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Articoli filtrati per data: Monday, 27 Settembre 2021

Le elezioni comunali e regionali che si terranno il 3-4 ottobre suscitano così poco interesse che a stento varrebbe la pena commentarle, se non fosse che l’incedere della crisi pandemica e delle sue conseguenze sociali pongono il problema di provare a leggere come si modificano gli assetti istituzionali in questa fase transitoria.

Le sfide elettorali che coinvolgono alcune delle grandi città e delle regioni sembrano un campionario di pugili suonati che si reggono a malappena in piedi a vicenda. Se questo evidenzia l’ormai cronico deficit di personale politico del partitismo istituzionale (il ricambio generazionale si fa a colpi di stadi di fresbee), dall’altro lato la sensazione è di assistere ad un “piccolo gioco”, mentre il grande gioco si fa su altri tavoli.

E’ abbastanza chiaro che sul piano nazionale queste elezioni avranno degli effetti molto risicati, se non nulli. Di fatto la Pax Draghiana sembra consolidarsi. Le “anomalie” del sistema parlamentare scaturite sull’onda lunga del 2008 sono quasi totalmente riassorbite, in una dinamica abbastanza peculiare in cui apparentemente per risolvere una crisi ne deve scoppiare un’altra. Il Movimento Cinque Stelle a guida Conte si propone sempre di più come l’area social-democratica del fronte progressista, senza un granchè di mugugni al suo interno. L’asse PD - M5S d’altronde si scalda ai box nella speranza che il vento delle elezioni USA prima e di quelle tedesche adesso possa giungere anche alle nostre latitudini. Hanno poco da festeggiare però, perchè al momento, e probabilmente per lungo tempo, non toccheranno palla, con il pilota automatico inserito, e nei tornanti della crisi il vento cambia direzione ad ogni curva. La posizione sussidiaria delle catene del valore che riveste l’Italia difficilmente cambierà nel breve periodo e si sa che lontano dai cuori dell’economia occidentale le svolte politiche tendono tutte ad assomigliarsi portando con sé nuovi carichi di sfruttamento, devastazione e privatizzazione.

L’altro “cavallo imbizzarrito” del panorama politico istituzionale italiano, cioè Salvini, pare aver subito in pieno il rinculo del sovranismo transnazionale. La guerriglia interna al partito e la sua ostinazione a suonare uno spartito usurato seppure ormai a tutti gli effetti forza di governo lo stanno portando un neanche troppo lento logoramento. Il redde rationem tra il “partito del nord” e l’enturage sovranista si inizia a consumare sulle spalle di Morisi e della sua “Bestia” che per ironia della sorte fa il giro completo. Giorgetti si strofina le mani tra endorsement a Calenda e “Draghi x sempre (anche se la maggioranza è destinata a spaccarsi)”. Non è più tempo di partiti trasversali, di populismo e interclassismo, bisogna sedersi su altri tavoli.

Lo scenario politico è dunque totalmente normalizzato, persino la Meloni sta facendo un’opposizione molto “à la carte”, senza grandi scossoni, godendosi il posto al sole offertole dal suo concorrente nel centrodestra. Le pantomime elettorali sui livelli più bassi dell’amministrazione statuale risentono di questo clima e lo replicano, salvo che tra aumenti delle bollette e delle materie prime, tra sblocco degli sfratti e dei licenziamenti, gli eventi estremi causati dalla crisi climatica, saranno proprio questi livelli del governo ad essere messi più sotto pressione.

La crisi di rappresentanza è pronta a generalizzarsi ancora (anche se apparentemente sembra una noiosa domenica pomeriggio), e su piani più profondi è l’espressione della crisi del governo della riproduzione sociale dentro la pandemia. L’erosione del patto sociale si muove sotterranea tra i posti di lavoro, i banchi frigo e le panchine dei parchetti.

Questo è il tema all’ordine del giorno, più che l’ordinaria amministrazione elettorale. Se i Renzi, i Giorgetti e lo stesso Draghi si permettono di bacchettare Confindustria è perchè stanno dicendo “Lasciate fare a noi”. Il pericolo che la tecnocrazia intravede è quello di un’attivarsi di un conflitto sociale vasto e radicato in punti chiave del paese che potrebbe scavalcare l’intermediazione di corpi intermedi consunti che in qualche grado vanno rilegittimati (si vedano le ultime uscite di Landini).

La ristrutturazione, se sarà possibile, passa da questo, dall’idea di un sacrificio comune per rilanciare il paese, in cui pagheranno solo e principalmente i lavoratori, ed una parte della piccola borghesia incapace di adattarsi alla transizione. L’intensificazione dello sfruttamento e dell’estrattivismo, la digitalizzazione e la riconfigurazione degli assetti della forza lavoro e della sua formazione necessitano il minimo della resistenza possibile in un contesto di fragilità oggettiva.

Questo è il piano su cui si gioca la vera partita politica, ed è talmente esplicito che le maldestre dichiarazioni di politici e compagnia cantante lasciano quasi sorpresi.

D’altronde Draghi è la cosidetta “riserva democratica” che deve portare a casa assolutamente il risultato e dopo di lui chissà...

E’ questo il farsi permanente della crisi pandemica, dell’eccezionalità, della sospensione “democratica”: le sue manifestazioni più prossime sono quelle biopolitiche e di ordine pubblico, ma non sono nè le sole, nè quelle più importanti. I livelli sottostanti del governo dovranno adattarsi ad applicare pedissequamente la transizione e a fare da valvola di sfogo del disagio sociale.

Le conclusioni sono palesi, ma al di là del solito panegirico sull’antistituzionalità, la vera sfida oggi è quella di ricercare una forza collettiva in grado, nell’incasinamento del quadro capitalista, di alludere per lo meno a dei percorsi di liberazione, incardinati nei contesti sociali, ma capaci di cogliere le possibilità di una generalizzazione. Mica è poco, la sfida è grande, ma qualcosa si intravede.

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Con il 56,4%, la maggioranza dei berlinesi aventi diritto al voto ha deciso a favore della socializzazione dei grandi gruppi immobiliari e quindi contro la speculazione sugli spazi abitativi.

A Berlino infatti si è votato anche per la confisca degli appartamenti ai colossi dell’immobiliare come Deutsche Wohnen, che posseggono oltre 3.000 immobili. Il referendum non è vincolante, ma il nuovo senato federale dovrebbe confrontarsi con il risultato di ieri sera, anche se Franziska Giffey, la socialdemocratica che ha vinto e che succederà a Michael Mueller come sindaca della capitale, ha già detto di essere contraria alla misura della confisca. “Non abbiamo mai ricevuto così tante firme per un referendum.

Abbiamo condotto una campagna elettorale di successo con poche risorse finanziarie, una piccola frazione in confronto alla lobby immobiliare” commentano soddisfatti i promotori del referendum. Da Berlino Nicola Carella compagno italiano Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Il 15 settembre scorso Efood, una delle principali compagnie di food delivery in Grecia, ha mandato un messaggio ricattatorio ai lavoratori e le lavoratrici in cui veniva imposto il passaggio ad un contratto da collaboratore autonomo (freelancer), pena la perdita del lavoro... una musica già sentita in giro per il mondo ma che in Grecia suona per la prima volta...

Se prima dell'estate il governo greco ha potuto varare in piena emergenza covid una legge che aumenta lo strapotere delle aziende ai danni dei lavoratori, adesso sono le aziende stesse a prendere coraggio per inseguire le loro gemelle europee sul terreno dell'erosione delle tutele e dei diritti.

La riposta di lavoratori e lavoratrici e della parte della società che non tollera le ingiustizie non si è fatta attendere: nei giorni successivi alla pubblicazione della notizia sul passaggio da lavoro subordinato ad autonomo un boicottaggio ha abbattuto i guadagni di efood e le recensioni su Google messo al tappeto anni e anni di advertising ossessivo da parte di Efood.

Oggi invece i lavoratori e le lavoratrici del delivery, principalmente di efood ma anche di Wolt o dipendenti di singoli ristoranti, si sono presi le strade in un rumorosissimo e infinito serpentone di motorini (ma c'erano anche alcun* temerar* in bici!) che ha attraversato il centro di Atene per raggiungere gli uffici di Efood in periferia. Convocato da Sveod (Σ.Β.Ε.Ο.Δ.), sindacato autonomo di base con sede a Exarcheia decisamente maggioritario nel settore del delivery e da Setxa (sindacato dei lavoratori del turismo legato a PAME), il corteo di oggi ha portato la rabbia e la solidarietà nelle piazze e nei viali di Atene.

Dagli uffici blindati dai reparti antisommossa M.A.T. c'è stata una prima apertura al dialogo e qualche tentennamento: dapprima hanno mandato qualche responsabile minore senza alcun potere decisionale (anche questa musica già sentita) e poi hanno chiesto di trattare ma senza la folla di motorini ad assediare gli uffici.

La risposta di lavoratrici e lavoratori a fronte di queste ridicolaggini è stata di proclamare uno sciopero di 24 ore per venerdì 24 settembre, allargato a tutte le compagnie.

Le aziende trovano il loro ardire al riparo delle leggi promosse dai governi e forti della protezione della polizia.

Chi lavora può contare sulle proprie forze, sul sostegno de* compagn* e sul favore popolare, che oggi si è palesato negli applausi dai balconi e agli angoli di ogni quartiere...

Per un'ampia parte della classe operaia greca è chiaro che l'attacco alle condizioni di lavoro e di vita ai lavoratori di efood è il preludio ad un attacco generalizzato a tutti e tutte coloro che lavorano.

E sicuramente il sostegno alla lotta del delivery non mancherà.

