ssssssfff
Articoli filtrati per data: Thursday, 02 Settembre 2021

di Pino FABIANO* da Malanova.info

La società lombarda A2A è la maggiore multiutility italiana, secondo produttore nazionale di energia, un colosso con circa 13.500 dipendenti e che opera nei settori dell’energia, ambiente, calore e reti. Nata il primo gennaio 2008, nell’anno successivo sbarca in Calabria acquistando da E.ON gli impianti idroelettrici.

Ormai da 13 anni in Calabria, A2A controlla i due impianti di Albi e Magisano, regolati dal serbatoio del Passante; gli impianti di Satriano che utilizzano i deflussi del fiume Ancinale; gli impianti della Sila con Orichella, Timpagrande e Calusia, regolati dai serbatoi Arvo e Ampollino. Le centrali producono una potenza complessiva di circa 500 MW, mentre i bacini garantiscono una quantità di acqua vicina ai 200 milioni di metri cubi. L’Arvo e l’Ampollino insieme ne contengono 135 milioni: una riserva di acqua gigantesca per una regione del Mezzogiorno.

I laghi sono pieni che è una meraviglia. Le turbine, lungo i diversi salti, possono girare a pieno ritmo. Gli elettrodotti possono ricevere l’energia prodotta per essere immessa nel mercato. E dunque soldoni fumanti grazie alla forza dell’acqua, dell’acqua calabrese, quella che manca alle popolazioni e all’agricoltura.

Fino a quando le centrali sono state sotto il controllo pubblico e con la proprietà dell’Enel, lo sfruttamento dell’acqua teneva conto delle specificità del territorio, sia per gli acquedotti comunali, sia per il sistema irriguo in agricoltura.

Negli ultimi anni le cose si sono un tantino complicate, forse perché A2A da buon privato cerca di massimizzare i profitti e proietta nel futuro una proprietà, quella dell’acqua, che porterà ancora più quattrini, e non soltanto con le centrali.

Ovviamente il meccanismo non può funzionare così, perché l’acqua è un bene collettivo e non può essere finalizzato soltanto all’interesse privato.

L’estate del 2021 sarà ricordata come una delle peggiori per approvvigionamento di acqua per usi collettivi, pubblici.

Anche i comuni che ricadono a valle dei laghi hanno sofferto per la mancanza di acqua. Certo, esistono problemi atavici riconducibili alla Sorical, ma questo è un ragionamento altro che merita ben ampie e diverse riflessioni.

Ci interessa adesso capire il ruolo di A2A in un territorio alla sete.

Fin dal mese di giugno ci sono state mobilitazioni contro A2A, a iniziare dai consorzi.

Il 28 giugno il Consorzio di Bonifica di Catanzaro addita A2A di comportarsi in modo presuntuoso e arrogante, inadempiente nel rilascio di acqua per uso irriguo a valle della centrale di Magisano.

Il 2 luglio è il presidente di Coldiretti Calabria che denuncia l’ostruzionismo, l’arroganza, i bizantinismi di A2A a danno degli agricoltori senz’acqua per l’irrigazione. E via via per tutta l’estate, in una continua estenuante rivendicazione di acqua verso A2A.

Il 26 agosto, infine, si sono mobilitati gli agricoltori di Isola Capo Rizzuto e Cutro che hanno raggiunto con i trattori la centrale di Calusia sulla SS 107, per protestare contro A2A e la discutibile gestione dei rilasci di acqua per l’irrigazione.

L’estate volge al termine e, forse, i problemi potrebbero diminuire. In ogni caso, le elezioni regionali e in alcuni comuni dove opera A2A (come Cotronei) posticipano la questione acqua all’autunno.

Sarà la madre di tutte le questioni per la Calabria, dove al riordinamento del sistema idrico regionale (il dopo Sorical) dovrà far seguito un confronto robusto con A2A.

Oltre alla vertenza sugli assetti occupazionali, è necessario aprire margini di rivendicazioni sull’utilizzo di acqua per gli acquedotti comunali; è necessario rimettere in discussione gli accordi sull’intera filiera di utilizzo dell’acqua, visto che i regolari rilasci irrigui sono contemplati in convenzioni datate, del 1968 e stipulati tra la Cassa per il Mezzogiorno e l’allora Enel. Altri tempi, altri soggetti in campo.

Oggi la questione è politica, civile, di democrazia, e come tale dovrà essere affrontata. Una questione che avrà anche bisogno dell’attenzione e dell’impegno del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e del Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri”, perché quanto si deciderà nei prossimi mesi è strettamente connesso al futuro dei calabresi.

*Ass. Culturale Cotroneinforma

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Da ormai quindici anni seguo l’evoluzione dell’attivismo dei lavoratori in Cina. In questo periodo, i termini (ma forse sarebbe meglio dire gli ‘umori’) della conversazione sono radicalmente cambiati. Dalla rassegnazione degli anni Duemila, quando i lavoratori cinesi erano descritti soprattutto come vittime passive della globalizzazione, si è passati all’ottimismo dei primi anni del decennio scorso, quando diverse mobilitazioni operaie d’alto profilo hanno alimentato l’idea che i lavoratori cinesi, giovani migranti dalle aree rurali in primis, si stessero ‘risvegliando’. Sotto l’amministrazione di Xi Jinping, questa euforia ha lasciato spazio a una quieta disperazione. Mentre il Partito-Stato che riaffermava il proprio controllo sui media nuovi e tradizionali, lanciava un’ondata di arresti tra attivisti del lavoro, e rallentava drasticamente le sperimentazioni legislative in materia lavoristica, lo spazio per l’attivismo operaio in Cina si è drasticamente ridotto. Oggi, due temi occupano un ruolo centrale nel dibattito: l’emergere in Cina di nuove forme di sfruttamento legate alla nuova economia e la fine di un certo modello politico di attivismo operaio.

