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Articoli filtrati per data: Thursday, 16 Settembre 2021

Riceviamo e pubblichiamo volentieri...

Lo scorso 1° settembre, lə abitantə della “Casa da Ladra”, un’occupazione sorta all’inizio della primavera nelle vicinanze del famoso mercato “Feira da Ladra” di Lisbona, sono statə svegliatə da alcuni operai intenti a murare la porta della propria abitazione.

Il fondo immobiliare Spark Capital, molto attivo in città e proprietario dell’immobile comunicava così, alle persone che vi risiedevano, in maniera del tutto informale e senza un’ordinanza di sfratto, di avere due giorni di tempo per liberare l’edificio. Come promesso, la mattina di venerdì 3 settembre la polizia si presentava in forze, chiudendo la strada ed impedendo di avvicinarsi all’immobile, sia all’avvocata dellə occupanti che a decine di solidali. Nel corso della mattinata, le forze dell’ordine sfondavano la porta d’ingresso e mettevano in atto uno sfratto illecito, in quanto non supportato da una legittima ordinanza. Le 14 persone che si trovavano all’interno dell’edificio venivano poi condotte nel vicino commissariato del quartiere “Penha da França”, e lì identificate, interrogate e denunciate per resistenza e occupazione abusiva, riuscendo a parlare con la propria avvocata solamente nel pomeriggio. Nel frattempo, alcuni operai contrattati dal fondo Spark Capital provvedevano tempestivamente a murare le vie d’accesso all’immobile, non curandosi del fatto che gli averi dellə abitanti si trovassero ancora all’interno. Solo tre giorni dopo, lo scorso 6 settembre, le 14 persone denunciate, oltre ad aver perso la propria casa e le proprie cose, si sono ritrovate a dover comparire davanti a un tribunale. Sebbene per il momento l’udienza sia stata rimandata, dando quantomeno tempo di organizzare una difesa, le accuse permangono.

Nonostante questo episodio abbia suscitato particolare clamore, chi conosce la capitale lusitana sa che non è affatto raro, vagando per le vie cittadine, imbattersi in edifici le cui vie d’accesso siano murate. È uno degli effetti del crudele gioco della speculazione immobiliare, le cui regole prevedono che un condominio possa essere lasciato vuoto, sebbene abitabile, in attesa del momento propizio per vendere o ristrutturare. Una vera e propria piaga che negli ultimi anni ha trovato a Lisbona un terreno particolarmente fertile, contribuendo a velocizzare i processi di gentrificazione in atto. La città è d’altronde diventata non solo una vera e propria capitale del turismo, con numeri in progressivo aumento sino all’insorgere della pandemia, ma anche la scelta di vita di migliaia di giovani internazionali, attratti dalle opportunità di lavoro offerte dalle numerose multinazionali sbarcate nel paese, grazie a un regime fiscale agevolato ed i bassi stipendi.

Il cambiamento negli ultimi anni è stato radicale e veloce. Gli affitti sono saliti vertiginosamente, a tassi così elevati da raddoppiare dal 2013 ad oggi e portare Lisbona all’ottavo posto della classifica delle capitali europee con i canoni più alti, secondo i dati del FMI. In un paese in cui il salario minimo mensile è di 665 euro, il costo della vita nella capitale è diventato insostenibile per una percentuale sempre più ampia della popolazione. Gli aumenti sono stati così repentini da comportare un vero e proprio esodo dei residenti dal centro della città verso i quartieri più periferici o verso i comuni limitrofi e, in molti casi, hanno lasciato senza un’abitazione stabile le persone in maggiore difficoltà. Numerose attività commerciali hanno dovuto chiudere i battenti, lasciando spazio a negozi di souvenir e ristoranti d’ogni tipo.

Tra chi invece ha raccolto i frutti di questo vero e proprio “boom”, vi sono soprattutto i grandi fondi immobiliari, che stanno letteralmente divorando la città un edificio dopo l’altro, ristrutturando palazzi interi da destinare agli affitti brevi o da vendere parcellizzati in appartamenti di lusso, a chi vede nel mercato immobiliare una buona occasione di profitto, o a chi desidera approfittare del controverso programma detto dei VISA GOLD, che permette un rapido accesso alla cittadinanza portoghese a chi sia disposto a spendere ingenti somme di denaro nell’acquisto di un immobile.

L’occupazione della “Casa da Ladra” è sorta proprio in uno delle migliaia di edifici lasciati letteralmente marcire dal capitale. Da circa sei mesi un gruppo di persone si era attivato per ripulire lo spazio e renderlo abitabile, destinando così un immobile al suo fine originario e salvandolo dalla brutale mercificazione di cui era divenuto oggetto. Il proprietario è ancora una volta il fondo immobiliare Spark Capital, già noto per le tristi vicende legate allo sfratto dello spazio sociale “Seara”, nel giugno 2020. In quella circostanza ad essere sgomberato fu un antico asilo, adibito in piena pandemia e attraverso uno sforzo comunitario a centro di appoggio mutuo, con l’obiettivo di supportare giornalmente decine di persone in difficoltà. Anche in quell’occasione tutto avvenne fuori dal diritto portoghese, non fu emessa infatti alcuna ordinanza di sfratto e lo sgombero venne attuato, non dalle forze dell’ordine, ma dai dipendenti dell’impresa di sicurezza privata “LB Segurança”, che si presentarono all’alba, armati di spranghe, bastoni, e persino una pistola a minacciare lə abitanti. Anche in quel frangente la polizia decise di difendere il fondo speculativo, permettendo che lo sfratto continuasse ed anzi aggredendo i solidali accorsi in soccorso della “Seara”.

Il problema abitativo è insomma una delle questioni più impellenti a Lisbona ed uno dei terreni di scontro più caldi. Al di là di questi significativi esempi da me riportati vi sono storie quotidiane di sfratti più silenziosi ma non per questo meno dolorosi e gravi. Interi quartieri “abusivi” stanno venendo pian piano demoliti, quasi sempre senza preoccuparsi del destino dellə abitanti. E se da un lato l’amministrazione parla spesso di progetti di “affitti accessibili”, dall’altro non esita a schierarsi sempre e comunque dal lato degli speculatori. Molti collettivi, sia in città che in altre parti del paese, cercano come possono di contrastare queste inique dinamiche e, a chi volesse approfondire la questione, consiglio la visione del documentario “O que vai acontecer aqui?” del collettivo “Left Hand Rotation”, facilmente reperibile online con i sottotitoli in diverse lingue. 

Luca

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In un convegno organizzato dalla Cgil della Liguria su come utilizzare gli 89 miliardi del Pnrr per i piani locali il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha detto “Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, il prossimo trimestre aumenta del 40% . Questecose vanno dette, abbiamo il dovere di affrontarle”. Poi in poche parole ha spiegato il perché della stangata in arrivo: “Succede perché il prezzo del gas a livello internazionale aumenta, succede perché aumenta anche il prezzo della CO2 prodotta”.

Il rincaro del gas ha una ragione semplice. Dopo lo stop dovuto alla pandemia l’economia mondiale sta ora ricominciando a correre. Le aziende tornano a lavorare a pieno regime, e la domanda di energia si impenna. Ergo, il costo del gas, fonte principale dell’elettricità, aumenta. Poi c’è l’altro elemento, l’aumento del prezzo della CO2. E questo ha a che fare con la necessità di decarbonizzare l’economia, per combattere la crisi climatica. Le aziende che producono anidride carbonica (il principale gas serra), fra le quali quelle energetiche, nella Ue devono pagare per questo, comprando quote di emissioni nel sistema europeo Ets. Il prezzo di queste quote viene aumentato gradualmente, per spingere le aziende a decarbonizzare. Ma questo porta anche a un aumento dei costi di produzione, e quindi delle tariffe in bolletta.

Ma è proprio cosi’? il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans parlando alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo proprio oggi ha dichiarato che “Solo un quinto dell’attuale aumento dei prezzi può essere attribuito alla crescita del prezzo della CO2, il resto dipende dalle carenze del mercato e se avessimo fatto il Green Deal 5 anni fa non saremmo in questa situazione perché saremmo meno dipendenti dalle fonti fossili e dal gas naturale”.

L’analisi di Sergio Ferraris giornalista scientifico, direttore della rivista QualeEnergia Ascolta o scarica

Il commento di Sergio Andreis direttore del Kyoto Club, ong no-profit impegnata contro i cambiamenti climatici promotrice insieme a Legambiente di un progetto per la decarbonizzazione degli impianti di riscaldamento Ascolta o scarica

“L’inadeguatezza del Ministro Cingolani rispetto al suo ruolo si manifesta sempre più apertamente” –ha dichiarato Eleonora Evi, eurodeputata e co-portavoce nazionale di Europa Verde. “Dopo aver autorizzato nuove trivellazioni, aperto al nucleare e diffuso una narrazione del terrore, secondo la quale la transizione ecologica sarà un bagno di sangue, il Ministro continua a far arretrare il Paese rispetto al necessario percorso di transizione verde che l’Europa non si limita a chiedere, ma indica attraverso lodevoli esempi da parte di altri Paesi. E accade dunque, che mentre in Spagna il governo taglia i prezzi di elettricità e gas a spese delle compagnie elettriche, per far fronte all’aumento dei prezzi reso noto già lo scorso agosto, in Italia siamo costretti a sentire dichiarazioni secondo le quali l’aumento delle bollette raggiungerà la percentuale del 40% a causa delle politiche europee di decarbonizzazione che prevedono una tassazione sulla CO2 per le aziende. Posto che questo fattore incide sull’aumento del prezzo del gas solo per il 20%, è evidente che è proprio il ritardo dell’Europa e dell’Italia nel puntare sulle energie rinnovabili a conferire peso al gas, da cui siamo ancora troppo dipendenti. Un concetto ribadito proprio oggi dal vice presidente Timmermans in plenaria, durante la presentazione del pacchetto FIT FOR 55: se avessimo lanciato il Green deal cinque anni fa non saremmo in questa situazione, perché saremmo meno dipendenti dalle fonti fossili e dal gas naturale”.

Dopo le dichiarazioni del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani sul rincaro delle bollette energetiche, per Wwf, Legambiente e Greenpeace «Siamo alle solite: di fronte a un problema, si cerca di accusare i soldi spesi per una giusta causa (in questo caso il prezzo della CO2, in passato gli incentivi alle rinnovabili) per alzare una cortina fumogena. Questo impedisce di comprendere e ovviare alle dinamiche speculative internazionali sui prezzi e sull’approvvigionamento del gas. Ma soprattutto mette in ombra l’indubbio ruolo calmierante che le rinnovabili stanno avendo per la bolletta elettrica, visto che ci consentono di limitare le importazioni di gas. Questo dovrebbe quindi indurci ad accelerare sulla transizione energetica e, nel settore elettrico, favorire il passaggio diretto alle rinnovabili, una volta chiuse le centrali a carbone, e spingere l’energia più conveniente in assoluto, quella non consumata con le misure di efficienza e risparmio energetico. Visto che oltretutto l’alto prezzo del gas le rende molto convenienti».

Questi continui aumenti non sono giustificati – sostiene la Confederazione Cobas- “Che che ne dicano il ministro Cingolani, il governo Draghi e la Commissione UE,non c’è alcuna ” congiuntura sfavorevole”, c’è solo lo stravolgimento e l’alterazione del mercato dei combustibili fossili dominato dalle lobby del gas e del petrolio, che fanno e disfanno a loro piacimento i prezzi per ottenere il massimo profitto con il minimo sforzo, fregandosene dei disastri imposti alle popolazioni e ai singoli Stati. Stati, spesso complici, se non sudditi e arresi, che lasciano fare senza muovere un dito, senza mettere in atto provvedimeti in contrasto e sopratutto virtuosi, per osteggiare e superare definitivamente la subalternità al potere delle lobbies”.

Vincenzo Miliucci Cobas Lavoro Privato Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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La storia dei sei prigionieri politici palestinesi dovrebbe ispirare speranza e azione, non gettarci nella disperazione.

Fonte: english version

Susan Abulhawa – 12 Settembre 2021

Immagine di copertina: Manifestazione a sostegno dei sei prigionieri palestinesi evasi dalla prigione di Gilboa, a Nazareth l’11 settembre 2021 [Reuters/Ammar Awad]

Per quattro giorni, i palestinesi all’interno della Palestina e che vivevano in esilio nella diaspora sono stati euforici. In un atto di straordinaria creatività e determinazione, sei coraggiosi prigionieri politici palestinesi sono fuggiti da una prigione di massima sicurezza israeliana attraverso un tunnel scavato da loro stessi.
Si presume che lo abbiano fatto con un cucchiaio, poiché non avrebbero avuto altri strumenti. Certamente, non avevano i macchinari necessari per una tale impresa. Le aperture del tunnel erano estremamente strette, lasciando tutti sconcertati su come sei uomini adulti fossero riusciti a passarvi.
Mi sono subito venuti in mente questi versi di una poesia di Mahmoud Darwish:

La Terra si sta chiudendo su di noi
spingendoci attraverso l’ultimo passaggio
e ci strappiamo le membra per passare.

