ssssssfff
Articoli filtrati per data: Wednesday, 15 Settembre 2021

Porre a tema la teoria dell’organizzazione politica è un compito sempre più urgente. Poco importa come si abbordi la questione, se la si prende dall’alto oppure dal basso. Dopo l’“età degli estremi”, la reazione degli anni ‘80, la sbornia neoliberale degli anni ‘90, la war on terror degli anni Duemila, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020; così come dopo gli scacchi del movimento operaio classico e di quello di liberazione anticoloniale, dopo le sconfitte della politica sessantottina e degli anni ‘70, dopo lo spegnersi dell’alter-globalismo e le impasse delle lotte degli anni 2010: da ovunque si guardi al problema, pensare a come fare, concretamente, per incrementare le nostre capacità di agire rimane un’impellenza sempre attuale. E ciò tanto più se si assume con sobrio realismo l’incombenza via via più invadente dell’emergenza climatica. Per questo insieme di motivi, il libro bello e denso di Rodrigo Nunes, Neither Vertical nor Horizontal. A Theory of Political Organization, Verso, London, 2021, 307 pp., £19.99/$29.95 merita di essere letto e discusso collettivamente.

Come il titolo l’annuncia in modo emblematico, il libro si dipana attraverso la decostruzione filosofico-politica di una lunga serie di binarismi, i quali – secondo l’autore – hanno limitato il potenziale pratico di chi si oppone allo stato di cose presenti: verticalità/orizzontalità, centralizzazione/decentralizzazione, unità/diversità, macropolitica/micropolitica, molare/molecolare, partito/movimento, organizzazione/spontaneità, egemonia/autonomia, ecc. Troppo spesso, infatti, nella storia dei movimenti sociali tali coppie concettuali sono state pensate – e continuano ad esserlo – come delle “disgiunzioni esclusive”, dei “dualismi paralizzanti” (p. 13), tali per cui se si aderisce a una prospettiva bisogna obbligatoriamente rinunciare all’altra. Le due “melanconie di sinistra” (pp. 51-80) alle quali hanno dato adito, l’una avente come data metonimica (l’insuccesso de) il 1917, l’altra (quello de) il 1968, tendono ad approcciare in modo normativo il nodo dell’organizzazione politica, partendo da ciò che si auspicano che accada anziché da ciò che è, qui ed ora. Quale forma organizzativa dovrebbero darsi gli attori coinvolti nel processo trasformativo per rivoluzionare il mondo? Quali principi incarnano al meglio i nostri ideali politici? Compiendo un passo a lato rispetto a tali interrogazioni che hanno animato molteplici orientamenti politici radicali, Nunes adotta con piglio pragmatico un’attitudine basata sulla recensione delle forze in atto e la pratica dell’obiettivo: considerata la presenza di tale e tale soggetto all’interno di specifiche coordinate spazio-temporali, cosa permette di aumentare la potenza complessiva di chi sta dalla nostra parte?

Com’è esplicitato fin dalla prima riga, il saggio si presenta come una risposta al ciclo di lotte scatenatosi con le primavere arabe e le occupazioni delle piazze. Secondo l’autore, le difficoltà in cui sono incappate le proteste del 2011 costituiscono il 1989 del 1968, ossia la dimostrazione materiale dell’impossibilità di andare avanti così come si è stati abituati a fare dall’ascesa della Nuova Sinistra. Se infatti l’ontologia “orizzontalista” ha vinto – il mondo è irrimediabilmente strutturato in networks, mentre la critica delle antiche metafisiche fondazionaliste appare insormontabile – alcune istanze sviluppate in seno all’approccio “verticalista” (il primo polo delle diadi appena menzionate) non cessano per questo di esprimere la loro pertinenza (p. 16). Al contrario, esse avrebbero addirittura acquisito nuova centralità. Uno degli spunti più interessanti del libro di Nunes consiste perciò nel ripensare gli apporti di una tradizione alla luce dei propri errori politici e delle proprie insufficienze storiche, oltre che delle scoperte pratico-teoriche dovute all’altra tradizione[1][1].