Dalla Foxconn a Pinduoduo

Se c’è un’azienda che più di ogni altra viene identificata con lo sfruttamento dei lavoratori cinesi, questa è la taiwanese Foxconn, uno dei principali assemblatori di prodotti elettronici al mondo, particolarmente nota per il suo legame con la Apple. Nel 2010 la Foxconn, che allora impiegava circa un milione di dipendenti in Cina, fece notizia per una serie di tentati suicidi tra i propri ranghi – diciotto solo in quell’anno (quattordici dei quali morirono), tutti giovani migranti tra i diciassette e i venticinque anni. All’epoca, i media cinesi e internazionali coprirono estesamente la storia dell’‘espresso dei suicidi’, raccontando l’alienazione di questi lavoratori lontani da famiglia e affetti, costretti a ripetere per ore le medesime operazioni come se fossero dei robot e sottoposti a una rigida disciplina. Significativamente, alcuni accademici descrissero la scelta di questi lavoratori di ricorrere al suicidio come una forma estrema di resistenza.

Un decennio più tardi, di Foxconn si continua occasionalmente a parlare ma soprattutto in rapporto al programma di automazione che l’azienda sta perseguendo per rimpiazzare i propri lavoratori con veri e propri robot. Il ruolo simbolico che un decennio fa era ricoperto dai dipendenti del colosso taiwanese oggi è passato a due nuove figure: i fattorini impiegati nella nuova economia digitale di piattaforma e i dipendenti di aziende nel settore dell’alta tecnologia. Stando a stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel 2019 i lavoratori impiegati direttamente nell’economia digitale di piattaforma in Cina erano 6.23 milioni, appena l’8 percento di una forza lavoro totale di quasi 80 milioni. Secondo altre stime, l’intera forza lavoro nel settore conterebbe oltre 180 milioni di individui, quasi un quarto della forza lavoro totale nel Paese. Se alla metà degli anni Dieci, quando le grandi piattaforme online hanno iniziato a prendere piede in Cina, i fattorini potevano guadagnare una media di circa 10,000 yuan al mese (oltre il doppio del salario medio all’epoca), una recente ricerca delle poste statali cinese ha rivelato che oltre la metà dei fattorini oggi guadagna meno di 5,000 yuan al mese, a fronte di condizioni di lavoro sempre più pericolose e abusive. Questo si traduce in frequenti incidenti sul lavoro, dovuti al fatto che i fattorini si trovano a portare a termine consegne in tempi sempre più rapidi per guadagnare abbastanza da sopravvivere, e pure in tragedie reminiscenti degli eventi della Foxconn un decennio fa, come quando, nel gennaio del 2021, un fattorino in una città del Jiangsu si è dato fuoco in protesta per una disputa salariale.

I dipendenti nelle aziende dell’alta tecnologia spesso se la passano meglio in termini di reddito, ma per farsi strada in un settore estremamente competitivo si trovano costretti a gestire orari di lavoro e pressioni notoriamente insostenibili. All’inizio del 2019, diversi famosi imprenditori cinesi del settore hanno iniziato a promuovere apertamente l’idea di un orario lavorativo ‘996’, vale a dire dalle nove del mattino alle nove di sera, sei giorni a settimana. Nientemeno che Jack Ma, il fondatore di Alibaba e allora l’uomo d’affari più ricco in Cina, dichiarò che il modello 996 rappresentava un’‘enorme benedizione’ per i giovani dipendenti nelle sue aziende, in quanto offriva loro un’opportunità di lottare per i propri sogni che i lavoratori in altre imprese non avevano a disposizione. Sebbene questo tipo di mentalità sia stata oggetto di resistenza e critiche diffuse, il problema del lavoro eccessivo rimane comune. Per citare solo alcuni tra gli eventi drammatici più recenti, alla fine di dicembre del 2020, una lavoratrice ventiduenne di Pinduoduo, una delle principali piattaforme per il commercio online in Cina, è deceduta dopo essere collassata sulla via di casa alla fine di un turno conclusosi a tarda notte. Due settimane più tardi, un altro dipendente della stessa azienda si è suicidato per via del troppo stress sul posto di lavoro.

Attivismo dei deboli

I casi descritti continuano a suscitare costernazione in Cina, non solo tra i lavoratori direttamente interessati ma anche in seno all’opinione pubblica più in generale. Sebbene i tentativi di resistenza in questi settori non manchino, in un contesto in cui i sindacati rimangono asserviti al Partito-Stato e ogni forma di organizzazione operaia indipendente viene percepita come una minaccia al potere costituito, si tratta di forme di resistenza ‘dei deboli’, prontamente represse non appena accennano ad evolvere in forme più strutturate. Ad esempio, negli ultimi anni Chen Guojiang, un giovane fattorino e attivista, aveva creato un embrione di organizzazione (l’‘Alleanza dei fattorini’) attiva attraverso vari canali online e offline nel fornire assistenza a colleghi – dalle consulenze legali a un posto dove dormire – e nel denunciare attraverso i social media le malefatte delle aziende nel settore. Nel marzo del 2021 è stato arrestato e poi incriminato formalmente per aver ‘iniziato litigi e creato problemi’, un crimine generico punibile fino a cinque anni di carcere. Nel caso di Pinduoduo, un dipendente che aveva criticato su internet le condizioni di lavoro nell’azienda è stato prontamente licenziato, per poi rivalersi pubblicando un video di denuncia che ha rapidamente ricevuto decine di milioni di visualizzazioni.

Il recente arresto di Chen Guojiang dimostra come il Partito-Stato rimanga estremamente diffidente nei confronti di ogni tentativo di coalizzare i lavoratori cinesi intorno a un’agenda comune. È anche l’ennesima riprova delle immense difficoltà che ogni tentativo di superare la frammentazione della classe operaia cinese si trova ad affrontare. Ieri come oggi, gli scioperi in Cina non sono mai mancati, ma si è quasi sempre trattato di mobilitazioni limitate alla singola azienda e finalizzate ad avanzare soprattutto rivendicazioni economiche fondate su diritti già concessi per legge. L’emergere delle economie di piattaforma ha ulteriormente esacerbato questa frammentarietà. Se già un decennio fa aziende come la Foxconn facevano di tutto per prevenire l’emergere di forme di solidarietà tra i propri dipendenti, ad esempio allocando lavoratori provenienti da uno stesso luogo in dormitori diversi, alla fine della giornata i lavoratori si trovavano comunque a condividere uno spazio comune, il che facilitava gli scambi di esperienze. I lavoratori nelle economie di piattaforma non condividono neppure un luogo di lavoro fisico, costretti come sono a interagire individualmente attraverso l’impersonalità delle piattaforme. Se questa atomizzazione della classe operaia sta avendo luogo a livello globale, a complicare ulteriormente la situazione per i lavoratori cinesi sono la pervasività del controllo politico sui media nuovi e tradizionali e la completa assenza di organizzazioni sindacali indipendenti.

Eppure, non è passato molto tempo da quella parentesi di ottimismo menzionata all’inizio di quest’articolo, quel periodo nella prima metà del decennio scorso in cui, per un breve momento, si è avuta la sensazione che i lavoratori cinesi finalmente potessero avere voce in capitolo nelle proprie condizioni di lavoro. Allora alcune organizzazioni non governative (Ong) stabilite per fornire assistenza a lavoratori hanno cominciato ad andare oltre l’approccio strettamente legalistico che avevano adottato fino a quel momento, iniziando ad insegnare ai lavoratori come eleggere dei rappresentanti per contrattare collettivamente con le aziende. Queste nuove Ong del lavoro ‘movimentistiche’ promuovevano una sorta di contrattazione collettiva condotta ‘dal basso’ che permetteva ai lavoratori di inventare nuove strategie per confrontarsi con i datori di lavoro, i sindacati e le autorità locali in modo da avanzare rivendicazioni non necessariamente vincolate agli standard minimi previsti dalla legislazione esistente.

Alla metà del decennio scorso, queste organizzazioni stavano ottenendo una serie di significative vittorie in azioni collettive. È stato in quel momento che il Partito-Stato è intervenuto con forza con un misto di concessioni e repressione. Sul fronte delle concessioni, le autorità cinesi adottarono una serie di politiche locali in materia di negoziazione collettiva dei salari, le quali però in assenza di sindacati rappresentativi si dimostrarono largamente inefficaci. Allo stesso tempo, l’apparato della pubblica sicurezza lanciò un giro di vite contro le Ong del lavoro in prima linea nel promuovere la contrattazione collettiva. Sebbene non fosse la prima volta che queste organizzazioni finivano sotto attacco, sotto Xi Jinping la pressione su questi attivisti ha raggiunto livelli frenetici ed è diventata costante, cominciando con un’ondata di arresti di attivisti nel dicembre del 2015, alla quale fece seguito una campagna diffamatoria sui media nazionali. Tutto questo pose effettivamente fine all’esperimento delle Ong del lavoro con la contrattazione collettiva.

Negli anni successivi, altri gruppi di attivisti hanno tentato strategie radicalmente diverse. Nel 2018, in un momento in cui l’attivismo operaio in Cina era già in crisi, i lavoratori della Jasic, un’impresa privata di Shenzhen specializzata nella produzione di macchinari per la saldatura, si sono mobilitati per rivendicare non solo condizioni di lavoro migliori, ma anche il diritto di stabilire un sindacato aziendale che rappresentasse davvero i loro interessi. Ciò che differenziava questa mobilitazione da altre proteste simili che avevano avanzato pretese simili in passato era il coinvolgimento di studenti maoisti da alcune delle più importanti università cinesi. Alcuni di questi studenti giocarono un importante ruolo clandestino nell’organizzare la protesta e, quando i lavoratori inevitabilmente si scontrarono con l’apparato repressivo della pubblica sicurezza, decine di loro compagni viaggiarono a Shenzhen per manifestare pubblicamente la propria solidarietà. Le conseguenze furono disastrose tanto per gli studenti quanto per i lavoratori, molti dei quali finirono vittima di una campagna repressiva che nei mesi successivi colpì i gruppi studenteschi marxisti nei campus universitari cinesi. Anche attivisti di Ong del lavoro che con la protesta della Jasic avevano avuto poco o nulla si trovarono a fare i conti con la furia del Partito-Stato.

Cosa rimane

L’esperimento delle Ong del lavoro cinesi con la contrattazione collettiva nella prima metà degli anni Dieci e la protesta della Jasic nel 2018 hanno rappresentato il canto del cigno per una certa idea politica di attivismo operaio cinese. È risaputo come il Partito-Stato abbia imposto al movimento dei lavoratori in Cina forti limiti tanto sul piano pratico, attraverso l’assegnazione del monopolio dei lavoratori a un’unica organizzazione sindacale controllata dalle autorità, quanto sul piano discorsivo, con l’approvazione e disseminazione di un apparato imponente di leggi sul lavoro che codificano nei minimi dettagli ciò a cui i lavoratori hanno diritto. I lavoratori della Jasic e le Ong del lavoro hanno cercato di sfidare entrambe le costrizioni. Mentre l’esperimento delle Ong del lavoro con la contrattazione collettiva promuoveva un’idea di attivismo fondata sulla capacità dei lavoratori di organizzarsi autonomamente per rivendicare interessi piuttosto che diritti calati dall’alto, gli studenti e i lavoratori della Jasic hanno cercato di reintrodurre nel movimento dei lavoratori cinesi il linguaggio della lotta di classe, rivelando la natura eminentemente politica di istanze che nella Cina contemporanea, per ragioni di convenienza, vengono solitamente mascherate in termini economici. In entrambi i casi, la disfatta è stata pressoché totale.

Ciò che resta sull’onda del naufragio di questi due esperimenti è la quieta disperazione che menzionavo in apertura. Sia ben chiaro: scioperi continuano ad avere luogo giorno dopo giorno nelle fabbriche e nei posti di lavoro cinesi, ancora oggi non mancano Ong che offrono consulenze legali e attività culturali per i lavoratori e l’interesse ad esplorare e promuovere una visione ‘altra’ del mondo del lavoro non è certo morto tra molti lavoratori e studenti cinesi. Eppure, di fronte al crescente potere repressivo del Partito-Stato, unito alla capacità infinita del capitale di innovare le frontiere dello sfruttamento e alla crescente atomizzazione della classe operaia a causa dei mutamenti strutturali dell’economia, è lo spazio per la sperimentazione politica nel campo del lavoro e oltre che è venuto progressivamente meno. In un contesto simile, l’attivismo operaio non può che seguire i canali pratici e discorsivi imposti dal Partito-Stato, assumere le forme tipiche della resistenza dei deboli oppure concludersi in tragedia. Forse un giorno si scoprirà che le esperienze del decennio passato non sono state vane, che sono state il fertilizzante per una nuova generazione di attivisti, ma al momento le prospettive per il movimento dei lavoratori in Cina (come peraltro altrove) appaiono grame.

Articolo pubblicato su Gli Asini, Agosto-Settembre 90-91 2021.

https://gliasinirivista.org/abbonati/

https://www.produzionidalbasso.com/project/dona-un-abbonamento-a-gli-asini-a-100-spazi-pubblici/

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo alla rubrica Green Passion che ci è stato inviato da Niccolò Bertuzzi, ricercatore in sociologia all'Università di Trento. Buona lettura!

 

Gli ultimi giorni di agosto hanno segnato una notevole escalation della violenza (o della sua percezione) nel campo di battaglia legato alla vaccinazione anti-Covid e alle politiche pandemiche. Diversi episodi che hanno avuto come protagonisti i cosiddetti no-vax / no green pass sono stati ampiamente notiziati dalle principali testate giornalistiche e dai notiziari nazionali: l’aggressione al giornalista di Repubblica avvenuta a Roma, gli scontri al gazebo dei 5Stelle a Milano, le minacce ricevute dal noto infettivologo Matteo Bassetti. Chiunque abbia frequentato qualche piazza in vita sua, sa bene che episodi simili sono 1) possibili, 2) minoritari e solitamente anche più “gravi”, 3) solitamente isolati, 4) volutamente notiziati con funzione stigmatizzante dai media. Questo avveniva ben prima delle mobilitazioni attuali: rappresentare questi eventi come anomali e clamorosi può piacere a certa stampa e a certo pubblico, e per certi versi può servire a una parte del movimento no vax / no green pass per rivendicare tali narrazioni in modo vittimizzante. Prima di procedere oltre e andare al cuore della questione, ci tengo a precisare che utilizzo in questo articolo il termine “No Vax” in maniera semplificatoria, ben consapevole – anche per ragioni di ricerca che sto svolgendo su questa popolazione – che si tratti di una realtà molto complessa. L’utilizzo di un’etichetta unilaterale nasconde ragioni diversificate e background socio-politici estremamente variegati. Il termine suona fin troppo simile a No Tav o No Tap, ma l’uso mistificato che ne viene fatto è molto più simile a quello di una definizione stigmatizzante come Nimby.

Detto ciò, l’escalation di violenza più interessante da analizzare è quella della fazione opposta, definita in modo altrettanto semplicistico come pro-vax. Come noto negli ambienti di movimento, lo stigma riversato sulle piazze spesso nasconde una violenza strutturale ben più profonda esercitata dall’alto. In questa sede non mi occuperò della presunta violenza sistemica utilizzata dalle istituzioni e denunciata anche dai no vax /no green pass: che vi siano all’orizzonte concreti pericoli legati al controllo sociale, alla repressione e all’accelerazione della digitalizzatione capitalista, pare difficile da negare. Tuttavia - e purtroppo, aggiungerei - la denuncia di questi aspetti assume non di rado tinte complottiste, ingenue e persino funzionali al potere.

Quel che interessa qui è la violenza esplicitamente rivendicata in questi giorni da esponenti del fronte più marcatamente (e mediaticamente visibile) favorevole alla vaccinazione di massa “senza se e senza ma”, all’obbligo vaccinale, al green pass esteso in ogniddove. Mentre ci si spertica a condannare un operatore scolastico che cerca di aggredire un giornalista, mentre un anziano viene denunciato per aver espresso opinioni personali sul proprio profilo Facebook, allo stesso tempo Giuliano Cazzola - ex sindacalista CGIL ma anche strenuo difensore della riforma Fornero e membro negli anni di Psi, Pdl, Scelta Civica e attualmente di Più Europa – dichiara in televisione che coloro che non si vaccinano “vanno sfamati col piombo, serve Bava Beccaris”. Praticamente in contemporanea, l’assessore alla sanità della regione Lazio, Alessio D’Amato del Pd, propone per la stessa categoria di individui la sospensione del welfare, sostenendo che chi rifiuta il vaccino dovrebbe “pagarsi le cure di tasca propria”. Al di là della pericolosità di una simile posizione, preme far notare che nel proporla D’Amato si rifà esplicitamente al modello-Lombardia, confermando la capacità degli amministratori Pd di andare oltre ogni peggior aspettativa nei loro confronti, fino a trasformare la campagna vaccinale in un’occasione per minare le fondamenta del servizio sanitario nazionale. Purtroppo, al posto di rimandare al mittente una proposta così scellerata e chiedere le dimissioni di chi l’ha avanzata, molte testate giornalistiche si sono scapicollate per capire se l’idea sarebbe percorribile in punto di diritto. Per chiudere il cerchio delle uscite palesemente sopra le righe degli ultimi giorni, lo stesso Bassetti dice in prima serata che coloro che rifiutano il vaccino costituiscono “un movimento sovversivo, sono dei terroristi”.

Al di là di quanto le piazze attuali ci piacciano o meno, affermazioni come quelle di Cazzola, D’Amato e Bassetti sono potenzialmente pericolose per qualsiasi movimento di contestazione alla governance neo-liberale, in quanto aprono un fronte discorsivo in grado di essere applicato a qualsiasi espressione di conflitto (e che in realtà è già stato applicato nei confronti dei movimenti contro le grandi opere, dei No Expo, dei movimenti studenteschi e di quelli per la giustizia ambientale, ma con minor visibilità mediatica e dunque con minor presa sulla popolazione generale).

Chiunque abbia frequentato qualcuna delle proteste di queste settimane è stato probabilmente colpito dal livello di spontaneismo/impreparazione dei manifestanti più che da una loro politicizzazione di estrema destra o da un’attitudine violenta, come invece viene raccontato a reti unificate. La gran parte sono first-time protesters, come li definirebbe la letteratura scientifica: persone di mezza età, classe media o medio-alta, mai mobilitatesi in precedenza. Sono piazze al contempo effervescenti e contraddittorie, spontanee e impreparate. Questo è ovviamente problematico: perché si attivano solo ora, per una questione individuale e che li tocca personalmente? Al contempo bisogna prendere atto che nel paese è in corso una mobilitazione diffusa, “dal basso” e con pochi precedenti nella storia recente: può non piacerci la composizione di queste piazze, ma ignorarle, considerarle un fenomeno monolitico o derubricarle a priori sarebbe scorretto e strategicamente inefficace.

Non interessa qui prendere posizione favorevole o contraria rispetto alle posizioni no vax / no green pass. Come argomentato in altra sede, sarebbe anzi opportuno uscire da una prospettiva dicotomica, tipica delle rappresentazioni mediatiche e – ancor più rilevante – espressione di una visione del mondo incapace di uscire dai confini epistemologici dell’occidente contemporaneo. Interessa piuttosto chiedersi il perché di toni così estremisti usati da esponenti di forze politiche moderate o comunque da personaggi pubblici vicini al governo. L’impressione è che questi toni vengano assunti da queste forze politiche (o da loro singoli esponenti) con l’obiettivo di accaparrarsi le simpatie di quella parte di popolazione che è stata radicalizzata da mesi di narrazione e propaganda manichea. Laddove è plausibile che una certa fetta di elettorato, non solo quella “no-vax” dura e pura ma più in generale quella che sta accrescendo la propria sfiducia verso istituzioni e classe politica, viri verso i pochi partiti che sono stati all’opposizione (sappiamo bene che spesso si tratta di un’opposizione di facciata, ma tant’è), allo stesso modo i partiti moderati – di centrodestra, centrosinistra, insieme ai 5Stelle – cercano di giocarsi i voti di chi ha radicalizzato la propria posizione in senso opposto. Del Pd si è già detto, ricordando la scellerata proposta di D’Amico, forse estrema ma paradigmatica del vento che tira al Nazareno: si sa che, da quelle parti, non sono particolarmente abili a intuire il verso cui tende l’opinione pubblica. Su quel che resta del mondo post-berlusconiano, post-craxiano e post-pannelliano, non è nemmeno il caso di infierire: si tratta quasi sempre di un equilibrismo fra posizioni di grande responsabilità istituzionale e inni sfrenati alla deregolamentazione e al neoliberismo. Più interessante il fenomeno 5Stelle, oramai completamente trasfigurati e sempre più simili a una novella Democrazia Cristiana 4.0. Esaurita la loro funzione storica, ossia quella di contribuire all’affossamento dei partiti tradizionali e sdoganare la tecnocrazia, si sono trasformati in un partito più tradizionale di quelli tradizionali, eventualmente un po’ più tecnologico. Queste forze politiche si stanno combattendo (e contemporaneamente spalleggiando) in queste settimane nel tentativo di spostare sempre più in alto l’asticella dell’estremismo di centro, con l’obiettivo di consolidare la propria posizione presso ampi strati di elettorato moderato, legalista, filo-istituzionale fino al parossismo, sostanzialmente innamorato di una figura autorevole e autoritaria come Mario Draghi. Inoltre cercano di recuperare qualche voto fra quelli che magari non sono innamorati del presidente del consiglio, ma serbano rancore per le perdite economiche di questi mesi, e anche per questo desiderano la ripresa della stabilità e dei consumi, la cosiddetta “normalità”. Questi partiti cercano di essere il più reazionari e al contempo ultraliberisti possibili. Infatti non bisogna dimenticare la grossa questione che sta dietro a tutte le politiche pandemiche che abbiamo visto susseguirsi nell’ultimo anno e mezzo, e cioè l’indiscutibile primato del produttivismo su qualsiasi altra cosa. I discorsi governativi che si sono alternati nei mesi sono stati “bisogna tenere aperto”, “bisogna tornare a consumare”, fino alla frase, quasi innocente, pronunciata da Draghi qualche settimana fa: “usiamo il green pass per chiudere la stagione delle misure restrittive alle imprese”.

Sull’onda di questo mantra, si continuano ad avvallare posizioni pericolose in ottica di salute pubblica, non da ultimo l’allungamento della validità del green pass a 12 mesi, comunicato dalla sera alla mattina, e che ad ogni effetto rischia di far circolare senza precauzioni (nemmeno un tampone) individui in una condizione piuttosto simile a quella dei non vaccinati. Ancor più paradigmatica della vena neoliberista delle attuali politiche pandemiche è la decisione di non garantire la copertura INPS per la quarantena, invogliando così a non adottare comportamenti volti alla tutela della salute pubblica, per non perdere il sacrosanto diritto alla retribuzione. Tanto si sa, l’altro lato del produttivismo neoliberista è la responsabilizzazione individuale, nel caso qualcosa vada storto.

Sullo sfondo delle riflessioni fin qui espresse, restano alcune questioni ben più grandi della congiuntura Covid e delle piazze attuali. Ne menziono tre molto brevemente. La prima è la volontà di eliminare il conflitto sociale. Chiaramente questa era una caratteristica ben presente anche prima del febbraio 2020, ma la stigmatizzazione che stanno subendo coloro che – con differenti ragioni – si oppongono alla linea governativa di gestione della pandemia ha pochi precedenti. Al netto dei contenuti espressi da no vax, no green pass, semplici cittadini dubbiosi o ambienti di movimento più vicini a posizioni anticapitaliste, un punto dovrebbe restare fermo: la società non è mossa (solo) dall’ordine e dal consenso, ma anche e soprattutto dal conflitto. In secondo luogo, le dinamiche di questi mesi rischiano di creare nuovi schieramenti, ma ancor più di alimentare diseguaglianze etniche e di classe già esistenti. Se è condivisibile la critica mossa alle piazze no green pass di essere spesso etnocentriche e middle-class (critica molto più realistica rispetto a quella di fascismo), altrettanto vero è che troppo poco si è cercato di rendere egemonici in questi ambienti alcuni discorsi che in parte anch’essi sostengono: gratuità dei tamponi (per eliminare un evidente discrimine basato sul reddito) e sospensione dei brevetti (per contestare il colonialismo che caratterizza la governance internazionale della pandemia, così come di altre questioni, prima fra tutte il climate change). Infine il punto più importante, già accennato in precedenza, e cioè la necessità di uscire da una prospettiva completamente binaria, espressione di un riduzionismo tipicamente occidentale, che assume i suoi tratti peggiori nell’adesione a politiche e prospettive basate su concorrenza, scientismo e tecno-entusiasmo. Tutti elementi, a ben vedere, fortemente propagandati in chiave anti-scettica in questi mesi, all’interno di un quadro dicotomico fatto di buoni e cattivi. Se le piazze no vax / no green pass (o per lo meno una parte di esse) non sono il luogo dove cercare una via d’uscita da questo paradigma, l’opposizione che alcuni settori di quel movimento stanno portando alla governance neoliberale - spesso in modo sgangherato e magari non sempre condivisibile nei contenuti – andrebbe presa sul serio. Anzi, ne andrebbero radicalizzati alcuni caratteri, che sono in nuce e rischiano di prendere direzioni disfunzionali o funzionali al potere, e che invece potrebbero risultare preziose per le battaglie dei prossimi anni: in primis la critica al positivismo, alla tecnocrazia e ai potentati economico/finanziari. Anche considerando che il livello dello scontro potrebbe inasprirsi di fronte alla "linea dura" dettata dal governo in questi giorni. Nulla di nuovo dunque. Ma è più che mai necessario riportare il conflitto nella giusta direzione e contrastare i nemici di sempre: gli estremisti di centro.

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

L’estate sta finendo e attraversiamo una fase in cui gli strumenti per leggere la realtà che ci circonda non sono mai abbastanza e lo spaesamento non accenna a diminuire.

In particolare un fenomeno, negli ultimi tempi, ha occupato le pagine dei giornali e le piazze di numerose città italiane e non solo: le manifestazioni di protesta contro il green pass. Molto abbiamo detto sulla pandemia, sulla sua gestione statale e sulle conseguenze delle decisioni istituzionali sulla nostra salute. Ad oggi però nella galassia di chi si pone queste domande e solleva criticità è molto complesso restituire un punto di vista condiviso per quanto riguarda le proteste contro il green pass, le contrarietà alla vaccinazione, le discussioni sul vaccino come lasciapassare per poter condurre una vita per così dire (sappiamo che non è così) “normale”. Per questo motivo abbiamo pensato di iniziare a pubblicare una serie di contributi che in qualche modo provassero a problematizzare differenti aspetti della questione poiché non possiamo rimanere silenti solo perché manchiamo di chiavi di lettura a fronte di questo fenomeno. Non possiamo negare la difficoltà legata alla ancor limitata discussione interna e per questo motivo abbiamo scelto di pubblicare dei testi che non hanno alcuna pretesa di essere esaustivi né condivisibili nella loro totalità, in questo senso è possibile che entrino in contraddizione tra di loro e non rispecchino il punto di vista di ciascuno e ciascuna. Se pensiamo che al momento non sia possibile sottrarsi al dibattito senza temere critiche o perplessità, allo stesso tempo pensiamo che sia necessario un incessante lavoro di inchiesta e conricerca nel campo delle contraddizioni. Questo è solo un inizio di dibattito che vorremmo allargare a chiunque avesse delle riflessioni nel merito con l’intenzione di condividerle, ciononostante fondamentale sarà immergersi al più presto in quelle faglie di realtà che sono foriere di confusione, ma allo stesso tempo del futuro che verrà. Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui di seguito la raccolta dei primi contributi:

No Green Pass e Sanità Pubblica: un problema da considerare

I no-vax devono morire (e dopo di loro gli altri). Estremismo di centro e marginalizzazione del conflitto

Green Pass: Questa volta è diverso

Commento: Una dicotomia che rafforza l'ordine costituito

Nella loro testa - Un tentativo di classificazione utile

Impressioni dalla piazza No Greenpass di Milano

Insegnare col Green Pass

Green Pass: una stretta autoritaria per allontanare le responsabilità della classe dirigente 

Green Pass: esiste ancora la possibilità di verità?

Green Pass: tra irrazionalità e incostituzionalità

 

Altri materiali:

ll nostro editoriale Green Pass: andare oltre un dibattito infruttuoso

Pandemia, vaccino, pass sanitario: per una posizione rivoluzionaria

Intervista a un sorcio / codardo / bamboccione / fascista etc (*)

Sfera del mondo e immagine del mondo

Chi non danza non sa cosa succede 2 - Voci dal Weekend ad Alta Felicità

Autointervista sulla gestione della pandemia da covid-19

Il passaporto vaccinale e l’incognita dei conflitti. Alcune note polemiche a partire da uno scritto di Valérie Gérard.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Socialisti e libertari fecero parte dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT) – la I Internazionale – fin dalla sua origine, nel 1864. I disaccordi tra Marx e Bakunin portarono a un’amara scissione nel 1872. Per Marx, le ragioni della scissione stavano nelle tendenze panslaviste e nel frazionismo antidemocratico e cospirativo di Bakunin. Da parte sua, Bakunin riteneva che la scissione si dovesse all’orientamento pangermanistico di Marx, nonché al suo autoritarismo e inaccettabile modo di comportarsi. Al di là delle scontate esagerazioni, tuttavia, entrambe le accuse contengono una parte di verità ed è difficile attribuire la responsabilità a uno solo dei due.

Quel che si dimentica è il dato semplice e importante che quell’organizzazione fu aperta e pluralista.

Era un’associazione in cui i compagni di Proudhon, Marx, Bakunin, Blanqui ed altri, ben oltre i disaccordi e gli scontri, seppero lavorare insieme per molti anni, adottando a volte risoluzioni comuni e battendosi gomito a gomito nell’evento più importante del XIX secolo: la Comune di Parigi.

Poco dopo la fondazione della I Internazionale, il suo Consiglio Generale incaricò Marx della redazione degli Statuti Provvisori dell’Associazione. Il documento enunciava nel preambolo: “L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi”, frase che continua a costituire la base comune di marxisti e anarchici.

Fin dall’inizio, alla I Internazionale parteciparono libertari e socialisti. Tra cui i seguaci di Proudhon (1809-1865), i cui rapporti con i socialisti marxisti non erano necessariamente conflittuali.

Entrambe le tendenze, inoltre, sostennero la risoluzione che stabiliva che i lavoratori devono respingere la guerra con lo sciopero generale. A Marx, che non era presente al Congresso di Bruxelles, quella risoluzione non piacque, perché gli sembrava irrealistica, pur essendo stata proposta da Charles Longuet, uno dei suoi compagni che poco dopo sarebbe diventato suo genero, essendosi sposato con la figlia di Marx, Jenny.

Fu in quel momento che Bakunin aderì alla I Internazionale. Su molte questioni dichiarava di condividere le idee di Marx. Si incontrò con quest’ultimo durante un suo viaggio a Londra nel 1864 e poi nel 1867. Marx gli inviò una copia del Capitale. La reazione di Bakunin fu entusiasta: si congratulò con “il Sr. K. Marx, l’illustre capo del comunismo tedesco” e con il “suo magnifico lavoro, Il Capitale”. Pensava che il libro andasse tradotto in francese, perché:

"per quel che ne so, nessun altro libro contiene un’analisi così scientifica, profonda e chiara e, posso anche dire, così spietata nello smascherare la formazione del capitale borghese e il suo sistematico e crudele sfruttamento cui sottopone il proletariato. L’unico difetto del libro è che […] è scritto, solo in parte, in uno stile troppo metafisico e astratto […] che ne rende la lettura difficile e addirittura impraticabile per la maggioranza dei lavoratori. Naturalmente, i lavoratori dovrebbero leggerlo. La borghesia non lo leggerà mai e, se lo fa, non lo capirà e, se lo capisce, non vi farà mai riferimento: il libro altro non è se non la sua condanna a morte, non come individui ma come classe, scientificamente fondata e irrevocabilmente pronunciata."

Certamente, le forti divergenze fra Marx e Bakunin esistettero fin dall’inizio. Il 28 ottobre 1869, in una lettera a Herzen, Bakunin manifestò il suo dissenso di principio con quello che considerava il “comunismo statale” di Marx. Nella stessa lettera, tuttavia, segnalava al riguardo di Marx: “non dobbiamo sminuire, e io non lo faccio, l’immenso servigio che ha reso alla causa del socialismo, che ha servito con intelligenza, energia e sincerità nel corso degli ultimi venticinque anni, un impegno nel quale ha superato tutti noi".

Nella Comune di Parigi del 1871 anarchici e marxisti collaborarono nella prima grande prova di potere proletario nella storia moderna. Già nel 1870, Leo Frankel, un attivista operaio ungherese che lavorava in Francia, molto amico di Marx, e Eugène Varlin, dissidente proudhoniano, lavorarono insieme alla riorganizzazione della sezione francese dell’AIT. Dopo il 18 marzo del 1871, collaborarono strettamente nella direzione della Comune di Parigi: Frankel come commissario al lavoro e Varlin come commissario alla guerra. Nel maggio del 1871 presero parte entrambi agli scontri con le truppe di Versailles. Varlin fu giustiziato dopo la sconfitta della Comune, mentre Frankel riuscì a emigrare a Londra.

 

Malgrado la sua breve durata – solo pochi mesi – la Comune costituì la prima esperienza storica di potere rivoluzionario dei lavoratori organizzato democraticamente (con delegati eletti a suffragio generale) e di distruzione dell’apparato burocratico dello Stato borghese. Costituì inoltre un concreto esperimento di pluralismo, cui lavorarono insieme “marxisti” (anche se il termine ancora non esisteva), proudhoniani di sinistra, giacobini, blanquisti e socialisti repubblicani.

 

Marx, in modo interessato, si rallegrò che durante il periodo della Comune, nella pratica, i proudhoniani dimenticassero l’ostilità verso l’intervento politico del loro promotore, e che nel contempo alcuni anarchici si compiacevano che gli scritti di Marx sulla Comune accantonassero il centralismo e abbracciassero il federalismo. È certo che La guerra civile in Francia, come la dichiarazione della I Internazionale sulla Comune scritta da Marx e molti altri materiali e bozze per la loro elaborazione diedero prova dell’accanito antistatalismo di Marx. Definendo la Comune come la forma politica, finalmente trovata, per l’emancipazione dei lavoratori, insistette sulla distruzione dello Stato, questo corpo artificiale, questa angosciante oppressione, questa escrescenza parassitaria.

 

In realtà, non era la prima volta che Marx manifestava energicamente il suo punto di vista antistatalista. Lo aveva già fatto nel manoscritto della sua Critica della filosofia del diritto di Hegel (1843), dove scrisse:

"lo Stato costringe, opprime, regola, vigila e tutela la società civile, dalle sue manifestazioni più vaste fino alle sue più insignificanti vibrazioni, dai modi di vita più generali fino alla vita privata degli individui.

Nella società borghese moderna questo corpo parassitario acquista, grazie a una straordinaria centralizzazione, una ubiquità, un’onniscienza, una capacità di muoversi accelerata e un’elasticità che trovano corrispondenza soltanto nella dipendenza senza protezione, nel carattere caoticamente informe dell’autentico corpo sociale.

Sicuramente, dopo la Comune, lo scontro tra le due tendenze rivoluzionarie si intensificò, giungendo all’espulsione di Bakunin e di Guillaume (un suo seguace svizzero) durante il Congresso dell'Aia dal 2 settembre al 7 settembre 1872 e il trasferimento della direzione dell’AIT a New York: di fatto, la sua distruzione. Dopo la scissione, gli anarchici fondarono la propria AIT.

Al di là della scissione, Marx ed Engels non ignorarono gli scritti di Bakunin e, in determinati casi, concordavano con i suoi argomenti antistatalisti. Ne è un esempio eloquente la Critica del Programma di Gotha (1875). Nel libro Stato e anarchia (1873) Bakunin condusse una critica acuta del concetto di “Stato nazionale” utilizzato dai socialdemocratici tedeschi, attribuito (a ragione) a Ferdinand Lassalle e (erroneamente) a Marx. Quando i seguaci di Marx si riunirono a Gotha nel 1875 per fondare il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), il Programma raccolse la formulazione di “Stato Popolare” per la Germania. Nella sua Critica al Programma di Gotha –scritto come contributo interno e pubblicato soltanto dopo la sua morte – Marx rigettava esplicitamente quella nozione. Di più: nella lettera all’amico Wilhelm Bracke – uno dei leader del partito – che accompagnava la copia della Critica inviatagli, Marx esplicitava che uno dei motivi per cui aveva scritto quel documento era: “Bakunin mi fa responsabile non solo dell’intero Programma del partito, ma anche di tutta la traiettoria di Liebknecht fin dal primo giorno della sua collaborazione con il Partito popolare (Volkspartei)”. Nel marzo 1875, in una lettera ad August Bebel, Engels era ancor più esplicito: “Gli anarchici hanno in testa solo questa storia dello ‘Stato Popolare’, nonostante già l’opera di Marx contro Proudhon e poi il Manifesto dicano con chiarezza che, con l’instaurazione del sistema socialista, lo Stato si dissolverà di per sé e sparirà”.

In ogni caso la I Internazionale fu un movimento socialista plurale, diversificato e democratico, in cui quelli che vi prendevano parte con posizioni diverse furono non solo capaci di coesistere, ma di collaborare nel pensiero e nell’azione per diversi anni, svolgendo un ruolo di avanguardia nella prima grande moderna rivoluzione proletaria. Fu un’Internazionale in cui marxisti e libertari, sia individualmente sia a livello di organizzazioni (ad esempio il Partito Socialdemocratico Tedesco), riuscirono – malgrado gli scontri – a lavorare insieme e a intraprendere azioni comuni.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons