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Articoli filtrati per data: Thursday, 23 Settembre 2021

Riprendiamo questo interessante documento che i lavoratori in lotta di Gkn hanno pubblicato sulla loro pagina riguardo al destino della fabbrica. Buona lettura!

 

Mentre Giorgetti oggi non perde l'ennesima occasione per straparlare di compratori privati futuri, senza alcuna indicazione chiara, noi confermiamo di poter far ripartire la fabbrica più e meglio di prima. Il seguente documento è redatto da un gruppo di giovani ingegneri passati qua a discutere con gli operai della situazione della fabbrica, dei possibili piani di miglioramento e di sviluppo. Lo riportiamo integralmente.

"Come gruppo di ingegneri, alcuni dei quali ricercatori universitari, solidali con gli operai GKN, abbiamo avuto un confronto riguardo le criticità presenti in fabbrica. Ci siamo chiesti se ci fosse margine di miglioramento nella linea di produzione e come implementare eventuali migliorie. Tutto questo per permettere la ripresa della produzione, sostituendo alla catena di comando manageriale una sinergia collettiva tra chi facendo ricerca e progettazione sviluppa linee di produzione, processi di automazione ecc.; e chi, con la presenza quotidiana davanti alle macchine, ha sviluppato più di chiunque altro la coscienza di cosa significa una produzione efficiente, non alienante e che non comporti usura fisica per l’operaio.

“GKN è un’azienda all’avanguardia, altamente automatizzata e punto di riferimento per l’industria 4.0”: questo era lo slogan del management aziendale.

La verità emersa dalla discussione con gli operai è però molto diversa: un ammodernamento 4.0 totalmente travisato e frainteso, con una automazione industriale che si dimentica dei suoi obiettivi primari, ovvero un efficientamento produttivo subordinato al miglioramento delle condizioni di sicurezza e salute del lavoratore.

Abbiamo potuto constatare come gli investimenti per l’automazione, soprattutto per i bracci robotici, ci sono, ma questo non basta a rendere uno stabilimento coerente con il concetto di industria 4.0. Questi investimenti sono stati fatti in modo assolutamente non ponderato, in una serie di interventi sulle celle di produzione che hanno un sapore pubblicitario invece che di efficientamento produttivo. Le celle infatti sembrano dei prototipi, adatti forse a un reparto di ricerca e sviluppo che le debba ottimizzare, ma assolutamente inadeguate per volumi produttivi ampi. In altre parole, l’unico vantaggio economico della robotica implementata nello stabilimento è quello venuto dagli eventuali incentivi statali.

Da queste osservazioni scaturiscono alcune domande: c’era davvero da parte del management GKN l’intenzione di creare una fabbrica all’avanguardia, o si voleva usufruire dei contributi statali per comprare dei macchinari da delocalizzare poi, a fabbrica chiusa, in altri paesi? C’era effettivamente l’intenzione di cogliere le opportunità dell’industria 4.0 ed implementarle nello stabilimento, o si voleva creare solo un impianto di collaudo per soluzioni automatiche e trasferire poi il know-how altrove?

Va detto che l’azienda nega di aver preso incentivi statali: il che è incredibile e forse non migliora le cose. Perché questo vuol dire che non c’è stato nemmeno un tentativo di usare la leva fiscale per rientrare dagli investimenti fatti. Appunto: o investimenti fatti con soldi pubblici o fatti con l’evidente conseguenza di peggiorare i conti dello stabilimento fiorentino.

La sensazione che si ha riguardo la fabbrica di Campi Bisenzio è che ci sia stata una pianificazione scientifica, e criminale, della sua inefficienza, per fornire alla direzione aziendale delle scuse da accampare nel giustificare la chiusura dello stabilimento.

Industria 4.0 vuol dire anche e soprattutto digitalizzazione: a fronte di svariati milioni di euro spesi per robot e macchinari all’avanguardia, alcuni dei quali assolutamente superflui all’interno della cella produttiva, l’operaio deve ancora compilare un modulo cartaceo per segnalare un malfunzionamento o un guasto. Questo significa essere all’avanguardia?