Infatti, quando due di loro – Yaqoub Qadri e Mahmoud Abdullah al-Arida – sono stati catturati il quinto giorno, le loro foto hanno mostrato come avessero perso una grande quantità di peso, presumibilmente per passare attraverso l’apertura. Era la vita che imitava l’arte: strappavano parti dei loro corpi per percorrere il passaggio verso la libertà.
Il giorno seguente sono stati catturati Zakariah Zubeidi e Mohammad al-Arida. Ayham Kamamji e Munadil Infaat rimangono liberi, lottano per le loro vite, resistendo il più a lungo possibile.
La polizia israeliana ha scattato foto degli uomini ammanettati, scegliendo di distribuire le immagini in cui i loro volti mostravano più angoscia. Qualcuno ha prontamente photoshoppato i sorrisi sui volti di Yaqoub e Mahmoud e le immagini modificate sono diventate virali.
Molti hanno criticato l’alterazione di quelle foto. Sostengono che dobbiamo guardare direttamente al loro dolore e alla loro sconfitta, come se fossimo troppo stupidi per capire cosa significhi questo momento per loro.
Credo che chiunque abbia modificato le foto abbia reso alla nostra società un ottimo servizio, e spero che faccia lo stesso per le foto di Zakaria e Mohammad.
Le autorità israeliane hanno diffuso quelle foto dolorose per un motivo.
Vogliono far gravare il loro pesante impatto emotivo su tutti i nostri cuori e lasciare che la sconfitta e la depressione si insinuino, come sembra stia già accadendo. Vogliono che il nostro sgomento sia grande o più grande della nostra celebrazione iniziale.
Vogliono cancellare dalle nostre menti la consapevolezza che sei uomini indifesi, emaciati, con nient’altro che forse un cucchiaio, hanno scosso il progetto coloniale sionista fino al midollo. Li terrorizza che possiamo contemplare collettivamente le profondità della speranza e della determinazione che hanno spinto quei sei eroi a realizzare ciò che tutti pensavano fosse impossibile.
Perché se davvero riflettessimo su quell’impulso primordiale per la libertà, sulla speranza illimitata nel cuore di ogni rivoluzionario e combattente, potremmo trovare il nostro potere individuale e collettivo.
Potremmo iniziare a capire che nulla è impossibile e che la libertà è alla nostra portata. Potremmo iniziare a organizzare una rete collettivo per proteggere Ayham e Munadil e mantenerli liberi e vivi e incoraggiare così alla sfida e alla resistenza.
Potremmo insorgere per liberarci del regime infido e illegittimo di Mahmoud Abbas e installare una leadership rivoluzionaria, disposta a proteggere il proprio popolo, invece di proteggere coloro che occupano, derubano e opprimono i palestinesi.
I nostri coraggiosi prigionieri politici sapevano i rischi che stavano correndo. Questo è ciò che fanno i rivoluzionari. Preferiscono combattere piuttosto che capitolare. Qualunque cosa accada ora, ciò che hanno fatto non può essere annullato. Il colpo che hanno inferto a “Israele” non può essere dimenticato. Hanno sacrificato così tanto per darci speranza. Come osiamo ora cedere alla depressione e al senso di sconfitta?
Non è stata la sconfitta o la depressione a motivarli nel passare ore insonni a scavare un enorme tunnel senza strumenti adeguati. Certamente non credevano nella percezione dell’onnipotenza accuratamente coltivata da Israele.
Il minimo che possiamo fare per onorarli è portare avanti la fiaccola della speranza e coltivare l’impulso verso la liberazione che sicuramente sono stati al centro del loro eroismo. Possiamo consolidare la nostra sfida e il rifiuto di vivere per sempre in ginocchio, esiliati o prigionieri. Possiamo capire che nulla è impossibile, compresa la fine di questo crudele regime sionista. Di fronte agli orrori che sappiamo che quegli eroici prigionieri politici stanno affrontando, non abbiamo diritto alla depressione o alla sconfitta. Possiamo essere certi che non è quello che hanno cercato di ispirare in noi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono proprie dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.
Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese e autrice del romanzo bestseller internazionale “Mornings in Jenin”. E’ anche la fondatrice di Playgrounds for Palestine, una ONG che si occupa di bambini.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org

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