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Articoli filtrati per data: Sunday, 12 Settembre 2021

In questo articolo l’autore sostiene che Bolsonaro non solo non è uscito rafforzato dalla manifestazione autogolpista del 7 settembre, ma che neppure è riuscito a fermare il proprio logoramento.

di Emir Sader

Indebolito dall’accumulo di problemi non risolti, che si aggravano, con un sostegno al livello più basso, Jair Bolsonaro ha giocato tutte le sue carte nelle mobilitazioni del 7 settembre, festa dell’indipendenza del Brasile. Da due mesi, quando ha incominciato a convocare queste mobilitazioni, Bolsonaro ha annunciato che sarebbero state le più grandi che il paese avesse conosciuto -successivamente è giunto a predire che a San Paolo ci sarebbero state due milioni di persone-.

Attacco al potere giudiziario

Ha proposto attacchi diretti al Supremo Tribunale Federale (STF) e perfino all’ambasciata della Cina affinché la giornata sfociasse in un controgolpe. Questo, perché Bolsonaro era giunto alla conclusione che ci sarebbe un golpe contro di lui, da parte del potere giudiziario e dei media, che avrebbero tirato fuori Lula dal carcere per portarlo alla presidenza del Brasile.

Allo stesso tempo, Bolsonaro considera che il potere giudiziario non lo lascerebbe governare, semplicemente perché il STF ha incominciato a prendere decisioni contro i bolsonaristi che in internet minacciavano sistematicamente lo stesso potere giudiziario. Vari di loro sono stati catturati. Gli è stato impedito, inoltre, di raccogliere risorse attraverso internet e gli sono stati bloccati i conti bancari.

Delusione

Con le manifestazioni di questo martedì, Bolsonaro voleva recuperare forze, riprendere l’iniziativa e rafforzare i suoi attacchi contro il potere giudiziario. Ma salvo che a San Paolo, la quantità di gente è stata minore di quello che presupponeva. Il quotidiano economico Valor, per esempio, afferma che per Bolsonaro tutto è stato deludente e che a Brasilia, per esempio, l’afflusso ha raggiunto il 5% di quello che sperava.

Nei suoi discorsi, a Brasilia e a San Paolo, Bolsonaro ha concentrato i suoi attacchi contro il potere giudiziario, affermando che i magistrati pagheranno un prezzo se non indietreggiano e continuano a realizzare azioni per limitare la capacità d’azione del presidente. Bolsonaro ha ribadito la sua disposizione a disobbedire alle recenti decisioni giudiziarie contrarie ai suoi interessi, posizione che aggrava drasticamente lo scontro tra i due poteri. Bolsonaro è giunto a dire che avrebbe convocato il Consiglio della Repubblica, organo che potrebbe decretare nelle province o direttamente uno stato d’assedio a livello nazionale. Ma, non avendo risposte positive dai membri di questo Consiglio, ha ritirato la convocazione.

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Logoramento

Se con il corteo di questo martedì Bolsonaro ha voluto cambiare la situazione di logoramento che quest’anno sta subendo, non ci è riuscito. Al contrario, è aumentato il logoramento. Il timore di azioni violente, un qualche tipo di invasione del Campidoglio in Brasile, non si è tradotto nei fatti. Il medesimo PSDB, il partito di Fernando Henrique Cardoso, ha convocato una riunione per discutere la possibilità di fare un processo politico a Bolsonaro.

Allo stesso tempo, come è tradizione in Brasile, in questa stessa data è stato celebrato, in  tutto il paese, il Grido degli Esclusi. Quest’anno ha avuto il valore aggiunto di servire da manifestazione di rifiuto di Bolsonaro. In tutto il paese sono state effettuate concentrazioni in 17 capitali e in altre 47 città. L’opposizione riprenderà presto la dinamica delle mobilitazioni nazionali contro Bolsonaro.

Stagnazione e pandemia

Passata questa data, il paese torna alla sua situazione di crisi economica, dato che l’aumento dell’inflazione e l’instabilità politica hanno messo fine alla possibilità di un qualche tipo di recupero. Bolsonaro dovrà affrontare l’anno elettorale con una stagnazione economica.

Non ci sono indizi di recupero con un livello di disoccupazione al di sopra del 14%, alla quale si aggiunge una quantità abbastanza grande di gente che vive in una situazione di precarietà. La crisi sociale tende solo ad aggravarsi.

La pandemia continua, anche se è diminuito il numero di casi e di morti, per il progresso, anche se lento, delle vaccinazioni. Soltanto poco più del 30% della popolazione ha ricevuto la seconda dose e sta pienamente proteggendo.

Il giorno dopo non sarà buono per Bolsonaro. Ha giocato tutte le sue carte ma le manifestazioni non sono state così grandi come sperava, non ci sono stati attacchi al STF e neppure all’ambasciata della Cina. Non ha potuto fare il controgolpe che lui aveva menzionato. Non si è rafforzato. Neppure ha fermato il logorio.

09/09/2021

Rebelión

Da Comitato Carlos Fonseca

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Una notizia esclusiva raccolta dalla Revista Contexto sul Sesto rapporto del gruppo di esperti dell'Onu, afferma che l'unico modo per evitare il collasso climatico è quello di allontanarsi da qualsiasi modello basato sulla crescita perpetua.

di Juan Bordera, Fernando Valladares, Antonio Turiel, Ferran Puig Vilar, Fernando Prieto, Tim Hewlett, da ECOR Network

La seconda bozza del Gruppo III dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change/Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), che ha l'incarico di fornire proposte di mitigazione, afferma che dobbiamo allontanarci dal capitalismo attuale per non superare i limiti planetari. Conferma inoltre quanto già detto nell'articolo pubblicato sulla Revista Contexto il 7 agosto scorso: "Le emissioni di gas a effetto serra (GHG) dovranno raggiungere il picco al massimo in quattro anni". Il documento afferma anche che ci sono poche possibilità di continuare la crescita.
Noi, scienziati e giornalisti firmatari di questo articolo, abbiamo analizzato una nuova parte del Sesto Rapporto, filtrata dalla stessa fonte: il collettivo di scienziati Scientist Rebellion y Extinction Rebellion España.
In questa sezione possiamo vedere chiaramente le divergenze esistenti nella comunità scientifica riguardo le misure necessarie per raggiungere una transizione efficace e giusta. Per fortuna, tra le solite e più timide posizioni, cominciano a spuntare richieste che sarebbero state impensabili fino a poco tempo fa.

Prima di entrare nel merito dell'analisi, è necessario un po' di contesto: nel 1990, il Primo Rapporto di valutazione dell'IPCC affermava che "l'aumento osservato [della temperatura] poteva essere in gran parte dovuto alla variabilità naturale". Questo dibattito è stato chiuso nelle relazioni successive. Ma se fossero rimasti dei dubbi, l'analisi del Gruppo I del Sesto Rapporto - ora ufficiale - ha chiarito ogni incertezza. Elimina ogni possibilità di una risposta negazionista sul clima, ampiamente irrorata con il denaro di coloro che avevano più da perdere: le lobby dei combustibili fossili. La prima domanda per risolvere un mistero è di solito la classica Cui Bono (A chi giova?).

La domanda di fondo ora è: come assicurarsi che l'inevitabile transizione sia percepita come un beneficio e non come una rinuncia? Non c'è altra possibilità che rinunciare alla crescita indefinita, e il rapporto trapelato lo menziona. La transizione deve tener conto delle differenze culturali e storiche delle emissioni tra i paesi, delle differenze tra il mondo rurale e quello urbano per non avvantaggiare l'uno sull'altro, e soprattutto deve tener conto delle tremende e crescenti disuguaglianze economiche tra i sempre più poveri e i sempre più oscenamente ricchi. O si affrontano queste tre dicotomie, o la transizione avrà più nemici che sostenitori e si saboterà da sola. La bozza recita testualmente: "gli insegnamenti di economia sperimentale mostrano che le persone possono non accettare misure che sono percepite come ingiuste, anche se il costo di non accettarle è più alto".

Anche se si riuscisse a cambiare rotta, gli scienziati avvertono: "Le transizioni non sono di solito dolci e graduali. Possono essere improvvise e dirompenti". Sottolineano anche che "il ritmo della transizione può essere ostacolato dal blocco esercitato dal capitale, dalle istituzioni e dalle norme sociali esistenti", enfatizzando l'importanza dell'immobilismo sul quale aggiungono: "La centralità dell'energia fossile nello sviluppo economico degli ultimi duecento anni solleva ovvie domande sulla possibilità di decarbonizzazione".

Le politiche favorevoli alle compagnie di combustibili fossili hanno estratto la ricchezza comune - la nostra aria, le foreste, la terra... - e l'hanno messa nelle mani di una piccola minoranza. Le politiche verdi sono quindi destinate ad essere obbligatoriamente redistributive in un'epoca in cui la disuguaglianza è in aumento. Una delle misure proposte per ridurre la regressività dei prezzi del carbone è la ridistribuzione delle entrate fiscali a favore dei redditi bassi e medi. Ma, come ci ricorda l'antropologo Jason Hickel: qualsiasi cosa che non sia un limite all'estrazione dei combustibili fossili, con obiettivi annuali decrescenti che riducano l'industria a zero, sarà solo un lavarsi le mani del problema.

E arriviamo a uno dei paragrafi che definiscono il rapporto: "Alcuni scienziati sottolineano che il cambiamento climatico è causato dallo sviluppo industriale e, più specificamente, dal carattere dello sviluppo sociale ed economico prodotto dalla natura della società capitalista, che quindi considerano in definitiva insostenibile". Anche se molti lo hanno detto prima (leggi qui), non crediamo di aver mai letto qualcosa di così chiarificatore nel rapporto sul clima più importante del mondo che aggiunge: "Le emissioni attuali sono incompatibili con l'Accordo di Parigi perché è assolutamente vincolante ridurle in forma immediata e determinata".
 

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Diversi scenari di riduzione delle emissioni

Questi obiettivi, che implicano una drastica diminuzione delle emissioni e, a breve termine, anche della produzione di energia e dell'uso dei materiali, sono impossibili da raggiungere con il modello attuale. Inoltre, il Gruppo III collega la riduzione delle emissioni con il compimento dei 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile concordati nel 2015 dagli stati membri delle Nazioni Unite, da raggiungere entro il 2030. Nonostante le contraddizioni tra i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, tra di essi troviamo obiettivi indiscutibili come la riduzione delle disuguaglianze e la protezione della biodiversità, mescolati con uno più controverso all'interno del rapporto stesso: promuovere la crescita economica sostenibile.

Nell'IPCC è consuetudine non nascondere il dibattito scientifico, e se nel 1990 questo ruotava ancora intorno alle cause del cambiamento climatico, dopo 30 anni infruttuosi possiamo vedere che la discussione ora oscilla tra le posizioni che credono ancora che possiamo continuare a crescere e ridurre le emissioni al ritmo necessario, e coloro che vedono questo come un altro tipo di negazionismo, più sottile, ma che alla fine beneficia e viene difeso dagli stessi che una volta mettevano in dubbio l'origine del riscaldamento globale.

Il rapporto dell'IPCC presume che "gli obiettivi di mitigazione e sviluppo non possono essere raggiunti attraverso cambiamenti incrementali". Concentrarsi sulla crescita richiede lo sviluppo massiccio di tecnologie che possano ridurre le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera, ma queste tecnologie CCS (Carbon Capture and Sequestration) non si stanno mettendo in pratica come previsto.

Con i depositi di carbonio degli ecosistemi in chiaro declino e i feedback climatici che si innescano - spingendo la Terra oltre diversi punti di non ritorno, come è ormai ampiamente riconosciuto, e quindi verso uno stato più caldo e instabile - l'unico modo noto per evitare il collasso del clima è quello di allontanarsi dal modello di crescita perpetua.
Il rapporto sottolinea che nella cooperazione internazionale è stata identificata una "ipocrisia organizzata" per cui agli accordi e alle rivendicazioni non corrispondono azioni, e questo rappresenta una delle più importanti barriere alla mitigazione.
L'IPCC ci invita anche a non dimenticare le lezioni non attuate per il Covid-19. Lezioni che dovrebbero servire ad evitare di fare gli stessi errori con il cambiamento climatico, poiché le analogie sono chiare e dirette.
I costi della prevenzione e delle azioni preparatorie sono minimi rispetto ai costi degli impatti causati. Ritardare l'azione avrà costi elevati molto difficili da sopportare.

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Se non si agisce presto, le sfide aumenteranno in modo non lineare e con conseguenze impreviste

Date le contraddizioni sempre più evidenti sul concetto di sviluppo sostenibile, è possibile parlare di qualsiasi forma di sviluppo solo allontanandosi dal PIL come misura di ricchezza per andare verso un modello economico meno basato sulla concorrenza. L'unico sviluppo sostenibile è orizzontale, non verticale. In altre parole, ridurre la disuguaglianza.
È chiaro che o esiste la percezione che una grande maggioranza di noi ne possa "beneficiare", o non ci sarà soluzione. Per questo è necessario spiegare bene l'enorme portata del problema affinché le misure possano essere comprese e certi sacrifici possano essere intesi come benefici, sempre tenendo in considerazione che l'alternativa è cambiare per sempre la stabilità climatica e aggravare i conflitti per le risorse.
La competizione ha aiutato le specie ad evolversi ma, come ha dimostrato la brillante la microbiologa Lynn Margulis, è la cooperazione la chiave per spiegare i grandi salti evolutivi. Ci troviamo ora di fronte a un precipizio disegnato dall'intersezione della crisi ecologica e di quella energetica. Possiamo avere una buona vita con meno energia disponibile (e allo stesso tempo avremo meno carico di lavoro), ma il capitalismo non sarà in grado di sostenersi con meno energia senza completare la sua mutazione in una sorta di tecno-feudalesimo.
Solo se cooperiamo, se capiamo che condividiamo tante cose - compresa un'atmosfera che non sa cosa siano le frontiere - possiamo reagire e saltare abbastanza lontano per evitare la caduta.

Tratto da: CTXT Agosto 2021 - (licenza creative commons: https://ctxt.es/es/20150115/redaccion/1705/?tpl=11)
Qui la versione in inglese pubblicata dalla Monthly Review.


Traduzione in italiano di Marina Zenobio per Ecor.Network.


Autori: 
- Juan Bordera è un giornalista, sceneggiatore e attivista di Extinction Rebellion España e València en Transició.
- Fernando Valladares ha un dottorato in scienze biologiche, è professore di ricerca al CSIC (Consejo Superior de Investigaciones Científicas) e vincitore del premio Jaume I per la protezione dell'ambiente. 
- Antonio Turiel ha un dottorato in fisica teorica, una laurea in matematica, è ricercatore del CSIC e esperto di energia. È l'autore del recente saggio Petrocalipsis.
- Ferran Puig Vilar è un ingegnere delle telecomunicazioni, ha lavorato per 30 anni come giornalista ed è specializzato in crisi climatica.
- Fernando Prieto ha un dottorato in ecologia ed è direttore dell'Osservatorio per la sostenibilità.
- Tim Hewlett ha un dottorato in astrofisica ed è un membro del collettivo Scientist Rebellion.

 

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17 settembre 2021: riparte il processo per Disastro Ambientale a carico della società TAP e dei suoi dirigenti.

Ma settembre vede a processo anche chi ha lottato, e lotta ancora, per evitare questa ennesima ingiustizia Socio-Ambientale.

Sono due i procedimenti che vedono alla sbarra degli imputati la società Tap, i suoi dirigenti e quelli di Snam. A processo anche amministratori delle ditte appaltatrici.

Secondo il pubblico ministero, i lavori di preparazione, di costruzione del terminal di ricezione (Prt), del micro-tunnel e di posa dei tubi sarebbero avvenuti in assenza di permessi validi.

L’autorizzazione di impatto ambientale rilasciata nel 2014 e l’autorizzazione unica del 2015 non sarebbero valide in quanto non terrebbero conto degli impatti cumulativi del progetto. La Procura ritiene non siano valide nemmeno le autorizzazioni di varianti in corso d’opera concesse dal ministero dello Sviluppo economico e relative all’espianto degli ulivi nella stessa località Le Paesane, passata alla cronaca per la violenta repressione della protesta popolare proprio contro lo sradicamento degli alberi.

Altri illeciti comprendono l’assenza di impermeabilizzazione dei cantieri identificati come “s1” e “s2” e area conci del cantiere di San Basilio e lo scarico di acque reflue industriali, che avrebbero portato alla contaminazione della falda acquifera con sostanze pericolose, tra le quali il cromo esavalente.

In questo stesso mese, saranno due i processi a carico dei difensori della terra. Processi che, viste le ridicole accuse, assumono sempre più un aspetto politico. Dimostrano l’evidente necessità, da parte dei sostenitori delle fonti fossili e della speculazione sui territori, di marginalizzare e criminalizzare quella fascia di popolazione che non cede ai ricatti di una multinazionale aggressiva, violenta e sostenuta dall’intera classe politica che vive ormai nel pensiero unico estrattivista e neoliberista. 

Da Movimento No Tap

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Siamo alle solite, anni di Movimento No Tav e la resistenza popolare della Valsusa sembra non possa esistere.

In queste settimane, durante l’estate, durante tutta la pandemia, si sono sprecate le veline prodotte dalla Questura di Torino che indicavano all’esterno della Val di Susa regia e colpevoli delle giuste azioni di lotta. In particolare qualche storico funzionario della Digos, sembra non voler accettare che possano esistere territori e popolazioni che resistono. Questo nelle loro “menti” non è possibile, non è accettabile. Crollerebbe tutto l’impianto teorico della costruzione del “nemico” su cui cerca forza l’ormai debole e intrappolato potere costituito delle grandi opere e delle questure, loro fidi cani da guardiania-

Ecco allora che solerti burocrati col distintivo, continuano a convincere i loro datori di “lavoro” (questori e prefetti di Torino) dello spauracchio Askatasuna. Un centro sociale di quartiere, attraversato e vissuto da sempre da giovani, universitari e dalle persone che vivono Vanchiglia, dipinto come covo di barbari.  Seguito a ruota, ovviamente, dalla favoletta del diritto della popolazione a manifestare e dei cattivi venuti da “fuori”. Ciò che non dicono e che non possono dire, in realtà, è la storia vera del Movimento No Tav. Una storia eccezionale in cui varie componenti del territorio si alternano e si completano da oltre 20 anni.

Durante l’ultimo anno il lavorio degli amministratori locali (in continuità con l’importante operato di chi li ha preceduti) guidati dal sindaco e presidente dell’Unione dei Comuni Pacifico Banchieri, si è fatto più intenso. Consigli comunali convocati a San Didero in piena emergenza Covid – 19 per chiedere il blocco dei cantieri e la smilitarizzazione del territorio. La totalità dei sindaci presenti con tanto di formali atti istituzionali controfirmati dalle assisi dei comuni. O vogliamo parlare dei giovani del territorio che in decine di migliaia hanno inondato con i cortei primaverili le strade della valle tra Bussoleno e San Didero insieme agli anziani con i loro appuntamenti settimanali che hanno dato ritmo e continuità alle iniziative. Oppure, i produttori locali che allontanati da San Didero con il loro mercato si sono immediatamente riconvocati a pochi passi dalla polizia schierata e dalle reti, non mancando neanche un sabato mattina di presenza nonostante le difficoltà imposte dalle forze di polizia. La strenua resistenza dei Mulini della Val Clarea, rivitalizzati dallo stimolo di storici della cultura locale e da Pro Natura con Mario Cavargna, animati con turni di presidio e con il lavoro di moltissimi giovani ambientalisti di varie associazioni. I tecnici del movimento, che hanno gratuitamente analizzato e controbattuto le devastanti e ridicole proposte progettuali di Telt. O ancora le centinaia di attivisti che hanno animato e reso fruibile il Festival ad Alta Felicità di luglio con stand, musica e colori del territorio.

Tutto questo è il Movimento No Tav. Persone e cuori di un territorio che resiste. Volti in mezzo ai cortei, alle iniziative, ai mercati e nelle giornate di lotta. Giovani, anziani, lavoratori, amministratori, tecnici della valle di Susa. Persone e cuori che si alternano secondo le loro capacità e la forza disponibile in un unico grande lungometraggio. Un’unica e complessa regia con un’unica grande strategia: individuare i nemici della natura e del territorio, metterli in luce, metterli in difficoltà e colpirli con decine di iniziative continue e sempre più fastidiose. Rendere impossibile l’occupazione militare del territorio, impedire il lavoro di devastazione che avviene nei fortini dell’alta velocità, resistere e dunque vincere la battaglia.

Di questo stiamo parlando e di questo dobbiamo parlare.

Di un popolo che poteva desistere e sedersi sul bordo della strada contando i camion passare con il loro carico di inquinamento e morte. Di un popolo che invece ha deciso di lottare insieme e di raggiungere la vittoria sognando di guardare andare via dalla propria terra chi da anni ha deciso di provare a distruggerla e devastata in nome del becero profitto.

Da notav.info

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Il 12 settembre 1992, 31 antifascisti furono arrestati negli scontri con neonazisti e polizia dentro e intorno alla stazione di Waterloo, nel sud di Londra.

Circa 1000 antifascisti si erano radunati per impedire ai sostenitori neonazisti di Blood And Honor di riunirsi per un concerto della band Skrewdriver. Gli antifascisti riuscirono a sventare i piani dei nazisti che furono scortati fuori dall'area dai poliziotti, ma solo dopo che i nazisti furono inseguiti nella zona e molti di loro furono picchiati e l'auto del fascista distrutta. Il giorno stesso è stato un enorme evento per il morale antifascista a Londra principalmente perché così tante persone si sono presentate ed erano preparate ad affrontare fisicamente i nazisti.

Un resoconto personale della battaglia di Waterloo, quando Anti Fascist Action ha bloccato un concerto dell'etichetta neonazista Blood and Honor interrompendo il loro punto di concentramento alla stazione di Waterloo.

 

Questa fu probabilmente la più grande battaglia antifascista dai tempi di Lewisham (1977). E 'stato anche coperto dalle TV nazionali, radio, tabloid ecc. Era per opporsi a un concerto "Blood and Honour". Blood and Honor era un'organizzazione musicale fascista che promuoveva band razziste come Skrewdriver e No Remorse (precedentemente chiamati Dead Paki in the Gutter). Potrebbero attirare 500 /1000 persone, per lo più skinhead.

Blood and Honor aveva annunciato che stavano organizzando un enorme concerto con tutti i loro migliori gruppi in un luogo segreto. Hanno consigliato ai loro seguaci (non fidandosi di loro e per evitare gli antifascisti) di andare prima alla stazione di Waterloo per essere li reindirizzati. Questa era una tattica fascista comune.

Quella mattina un centinaio di noi antifascisti ci siamo incontrati all'Old Bell a Kilburn. Abbiamo preso la metropolitana per Waterloo e siamo usciti dalle scale mobili fino all'atrio. Non so nessun altro ma ero molto nervoso.

L'atrio della stazione era quasi deserto. Abbiamo scoperto in seguito che la British Rail aveva concesso un giorno libero ai lavoratori neri e asiatici, assecondando il razzismo. Un gruppetto di Red Action andò al buffet della stazione e trovò un paio di skinhead che si stavano godendo una tranquilla tazza di tè. Ci sono stati alcuni forti rimbombi, suoni e urla poi i Reds sono usciti illesi e si sono mischiati con gli antifa. Cinque minuti dopo arrivò un'ambulanza per portare via i due sfortunati fascisti.

Abbiamo passato il resto del pomeriggio a tendere imboscate a gruppi di fascisti al loro arrivo e a cercare di evitare la polizia. Ad esempio, quattro fascisti sono arrivati ​​in auto e sono stati aggrediti fino a quando ogni vetro non è stato rotto, e il resto dell'auto non era esattamente in condizioni da showroom. Le battaglie infuriavano in tutte le strade circostanti. Un compagno di Norwich e io ci siamo avvicinati a un gruppo di tre fascisti vicino alla rotonda di Waterloo. Uno di loro si è girato per attaccare il mio compagno e ho tirato fuori il piede per farlo inciampare e con meravigliosa fortuna è stato perfettamente cronometrato e lui si è piegato e ha battuto la testa sul marciapiede. Era svenuto, credo, ma nella foga del momento sono andato a prenderlo a calci in testa. In effetti ero un po' preoccupato dopo nel caso lo avessi ucciso. Ho continuato a controllare i telegiornali per alcuni giorni".

 

Guarda "Blood and Honour routed by Anti Fascist Action at Waterloo 1992":

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