Le celle automatiche tradiscono all’origine i paradigmi dell’industria 4.0 anche su un altro piano, quello della sicurezza del lavoratore. Gli interventi per ripristinare il funzionamento della cella sono “emergenziali” e come tali non garantiscono la sicurezza dell’operaio e non ne proteggono la salute. Il flusso scarti generato dalle celle automatiche genera spesso un carico fisico non previsto e probabilmente nemmeno pianificato in termini di valutazione del rischio. Il che evidentemente pone problemi al riconoscimento del sorgere di eventuali malattie professionali.

La cattiva pianificazione del rapporto tra automazione e organizzazione del lavoro è riassunta dal numero degli scarti, aumentato in maniera vertiginosa.

É doveroso inoltre evidenziare come il maggior numero di macchinari e robot in fabbrica, comporta un incremento del consumo energetico, e quindi dell’impatto ambientale della produzione. Nonostante questo l’idea di dotare di pannelli solari lo stabilimento per compensare almeno in parte questo impatto aggiuntivo è stata rifiutata. Questo fa cadere ulteriormente in contraddizione l’azienda: essere un punto di riferimento per l’industria 4.0 comporta la fedeltà a uno dei punti programmatici della quarta rivoluzione industriale, ovvero la riduzione dell’impatto ambientale.

Gli elementi che abbiamo raccolto in questo confronto ci consentono di affermare che in caso di un via libera alla ripresa della produzione, esistono le condizioni per una seria e metodica ristrutturazione della linea per abbracciare i principi dell’industria 4.0, per coglierne tutti i vantaggi: migliori condizioni di lavoro, maggiore sicurezza, maggiore efficienza, e un aumento dei posti di lavoro.

La questione ulteriore che ci teniamo ad evidenziare è che come ingegneri siamo naturalmente tesi alla ricerca dell’innovazione tecnologica, ma vogliamo ribadire con forza che questa deve avvenire secondo una visione corretta: la nostra è quella di chi crede in macchine al servizio dell’uomo che aiutano l’operaio a svolgere meglio il suo lavoro e non lo sostituiscono.

Per concludere vorremmo fare una considerazione su una eventuale riconversione dello stabilimento: Confindustria, tramite Il Sole 24 Ore, ha difeso l’ondata di licenziamenti nel settore automotive (GKN, Timken, Gianetti Ruote) dando la colpa alla transizione all’elettrico. Ma le auto elettriche usano ancora il semiasse, le celle potrebbero essere riadattate e riconvertite e gli operai potrebbero riprendere la produzione.

Per lo stabilimento di Firenze, esistono sia margini di miglioramento quantitativo del processo sia di innovazione qualitativa. Li riassumiamo a grandi linee:

- Efficientamento reale dell’impatto dell’industria 4.0

- Interventi di ecosostenibilità sullo stabilimento (pannellatura fotovoltaica di tutto il tetto e della pensilina antistante)

- Riconversione di prodotto con la produzione anche di semiassi per mezzi di trasporto pubblici

- Potenziamento del reparto costruzione macchinari interno all’azienda con l’obiettivo di fornire soluzioni tecnologiche e progettazione alle aziende del territorio, diventando un centro propulsore di una innovazione 4.0 socialmente sostenibile

- Creazione di un centro di formazione e progettazione integrato con il sistema universitario dove la ricerca pubblica possa sviluppare brevetti e soluzioni in sinergia con la sperimentazione pratica della produzione in fabbrica, mantenendo i brevetti pubblici e a disposizione del sistema produttivo del territorio

- L’azione sindacale in Gkn si è fortemente caratterizzata attorno al tema dell’ergonomia. La cultura ergonomica sedimentata si potrebbe sposare con la conoscenza di chi è in grado di progettare sistemi ergonomici, giungendo alla produzione di prodotti e soluzioni legate all’ergonomia (pensiamo ad esempio agli esoscheletri).

Per quanto ci riguarda la palla passa alla politica ora, noi le idee le abbiamo, che ne pensa la regione Toscana e il presidente Giani, che ancora recentemente è stato al Nuovo Pignone di Firenze magnificando l’industria 4.0?

Quando volete, siamo qui ai cancelli di GKN, pronti al confronto".

Ingegneri solidali con il Collettivo di fabbrica e l'assemblea permanente dei lavoratori Gkn

Mentre Giorgetti oggi non perde l'ennesima occasione per straparlare di compratori privati futuri, senza alcuna indicazione chiara, noi confermiamo di poter far ripartire la fabbrica più e meglio di prima. Il seguente documento è redatto da un gruppo di giovani ingegneri passati qua a discutere con gli operai della situazione della fabbrica, dei possibili piani di miglioramento e di sviluppo. Lo riportiamo integralmente.

"Come gruppo di ingegneri, alcuni dei quali ricercatori universitari, solidali con gli operai GKN, abbiamo avuto un confronto riguardo le criticità presenti in fabbrica. Ci siamo chiesti se ci fosse margine di miglioramento nella linea di produzione e come implementare eventuali migliorie. Tutto questo per permettere la ripresa della produzione, sostituendo alla catena di comando manageriale una sinergia collettiva tra chi facendo ricerca e progettazione sviluppa linee di produzione, processi di automazione ecc.; e chi, con la presenza quotidiana davanti alle macchine, ha sviluppato più di chiunque altro la coscienza di cosa significa una produzione efficiente, non alienante e che non comporti usura fisica per l’operaio.

“GKN è un’azienda all’avanguardia, altamente automatizzata e punto di riferimento per l’industria 4.0”: questo era lo slogan del management aziendale.

La verità emersa dalla discussione con gli operai è però molto diversa: un ammodernamento 4.0 totalmente travisato e frainteso, con una automazione industriale che si dimentica dei suoi obiettivi primari, ovvero un efficientamento produttivo subordinato al miglioramento delle condizioni di sicurezza e salute del lavoratore.

Abbiamo potuto constatare come gli investimenti per l’automazione, soprattutto per i bracci robotici, ci sono, ma questo non basta a rendere uno stabilimento coerente con il concetto di industria 4.0. Questi investimenti sono stati fatti in modo assolutamente non ponderato, in una serie di interventi sulle celle di produzione che hanno un sapore pubblicitario invece che di efficientamento produttivo. Le celle infatti sembrano dei prototipi, adatti forse a un reparto di ricerca e sviluppo che le debba ottimizzare, ma assolutamente inadeguate per volumi produttivi ampi. In altre parole, l’unico vantaggio economico della robotica implementata nello stabilimento è quello venuto dagli eventuali incentivi statali.

Da queste osservazioni scaturiscono alcune domande: c’era davvero da parte del management GKN l’intenzione di creare una fabbrica all’avanguardia, o si voleva usufruire dei contributi statali per comprare dei macchinari da delocalizzare poi, a fabbrica chiusa, in altri paesi? C’era effettivamente l’intenzione di cogliere le opportunità dell’industria 4.0 ed implementarle nello stabilimento, o si voleva creare solo un impianto di collaudo per soluzioni automatiche e trasferire poi il know-how altrove?

Va detto che l’azienda nega di aver preso incentivi statali: il che è incredibile e forse non migliora le cose. Perché questo vuol dire che non c’è stato nemmeno un tentativo di usare la leva fiscale per rientrare dagli investimenti fatti. Appunto: o investimenti fatti con soldi pubblici o fatti con l’evidente conseguenza di peggiorare i conti dello stabilimento fiorentino.

La sensazione che si ha riguardo la fabbrica di Campi Bisenzio è che ci sia stata una pianificazione scientifica, e criminale, della sua inefficienza, per fornire alla direzione aziendale delle scuse da accampare nel giustificare la chiusura dello stabilimento.

Industria 4.0 vuol dire anche e soprattutto digitalizzazione: a fronte di svariati milioni di euro spesi per robot e macchinari all’avanguardia, alcuni dei quali assolutamente superflui all’interno della cella produttiva, l’operaio deve ancora compilare un modulo cartaceo per segnalare un malfunzionamento o un guasto. Questo significa essere all’avanguardia?

Le celle automatiche tradiscono all’origine i paradigmi dell’industria 4.0 anche su un altro piano, quello della sicurezza del lavoratore. Gli interventi per ripristinare il funzionamento della cella sono “emergenziali” e come tali non garantiscono la sicurezza dell’operaio e non ne proteggono la salute. Il flusso scarti generato dalle celle automatiche genera spesso un carico fisico non previsto e probabilmente nemmeno pianificato in termini di valutazione del rischio. Il che evidentemente pone problemi al riconoscimento del sorgere di eventuali malattie professionali.

La cattiva pianificazione del rapporto tra automazione e organizzazione del lavoro è riassunta dal numero degli scarti, aumentato in maniera vertiginosa.

É doveroso inoltre evidenziare come il maggior numero di macchinari e robot in fabbrica, comporta un incremento del consumo energetico, e quindi dell’impatto ambientale della produzione. Nonostante questo l’idea di dotare di pannelli solari lo stabilimento per compensare almeno in parte questo impatto aggiuntivo è stata rifiutata. Questo fa cadere ulteriormente in contraddizione l’azienda: essere un punto di riferimento per l’industria 4.0 comporta la fedeltà a uno dei punti programmatici della quarta rivoluzione industriale, ovvero la riduzione dell’impatto ambientale.

Gli elementi che abbiamo raccolto in questo confronto ci consentono di affermare che in caso di un via libera alla ripresa della produzione, esistono le condizioni per una seria e metodica ristrutturazione della linea per abbracciare i principi dell’industria 4.0, per coglierne tutti i vantaggi: migliori condizioni di lavoro, maggiore sicurezza, maggiore efficienza, e un aumento dei posti di lavoro.

La questione ulteriore che ci teniamo ad evidenziare è che come ingegneri siamo naturalmente tesi alla ricerca dell’innovazione tecnologica, ma vogliamo ribadire con forza che questa deve avvenire secondo una visione corretta: la nostra è quella di chi crede in macchine al servizio dell’uomo che aiutano l’operaio a svolgere meglio il suo lavoro e non lo sostituiscono.

Per concludere vorremmo fare una considerazione su una eventuale riconversione dello stabilimento: Confindustria, tramite Il Sole 24 Ore, ha difeso l’ondata di licenziamenti nel settore automotive (GKN, Timken, Gianetti Ruote) dando la colpa alla transizione all’elettrico. Ma le auto elettriche usano ancora il semiasse, le celle potrebbero essere riadattate e riconvertite e gli operai potrebbero riprendere la produzione.

Per lo stabilimento di Firenze, esistono sia margini di miglioramento quantitativo del processo sia di innovazione qualitativa. Li riassumiamo a grandi linee:

- Efficientamento reale dell’impatto dell’industria 4.0

- Interventi di ecosostenibilità sullo stabilimento (pannellatura fotovoltaica di tutto il tetto e della pensilina antistante)

- Riconversione di prodotto con la produzione anche di semiassi per mezzi di trasporto pubblici

- Potenziamento del reparto costruzione macchinari interno all’azienda con l’obiettivo di fornire soluzioni tecnologiche e progettazione alle aziende del territorio, diventando un centro propulsore di una innovazione 4.0 socialmente sostenibile

- Creazione di un centro di formazione e progettazione integrato con il sistema universitario dove la ricerca pubblica possa sviluppare brevetti e soluzioni in sinergia con la sperimentazione pratica della produzione in fabbrica, mantenendo i brevetti pubblici e a disposizione del sistema produttivo del territorio

- L’azione sindacale in Gkn si è fortemente caratterizzata attorno al tema dell’ergonomia. La cultura ergonomica sedimentata si potrebbe sposare con la conoscenza di chi è in grado di progettare sistemi ergonomici, giungendo alla produzione di prodotti e soluzioni legate all’ergonomia (pensiamo ad esempio agli esoscheletri).

Per quanto ci riguarda la palla passa alla politica ora, noi le idee le abbiamo, che ne pensa la regione Toscana e il presidente Giani, che ancora recentemente è stato al Nuovo Pignone di Firenze magnificando l’industria 4.0?

Quando volete, siamo qui ai cancelli di GKN, pronti al confronto".

