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Articoli filtrati per data: Sunday, 26 Settembre 2021

Il 26 settembre 1979 venne ferito in un’azione del Fronte Comunista Combattente, organizzazione armata dei Collettivi Politici Veneti, uno dei gruppi dell’Autonomia operaia, Angelo Ventura, docente universitario che aveva contribuito alle indagini della procura padovana. Contro il docente furono sparati ben 4 colpi di pistola e solo la sua risposta al fuoco, aveva una pistola, mise in fuga gli attentatori. Il documento di rivendicazione “Colpire gli uomini e i centri della controguerriglia capitalistica” risulta di grande interesse anche a tanti anni di distanza ne pubblichiamo delle parti:

"Oggi 26 settembre 1979, alle ore 9, un nucleo armato della nostra organizzazione ha colpito Ventura Angelo, nei pressi della sua abitazione a Padova in via Rogatti. Il Ventura è ordinario di storia moderna presso la Facoltà di scienze politiche e magistero di Padova, nonché intrallazzatore, transfuga e infiltrato nelle file del revisionismo italiano.

Compagni e da mettere nel conto il vespaio di condanne, prese di posizione, incitamento al linciaggio anti-comunista che si scatenerà da parte borghese e revisionista dopo questa azione di combattimento.

Il nostro interesse, politico e d'organizzazione, si è concentrato anche su quest'uomo perché rappresenta il prototipo di una nuova figura di servitore e collaborazionista dello stato capitalistico, un prodotto storico e culturale di quel ceto politico che da tanti anni, pur nelle differenziazioni di forme e nell'autodivisione dei compiti conferma le tendenze generali della pianificazione padronale e legittima, legalizza, la dittatura sociale, di classe del Capitale sull'intera società civile.

I Valiani e compagni scriveranno di un "intellettuale" colpito dalle barbarie, dal terrorismo rossonero, dalle centrali estere, dal complotto e via dicendo. La verità è un'altra.

Questo è un punto di vista di parte comunista, di segno operaio.

Compagni. Questo intellettuale armato - non tanto e non solo di idee quanto di una pistola, usata con destrezza, con tutta l'ideologia gangsteristica che ne deriva- ha prestato la sua opera nella costruzione, coordinata da anni, all'articolazione del disegno antiproletario dello stato e delle strutture politiche che lo sorreggono contro i settori in lotta del proletariato, contro i militanti comunisti organizzati.

Il barone ha dato una mano non indifferente a quella che tutti conoscono oramai come l'inchiesta 7 aprile, il cui parto risale ad alcuni anni fa. Intendiamoci. Non serve avere la divisa di militare o un incarico ufficiale per non essere nei fatti impregnato fino al midollo di odio anticomunista, di asservimento attivo alle leggi e alle regole capitalista. Da questo punto di vista sbandierare come si farà, che il nostro è un socialista o altra etichetta 'commerciale" non significa nulla. Le persone vanno giudicate per quello che fanno e il Ventura ha dato un avvallo culturale non indifferente all'enorme provocazione che lo Stato ha scatenato.....................

Ventura testimone. Testimone prezzolati. Una folta genia di individui -di solito attrezzati culturalmente-- si mette a disposizione dei centri di contro guerriglia............Ventura è un esponente di punta del Tribunale Speciale di Padova. I Tribunali speciali, nell'epoca nostra, sono organismi complessi, puntello fondamentale della nuova costituzione materiale della repubblica. Sono costituiti da personale politico di partito, da magistrati, poliziotti, giornalisti, intellettuali che con un lavoro differenziato e selezionato vogliono colpire i percorsi di lotta armata nel nostro paese..............L'Università di Padova non è qualcosa di "spiritualmente distaccato" dallo scontro di classe ma è il centro più importante del potere locale............ Lo strato di intellettuali organici a questo potere sono qualcosa di più che depositari della cultura borghese, sono esponenti di prima fila della linea politica che attua il programma padronale. La coesione e la complicità di questa gente sono forti.

Compagni........ Tutti i provocatori e i collaborazionisti si sono avvertiti. Non sempre il tiro sarà basso....

Niente resterà impunito

A pugno chiuso per il comunismo

 

Fronte Comunista Combattente

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Il dibattito su Green Pass e gestione della crisi pandemica va avanti, oggi riceviamo e pubblichiamo questo testo di Lorenzo Poli collaboratore del mensile Lavoro e Salute. Buona lettura!

I tempi sono cambiati purtroppo e il postmodernismo, con le sue narrazioni, è un pericolo per il mantenimento della razionalità. L'altro giorno stavo pensando: ma se il Green Pass fosse stata applicato negli anni Settanta cosa sarebbe successo?

Gli anni dei movimenti anti-autoritari, gli anni della messa in discussione del potere, gli anni di Foucault, Deleuze, Guattari e di Giorgio Agamben (che oggi viene messo da parte solo perché si è degnato di analizzare a livello epistemologico le conseguenze/derive delle norme dello stato d'emergenza dell’epidemia da Covid).

