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Articoli filtrati per data: Wednesday, 22 Settembre 2021

A luglio si era venuti a conoscenza che Eddy, compagno del Movimento di Lotta dei Disoccupati - 7 novembre, era stato incriminato per il reato di associazione a delinquere. Negli scorsi giorni è emerso che anche un'altra compagna, Maria, è indagata per il medesimo reato. Continua imperterrita dunque l'azione repressiva nei confronti di chi a Napoli rifiuta di accettare la normalizzazione della città e punta il dito sulle contraddizioni, ulteriormente approfonditasi per via della crisi pandemica. Di seguito riprendiamo da facebook il comunicato del Movimento sui fatti degli scorsi giorni.

 

Ieri anche Maria, che tutti coloro impegnati nelle lotte sociali conoscono da anni, è stata informata di essere indagata per "associazione a delinquere" art. 416 c.p. Veniamo indagati per associazione a delinquere perché per loro la lotta per il salario e per il lavoro è un delitto, un disegno criminoso che continuiamo a portare avanti quotidianamente.

Sappiamo bene che la nostra lotta ha dimostrato che gli unici delinquenti sono le istituzioni responsabili di non dare risposte ad un movimento che ha indicato risorse, progetti e lavori di pubblica utilità che potrebbero dare salario e servizi alla città.

Proprio non riescono a pensare che una donna come Maria possa essere un riferimento per centinaia di proletari della città che si organizzano ed alzano la testa insieme.

Costruiremo una grande campagna per rispondere alla repressione ed alla criminalizzazione delle lotte che portiamo avanti senza nasconderci: non siamo delinquenti, siamo sovversivi.

Vogliamo sovvertire un mondo basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dell'uomo sulla natura, un sistema basato sui profitti messi davanti alle nostre vite, un modello economico capitalistico che produce guerre, disuguaglianze, povertà, miseria e che conduce l'umanità verso la barbarie.

E lo stiamo facendo partendo da qui.

Perché il nemico è in casa nostra!

GIU' LE MANI DA MARIA!

GIU' LE MANI DA CHI LOTTA!

 

 

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Questo è l’uomo che abbracciano, Joe Biden, Angela Merkel e Abdel-Fattah al-Sissi. Il mondo deve aprire gli occhi.

Di Gideon Levy (*) – 19 settembre 2021

Fonte: English version

Il caporedattore di Haaretz Aluf Benn ha offerto un’abile analisi dei primi 100 giorni di governo del Primo Ministro Naftali Bennett in un articolo pubblicato ieri. In contrasto con il movimento “chiunque tranne Netanyahu”, talmente autocompiaciuto da non poter smettere di elogiare il cambiamento di stile che Bennett ha introdotto, come si complimenta con i suoi ministri e da come non si sente nulla dai membri della sua cerchia, Benn ha giustamente minimizzato il significato dello stile, al quale le persone ora si aggrappano entusiasticamente, ed è arrivato dritto al punto: “Bennett galoppa dolcemente e risolutamente verso uno Stato con milioni di sudditi palestinesi”, scrive Benn.

Ma non è solo “uno Stato” che Bennett sta stabilendo. Sta instaurando uno Stato di apartheid. Quella parola “apartheid” deve apparire d’ora in poi in ogni testo. L’apartheid sarà il secondo nome di Israele, almeno dal momento in cui il suo Primo Ministro ha dichiarato di non avere alcun interesse per un accordo di pace con i palestinesi e che l’occupazione, secondo lui, resterà per sempre.

Bennett ha il merito di aver detto la verità: ha posto fine alla mascherata di un processo di pace, che non era un processo e non è mai stato destinato a raggiungere la pace. Il suo predecessore una volta borbottò qualcosa su “due stati”, altra soluzione esclusa. Questo è uno sviluppo positivo.

Bennett ha anche detto che non incontrerà il Presidente palestinese Mahmoud Abbas. Questo è anche meglio. Qual è lo scopo di una esposizione in più in una serie di operazioni d’immagine che mai, e dico mai, hanno portato a un accordo giusto. Il loro unico scopo era quello di ingraziarci gli americani e gli europei, così avrebbero permesso a Israele di continuare a consolidare l’occupazione, costruire più insediamenti e ripulire etnicamente più territorio. A che serve rilasciare dichiarazioni su una soluzione a due Stati su cui non un solo primo ministro è stato sincero, se è possibile dire “uno Stato” senza sconvolgere nessuno. Questo è il punto importante che Benn ha evidenziato: Bennett è il primo a farlo senza infastidire nessuno.

Il campo pacifista israeliano e il resto del mondo abbracciano questo fondatore dell’apartheid che intende uccidere dolcemente il sogno palestinese e lo dice anche. Non è che il sogno non fosse già morto, ma ora è persino impossibile sognare.

“Apartheid” va detto, non per la sua bellezza lirica, ma come un pugno in faccia al mondo che abbraccia Bennett.

I presidenti americano ed egiziano hanno fatto di tutto per abbracciare questo nuovo “non Netanyahu”, e qualcuno gli deve ricordare chi stanno abbracciando. C’era un numero considerevole di leader mondiali, incluso il nostro Yitzhak Rabin, che ha abbracciato il Primo Ministro sudafricano John Vorster e in seguito ha sofferto rimorso e forse anche vergogna. Ora il mondo abbraccia Bennett, un uomo affabile, umile, concreto, talentuoso e sano di mente, senza vedere cosa si nasconde dietro l’uomo che abbracciano.

Ebbene, miei cari europei, arabi e americani, siete entusiasti di un apartheidista giurato. Non fate errori. Dovreste davvero credergli quando dice che non ha intenzione di permettere la creazione di uno Stato palestinese.

Ma quali sono le vostre conclusioni, abbraccia-Bennett del mondo? Che invece di un singolo Stato palestinese intende dare loro due Stati? O forse cittadinanza, pari diritti e il riconoscimento di “una persona, un voto” in un unico Stato? Quale pensate che sia il suo obiettivo, se non un moderno Stato di apartheid? Qual è l’obiettivo finale di questo vostro amico, se non l’apartheid sudafricano in un formato diverso?

E questa è la sfida che è stata posta al mondo. Ogni abbraccio a Bennett è un abbraccio all’apartheid. Non tutto può essere avvolto nella gratitudine per essersi liberati di Netanyahu. La cecità volontaria e l’autoinganno devono finire. Proprio perché Bennett è così onesto, umile e talentuoso, è necessario guardare avanti e dire: Se non due Stati, allora uno Stato. Se non la democrazia, allora l’apartheid.

Bennett ha scelto l’apartheid. Ci deve essere un prezzo per questo nel mondo al di fuori di Israele.

Com’è stato commovente vederlo scusarsi pubblicamente con la famiglia di un soldato israeliano, Barel Hadaria Shmueli; quanto scioccante e inquietante capire la sua visione per 5 milioni di esseri umani che sono destinati a vivere come subumani per sempre. Questo è l’uomo che abbracciano, Joe Biden, Angela Merkel e Abdel-Fattah al-Sissi. Il mondo deve aprire gli occhi.

(*) Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Le elezioni generali in Russia, tenutesi nello scorso fine settimana, hanno visto la scontata vittoria del partito di Vladimir Putin ma anche l'ottimo risultato del partito comunista, sullo sfondo ovviamente di un sistema molto poco democratico e che, specie per quanto riguarda il voto elettronico, lascia presagire la presenza di grandi irregolarità.

Che cosa ci dobbiamo aspettare dopo il voto? Qual è lo stato dell'arte della relazione fra il Cremlino e la società russa? Abbiamo posto questa ed altre domande a Giovanni Savino, docente di storia contemporanea a Mosca.

 

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

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L’economia cinese è in allarme per lo spettro del fallimento del colosso immobiliare Evergrande, il secondo sviluppatore immobiliare del Paese, sul quale grava un debito di 305 miliardi di dollari e le cui azioni hanno perso l’87% nel corso dell’anno (nella seduta del 20 settembre cedono più del 18,9%). In molti, in questi giorni, hanno paragonato il rischio effetto domino sull’economia e la società cinese che questa situazione porta con sè a quanto accaduto nel 2008 all’economia globale con la crisi di Lehman Brothers, la cosiddetta crisi dei mutui subprime.

Guardando ai numeri della crisi Evergrande e al funzionamento dell’economia interna cinese il confronto appare inappropriato. Tuttavia negli ultimi decenni l’economia del dragone ha spinto il settore immobiliare assicurando una “bolla speculativa garantita”, ovvero dando alle grandi società la possibilità di un indebitamento sostanzialmente illimitato coperto dal sistema bancario controllato dallo Stato. Si tratta di un processo iniziato tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, dopo la repressione di Piazza Tian’anmen del 1989. Per far fronte al malcontento popolare che aveva trovato espressione in quel movimento, il Partito Comunista Cinese decise di provare a riconquistare il consenso dei ceti urbani offrendo loro la proprietà immobiliare – tra l’altro libera da tasse – innescando una grossa compravendita di case, anche tra governi locali (spesso indebitati e bisognosi di liquidità) e imprese del mattone interessate a costruire.

Dall’industrializzazione forzata dei decenni precedenti, la spinta del Partito-stato si spostò dunque sull’urbanizzazione. “Le grandi immobiliari come Evergrande hanno così ampliato il proprio business all’infinito, tracimando in altri settori, per conquistare nuovi territori e nuovi mercati – spiega Gabriele Battaglia in un articolo su Il Fatto Quotidiano – L’hanno fatto indebitandosi alla grande e basandosi sulla certezza di ottenere credito infinito dalle banche”.

Nel 2020, però, il governo di Xi Jinping ha deciso di adottare politiche più restrittive nei confronti del settore immobiliare, diramando dei criteri di prudenza finanziaria e stabilendo tre “linee rosse” per regolamentare l’accesso a nuovo credito sulla base dell’indebitamento complessivo e della solvibilità a breve termine.

Ora, di fronte all’intenzione annunciata in queste ore da Evergrande di onorare circa 36 milioni di dollari “di coupon onshore con scadenza 23 settembre”, la palla passa al governo cinese “sempre combattuto – scrive Battaglia – tra salvare le grandi imprese dai fallimenti per timore che destabilizzino il sistema economico e dare invece un segnale forte agli speculatori del mattone. Laddove Evergrande sarebbe l’esempio per tutti”.

Ne abbiamo parlato con Gabriele Battaglia, giornalista e corrispondente da Pechino per la radiotelevisione svizzera, e Dario Di Conzo, dottorando presso la Scuola Normale Superiore di Pisa dove si occupa di political economy cinese. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

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