Ingegneri solidali con il Collettivo di fabbrica e l'assemblea permanente dei lavoratori Gkn

 

 

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Quasi 230 riviste che trattano di salute hanno congiuntamente pubblicato un “Appello per un’azione di emergenza per limitare l’aumento della temperatura globale, ripristinare la biodiversità e proteggere la salute”

Riportiamo alcuni stralci dell’appello:

La scienza è inequivocabile; un aumento globale di 1,5°C al di sopra della media preindustriale e la continua perdita di biodiversità rischiano danni catastrofici alla salute che sarà impossibile invertire.

I rischi per la salute di aumenti di temperatura superiori a 1,5°C sono ormai ben accertati. In effetti, nessun aumento della temperatura è “sicuro”. Negli ultimi 20 anni, la mortalità correlata al calore tra le persone di età superiore ai 65 anni è aumentata di oltre il 50%.4 Temperature più elevate hanno comportato un aumento della disidratazione e della perdita della funzione renale, neoplasie dermatologiche, infezioni tropicali, esiti negativi per la salute mentale, complicanze della gravidanza, allergie e morbilità e mortalità cardiovascolare e polmonare.

I danni colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili, compresi i bambini, le popolazioni anziane, le minoranze etniche, le comunità più povere e coloro che hanno problemi di salute di base.

Già da questo brevissimo estratto si può comprendere quanto occorra avere una visione ampia, intersezionale dei problemi.

Non abbiamo sentito Cingolani, Ministro della Transizione Ecologica, nominato da Draghi, fare il minimo accenno a questo appello, in compenso lo abbiamo sentito parlare del nucleare di quarta generazione, e demonizzare gli “ambientalisti oltranzisti”.

Non resta che consigliare a Cingolani di leggere The Lancet, se avesse problemi con l’inglese c’è il traduttore di Google, avrà certamente occasione di farsi un’idea ancora più surreale sull’ “ambientalismo oltranzista”.

Una cosa è certa: neo-liberismo e ambientalismo sono idee radicalmente diverse: da una parte la scienza, che nel caso del clima è sì predittiva, ma che sta purtroppo avendo continue, puntuali e provate conferme degli effetti devastanti del cambiamento climatico; dall’altra una visione economica ottusa, miope – se non cieca – in nome e a vantaggio di un’economia che molto guadagna dalle catastrofi e dalla privatizzazione della sanità.

Di Fabrizio Maffioletti per Pressenza

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E’ notizia di oggi che durante i lavori di scavo in uno dei cantieri del Tav a Calcinato sono stati rinvenuti rifiuti tossici e pericolosi. Nello strato più superficiale del terreno si trovano resti di lavaggio da cava e gessi, mentre in quello più profondo materiali che rilasciano, secondo quanto appurato da Arpa, “vapori di solvente”.

Da qui l’ipotesi che possa trattarsi di materiali provenienti dall’ex Petrolchimico di Mestre, transitati sulla rotta milanese e poi approdati nel bresciano decenni fa e qui rimasti ad inquinare il terreno. Che possa trattarsi di solventi forti, quindi inquinanti lo dimostrerebbe la presenza, rilevata in uno dei piezometri realizzati da Cepav Due, di dicloroetilene che è usato anche come solvente, nella sintesi di altri solventi a base di cloro e per rimuovere il piombo nelle benzine. Gia’ nel 2014 l’allora Procuratore Generale di Brescia Pier Luigi Maria Dell’Osso parlava di viaggi dei rifiuti smaltiti illegalmente nelle campagne bresciane.

Le considerazioni di Luca Rinaldi Direttore Responsabile di IrpiMedia testata indipendente di giornalismo investigativo autore con Luca Quagliato di La Terra di Sotto: viaggio nel contaminato nord, libro che sara’ presentato domenica 26 settembre a Borgosatollo nell’ambito della festa promossa dall’Archivio di Gianni Ascolta o scarica

Il commento di Laura Corsini del Comitato Cittadini Calcinato  Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Nel 2021 sono già 124 i dirigenti e i difensori dei diritti umani uccisi dai paramilitari. 

Il coordinatore dell’Osservatorio dei DD.UU. e delle Conflittualità di Indepaz, Leonardo González Perafán, ha denunciato che questo lunedì sono stati assassinati in Colombia 5 dirigenti e attivisti umanitari.

Ha precisato che i crimini sono stati commessi contro María Nancy Ramírez, a Santa Rosa de Osos (Antioquia), Jose Luis Pai, a Tumaco (Nariño), Jovanny Javier García, a Tumaco (Nariño), Dilio Bailarín, a Carmen del Darién (Chocó), e David Aricapa Viscue, a Caloto (Cauca).

Questo lunedì, uomini armati hanno assassinato anche il comunero David Aricapa Viscue, di 26 anni.

Lunedì, l’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace  (Indepaz) ha denunciato che durante il 2021 sono stati assassinati 124 dirigenti sociali e difensori dei diritti umani (DD.UU.).

L’ONG ha riportato nelle sue reti sociali l’omicidio di David Aricapa Viscue, di 26 anni, che era un comunero della riserva di López Adentro, appartenente al popolo Nasa, che si trova tra i municipi di Caloto e Corinto, nel dipartimento del Cauca, situato nel sudest del paese.

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Dilio Bailarín, lider indigena asesinado

“Con David sono 124 i dirigenti e i difensori dei DDUU assassinati nel 2021”, ed è il crimine numero 1.239 di un attivista dalla firma dell’accordo di pace del 2016, si è lamentato Indepaz.

Ha precisato che l’omicidio di Aricapa Viscue è avvenuto lunedì pomeriggio all’entrata della riserva Toéz di Caloto, quando degli sconosciuti lo hanno attaccato con armi da fuoco procurandogli la morte.

“Si denuncia che nella zona è avvenuto nell’anno corrente l’assassinio di almeno sette persone; allo stesso tempo, durante la mattinata ci sono stati combattimenti tra la Forza Pubblica e una struttura armata nel municipio di Suárez”, ha aggiunto la ONG.

Ha dichiarato che la Difensoria del Popolo ha emesso per questo municipio un atto investigativo, con il quali si mette in allarme su azioni armate che colpiscono la sicurezza delle comunità che abitano nella zona.

21 settembre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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Riceviamo e pubblichiamo questo interessante articolo per la rubrica Green Passion che prova a interloquire con alcune delle domande che le realtà organizzate, le singole soggettività e i collettivi si stanno ponendo nei confronti dell'emersione delle mobilitazioni No Green Pass. Buona lettura!

Il concetto di verità nella storia ha assunto varie forme e significati, qui ciò a cui ci riferiamo è guardare alla realtà materiale nel suo essere mutevole secondo i rapporti di forza che si costruiscono processualmente nella società. Ciò significa che non è possibile attestarsi su delle verità intese in termini assoluti o dogmatici perché eludono dalle condizioni materiali in atto.

La pandemia ha sconvolto tutti gli assetti mondiali, sociali, i punti di riferimento storici. Oggi a livello superficiale, la percezione generale intravede una luce in fondo al tunnel : possiamo suggerire che questa consegue dal fatto che la pecentuale di vaccinati in Italia si aggira intorno all’80% e che ciò permette di limitare o eliminare – non propriamente a ragion veduta – l’utilizzo di altre forme di precauzione sicuramente più invalidanti ed evidenti. Questo sta permettendo agli ospedali di sostenere il numero di malati in terapia intensiva da un lato e dall’altro, per chi non è contagiato, di uscire, andare a lavorare, andare al bar, al ristorante, a scuola. Ovviamente questo discorso vale per l’Europa.

La gestione della pandemia oggi annovera tra i suoi pseudostrumenti il green pass, specchietto per le allodole per non doversi assumere la responsabilità dei rischi, palesemente esistenti, di una campagna di vaccinazione obbligatoria per l’intera popolazione. Attraverso questo strumento la responsabilità è tutta individuale, si può “scegliere” se vaccinarsi o meno ma assumendosi dunque il ricatto, sul lavoro, nella socialità, nei consumi, e l’eventualità di effetti collaterali. Durante quest’anno il vaccino è stato venduto come l’unica soluzione alla pandemia, dato non vero, seppur non si possa negare che sia una parziale soluzione emergenziale. La vera soluzione per questa, ma soprattutto per attrezzarsi di fronte a future pandemie, sarebbe stravolgere l’attuale sistema di priorità negli investimenti e l’impianto organizzativo della riproduzione sociale e della cura. È fuor di dubbio che questo strumento sia da combattere, in quanto incarna l’ennesima prova di una gestione pandemica criminale a livello statale e che vada rifiutato in quanto impositivo e deresponsabilizzante nei confronti dei governi. Il campo dell’agire portando queste argomentazioni oggi è però occupato da un movimento che nell’opposizione al green pass si allinea su posizioni ultra liberali e individualistiche. Nella sua opposizione è in realtà allineato al sistema dominante. Questo è dato dal fatto che il movimento no green pass non individua nei centri del potere, in Confindustria o nella Regione il nemico, bensì si dirige verso gli ospedali, sanziona i centri vaccinali (pubblici o privati non c’è differenza), oppone a condizioni di realtà una verità assoluta, appellandosi ad “altri” medici e scienziati, richiamando alla difesa dei bambini (facendo eco a Quanon e alla manif pour tous), assimilando il covid a un’influenza (per i più forti e sani) accettando di conseguenza che i più deboli, gli immunodepressi, i più poveri siano colpiti più ferocemente – per quanto si possa stare al sicuro solo sulla base della propria età anagrafica (cosa confutata nel corso della pandemia dalle evidenze dei decessi).

Inoltre, se quella iniziale è la lettura che possiamo fare del momento storico attuale pensare che dire no al green pass sia sinonimo di rifiuto dei dettami statali poco attenti alla salute collettiva e non un no al vaccino diventa illusorio. E quindi, come si può pensare di negare che una parte della soluzione, certo emergenziale e contingente debba essere, ad oggi, la vaccinazione quando effettivamente i dati dicono che i decessi e i ricoverati sono calati e riguardano perlopiù non vaccinati? Certo bisogna fare un distinguo tra quella che è la pratica della vaccinazione in sé da accettare come parte della soluzione, e quella che è stata la campagna vaccinale messa in atto dallo stato, essa è evidente che abbia mostrato tutti i suoi limiti, enormi criticità e sconsideratezze: dalle difficili e poco chiare informazioni, all’andamento quasi casuale della scelta dei target e della tipologia dei vaccini, ai filoni mediatici alquanto fastidiosi che dal prendersela con i furbetti dei vaccini sono passati a demonizzare i no vax come capri espiatori di ogni male. Quindi la domanda diventa, perché utilizzare la formula di cui ci siamo dotati per leggere i movimenti degli ultimi anni che molto spesso sono stati di difficile interpretazione proprio perché ambigui, vagamente reazionari, prodotto della fase che stiamo attraversando, quando questa volta questo tipo di lettura implica chiudere gli occhi di fronte a una variabile esistente: ossia la pandemia? In questo caso diventa strumentale stare dentro, implementando, un movimento che si basa su presupposti non condivisibili perché non si basano sulla realtà delle condizioni attuali. Così come leggerci un rifiuto alla società del controllo e una messa in discussione della neutralità della scienza, quando esso non si pone né come una reale critica alla gestione pandemica né come possibilità di trasformazione degli assetti pre esistenti, ma piuttosto ne rimuove semplicemente l’esistenza, sta più nel campo di “cosa ci piacerebbe ci fosse” che in quello che c’è realmente.

Negli ultimi anni recenti i movimenti o i momenti di scombussolamento dell’ordine sono fortemente permeati da ambiguità, posizioni reazionarie, difesa della libertà individuale, attaccamento ai propri privilegi, confusione. È stato giusto provare a capire, guardare oltre la superficie, inchiestare, non pretendere di cercare composizioni pure quando la realtà è un’altra e con essa dobbiamo fare i conti. Allo stesso tempo oggi questo tipo di posizione assume più i contorni di una safe zone in cui non dirsi che tutto è perduto e soprattutto per non togliere legittimità all’unica cosa che si muove. Questa infatti è una realtà dei fatti, il primo movimento nell’epoca della pandemia è questo, attraversa più confini e ha una sua continuità e diffusione. Esiste e possiamo anche comprenderne i motivi e le radici, ciò detto se vogliamo mantenere una lucidità di intenti e una attenzione alla realtà delle cose interroghiamoci con chi possiamo condividerle.

 

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

 

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