Personaggi di alto livello politico come Rossana Rossanda crearono tavoli di confronto e di lavoro per analizzare le derive politiche degli stati d'emergenza (o d'eccezione) proclamati dallo Stato per far fronte al fenomeno del terrorismo. Fu lei che volle, sulle pagine del manifesto tra il luglio e l’agosto 1979, un dibattito sul garantismo, a seguito della retata del 7 aprile 1979 contro Autonomia Operaia e l’area politica proveniente dall’ex Potere Operaio. Una operazione giudiziaria che rappresentava un salto di qualità nella risposta repressiva dello Stato, con l’impiego per la prima volta su larga scala delle nuove norme previste dalla legislazione speciale, su cui si doveva riflettere approfonditamente. All’epoca, nonostante il clima ostile, si potevano fare dibattiti di un certo tipo e chi definiva Rossana come una “filo-terrorista” non era in grado, a livello culturale, di sostenere un dibattito con lei.

Oggi la “logica dello stigma” ha fatto proselitismo, potendo trovare una sua rilegittimazione con l’avvento dei social in cui ognuno può diventare un “potenziale esperto”, mettendo in pericolo il dibattito pubblico, la problematizzazione di certi temi e, soprattutto chi propone dibattiti su temi scottanti rischia di essere bollato con appellativi e stigmi ultimativi che hanno la presunzione di imporsi come unica verità certa (dare del "complottista", "no-vax" o del  "negazionista" in modo tout court), escludendo di conseguenza chi la pensa in modo diverso. Oggi infatti, quelli che  criticano il Green Pass come forma dispotica, vengo bollati come “retrogradi no-vax”, come se certe cose non potessero essere criticate e come se criticare la forma di un dispositivo di legge equivalesse ad essere un “anti-scienza”. Con queste strutture moralistiche si sta rischiando di andare verso il reato d'opinione in modo velato per le quali c'è sempre un "buono" e un "cattivo", una divisione degli uni contro gli altri e la conseguente colpevolizzazione.

Queste banalizzazioni rischiano non solo di appiattire le nostre capacità intellettive, ma rischiano di indurre alla retorica dei discorsi, portando molti a sentirsi intellettuali in grado di dare valutazioni soltanto pronunciando l’epiteto "negazionista" verso altri. Queste sparate ultimative hanno la funzione di delegittimare delle opinioni o, l’accettazione dell’opinione altrui, e non solo rischiano di mettere in pericolo il dibattito democratico, ma segnano la fine della politica e il dominio incontrastato della Tecnica su tutto ciò che ci circonda. La democrazia richiede divergenza, la tecnica procede per compartimenti stagni, prefissati, calcolatori e matematici a cui non serve apparentemente opposizione.

Oggi la politica, quella che Socrate e Platone chiamavano (basiliké téchne) ovvero “arte sovrana” in quanto “la più alta di tutte le  competenze”, oggi sembra svanire di fronte alle specializzazioni che non richiedono più messa in discussione. Ciò avviene non perché la politica non serve, ma perché oggi vi è l’interesse di annientare il senso critico sfociando nei banalismi (che oggi sembrano delle vere e proprie ideologie che permettono agli stessi banalizzatori di autoglorificarsi).

La vicenda del Green Pass ne è un esempio. Si è fatto presto a dire "no-vax" uguale destra, estrema destra e neofascismo: un discorso abbastanza limitante in quanto certe riflessioni sul potere, sul dispotismo e sul controllo sociale sono nate a sinistra. Stiamo parlando di un dispositivo legislativo che è stato approvato da un governo di destra, capeggiato da un banchiere, sostenuto da destra nazionalista (Lega), centro-destra liberal-conservatore (FI), destra neoliberale (Pd) e amalgama ormai deidentificata (M5S) e senza opposizione.

Risultato: destra neoliberale e sovranista al governo ed un’assenza totale di opposizione di sinistra. Allora di quale opposizione di destra stiamo parlando che scende nelle piazze? Poca, ma che viene esasperata a reti unificate per polarizzare ancor di più un dibattitto che è tutt’altro polare.

Le protesta contro il Green Pass in tutte le piazze italiane, dove centinaia di persone si sono ritrovate per manifestare contro il certificato vaccinale richiesto dal governo per accedere ai ristoranti al chiuso ed eventi pubblici a partire dal 6 agosto, dimostra al contrario che la diffidenza nei confronti dei vaccini non ha colore politico né distinzione sociale o di istruzione. Moltissime persone di sinistra sono contrarie, molti intellettuali e pensatori di sinistra sono contrari, molte persone di sinistra sono scese in piazza e sono culturalmente lontanissime dall’essere fasciste o quant’altro.

Anzi proprio il loro essere antifasciste le spinge a pensare che non è necessario nessuna riproduzione del “Foglio di via” per risolvere l’attuale crisi sanitaria. C’è una minoranza di sinistra che sta riflettendo sul tema con tutte le difficoltà, rivendicando il solo fatto di essere se stessa.

Questa situazione ci mostra tre elementi interessanti:

- stiamo ancora facendo i conti con "gli  anni del riflusso" e con la spoliticizzazione dei temi

- parliamo molto di difesa della libertà d'essere, di autodeterminazione, di identità contro gli stereotipi, i pregiudizi, le criminalizzazioni e le stigmatizzazioni, ma quando si tratta di difendere la libertà individuale contro i soprusi (insensati, perché le alternative ci sono) dello Stato si fa silenzio e si invoca fallacemente alla "responsabilità collettiva" e al "senso di comunità" che ognuno di noi dovrebbe avere "per il bene di tutti".

Da notare che "il senso di comunità" viene invocato dai governi solo quando deve giustificare la finalità di alcune sue politiche: cosa che non avviene per esempio quando si parla dello sblocco dei licenziamenti piuttosto che altro. La comunità è una categoria che  viene usata strumentalmente e in modo decontestualizzato dal potere per certi interessi, mentre dall'altra parte fa di tutto per cancellarla. 

- la crisi della sinistra è più preoccupante di quello che ogni scienziato o sociologo politico si immagina. Vi è proprio una sua deidentificazione in termini di contenuti e di riflessioni che dimentica il perché la sinistra è nata, ovvero per distinguere il progresso dallo sviluppo. La sinistra ha sempre dato più rilevanza al primo e criticando invece "l'ideologia del progresso", del "fare per fare" e del vedere sempre il futuro in modo ottimistico (perché così non è: spesso il futuro è regresso) che genera lo sviluppo secondo le logiche del produttivismo e non del bene comune.

Oggi molte frasi riprese e ripubblicate sui social ironizzano sul fatto che, molti che si oppongono al green pass, non si sono mai opposti allo sblocco dei licenziamenti, ai daspo urbani, al fatto che la libertà di movimento di molte persone straniere in Italia dipenda da un pezzo di carta. Può anche essere vero, ma quale è il nesso per non opporsi invece al green pass? Moltissimi oggi che si stanno opponendo al green pass sono anche gli stessi che si sono opposti più volte ai daspo e a tutti quei dispositivi legati alla repressione, alla coercizione, alle logiche della sorveglianza e del controllo sociale.

Non sono tutti fascisti quelli che si sono presentati nelle piazze, ma sono spesso anche compagni, dubbiosi e membri della società civili che non hanno un determinato trascorso/orientamento politico che oggi ritengono che il green pass sia un sopruso della legge sulla vita delle persone. Il 23 luglio a Brescia, in Via Orzinuovi, è apparso uno striscione scritto da Brescia ai Bresciani, organizzazione locale neofascista, che diceva: “Ci avete tolto la sanità e dato il green pass”. Una realtà che non si può negare e che rende più grave il fatto che a prenderne atto siano i fascisti e non noi. Il problema è che abbiamo lasciato che a denunciare questi fatti siano i fasci che negli slogan fanno i “libertari antisistema” per puro consenso, mentre nella pratica difendono sempre gli interessi padronali, il controllo sociale,

la sorveglianza, la repressione, la chiusura dei confini e il mantra della sicurezza.

Il Foglio di Via è un retaggio fascista a cui da sempre ci opponiamo in quanto mezzo di repressione, mentre oggi vogliamo veramente che siano i fascisti a “cavalcare l’onda” contro un dispositivo biopolitico come il green pass? Fa male leggere commenti aggressivi ed esclusivisti di alcuni storici compagni composti dalle stesse retoriche e dalle stesse narrazioni che i “leghisti” usano contro i migranti e i Rom con l’unica differenza che il “nemico”, in questo caso, è il non-vaccinato.

Negli anni Settanta di fronte ad una crisi sanitaria simile, oltre all'attivazione del mutuo aiuto e della solidarietà dal basso, non ci si sarebbe limitati all'analisi epidemiologica, medica e scientifica, ma  anche all'analisi dei risvolti politici che una crisi avrebbe comportato. Ci sarebbe stata un'analisi ed una lunga riflessione sulle  pratiche, sui pensieri, sulle mistificazioni, sulle retoriche, sui dispositivi, sul ruolo del potere in senso generale. 

Si sarebbe riflettuto sulla "biopolitica", che non è una parolaccia o una cazzata da "no-vax" (come sembra che oggi ci inducono a pensare), ma un campo di studi il cui migliore contributo è stato dato dal sociologo francese Michel Foucault, ovvero “l'insieme delle norme e delle pratiche adottate da uno Stato per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, riproduzione, morte, ecc.)” che trova delle implicazioni anche con il sistema capitalistico vigente.

https://www.treccani.it/enciclopedia/biopolitica_%28Enciclopedia-Italiana%29/ 

Negli anni Settanta si sarebbero aperti seminari e confronti pubblici sulla medicalizzazione della società e su Ivan Illich, ci sarebbero state anche opinioni contrari a questa visione critica ma comunque si sarebbe dibattuto internamente ed in modo arricchente.

Invece oggi abbiamo Roberto Burioni, il virologo soubrette che fa tutto: divulgatore scientifico, microbiologo, filosofo della scienza, imprenditore farmaceutico, statista, moralizzatore dell'opinione pubblica e colui che decide ciò che è scienza e ciò che non lo è. Uno non ha azzeccato una previsione sul Covid dall'inizio della crisi, ma che rimane comunque il "guru" incriticabile ed autorevole. Un sacerdote della "scienza unica" che se ci si azzarda a criticare si viene visti come “cospirazionisti”, “negazionisti” e “novax” nello stesso modo in cui, all'epoca, chi criticava i preti, veniva visto come il “il miscredente”, “l’ateo” o il “mangiapreti”.