H αλληλεγγύη όπλο των εργατών...
Πόλεμος στον πόλεμο των αφεντικών!

La solidarietà è l'arma di chi lavora
guerra alla guerra dei padroni!

Per ulteriori info:
https://sveod.gr/
radicalit.gr

Da Chicago 86

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Riprendiamo dal facebook di Davide Grasso:

 

Proprio pochi giorno dopo la denuncia della Digos contro Maria Edgarda Marcucci, Eddi, per aver osato prendere pubblicamente la parola a Pordenone, oggi la notizia del rigetto della Cassazione del suo ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Torino che le ha inflitto la Sorveglianza speciale.

Così, dopo la sconfitta in appello nel 2020, anche l'ultimo tassello della giustizia italiana si chiude decretando la "pericolosità sociale" di una delle persone che più hanno ispirato approvazione e ammirazione in Italia negli ultimi anni.

La Cassazione ha affermato che Eddi è pericolosa perché dedita ad attività illecite in Italia, riferendosi a episodi come apericene per chiedere il pagamento dei salari ai lavoratori della ristorazione o verbali di Trenitalia su biglietti non pagati e proteste verso i controllori. Eddi è incensurata.

Anche per questo l'avvocato Claudio Novaro aveva eccepito che se si usano sospetti o ipotesi di reato, magari confezionate dalla polizia politica, per definire la pericolosità della persona, la stessa garanzia di una divisione dei poteri sembra negata.

La Cassazione, come già il Tribunale di Torino, ha riaffermato che invece le regole del "giusto processo" non valgono quando il procedimento pertiene alla sezione speciale che ogni tribunale italiano ha, a settant'anni dalla fine del fascismo: la sezione per le "misure di prevenzione" istituite da Mussolini (1931) ed emendate nelle epoche di Scelba (1956) e Berlusconi (2011).

Ogni anno in Italia migliaia di persone vengono sottoposte a sorveglianza speciale e privati del diritto di muoversi, riunirsi e parlare in pubblico senza accuse e senza processo, sulla base del pronostico che polizia e magistratura formulano sulla loro futura condotta (sulla base di una descrizione della loro "personalità").

Questa misura viene spesso applicata a persone che vivono nella marginalità sociale e, sempre più spesso, ad attivisti politici. Non mi risultano applicazioni a figure ben note e potenti che hanno già collezionato sentenze e accumulato responsabilità gravissime contro l'intera società, o verso ben noti militanti di estrema destra, o verso ex poliziotti sindaci della Lega che sparano alla gente per strada.

Io credo che i giudici non stiano perdonando a Eddi di aver portato questa norma alla luce del sole, di averla pubblicamente sfidata e rifiutata e di aver mostrato con le parole e con i suoi atti – dalle manifestazioni No Tav e di Non un di Meno in Italia fino ai mesi passati nell'esercito femminile curdo delle Ypj, impegnato contro i jihadisti siriani ed Erdogan – di aver mostrato, dicevo, che per lo stato può essere pericoloso ciò che a chiunque appare ammirevole, giusto e segno di speranza.

Questa storia era iniziata con cinque persone proposte per questa misura perché impegnate nella rivoluzione confederale siriana (quella che ha edificato un'autonomia democratica alternativa ad Assad sconfiggendo l'Isis) tra il 2016 e il 2018. Proprio quando il procedimento è iniziato, nel 2019, il martirio di Lorenzo Orsetti con la stessa uniforme di Eddi aveva condotto l'opinione pubblica dalla nostra parte, mettendo in grave difficoltà la procura di Torino.

I giudici hanno infine deciso di infierire su una sola persona – l'unica donna tra i proposti – affermando che la sua pericolosità non è tanto dovuta all'aver usato le armi in Siria ma all'aver usato la propria voce nelle strade e nelle piazze in Italia. Le sue attività qui, sempre critiche e pacifiche, sono bollate come pura violenza nelle carte dei giudici; i quali naturalmente mentono snaturando pensiero e linguaggio, oppure non sanno in alcun modo di cosa parlano.

Anche ora che si è confermata la volontà repressiva verso la vita di questa donna italiana – verso questa amica; anche ora che la polizia comincia ad imbastire contro di lei ulteriori processi per aver rotto le limitazioni alla libertà di espressione che le sono scandalosamente imposte in base a una norma fascista; ebbene anche ora l'arroganza dello stato contro la voce, la figura e la storia di Eddi è sintomo di una specie di paura.

Non perché sia violenta, ma perché non si è piegata; non perché sia pericolosa per la società – ovvero per tutt* noi! – ma perché denuncia il pericolo di restare in silenzio; non perché sia una criminale, ma perché afferma che non si deve restare passivi – a costo di pagare un prezzo – di fronte ai crimini veri, reali e gravissimi del nostro tempo.

Ora più che mai Eddi non deve essere lasciata sola da chi in questo paese ama la libertà.

 

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