale.
Con buona pace di chi si illude che la “transizione ecologica” non sia altro che un business.

Ne abbiamo parlato con Francesco Fricche, economista

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Da Radio Blackout

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Il sud-est messicano è fondamentale nel progetto politico-territoriale della Quarta Trasformazione. Lì si situano tre dei suoi grandi megaprogetti: il Tren Maya, il Corredor Transìstmico e la raffineria di Dos Bocas. Inoltre, si concentrano lì molte risorse dei programmi sociali, come Sembrando Vida, tanto che al Chiapas è destinato il 20 per cento di questo strumento per lo “sviluppo”.

Luis Hernández Navarro

Non è esagerato affermare che, per l’obradorismo, quella regione del paese è paragonabile a ciò che il Sonora fu per la fazione vittoriosa della Rivoluzione messicana del 1910-17, il Michoacán per Lázaro Cárdenas, il Bajío per i PANisti o lo Stato di Messico per il Gruppo Atlacomulco ed Enrique Peña Nieto. Non può esserci continuità di un progetto politico indipendentemente dalla sua territorialità. E il sud-est è lo spazio in cui la Quarta Trasformazione promossa da AMLO aspira ad affermarsi definitivamente.

Due indiscusse figure regionali sono state fondamentali per forgiare il sostegno del progetto obradorista in quella zona: a Tabasco, l’avvocato e notaio Payambé López Falconi; e in Chiapas, l’imprenditore Fernando Coello Pedrero.

Don Payambé ha autenticato 20 casse che documentano la frode commessa contro Andrés Manuel López Obrador nelle elezioni statali di Tabasco del 1994. Fu allora che lo stretto rapporto tra i due fu consolidato. Nel 2019, suo figlio Adán Augusto si è insediato come governatore del suo stato e, il 26 agosto scorso, è stato nominato Secretario de Gobernación (in pratica la funzione che in Italia ricopre il Ministero degli Interni). E sua figlia Rosalinda, moglie di Rutilo Escandón, governatore dello Stato del Chiapas, è amministratore generale dell’Audit fiscale federale dell’Amministrazione fiscale (SAT).

Di AMLO, don Fernando Coello Pedrero, morto nel dicembre 2020, diceva: “Da molti anni ho una buona relazione con il signor Presidente, gli voglio molto bene e lo rispetto. Sono stato amico dei suoi genitori e siamo sempre stati amici. L’ho accompagnato sempre come consigliere onorario”. Coello Pedrero era il nonno del senatore Manuel Velasco Coello, ex governatore del Chiapas e figura chiave del Partido Verde.

Il 13 de maggio del 2013 Rosalinda López, allora deputata locale nel Tabasco, ha sposato Rutilio Escandón, presidente del Tribunal Superior de Justicia del Chiapas. Il governatore del Tabasco, Arturo Núñez Jiménez, è stato testimone di nozze della sposa. Quello del Chiapas, Manuel Velasco Coello, lo è stato dello sposo.

L’alleanza ha dato i suoi frutti. Rutilio ha vinto la candidatura a governatore del Chiapas, lasciando dietro di sé figure di grande peso nella politica locale, come il senatore Óscar Eduardo Ramírez, capo del gruppo Comitán, che convenientemente è passato dal Partito dei Verdi a Morena.

La presenza del Gruppo Tabasco nella politica del Chiapas è preponderante. L’influenza dell’amministratore generale della SAT in posizioni chiave del governo locale.è molto rilevante

Con il passare del tempo, il rapporto tra Manuel Velasco e Rutilio Escandón si però deteriorato. Nelle elezioni del 2021, i Verdi hanno vinto in 35 dei 123 Comuni contesi. Morena ha trionfato in soli 25, anche se molti dei suoi candidati in realtà provenivano da esperienze che si autodefiniscono ambientaliste. Peggio: alcuni sindaci eletti attraverso i partiti locali sono più vicini alla famiglia Velasco che al morenismo.

paramilitares

Bande di paramilitari in Chiapas

La situazione si è complicata ancora con quella che sembra essere la candidatura anticipata di Zoé Robledo, direttore dell’IMSS, al governatorato dello Stato, rafforzata dalla sua responsabilità nella campagna di vaccinazione anti-Covid, su nomina del presidente López Obrador. La mossa non è piaciuta affatto ad altri aspiranti come il senatore Ramírez.

Contemporaneamente ai processi citati sopra, è entrato in crisi il sistema regionale di dominio costruito nel sud-est messicano dopo l’insurrezione armata dell’EZLN del gennaio 1994. Stanno facendo acqua le forme di alleanza tra le famiglie chiapaneche che si riciclano (i cognomi delle famiglie che dominano terre e uomini sono gli stessi da oltre un secolo), i caciques indigeni emergenti, le confessioni religiose di taglio pentecostale, i paramilitari e i narcotrafficanti, tutti inquadrati in una strategia di controinsurrezione.

Ovunque scoppiano conflitti violenti. Alcuni non sono estranei ai processi di cooptazione e frammentazione dei tradizionali potentati (caciques) indigeni intrapresi dal Partito dei Verdi. Il modello sta andando a rotoli a Ocosingo (https://bit.ly/3lDI2mW), Tila (https://bit.ly/3lEQHW5), Chenalhó e Aldama (https://bit.ly/39llEsA), Simojovel e Pantelhó (https: // bit.ly/39rlEHr), Pueblo Nuevo Solitahuacán (https://bit.ly/2XxEM3P), Mitontic e un lungo eccetera. La violenza narco-paramilitare cerca di attrarre a sé i popoli in resistenza (spesso senza successo), con il beneplacito del governo dello Stato.

A peggiorare le cose, contro le indicazioni del presidente López Obrador di cercare una soluzione negoziata al conflitto con gli insegnanti della regione, il governo di Rutilio Escandón si è irrigidito. Non gli interessa che gli insegnanti siano il veicolo che esprime il profondo malcontento della società del Chiapas (https://bit.ly/3hKL6ws). Né si preoccupa nel momento in cui reprime selvaggiamente i normalisti rurali di Mactumactzá (https://bit.ly/3nNn5IN).

Resta un ridicolo paradosso che la Quarta Trasformazione voglia promuovere il suo progetto di cambiamento con l’appoggio di una classe politica così vicina alla più rancida oligarchia locale.

Nonostante l’importanza che la regione rivesta per il governo federale, il Chiapas è davvero, come segnala l’EZLN, sull’orlo di una guerra civile (https://bit.ly/2XxONyF). In mezzo alle lotte di potere di cui si è detto, all’inasprimento della violenza narco-paramilitare e alla tenace resistenza di indigeni, contadini e insegnanti contro l’espropriazione e per l’autonomia, il sud-est messicano annuncia il tempo dell’inferno, così temuto da tutti. Chi ne dubita, dia un’occhiata all’esperienza dell’autodifesa indigena El Machete degli abitanti di Pantelhó.

21 Settembre 2021

La Jornada

 

Traduzione per Comune-info di Marco Calabria

Comune-info

https://comune-info.net/linferno-che-si-prepara-in-chiapas/

 

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Le uccisioni sono avvenute tra l’area Jenin e a nord di Gerusalemme. Israele parla di membri di Hamas “pronti a colpire”. Condanna dell’Autorità palestinese che però è accusata dai familiari di una delle vittime di complicità con l’esercito. Liberata dopo due anni di carcere Khalida Jarrar, rappresentante di primo piano del partito di sinistra “Fronte popolare per la Liberazione della Palestina”

Roma, 27 settembre 2021, Nena News – L’esercito israeliano ha ucciso ieri 5 palestinesi nei blitz compiuti vicino alla città di Jenin e a nord ovest di Gerusalemme (Cisgiordania occupata). Le prime tre vittime, originarie del villaggio di Biddu, sono state uccise nel paesino di Beit Anan dove è stato proclamato uno sciopero generale di un giorno per protestare contro la loro morte. Si chiamavano Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Le altre due uccisioni sono avvenute vicino alla città di Jenin: una delle vittime – scrive la stampa palestinese – si chiamava Osama Soboh, aveva 22 anni e proveniva dal villaggio di Burquin. Proprio il sindaco di Burquin, Mohammad al-Sabah, ha detto che il giovane è morto all’ospedale di Jenin per le ferite riportate e che è stato già sepolto. Negli scontri con le truppe israeliane, altri 6 palestinesi sono rimasti feriti e sono stati portati in ospedale. Su quanto avvenuto nella città cisgiordana, è intervenuto il movimento palestinese del Jihad islamico che ha rivendicato l’appartenenza di Soboh al suo braccio armato (Le Brigate al-Quds) e ha esortato in un comunicato tutte le altre fazioni palestinesi ad agire insieme “per combattere l’entità sionista”.

Secondo la stampa locale, Israele al momento starebbe trattenendo i cadaveri dei tre palestinesi uccisi a Beit Anan e di uno dei palestinesi uccisi a Jenin. Il quotidiano israeliano Haaretz riferisce inoltre che anche due soldati sarebbero rimasti feriti gravemente negli scontri avvenuti con i palestinesi nel corso del blitz dell’esercito.

Per Israele, le vittime di ieri erano tutti combattenti del movimento islamista Hamas. Secondo quanto ha dichiarato il premier israeliano Bennet, l’esercito ha agito contro combattenti che “erano sul punto di compiere attacchi”. Sui fatti di ieri è intervenuto anche il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas che ha condannato le uccisioni compiute da Israele definendole un “crimine odioso”. Proprio Abbas, nel suo discorso registrato per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, venerdì aveva detto che Tel Aviv ha solo “un anno di tempo per ritirarsi dai Territori palestinesi occupati nel 1967”, minacciando di rivolgersi alla Corte penale internazionale e di revocare il riconoscimento di Israele avvenuto dopo la firma degli Accordi di Oslo. Abbas si è anche detto pronto a negoziare durante i prossimi 12 mesi e sulla base delle risoluzioni internazionali, i confini dello Stato palestinese che dovrà sorgere accanto a Israele.

Ma le sue parole non hanno convinto molti: la sua popolarità è ai livelli più bassi di sempre e, secondo un sondaggio, l’80% dei palestinesi vuole le sue dimissioni. Non sorprende pertanto che persino la sua condanna delle uccisioni di ieri non sia riuscita a compattare le file del popolo palestinese. Anzi, la famiglia Zahran, che ieri ha pianto l’uccisione del figlio Ahmad durante il blitz dell’esercito israeliano a Jenin, ha accusato proprio l’Ap di Abbas di aver aiutato l’esercito nel corso del raid. “E’ l’Autorità palestinese che ci ha mandato gli israeliani da noi”, ha detto al portale Quds.net la madre di Zahran. La donna ha anche riferito che i militari di Tel Aviv stavano dando la caccia al figlio da settimane e che avevano interrogato e arrestato diversi membri della famiglia nei giorni precedenti.

Le uccisioni di domenica giungono a due giorni di distanza da quella del dimostrante palestinese Mohammad Khabis (28 anni) avvenuta nel villaggio di Beita durante le proteste contro l’avamposto coloniale ebraico di Evyatar. Nelle incursioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania, è l’area di Jenin quella che sta pagando il prezzo più alto in termini di vite umane: lo scorso mese nel campo rifugiati della città i militari hanno uccisi 4 palestinesi.

L’unica buono notizia arrivata ieri per i palestinesi è stata la liberazione della politica e attivista di sinistra Khalida Jarrar dopo due anni di carcere. Jarrar, esponente di spicco del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e membro del Consiglio Legislativo palestinese, era in carcere dall’ottobre del 2019. A inizio anno le autorità israeliane le avevano negato la possibilità di partecipare ai funerali di sua figlia Suha (31 anni) morta per un attacco cardiaco. Nena NewsNena News

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