Oggi anche per chi fa politica all'interno di un gruppo trova difficile parlare di questi argomenti o, addirittura, trova difficile parlarne  serenamente senza essere additato o ridicolizzato. Oggi non si entra più nel merito, ma c'è una sorta di ostracismo per il quale "parlare di qualcosa" in senso critico  e speculativo (vaccini, crisi sanitaria) equivale ad "essere qualcosa" (no-vax, complottista, negazionista).

Questa polarizzazione del dibattito e dell'opinione pubblica fa male alla salute di una democrazia che si definisce tale. Oggi, ciò che mi preoccupa, è che non solo stiamo diventando cittadini passivi ed indifferenti agli avvenimenti, ma lo stiamo diventando perché siamo ormai consumatori di proposte politiche di cui non ci interessiamo, su cui non elaboriamo un pensiero. Di fronte alle proposte politiche ci limitiamo ad aderire o a disapprovare nello stesso modo in cui entriamo in un negozio ed esprimiamo preferenza per un vestito rispetto ad un altro. Il risultato è che non pensiamo e non abbiamo piena consapevolezza delle situazioni. Dire oggi che il green pass è l’unica soluzione ed essere certi di questo, significa che siamo convinti veramente che “il governo lavori per il nostro bene”.

Lo stesso governo e lo stesso Ministero della Salute che continuano con le politiche di tagli al welfare state, che non daranno altri soldi alla sanità pubblica preferendo dare  incentivi a quella privata e che aveva i piani pandemici non rinnovati dal 2006. Lo stesso governo Draghi che ha approvato il Recovery Plan di Conte in cui sono previsti 9 miliardi alla sanità e 30 miliardi alle spese militari.

Siamo sicuri di fidarci di un governo che ha fatto ricorso insieme all’AIFA contro la sentenza del TAR del Lazio che prevedeva le cure domiciliari in fase precoce? Lo stesso governo che ha reso il virus nosocomiale, in seguito all’ospedalizzazione dei suoi pazienti facendo scoppiare decine di focolai. Siamo sicuri che vogliamo fidarci di un governo che, in continuità con il precedente, come unico rimedio contro il Covid, ha stabilito “tachipirina e vigile attesa” giustificandosi con il principio del “primum non nocere”, per poi autorizzare vaccini sperimentali fino al 2023 le cui uniche informazioni sono state fornite dai produttori, ovvero dalle case farmaceutiche, senza alcuna altra intermediazione.

Secondo la Procura di Bergamo si è trattato di “epidemia colposa”, sulla quale ha aperto un fascicolo, data da responsabilità politiche legate alla sua gestione (anche sul piano regionale, vedasi giunta lombarda) in quanto ha provocato tantissimi morti che si potevano evitare e contenere.  

Detto ciò sembra non interessare che il Green Pass violi palesemente molte libertà costituzionali e sembra non interessare che la Costituzione riconosce che nessuno può  essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà, prevedendo che la libertà personale sia inviolabile. Come si può pensare che il governo Draghi possa fare il nostro bene?

Questo sembra non interessare, esattamente come non sembra interessare il tentativo di evitare l’incostituzionalità dell’obbligo, data la natura sperimentale del trattamento, ex art. 32 della Costituzione, spingendo il governo Draghi a trovare la soluzione con il ricatto del Green Pass che impone un “obbligo vaccinale velato”.

Una disposizione che è comunque incostituzionale in quanto discrimina i cittadini sulla base di un’opinione e di una condizione personale all’art. 3 della nostra Costituzione. Su tutto questo gran parte della sinistra non risponde.

Ciò che impressione è che chi ha difeso i beni comuni, attraverso una lunga militanza, e chi ha difeso la Costituzione contro le riforme di Renzi nel 2016, oggi non si pone i dubbi sul pericolo di violazione dei diritti costituzionali che un dispositivo, come il Green Pass, possa provocare. Dagli anni 90, con la "svolta" della Bolognina e la fine dei grandi partiti di sinistra, si è dato inizio ad un lungo processo di smantellamento delle visioni, delle idee e delle politiche di sinistra, sfociando nella cecità di fronte alle violazioni contemporanee. 

Molti benpensati, ormai invaghiti del ruolo di “buon cittadino” che la società gli ha fornito per essersi vaccinata, parlano di lavaggio del cervello che i “no-vax” avrebbero subìto. A tal proposito mi viene in mente il mistico indiano Osho Rajneesh che, rispondendo ironicamente ad un giornalista che gli chiedeva se lui facesse il lavaggio del cervello, disse: “Magari si potessero lavare i cervelli!! Certi cervelli sono abbastanza sporchi, una lavatina non gli farebbe male. Vede, caro signore, se ci fosse il lavaggio del cervello io e  lei no staremmo qui a  parlare!”. Nell’ultimo anno e mezzo, la percezione subliminale, la suggestibilità e la persuasione sono stati usati come vero e proprio lavaggio del cervello inducendo esasperando il panico pandemico non per far corretta informazione, ma per creare consenso a dei vaccini sperimentali fino al 2023, i cui dati grezzi saranno accessibili verso il 2024, e la cui autorizzazione non sarebbe valida se solo esistessero altre cure.

Se esistessero altre valide cure il Comitato dovrebbe revocare l'autorizzazione ai sensi dell'articolo 4, comma 2 ultimo capoverso Regolamento CE 507/2006 del 29 marzo 2006 (regolamento che ha forza di legge) https://eur-lex.europa.eu/legalcontent/IT/TXT/PDF? uri=CELEX:32006R0507&from=DE .

Questo porterebbe inevitabilmente al decadimento di qualsiasi obbligo vaccinale e quindi il decadimento dello status giuridico del Green Pass!

Sta di fatto che ad oggi l’utile incassato dalle case farmaceutiche, secondo le stime attuali, ammonta a 34 miliardi di euro, 26 dei quali dalla sola Ue (un quinto del bilancio europeo), mentre i profitti sono stati girati agli azionisti (22 miliardi di euro in un anno per Pfizer, Johnson & Johnson e AstraZeneca) o ai 9 nuovi miliardari censiti dalla rivista Forbes.

Addirittura secondo le stime del nuovo rapporto “The Great Vaccine Robbery” https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/07/The-Great-Vaccine-Robbery-Policy-Brief-final.pdf rivela come i vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna sarebbero stati venduti a prezzi esorbitanti agli stati, che potrebbero pagare 41 miliardi di dollari in più nel 2021, rispetto al costo di produzione stimato da 1,18 a 2,85 dollari a dose e nonostante 8,2 miliardi di finanziamenti pubblici ricevuti dalle due aziende.

L’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi di euro per l’acquisto dei vaccini, sufficienti a garantire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva o l’assunzione di 49 mila nuovi medici. La Ue nel suo complesso ha speso 31 miliardi di euro in più. I paesi africani li avrebbero pagati quasi 6 volte il costo, il COVAX 5 volte di più: cifra sufficiente a vaccinare già  oggi ogni persona nei Paesi a basso-medio reddito. 

Già questo dà l’idea delle dimensioni dell’ennesima truffa delle case farmaceutiche a discapito degli Stati “sovrani” e del bene comune.

Lorenzo Poli

Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute

http://www.lavoroesalute.orghttp://www.lavoroesalute.org

 

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

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Patrick Zaki? Giulio Regeni? Non contano. Le dichiarazioni solidarietà, di indignazione per la detenzione del primo e l’omicidio del secondo non scalfiscono di un millimetro il rapporto di collaborazione tra l’Italia e l’Egitto e il business delle armi continua imperterrito (come pr altro quello del petrolio).  L’ultimo affare riguarda una partita di elicotteri operativi al 100 per cento.

elicottero AgustaWestland AW149

Si tratta di velivoli multiruolo AW149 che l’italiana Leonardo (ex Finmeccanica) ha venduto alle forze armate della Repubblica Araba d’Egitto. In un tweet pubblicato il 23 luglio scorso dalla Marina militare egiziana è immortalato uno di questi veicoli mentre decolla dalla nave d’assalto anfibia ENS Gamal Abdel Nasser, nel corso di un’esercitazione militare svolta a largo della mega-base navale “Gargoub”, a 255 km ad ovest di Alessandria d’Egitto, quasi al confine con la Libia, inaugurata a inizio luglio dal presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi.

Grazie al dislocamento dei nuovi elicotteri di Leonardo a bordo della ENS Gamal Abdel Nasser, l’Egitto diventa il primo paese del continente africano e del Medio oriente a disporre di una portaelicotteri che consentirà una proiezione militare e di pronto intervento nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden e nel Mar Arabico. Nelle intenzioni del Comando generale della Marina egiziana, l’unità da guerra con i suoi AW149 sarà assegnata proprio alla base di Gargoub (10 milioni di metri quadri d’estensione), dotata di un molo lungo 1.000 metri, hangar per elicotteri, depositi munizioni e numerose infrastrutture addestrative.

L’installazione è stata denominata 3 Aprile, il giorno del 2013 in cui il generale Al Sisi rovesciò con un colpo di stato l’allora presidente Mohamed Morsi a capo del partito dei Fratelli Musulmani.

L’elicottero AgustaWestland AW149 è un velivolo medio che rientra nella categoria delle 8-9 tonnellate; è stato sviluppato dai tecnici di Leonardo dal più piccolo elicottero AW139, ampliandone del 40 per cento il volume e dotandolo di due motori General Electric CT7-2E1 da 1.980 CV ciascuno che consentono di raggiungere una velocità massima di 310 km/h e un’autonomia di volo sino a 5 ore.

Secondo l’azienda italiana l’elicottero AW149 è stato progettato per svolgere numerose missioni militari, tra le quali il trasporto truppe, il rifornimento e il  trasporto carichi, l’intervento medico e l’evacuazione di feriti, le operazioni delle forze speciali e di ricerca e salvataggio (SAR); il supporto aereo e la scorta armata; il comando e controllo (C2), l’intelligence, la sorveglianza e il riconoscimento (ISR).

Il velivolo, con due uomini di equipaggio, può trasportare sino a 18 passeggeri (12 soldati completamente equipaggiati) o in alternativa carichi sino a 2.720 kg. Numerosi i sistemi d’arma utilizzabili: mitragliatrici da 7,62 mm o da 12,7 mm; pod esterni con cannoni da 20 mm; lanciarazzi o missili anticarro.

La trattativa tra le forze armate egiziane e l’italiana Leonardo per l’acquisizione degli elicotteri da guerra è stata tenuta rigorosamente top secret; perché l’opinione pubblica potesse conoscere l’esito favorevole della commessa si è dovuto attendere il 7 maggio 20207 maggio 2020, quando il governo italiano ha reso note le autorizzazioni alle esportazioni di armi nel corso del 2019.

Nello specifico si rilevava l’autorizzazione ministeriale alla fornitura all’Egitto di 32 elicotteri AgustaWestland (Leonardo), 24 di tipo AW149 e 8 AW189 (una versione con le stesse qualità tecniche del modello AW149, utilizzato prevalentemente dalle industrie petrolifere per il trasporto di personale e attrezzature agli impianti off shore). Per questi velivoli è stato fissato un tetto di spesa di 871,7 milioni di euro.

“I documenti resi pubblici dal governo italiano non contengono alcuna informazione sui tempi di produzione o di consegna degli elicotteri e su quale forza armata egiziana li utilizzerà”, scriveva la rivista d’intelligence internazionale Janes il 21 maggio 2020.

“Nonostante il governo italiano non abbia fornito i dettagli sul ruolo che sarà assegnato agli elicotteri dai militari egiziani, è probabile che gli AW149 saranno configurati per il trasporto sino a 8 passeggeri, mentre gli  AW189 al massimo per 19. Queste due diverse configurazioni suggeriscono che gli AW149 svolgeranno compiti specialistici che richiedono un sistema di montaggio su misura per il trasporto di equipaggiamenti, mentre gli elicotteri AW189 saranno utilizzati invece per il trasporto generale del personale militare”.

Al tempo anche il sito specializzato italiano Ares Difesa aveva fornito ulteriori particolari sull’affaire, ritenendo plausibile la consegna degli AW189 all’Aeronautica militare, mentre gli AW149 alla Marina egiziana, per un impiego a bordo delle navi appoggio LHD “Nasser” ed “Sadat”. “Si tratta di due unità portaelicotteri d’assalto anfibio dotate di bacino allagabile classe Mistral”, aggiungeva Ares Difesa.

L’esercitazione svolta nelle acque del Mediterraneo a metà luglio ha confermato quanto previsto. Per la cronaca, le due portaelicotteri egiziane sono stati acquistate in Francia nel 2013 con una spesa di 950 milioni di euro.

I primi tre AW148 sono stati consegnati da Leonardo nel settembre 2020, mentre altri due sono giunti in Egitto a fine dicembre con un volo cargo decollato dallo scalo di Milano Malpensa e atterrato all’aeroporto internazionale “Borg El Arab” di Alessandria. Questi ultimi due velivoli – numeri di serie 49066 and 49067 – erano stati filmati a novembre mentre effettuavano voli di prova pre-consegna al personale dell’Aeronautica egiziana nell’aerodromo di Venegono Inferiore (Varese), località che ospita stabilimenti industriali del gruppo Leonardo.

In queste settimane un altro modello di elicottero di produzione Leonardo è impiegato dalle forze armate egiziane per lo svolgimento dell’imponente esercitazione aeronavale multinazionale Bright Star 2021 nel nord-ovest del Paese. Si tratta del biturbina multiruolo AW139E: quattro le unità acquistate in Italia ed entrate in servizio operativo nell’agosto 2019.

Alcune immagini diffuse dal Comando Centrale delle forze armate USA (Centcom) mostrano l’impiego degli AW139 egiziani in attività di ricerca e salvataggio di militari durante Bright Star. “Team di medici militare statunitensi ed egiziani hanno simulato un’evacuazione di personale ferito dall’area di addestramento alla base militare Borg El Arab, distante 15 minuti di volo”, riporta la nota dell’ufficio pubbliche relazioni di USCentcom.

Intanto si è aperta al Cairo la gara tra le maggiori industrie aerospaziali internazionali per la fornitura di un nuovo caccia-addestratore per le scuole piloti dell’Aeronautica egiziana. In pole position per quella che si prefigura una commessa miliardaria, la tedesca Grob con i turboelica G120TP; la statunitense Sierra Nevada Corporation con i caccia A-29 Super Tucano e l’immancabile Leonardo S.p.A. con  gli Alenia Aermacchi M346 “Master”, già in dotazione alle forze aeree di Italia e Israele e prossimi ad essere consegnati pure alla Nigeria.

di Antonio Mazzeo da Africa Express

 

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di FELICE MOMETTI da Connessioni Precarie

Jake Sullivan è tra i consiglieri politici più ascoltati di Biden. Prima ancora era stato consigliere politico di Hillary Clinton e di Obama. Nel febbraio dello scorso anno ha pubblicato su «Foreign Policy», tra le riviste di punta dell’establishment democratico, un articolo dal titolo L’America ha bisogno di una nuova filosofia economica, con sottotitolo Gli Stati Uniti non possono avere una buona strategia se sbagliano la politica economica. Era il mese della seconda richiesta (fallita) di impeachment nei confronti di Trump. Le primarie democratiche non erano ancora iniziate e Trump aveva tutti i sondaggi dalla sua parte. L’articolo, che venne poco o nulla considerato, sollevava una serie di questioni che allora non era proprio al centro della riflessione teorico-politica dei think-tank del Partito Democratico. Si sosteneva che dopo quarant’anni di neoliberismo era necessaria una svolta profonda per ristrutturare l’intero modo della produzione e riproduzione sociale, che lo Stato federale doveva essere un attore decisivo negli investimenti in infrastrutture, tecnologie innovative ed istruzione, necessari per indirizzare i flussi delle catene globali del valore. Che bisognava produrre grosse quantità di «debito buono e non cattivo» (Draghi userà la stessa formula un anno dopo) e la trumpiana riduzione delle tasse ai ricchi e alle multinazionali non era altro che un’ideologia zombie. Il capitalismo autoritario cinese, per usare la terminologia di Sullivan, sta sfidando la democrazia di mercato americana come modello prevalente, mettendo a dura prova il patto tra i governi e loro popoli. La filosofia economica da adottare avrà un importante ruolo nel determinare il successo o il fallimento degli Stati Uniti nel contesto geopolitico globale.

Detto in sintesi: lo scontro è tra due modelli di capitalismo e la relazione tra valorizzazione capitalistica e riproduzione sociale, a livello nazionale, riguarda direttamente anche le strategie di politica estera, cioè l’influenza egemonica globale.

La pandemia, la George Floyd Rebellion, l’elezione di Biden hanno accelerato processi in gran parte già in atto, tanto da rivalutare le teorie di Sullivan. Con un’aggiunta: per implementare politiche sociali ed economiche di tale portata, che hanno anche una valenza geopolitica, il potere deve essere sempre più concentrato nelle mani del Presidente e dell’esecutivo in modo da bypassare o almeno esercitare una qualche forma di controllo sul Congresso e soprattutto sul Senato. Biden, in questi otto mesi di presidenza, ha emesso 63 ordini esecutivi e 37 memorandum. Un record dalla fine della Seconda guerra mondiale, dai tempi di Truman. Gli ordini esecutivi e i memorandum, che sono utilizzati come un equivalente di un ordine esecutivo, non prevedono alcuna successiva approvazione legislativa e, pur non essendo esplicitamente previsti dalla Costituzione americana, sono diventati degli strumenti senza confini normativi. Possono riguardare questioni politiche, sociali, economiche, istituzionali, di politica estera, e Biden vi ha fatto ricorso in tutti questi campi. Solo i giudici federali e la Corte Suprema hanno il potere di sospenderli o bloccarli. La competizione con il «rivale strategico» è fatta anche di decisioni rapide, di riduzione fino – in alcuni casi – all’azzeramento dei tempi della democrazia liberale. Non si può competere con il potere sconfinato di Xi Jinping e degli altri sei uomini del Comitato permanente dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese, attardandosi più di tanto con le procedure istituzionali di controllo e bilanciamento dei poteri. Il capitalismo di qualsiasi forma e natura, nelle fasi in cui la crisi si combina alla riorganizzazione del suo modo di produzione, non prevede alcun tipo di democrazia. Dalla fine di marzo dello scorso anno – il momento in cui dilaga la prima ondata della pandemia negli Usa – a oggi, gli interventi in campo economico, sociale, logistico, tecnologico dello Stato federale superano gli 11 mila miliardi di dollari, dei quali 6.400 già stanziati. Un valore monetario che corrisponde a quasi il 50% del prodotto interno lordo.

Siamo di fronte al più grande intervento politico-economico della storia degli Stati Uniti.

Mentre Trump imperversava su twitter con teorie fantasiose e pericolose sul virus, suggerendo cure miracolose, un accordo tra senatori democratici e repubblicani permetteva di approvare il Cares Act. Un pacchetto di 2.200 miliardi suddivisi tra helicopter money (denaro a pioggia) a tutti i contribuenti, finanziamenti a fondo perduto, crediti di imposta e detrazioni fiscali alle imprese e alle attività commerciali, indennità di disoccupazione, borse di studio e prestiti agli studenti, una moratoria dei pignoramenti e degli sfratti. Con l’uccisione di George Floyd esplode una rivolta che, tra la fine di maggio e i primi di novembre ha mobilitato circa 26 milioni di persone, con 10.300 manifestazioni in 2.700 località degli Stati Uniti. Una sollevazione che, oltre alle dimensioni, ha mostrato alcuni tratti inediti rispetto al passato per composizione sociale e percorsi di soggettivazione. La partecipazione di significativi settori di giovani bianchi e latini, la rapida politicizzazione dei soggetti e delle forme di lotta. Quindi, più che la repressione su vasta scala diventa efficace il recupero della protesta attraverso riforme della polizia (oggi tutte sepolte negli uffici del Congresso), una qualche forma di redistribuzione della ricchezza e la cooptazione di settori di movimento nella galassia delle Ong «democratiche». Il tutto condito con appelli all’antitrumpismo. Infatti in dicembre, con Trump sconfitto alle elezioni e impegnato nella ricerca di complotti mondiali contro di lui e Biden non ancora entrato in carica, con un nuovo accordo tra senatori democratici e repubblicani viene approvato il Consolidated Appropriation Act. Un intervento economico-sociale di 2.300 miliardi di dollari. Lo schema del provvedimento ricalca in gran parte quello del precedente Cares Act con sussidi e distribuzione di denaro ma con maggiori spese militari e investimenti nelle infrastrutture della logistica. La fine ingloriosa della presidenza Trump, da molti mesi scavalcato nel potere decisionale in campo economico dal gruppo di senatori repubblicani che fa capo a Mitch McConnell, coincide con la conclusione della prima fase dei finanziamenti e degli investimenti per mantenere le condizioni della riproduzione della società durante la pandemia e dopo la rivolta dei mesi precedenti.

L’amministrazione Biden, nei primi mesi dopo l’insediamento, si muove per operare un salto qualitativo in campo politico, economico e istituzionale. Innanzitutto, si vuol ridare una credibilità politica e decisionale alla presidenza, minata dai comportamenti di Trump, e contenere il protagonismo e il potere politico dei governatori dei quattro Stati cardine della federazione: California, Texas, Florida e New York. Un protagonismo e un potere accresciuti durante la pandemia e la rivolta forzando le costituzioni dei singoli Stati rispetto alla costituzione federale. Paradossalmente, ma poi nemmeno tanto, è il governatore democratico dello stato di New York Andrew Cuomo, oggi dimissionato in quanto molestatore seriale di donne alle sue dipendenze, che si spinge più lontano nel tentare di modificare nei fatti l’architettura istituzionale dello Stato federale. Nei mesi più duri della prima ondata della pandemia diventa l’alter-ego di Trump e avvia un coordinamento politico, economico, istituzionale – nelle sue intenzioni da rafforzare progressivamente – con il Massachusetts e il Connecticut. Anche in questo caso all’insegna dell’antitrumpismo ma in realtà come una possibile anticipazione di nuovi rapporti di forza istituzionali con lo Stato federale.

Un secondo aspetto importante dell’amministrazione Biden, emerso fin dalle prime settimane, è il suo essere allo stesso tempo governo e governance.

Una struttura ibrida nel suo modo di funzionare e di prendere le decisioni, non potendo affidarsi completamente ad una maggioranza risicata, piuttosto eterogenea, alla Camera dei Rappresentanti e al solo voto di Kamala Harris per prevalere al Senato. All’esecutivo ristretto, se così possiamo definirlo ‒ formato da Biden, dal Segretario di Stato Antony Blinken, da Janet Allen, ex presidente della Federal Reserve, e dal generale Lloyd Austin, uomo del Pentagono ‒, si affiancano allo stesso livello il Consiglio Economico Nazionale con a capo Brian Deese legato a BlackRock – il fondo di investimento finanziario più grande del mondo ‒ e il Consiglio della Sicurezza Nazionale in cui Jake Sullivan ha un ruolo di primo piano. Un governo/governance nato come iniziale necessità, visti i numeri del Congresso, che nel giro di qualche mese è diventato forma e sostanza del potere politico, economico e militare. È in questa struttura di potere che si elabora il Build Back Better Plan. Un intervento da 7 mila miliardi di dollari che ha come priorità l’implementazione di tecnologie avanzate nelle infrastrutture della logistica, lo svolta green dell’industria automobilistica, la drastica riduzione dei combustibili fossili nella produzione di energia, l’ammodernamento tecnologico ed energetico del patrimonio edilizio. Ad oggi è stata approvata dal Congresso la prima tranche da 1.900 miliardi di dollari facendo leva sulla divisione del partito repubblicano al Senato. Una seconda tranche dedicata alle infrastrutture è attualmente in discussione al Senato.

Difficile prevedere se il Build Back Better Plan andrà in porto negli stessi termini in cui è stato concepito ‒ le resistenze e le rendite posizione sono molte ‒ perché

non si tratta solo di una ristrutturazione dell’intero sistema della produzione sociale ma anche, implicitamente, di un diverso rapporto tra una governance esecutiva e le assemblee elettive, tra stato federale e singoli Stati. In altri termini la prefigurazione di una nuova Costituzione materiale.

Il messaggio dell’amministrazione Biden è chiaro: la transizione verso un nuovo ordine politico istituzionale dello Stato è iniziata. E il caotico ritiro dall’Afghanistan, considerato non più teatro strategico ormai da una decina di anni, insieme ai recenti discorsi di Biden sulla fine «dell’era delle grandi operazioni militari per ricostruire altri paesi» e all’accordo Aukus con Australia e Regno Unito preludono anche a una diversa collocazione degli Usa sullo scenario globale: dalla crisi della loro influenza egemonica a un’ingerenza performativa solo nei contesti valutati come strategici. Ma come in tutte le transizioni, ancor di più di queste dimensioni, l’esito non è mai scontato. Entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati, nelle organizzazioni sovranazionali e l’opposizione dei movimenti politici e sociali. Un dato è certo: negli Stati Uniti si stanno ridefinendo i rapporti politici, le forme di governo, gli assetti istituzionali e i processi di valorizzazione del capitalismo contemporaneo.

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