Per realizzare tale mansione – prosegue Nunes – è vitale abbracciare una visione ecologica della cosiddetta Organisationsfrage, partendo dall’irriducibile pluralismo soggettivo presente all’interno di un dato ambiente. Pensare, dunque, in termini ecosistemici lo spazio all’interno del quale si battono i vari soggetti intenti a trasformare il mondo, con la consapevolezza che si è parte integrante del milieu nel quale si è immersi. Questo il gesto filosofico della critica che Lenin e Luxemburg hanno indirizzato alla Seconda Internazionale e che, qualche anno più tardi, la cibernetica di seconda generazione ha svolto nei confronti di quella della prima: “se non siamo al difuori del mondo che descriviamo, ma all’interno di esso, non soltanto le descrizioni che facciamo sono esse stesse delle azioni dentro a quel mondo, ma le nostre azioni in generale producono degli effetti su ciò che viene descritto” (p. 11). Tale disposizione politica ed epistemologica implica una logica relazionale diversa rispetto a quella sovrana che anima lo spettro dei rapporti intersoggettivi in seno a un movimento, il quale va dalle alleanze più o meno ben riuscite od opportuniste agli antagonismi più o meno rigidi e ideologici.

L’abbandono dei capisaldi della teoria classica della rivoluzione invita perciò a rivedere alla radice l’impostazione della teoria dell’organizzazione politica. Da metà Ottocento al Secondo Dopoguerra, i tre pilastri della grammatica rivoluzionaria sono stati costituiti dall’intrinseca necessità della rottura nel continuum storico (fosse essa pensata in termini processuali o evenemenziali), dalla coincidenza deterministica tra posizione oggettiva ricoperta nella struttura sociale e soggettivazione politica e dalla presunta infinita malleabilità dell’essere sociale. Ora, però, che la teleologia storica è stata rimpiazzata dalla contingenza, la transitività economicista dall’eccedenza della composizione soggettiva, e l’idealismo demiurgico dall’analisi della complessità (pp. 81-120), bisogna provvedere a una drastica riconfigurazione del metodo organizzativo. A tal proposito, Nunes elabora diverse categorie che appaiono di indubbia utilità per arricchire i dibattiti contemporanei concernenti i movimenti sociali e la teoria critica, così come quelli riguardanti la lotta contro il riscaldamento globale – autentico banco di prova sul quale vagliare la solidità di ogni proposta politica, teorica quanto organizzativa. Tre di esse ci sembrano particolarmente calzanti: nuclei organizzativi (organising cores), azione diffusa (distributed action) ed ecologia organizzativa (organisational ecology).

Organising cores è il nome generico per i nodi o i gruppi di nodi che animano un’area o una rete, svolgendo la funzione di concentrare e orientare la capacità collettiva di agire in certe direzioni, con continuità o solo occasionalmente”. Di conseguenza, “ogni organizzazione è un nucleo organizzativo, […] ma non ogni nucleo organizzativo è un’organizzazione” (p. 203). Tale concetto consente di render conto di differenti focolai (grandi o piccoli, più o meno intensi e strutturati) in grado di influenzare il corso degli eventi. Le attività di un nucleo organizzativo richiamano infatti le modalità operative delle piattaforme, le quali sono governate da “una logica di allestimento di spazi per la collaborazione, che condiziona ma non determina i risultati” (p. 205). I nuclei organizzativi creano dunque condizioni di possibilità per degli incontri, innescano dinamiche, alimentano percorsi, lanciano parole d’ordine, ecc. Essi stimolano più che dirigere le mobilitazioni; essi prendono l’iniziativa, senza monopolizzarla; essi inducono degli effetti canalizzando gli sforzi collettivi. In tal senso, un nucleo organizzativo esercita delle funzioni di avanguardia e di leadership, senza occupare sistematicamente tali posizioni (pp. 201-11)[2][2].

Da quest’angolazione risulta più facile riconoscere e valorizzare la portata di ciò che Nunes definisce distributed action. Con tale espressione l’autore intende il fatto che non si ha mai a che fare con delle mere azioni aggregative (la somma imperscrutabile di una nebulosa di attività disperse) né con delle monolitiche azioni collettive (più o meno coordinate da un cervello pensante), ma sempre con delle variazioni intermedie: il combinarsi più o meno virtuoso di attività realizzate da gruppi organizzati (partiti, sindacati, associazioni, ONG, media indipendenti, militanti di vari collettivi, ecc.) con quello di migliaia di persone il cui grado di partecipazione e affiliazione a un movimento è estremamente eterogeneo e mutevole. Ovviamente, la fitta rete di rapporti che si instaura tra i soggetti (individuali e collettivi) che costituiscono una dinamica politica può sfociare in assemblaggi più o meno compiuti e potenti; ma il punto per Nunes è di avere sempre ben presente tale intricato complesso di rapporti quando ci si trova in fase di analisi e di elaborazione tattico-strategica: una teoria dell’organizzazione deve perciò cominciare dai modi in cui degli individui non affiliati coordinano le loro azioni al difuori delle organizzazioni, o come essi si coordinano con le organizzazioni, così come dal modo in cui le organizzazioni si coordinano tra di loro. “Organizzazione” si riferisce dunque in primo luogo a tale fenomeno, e soltanto in seguito a singole organizzazioni. Queste ultime emergono sullo sfondo del primo, e cose come i partiti fanno di conseguenza parte di una teoria dell’organizzazione, ma non sono il suo oggetto primario (p. 27).

Qui giunge il terzo elemento importante della proposta dell’attivista e intellettuale brasiliano. Il punto di partenza per una teoria dell’organizzazione non è tanto una disamina della congiuntura, né una teoria del soggetto, della forma-politica da istituire o della prospettiva rivoluzionaria da realizzare, quanto un esame di ciò che egli chiama “ecologia organizzativa” (pp. 159-73): “ciò che  totalizziamo come ‘il movimento’ è in realtà una rete non totalizzabile composta di diverse reti, un’ecologia di rete in continua evoluzione, la quale a sua volta è compresa in ecologie più ampie che si sovrappongono l’un l’altra in vari modi (la città, la nazione, il capitalismo globale, i membri di una certa classe, coloro che parlano una certa lingua)” (p. 164). All’interno di tale cornice, Nunes trae sei spunti che meritano di essere riportati: 1. agendo sull’ambiente condiviso, le componenti di un’ecologia possono plasmare indirettamente il campo di possibilità degli altri; 2. la differenziazione funzionale è una delle caratteristiche (e dei punti di forza) fondamentali di un’ecologia; 3. la ricchezza prodotta da un nodo o cluster non gli appartiene esclusivamente, ma è anche a disposizione dell’insieme dell’ecologia; 4. pensare ecologicamente l’organizzazione implica non concepirla come una gara a somma-zero tra le parti; 5. nessuno vince da solo; 6. affrontare la competizione tra le parti come un conflitto tra forze anziché come una contraddizione inconciliabile permette di considerare tale tensione come una questione di forza relativa e non un’opposizione assoluta.

Ora, se si traspone questo impianto metodologico dal piano meta-analitico a quello pratico-quotidiano della lotta contro il cambiamento climatico si aprono diverse piste. Mi limito qui a indicare la più importante. Il principale bersaglio implicito di tale inquadramento è senz’altro l’unilateralità della prospettiva politica. Nelle lotte e nei dibattiti dell’ecologia contemporanea tale paradigma è incarnato da due esempi antitetici: il modello auto-gestionale della Zad[3][3] e il leninismo ecologico delineato in alcuni testi di Andreas Malm. Pur nella loro simmetrica opposizione (l’anticipazione prefigurativa su piccola scala versus la transizione su larga scala sotto l’egida dello Stato), entrambe le prospettive prediligono l’approccio disgiuntivo de “o l’uno o l’altro” rispetto a quello articolatorio del “sia l’uno sia l’altro” proprio della proposta di Nunes[4][4]. Sebbene entrambe possano vantare a proprio favore diversi argomenti storici e politici, nessuna delle due – al giorno d’oggi – risulta sufficientemente potente per imporre un rapporto di forza tale da invertire la tendenza all’aggravarsi della crisi ecologica. D’altro canto, è possibile immaginare l’innesco di azioni reciproche espansive tra diverse prospettive politiche, ognuna delle quali, aumentando la propria capacità d’agire, crea migliori margini di manovra per le altre[5][5]. Come fare per coltivare tali processi e far crescere assieme le varie componenti che sostentansostentano una mobilitazione è una questione alla quale non si può fornire che una risposta contingente, situata nella materialità dei singoli contesti. Alcune indicazioni di metodo, però, valide in astratto, sono sviluppate in modo appassionato da Nunes in Neither Vertical nor Horizontal, un libro avvincente che alterna la critica di autori classici e contemporanei della tradizione rivoluzionaria all’analisi dei movimenti sociali che hanno perturbato il decennio appena trascorso. Sicuramente un’ottima lettura per affacciarsi al decennio appena iniziato, il quale ancor più del precedente ci obbligherà a pensare il tema dell’organizzazione al prisma dell’ecologia politica.

Da EffimeraEffimera

 

NOTE

[1][1] Chiunque abbia partecipato attivamente a una mobilitazione, avrà sicuramente assistito all’attribuzione da parte di vari attivisti delle responsabilità del fallimento della dinamica politica alle altre componenti del movimento. Vivendo e militando in Francia, negli ultimi anni mi è capitato decine di volte di sentire dei membri della sinistra istituzionale ritenere il black bloc colpevole della mancata massificazione delle manifestazioni; oppure di vedere dei militanti autonomi concentrarsi in prevalenza sulle accuse alle federazioni sindacali anziché sulla propria auto-critica. Significativamente, con i Gilets Jaunes, un sollevamento che ha scardinato gli schemi abituali, tali riflessi improduttivi erano molto meno presenti. Ciò non ha impedito, però, a vari “rappresentanti” delle due sinistre di vagliare l’interesse/importanza del sollevamento in base al grado di prossimità più o meno grande rispetto alla (dal loro punto di vista) giusta linea anticapitalista – un sapere da loro detenuto sulla base della propria appartenenza alla buona tradizione politica.

 

[2][2] A tal proposito, Nunes parla di avanguardie senza avanguardismo o di leadership senza leaderismo, così come tematizza l’importanza dell’orizzontalità aldilà dell’orizzontalismo.

[3][3] Le Zones à Défendre sono delle occupazioni – molto spesso a cielo aperto – volte a lottare contro un progetto di messa a profitto del territorio, in cui vengono sperimentate delle forme di vita alternative.

[4][4] Per la critica di Malm all’orizzontalismo delle lotte, cfr A. Malm, Clima, corona, capitalismo, Ponte alle Grazie, Firenze, 2021, in particolare pp. 86-88. Per una critica della prospettiva “stato-centrica” di Malm, cfr. i testi di Max Ajl, https://brooklynrail.org/2020/11/field-notes/Corona-Climate-Chronic-Emergency, e Bue Rübner Hansen, https://viewpointmag.com/2021/04/14/the-kaleidoscope-of-catastrophe-on-the-clarities-and-blind-spots-of-andreas-malm/. Per quanto mi riguarda, ho tentato di sviluppare un approccio alternativo in linea con quanto esposto in questa breve recensione, basandomi sulla teoria del doppio potere e sulla pluralizzazione delle pratiche all’incrocio, da un lato, tra lotte ecologiste, lotte sociali e lotte decoloniali nel Nord e nel Sud globale, e dall’altro, tra differenti forme di azione diretta: manifestazioni, campeggi, occupazioni, blocchi, sollevamenti, scioperi, sabotaggi, ecc. Cfr. D. Gallo Lassere, Ritorno al presente: spazi globali, natura selvaggia, crisi pandemiche, http://www.leparoleelecose.it/?p=40711http://www.leparoleelecose.it/?p=40711.

[5][5] Per restare sulla sequenza che ha scosso la Francia tra 2016 e 2020, possiamo affermare che alcune tra le fasi più esaltanti delle lotte si sono date nei momenti in cui tali combinazioni si sono espresse con particolare vigore. Per quanto riguarda i rapporti tra le varie componenti del movimento del 2016 (cortège de tête, Nuit debout, basi sindacali), mi permetto di rimandare a D. Gallo Lassere, Contre la Loi Travail et son monde, Eterotopia, Paris, 2016, pp. 31-68, mentre per quanto concerne i rapporti in seno ai Gilets Jaunes e tra i Gilets Jaunes e le altre componenti (sindacali, autonome, ecologiste), cfr. id., “A Crise dos Gilets Jaunes e o Horizonte de Possìveis”, in O trabaho das linhas, A. Mendes, G. Cocco (sob a direcção de), Autografia, Rio de Janeiro, 2020, pp. 65-80, (versione breve in francese Revue K, Cahier spécial printemps 2020, https://revue-k.univ-lille.fr/data/medias/KV4.pdf, pp. 93-101), E. Chédikian, D. Gallo Lassere, P. Guillibert, “The Climate of Rond About: the Gilets Jaunes and Environmnetalism”, in Southern Atlantic Quarterly, n° 119/4, 2020, pp. 877-87 e D. Gallo Lassere, C. Lavergne, « Soulèvement Gilets Jaunes : expériences et compréhensions plurielles du riot », in Socio, n. 16/2021, in corso di pubblicazione.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il capo della guerriglia maoista peruviana Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso, che fu vicino a prendere il potere, era detenuto dal 1992.

Un giorno prima di compiersi 29 anni dalla sua cattura, è morto in prigione Abimael Guzmán, fondatore di Sendero Luminoso (SL), il gruppo armato maoista che operò negli anni ottanta e novanta contro la corrotta élite capitalista peruviana.

Secondo un rapporto della Commissione della Verità e Riconciliazione  (CVR), la guerra dei militari contro SL fece circa 70 mila morti, la maggioranza indigeni che appoggiavano la guerriglia. Guzmán fu catturato nel 1992 e condannato all’ergastolo, sentenza che scontava in un cella impersonale in una base della Marina. Lì è morto alle 6.40 della mattina di questo sabato per “complicazioni del suo stato di salute”. Aveva 86 anni. Non sono stati dati dettagli su queste complicazioni.

Appena conosciuta la notizia della morte di Guzmán, da parte di quasi tutti i settori politici, tanto di destra come di pseudo sinistra, il capo senderista è stato giudicato come “un terrorista sanguinario”, “un genocida” e altre simili espressioni. Nonostante ciò, non hanno menzionato i militari, questi sì veri genocidi.

Il presidente Pedro Castillo, nonostante sia un maestro rurale e conosca la devozione degli indigeni per Guzmán, si è pronunciato con un messaggio attraverso Twitter. “È morto il capo terrorista Abimael Guzmán, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti. La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e inderogabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”, ha scritto il presidente, rendendo chiara la paura che lui ha della destra. Vari ministri si sono pronunciati sulla medesima linea di condanna del defunto dirigente popolare.

Queste reazioni del governo, di condanna di Guzmán, avvengono in mezzo ad una campagna dell’opposizione di destra, politica e mediatica, che accusa Castillo e alcuni ministri di avere una presunta vicinanza con gli eredi politici del senderismo, riuniti nel Movimento per l’Amnistia e i Diritti Fondamentali (Movadef), che chiedeva un’amnistia per Guzmán. Il governo rifiuta questo legame.

Presidente Gonzalo

Abimael Guzmán, che i poveri andini chiamavano “Presidente Gonzalo”, studiò diritto e filosofia, e fondò, insieme a vari dirigenti indigeni, agli inizi degli anni settanta il Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso, quando era professore nell’Università San Cristóbal de Huamanga, nella regione andina di Ayacucho. Nel maggio del 1980, nel giorno delle elezioni presidenziali che segnavano un ritorno alla democrazia tutelata dopo dodici anni di dittatura militare, Sendero iniziò le sue azioni armate di guerra popolare, attaccando un centro elettorale nel villaggio rurale di Chuschi, nel Ayacucho. La guerriglia senderista crebbe esponenzialmente in un contesto di profonda povertà, disuguaglianza e un’ampia esclusione economica, sociale e razziale, specialmente delle comunità andine dove il gruppo maoista ebbe la sua origine.

La rivolta interna, che iniziò nell’Ayacucho, si estese a quasi tutto il paese. Attacchi guerriglieri con auto bomba, sabotaggi alla rete elettrica per produrre blackout a Lima e in altre città, esecuzioni di autorità e dirigenti venduti fecero parte delle applaudite azioni senderiste. I militari, sostenuti dai corrotti governi civili, risposero con sequestri, torture, scomparse, esecuzioni extragiudiziali e assassinii di massa di contadini. I militari assassinavano contadini che loro accusavano di non appoggiarli, il 75 per cento dei morti erano indigeni che parlavano quechua.

Grottesco

Il 12 settembre del 1992, Guzmán fu catturato in un’abitazione di un quartiere della classe media di Lima, da un gruppo speciale della polizia, destinato alla sua ricerca. Nella cattura non ci fu un solo sparo. Stava al secondo piano di una casa nella quale al primo piano c’era un’accademia di danza, messa su come copertura al nascondiglio dell’uomo più ricercato del paese.

Alcuni giorni dopo la cattura del capo senderista, il governo di Fujimori montò un grottesco spettacolo, presentandolo con un abito da prigioniero a righe orizzontali bianche e nere rinchiuso in una gabbia affinché fosse filmato e fotografato. Da allora, è rimasto rinchiuso nella prigione navale nella quale questo sabato è morto.

Con il suo capo detenuto, Sendero crollò rapidamente. Guzmán fece appello ai suoi seguaci ad abbandonare le armi. Rimane solo una colonna senderista, che da anni ha rotto con il fondatore di Sendero e opera come gruppo armato in una zona agreste cocalera.

Nelle ore che sono seguite alla morte di Guzmán, nei media è stata ricordata la lunga notte sanguinosa della guerra interna, ma è stato un ricordo falsato, come non poteva essere altrimenti, centrato sui presunti crimini di Sendero ma dimenticando le massicce violazioni dei DD.UU. commesse dallo stato, che diversi settori vogliono occultare o giustificare. È morto Abimael Guzmán, Sendero Luminoso è sconfitto, ma le condizioni di esclusione e povertà in cui sorse la guerriglia senderista continuano ad essere attuali. 

13/09/2021

La Haine

Da Comitato Carlos Fonseca

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il Tribunale di Cagliari ha deciso di rinviare a giudizio 45 militanti antimilitariste/i del movimento sardo A Foras, mantenendo per 5 di loro la pesantissima accusa di terrorismo (per gli altri si tratta di un’aggravante). Il processo a compagne e compagni del movimento che si batte per la chiusura delle basi militari in Sardegna, le bonifiche e la restituzione delle terre alle comunità, è conseguenza dell’Operazione Lince, l’indagine con la quale la Procura di Cagliari aveva costruito un teorema che ha portato alla sbarra 45 attiviste/i con vari capi d’imputazione: da rapina, lesioni, lancio di oggetti, resistenza a pubblico ufficiale fino alle pesantissime, e surreali, accuse di associazione con fini terroristici e sovversione dell’ordine democratico. All’esterno del Tribunale si è tenuto un presidio di solidarietà con imputate e imputati.

Il commento di Carla, compagna di A Foras imputata nel processo.

 

Di seguito il comunicato diffuso dal movimento A Foras:

UN PROCESSO POLITICO. TUTTE E TUTTI GLI INDAGATI RINVIATI A GIUDIZIO STAMATTINA A CAGLIARI

Il Tribunale di Cagliari stamattina ha disposto il rinvio a giudizio di tutti i 45 indagati e indagate, attivisti a vario titolo del movimento sardo contro l’occupazione militare, dell’operazione Lince. Per le contravvenzioni e i capi d’accusa meno gravi è intervenuto il non luogo a procedere, ma tutti gli altri sono stati confermati. Per 5 l’accusa più grave riguarda l’associazione eversiva e per gli altri 40 questo elemento rappresenta un’aggravante.

A Foras non è certo sorpresa da questa decisione, che conferma la natura politica di questa indagine e del processo che comincerà il 6 dicembre. La contestazione del reato associativo, come se gli attivisti sardi fossero mafiosi e non militanti politici, indica come il vero obiettivo del processo non sia quello di far luce sui singoli reati che gli indagati avrebbero commesso, tutti da dimostrare peraltro. L’obiettivo è quello di mettere sotto accusa e disperdere un movimento che gode di una diffusa simpatia popolare e che negli ultimi anni aveva rialzato la testa. Proprio a partire dalla grande manifestazione di Capo Frasca di cui ricorreva ieri il settimo anniversario. I 45 indagati e indagate sono stati scelti per spaventare tutti i sardi e le sarde che da decenni lottano contro le basi militari. Questo processo vuole spaventare i sardi con una chiara minaccia: chi lotta contro le basi è un terrorista eversore.

Il movimento sardo contro l’occupazione militare è un insieme di singoli e collettivi che lavorano, ognuno con le proprie modalità e senza un organismo direttivo, per liberare la Sardegna da una servitù odiosa. Lo Stato vuole sopprimere questo movimento, tanto che il ministero della Difesa si è costituito parte civile nel processo, mentre dall’altro lato fa di tutto per evitare di riconoscere risarcimenti alle vittime delle esercitazioni e per difendere gli ufficiali responsabili della sicurezza dei lavoratori, militari e civili, e della popolazione che vive intorno ai poligoni.

Il movimento però non si farà intimorire e risponderà sul piano politico, a cominciare da quest’autunno con la ripresa delle esercitazioni e dal 6 dicembre, giorno per cui è stata fissata la prima udienza.

Da Radio Onda d'Urto

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons