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Articoli filtrati per data: Wednesday, 01 Settembre 2021

"Carlo Cafiero è stato un anarchico italiano nato a Barletta il 1° settembre 1846.

Durante i suoi lunghi mesi di prigionia per aver preso parte ai moti insurrezionalisti contro il Regno d’Italia nell’aprile del 1877 ha elaborato un manoscritto del Capitale di Karl Marx, e che esce nella Biblioteca socialista nel luglio del 1879.

Cafiero ne invia due copie a Marx con una lettera di accompagnamento cui Marx risponde con benevoli apprezzamenti del lavoro, lodandone l’efficacia divulgativa e testimoniando quindi elogio di un lavoro di sintesi fatto su un’opera così complessa e articolata; lamentando solo che nella prefazione non sia stata sufficientemente lumeggiata “la prova che le condizioni materiali necessarie alla emancipazione del proletariato sono spontaneamente generate dallo sviluppo della produzione capitalista”.

 

Compendio del Capitale libro I di Karl Marx

 

I – MERCE, MONETA, RICCHEZZA E CAPITALE

 

II – COME NASCE IL CAPITALE

 

III – LA GIORNATA DI LAVORO

 

IV – IL PLUSVALORE RELATIVO

 

V – COOPERAZIONE

 

VI – DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA

 

VII – MACCHINE E GRANDE INDUSTRIA

 

VIII – IL SALARIO

 

IX – ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE

 

X – L’ACCUMULAZIONE PRIMITIVA

 

Riportiamo il testo integrale della lettera di ringraziamento dello stesso Carlo Marx a Carlo Cafiero nel luglio del 1879 dopo aver ricevuto due copie del compendio del Capitale.

 

“Caro Carlo Cafiero,

Ringraziamenti sincerissimi per i due esemplari del vostro lavoro! Tempo fa ricevetti due lavori simili, l’uno scritto in serbo, l’altro in inglese (pubblicato negli Stati Uniti), ma peccano l’uno e l’altro, volendo dare un riassunto succinto e popolare del Capitale e attaccandosi, nel contempo, troppo pedantemente alla forma scientifica della trattazione. In tal modo, essi mi sembrano mancare più o meno al loro scopo principale: quello di impressionare il pubblico al quale i riassunti sono destinati. Ed è qui la grande superiorità del vostro lavoro.

Quanto poi al concetto delle cose, io credo di non ingannarmi attribuendo alle considerazioni esposte nella vostra prefazione una lacuna, e cioè la prova che le condizioni materiali necessarie alla emancipazione del proletariato sono spontaneamente generate dallo sviluppo dello sfruttamento capitalista. Del resto, io sono del vostro avviso (se ho bene interpretato la vostra prefazione) che non bisogna sovraccaricare lo spirito di coloro che si vuole educare. Niente vi impedirà di ritornare, a tempo opportuno, alla carica per fare risaltare ancor meglio codesta base materialista del Capitale.

Rinnovando i miei ringraziamenti, sono vostro dev.mo

Karl Marx

 

L’Operaio ha fatto tutto,

l’Operaio può distruggere tutto”

 

Il Capitale di Carlo Marx

Brevemente compendiato da Carlo Cafiero

Prefazione di Carlo Cafiero

Italia, marzo 1878

 

Un profondo sentimento di tristezza mi ha colto, studiando Il Capitale, quando ho pensato che questo libro era, e chi sa quanto rimarrebbe ancora, affatto sconosciuto in Italia.

Ma se ciò è, ho poi detto fra me, vuol dire che il mio dovere è appunto di adoperarmi a tutt’uomo, onde ciò più non sia. E che fare? Una traduzione? Ohibò. Ciò non servirebbe a nulla. Coloro che sono in grado di comprendere l’opera di Marx, tale quale egli l’ha scritta, conoscono certamente il francese, e possono avvalersi della bella traduzione di J. Roy, interamente riveduta dall’autore, il quale la dice meritevole di essere consultata anche da coloro che conoscono l’idioma tedesco. È ben altra la gente per la quale io devo lavorare. Essa si divide in tre categorie: la prima si compone di lavoratori dotati d’intelligenza e di una certa istruzione; la seconda, di giovani che sono usciti dalla borghesia, e hanno sposata la causa del lavoro, ma che non hanno peranco né un corredo di studi né uno sviluppo intellettuale sufficiente per comprendere Il Capitale nel suo testo originale; la terza, finalmente, di quella prima gioventù delle scuole, dal cuore ancora vergine, che può paragonarsi a un bel vivaio di piante ancora tenere, ma che daranno i più buoni frutti, se trapiantate in terreno propizio. Il mio lavoro deve essere dunque un facile e breve compendio del libro di Marx.

Questo libro rappresenta il nuovo vero, che demolisce, stritola e disperde ai venti tutto un secolare edificio di errori e di menzogne. Esso è tutta una guerra. Una guerra gloriosa, e per la potenza del nemico, e per la potenza, ancora più grande, del capitano, che l’intraprendeva con sì grande quantità di nuovissime armi, di istrumenti e macchine di ogni sorta, che il suo genio aveva saputo ritrarre da tutte le scienze moderne.

Di gran lunga più ristretto e modesto è il compito mio. Io devo solamente guidare una turba di volenterosi seguaci per la strada più facile e breve al tempio del capitale; e là demolire quel dio, onde tutti possano vedere con i propri occhi e toccare con le proprie mani gli elementi dei quali esso si compone; e strappare le vesti ai sacerdoti, affinché tutti possano vedere le nascoste macchie di sangue umano, e le crudelissime armi, con le quali essi vanno, ogni giorno, immolando un sempre crescente numero di vittime.

E in questi propositi che mi accingo all’opera. Possa frattanto Marx adempire la sua promessa, dandoci il secondo volume del Capitale, che tratterà della Circolazione del Capitale (libro II), e delle forme diverse che riveste nel corso del suo sviluppo (libro III), e il quarto e ultimo volume che esporrà la Storia della teoria.

Questo primo libro del Capitale, scritto originalmente in tedesco e poscia tradotto in russo e in francese, è ora brevemente compendiato in italiano nell’interesse della causa del lavoro. Lo leggano i lavoratori e lo meditino attentamente perché in esso si contiene non solamente la storia dello Sviluppo della produzione capitalista, ma eziandio il Martirologio del lavoratore.

E finalmente, farò anche appello a una classe altamente interessata nel fatto della accumulazione capitalista, alla classe cioè dei piccoli proprietari. Come va che questa classe, un giorno tanto numerosa in Italia, oggi si va sempre più restringendo? La ragione è molto semplice. Perché dal 1860 l’Italia si è messa a percorrere con più alacrità il cammino, che devono necessariamente percorrere tutte le nazioni moderne; il cammino che mena all’accumulazione capitalistica, la quale ha in Inghilterra raggiunta quella forma classica, che cerca di raggiungere in Italia come in ogni altro paese moderno. Meditino i piccoli proprietari sulle pagine della storia d’Inghilterra riportate in questo libro, meditino sull’accumulazione capitalista, accresciuta in Italia dalle usurpazioni dei grandi proprietari e dalla liquidazione dei beni ecclesiastici e dei beni demaniali, scuotano il torpore che opprime loro la mente e il cuore, e si persuadano una buona volta che la loro causa è la causa dei lavoratori, perché essi saranno inevitabilmente ridotti tutti, dalla moderna accumulazione capitalista, alla trista condizione: o vendersi al governo per la pagnotta, o scomparire per sempre fra le dense file del proletariato.

 

Carlo Cafiero

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Due navi militari americane effettuano l’ottavo transito nello Stretto da quando alla Casa Bianca c’è Biden. Il tutto mentre Washington cerca di rassicurare i partner nel Sud-Est, spaventati da una possibile recrudescenza jihadista dopo la caduta di Kabul

 

Da una parte completano il ritiro, dall’altra rilanciano la loro presenza. Politici, diplomatici e militari degli Stati Uniti affollano l’Asia del Pacifico come di rado avevano fatto negli ultimi anni, mentre abbandonano l’Afghanistan. Non lasciano invece lo Stretto di Taiwan, dove venerdì sono transitate due navi: il cacciatorpediniere USS Kidd e un mezzo della guardia costiera.

La marina statunitense ha definito il passaggio “legittimo”, cogliendo l’occasione per definire l’episodio una “dimostrazione dell’impegno americano per un Indo-Pacifico libero e aperto”. La Cina, che ha condotto delle esercitazioni militari lo stesso giorno, ha come prevedibile condannato l’episodio definendolo un “atto provocatorio” e additando gli Usa come “la più grande causa di rischi alla sicurezza nello Stretto di Taiwan”.

L’azione, definita “normale” dal governo locale, è una risposta alle estese esercitazioni militari dell’Esercito popolare di liberazione del 17 agosto e intende rassicurare sulle intenzioni di Washington nei confronti di Formosa dopo che la caduta di Kabul aveva accesso la retorica di Pechino e portato la presidente Tsai Ing-wen a dichiarare che Taiwan non può “affidarsi solamente alla protezione altrui”.

Si tratta dell’ottavo transito di navi militari americane nello Stretto da quando alla Casa Bianca c’è Joe Biden e segue un accordo di cooperazione siglato a marzo tra la guardia costiera americana e quella taiwanese. A inquietare Pechino c’è anche l’apparente rafforzamento dell’allineamento operativo con il Giappone. La nave della guardia costiera che accompagnava la USS Kidd ha concluso nei giorni scorsi un periodo di addestramento con la giapponese Aso nel mar Cinese orientale. Tokyo, che a breve entrerà in campagna elettorale, sembra aver parzialmente messo da parte la tradizionale cautela strategica.

Il Partito liberaldemocratico del premier Yoshihide Suga ha tenuto un summit bilaterale sulla sicurezza con il DPP di Tsai, il primo di sempre nel suo genere. Nei prossimi mesi la temperatura delle acque dello Stretto resterà alta: a settembre sono previste tre vaste esercitazioni militari di tutte le componenti del triangolo Taipei-Pechino-Washington, mentre il possibile invito di Tsai al Summit per le democrazia di dicembre potrebbe essere, suggeriscono i media cinesi, come “un’opportunità storica per sorvolare il territorio di Taiwan”.

Ma, almeno per il momento, nessuno sembra avere la volontà di causare incidenti. Tanto che gli eserciti di Cina e Stati Uniti hanno riesumato dialoghi di alto livello (prima volta dall’avvento di Biden) sulla crisi afgana.
Si sta semmai assistendo a una serie di stress test incrociati, condotti sia a livello militare che diplomatico. Il Quad avvia le esercitazioni congiunte Malabar 2021 nel mare delle Filippine, Pechino risponde inviando due flottiglie a nord e sud del Giappone ed estende la “zona grigia” intorno all’isola con strutture militari e (nei programmi di Xi Jinping) anche civili. Contestualmente, Harris cerca di tranquillizzare il Sud-Est asiatico sull’impegno “a lungo termine” degli Usa nella regione.

La vice di Biden ha garantito che Washington non chiederà di “scegliere da che parte stare”, cosa che non vuole fare nessuno dei paesi dell’area. Ma ha anche denunciato le intimidazioni cinesi sulle dispute marittime e ha chiesto a Singapore e soprattutto Vietnam di “aumentare la pressione” su Pechino. Cosa che, in realtà, Hanoi non sembra intenzionata a fare. Quantomeno non allineandosi a Washington. Il premier Pham Minh Chinh abbia approfittato del ritardo nell’arrivo di Harris, causato da due possibili casi di cosiddetta “sindrome dell’Avana”, per incontrare l’ambasciatore di Pechino Xiong Bo e garantire che il Vietnam non entrerà in nessuna “alleanza anti-cinese”.

La vicepresidente degli Usa ha inoltre promesso un milione di vaccini contro il coronavirus ad Hanoi e ha annunciato l’intenzione di ospitare il summit dell’Apec del 2023. Ma a Washington serve elevare il proprio approccio a livello regionale, coinvolgendo le istituzioni Asean. Fornendo per esempio sostegno sull’antiterrorismo, tema tornato in cima all’agenda di diversi governo del blocco dopo la presa di potere di talebani e la recrudescenza jihadista. Indonesia e Filippine hanno una lunga storia di attentati e insorgenze islamiste. Nell’isola di Mindanao, per esempio, operano diversi gruppi islamisti, alcuni affiliati all’Isis. Ma anche Malaysia, Brunei e Thailandia temono che la vicenda afghana possa riaccendere i movimenti estremisti locali.

Di Lorenzo Lamperti

Da china-files

 

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In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie (Ombre Corte 2017) è un breve saggio di Carmen Pisanello che sviscera l’insieme di deliri retorici e pratici che hanno come fine il rinchiuderci dentro le nostre case, azzerare gli spazi di socialità e spingerci verso un modello orwelliano di società in cui il lavoro, l’abitazione e il televisore diventano l’unico mondo possibile. Per dirla con Pangloss, il maestro del Candido di Voltaire, il migliore dei mondi possibili.

Da Una banda di Cefali

Oggi sicurezza e decoro camminano a braccetto come dichiara la quarta di copertina del libro: «Ormai anche in Europa lo spazio urbano viene sottoposto a rigidi controlli e a sorveglianza, diviso in zone più o meno accessibili, così come viene diviso in campi semantici opposti: da un lato l’ordine, la pulizia, l’uniforme, l’autorizzato, dall’altra il disordine, lo sporco, l’informe, l’abusivo». Pisanello analizza la politica del decoro partendo dai media e dall’infotainment che hanno bruciato il cervello di migliaia di persone creando ad hoc una serie di paure che attraversano la nostra società. Il coronavirus ha di certo sparigliato le carte in gioco, ma restano alcuni punti fermi del continuo bombardamento mediatico, come l’evergreen paura dell’immigrato, mentre si aggiungono new entry complesse e ancora più spaventose ad esempio Blue Whale, il gioco online che indurrebbe i ragazzini a prove sempre più difficili fino al suicidio. Decoro e sicurezza si fondono in un unico grande magma di paure e notizie. Depurare le strade dalle scritte, dai ragazzi che bevono birre e fumano gli spinelli, per la borghesia significa depurarle dal conflitto. Da che mondo e mondo, se uno è sporco, vestito male e con un brutto taglio di capelli non può che portar guai. L’ideologia del decoro amplifica l’idea che la colpa del degrado umano e architettonico sia sempre di chi sta peggio di noi. Ritorna alla mente il concetto di destra e sinistra di Gilles Deleuze: la persona di destra vede le ingiustizie del mondo e si chiude per non farle entrare nel suo giardino, quella di sinistra vede le stesse ingiustizie, ma vuole risolverle partendo dal proprio mondo. O almeno dovrebbe essere così, visto che i primi deliri securitari e le prime guerre al diverso sono state lanciate da un’icona della sinistra dell’inizio degli anni 2000, Sergio Cofferati. L’ex segretario della CGIL che riuscì a portare in piazza tre milioni di persone contro l’abolizione dell’art.18 e poi diventò sindaco di Bologna promettendo ascolto. Nel giro di pochi mesi divenne, invece, l’alfiere della legalità, della lotta al degrado, della guerra ai giovani a cui pure Bologna, città universitaria per eccellenza, deve moltissimo. Noi, che abbiamo vissuto quegli anni bolognesi, ricordiamo la repressione, le multe e gli arresti, ma anche il paternalismo spiccio di quella giunta che non voleva che le persone bevessero nelle piazze: “Perché l’alcool fa male”, ma le stesse bevande potevi trangugiarle seduto a un tavolino al triplo del prezzo senza alcun effetto problema per il tuo fegato. La parola “decoro” spesso nasconde solo interessi di bottega o l’inizio di una grande speculazione urbanistica all’interno di un quartiere considerato degradato. L’ultimo esempio di questo genere è stato lo sgombero dello spazio pubblico autogestito Ex mercato 24 nel quartiere della Bolognina, a Bologna appunto. In un quartiere multietnico e ricco di esperienze indipendenti, l’applicazione forzata dell’estetica borghese – con tanto di street artists pagati dal comune –  ha di fatto coperto un vero e proprio sacco edilizio, in nome di una riqualificazione che non significa altro che cemento e soldi per costruttori e banchieri, e voti per politici opportunisti. Eppure, esistono degli esempi di resistenza a queste logiche, ad esempio, il quartiere Langunillas di Malaga, altra città sottoposta a una cura gentrificante molto dura. A tal proposito, consiglio di dare un’occhiata alla pagina facebook: Langunillas-El futuro estay muy “Grease”. Ma torniamo al libro e alla sua autrice. Carmen Pisanello si è laureata in Scienze dell’Informazione Editoriale Pubblica e Sociale con una tesi sul concetto di decoro fra media e filosofia. Oggi si occupa di media, inclusione sociale e progettazione per terzo settore. Ha pubblicato per DonnaWomanFemme, Zona Letteraria, ed altri. Nel 2016 ha vinto il premio Building Apulia per Scrittori under 30. Il suo nuovo libro s’intitola Scrivere sui muri con le illustrazioni di Elias Taño (Momo Edizioni), edito anche in Spagna come “Rayar los muros” (Edicions Bellaterra).

scrivere sui muri

Carmen Pisanello, Elias Taño, Scrivere sui Muri, Momo Edizioni

Il tuo saggio inizia con un’analisi del nuovo rapporto tra cittadini e i nuovi e vecchi media. Che c’entra con il decoro?

In nome del decoro è un saggio a cui ho cominciato a lavorare nel 2016, mentre scrivevo la mia tesi di laurea magistrale in media studies. In quel periodo sui giornali si scriveva molto di “crociate contro il degrado” e si alimentava una narrazione distorta della legittima richiesta di sicurezza dei cittadini, ossia, per come la intendo io, una sicurezza intesa come sostegno economico, presenza di servizi, di promozione sociale e culturale. La narrazione mediatica invece spingeva molto una narrazione in cui la richiesta di sicurezza veniva intesa come incolumità fisica, alimentando sentimenti di paura e concentrandosi su specifici “nemici” della sicurezza, che paradossalmente poi erano sempre gli ultimi di questa società: persone con esistenze difficili, che non hanno potuto o voluto vivere entro o semplicemente reggendo ritmi e aspettative tipici della società neoliberista occidentale e conducono vite con condotte particolari, spesso incomprensibili ai più. Sto parlando di senza fissa dimora, prostitute, persone con patologie mentali o patologie di dipendenza da sostanze, migranti, giovani che fanno parte di gruppi politici o artistici, e così via. Si è trattato di una battaglia che si è condotta sui giornali e in particolare sfruttando la potenza dei nuovi media di condivisione, che è una cosa piuttosto scontata dato che viviamo in un antropocene fondato sul concetto di informazione. Quindi sono partita da lì, analizzando da un punto di vista semiotico il dibattito.

Che cosa s’intende con ideologia del decoro? 

Il concetto di ideologia del decoro per  me è un concetto provocatorio che va a sottolineare l’uso politico che è stato fatto della narrativa dicotomica decoro/degrado, una narrativa di opposti inconciliabili che serviva esattamente a questo, a dividere la città e le persone con un racconto estremamente superficiale degli epifenomeni, girandosi poi dall’altra parte quando si trattava di discutere le cause che portavano le persone a dormire per strada, a utilizzare sostanze stupefacenti e in generale a vivere ai margini. Per non parlare della criminalizzazione che è stata fatta persino di fenomeni artistici/creativi come il writing e l’arte urbana. In realtà penso che il decoro non meriti affatto di essere definito un’ideologia. Esattamente come per il fascismo, dietro al concetto di decoro non c’è un’idea strutturata, un presupposto teorico e un ideale inteso come finalità che costituisce un programma, ma si tratta soprattutto di uno strumento di controllo e repressione, poiché l’ideale di ordine e pulizia che viene proposto non può essere realizzato, se non a discapito della nostra umanità. L’ideologia del decoro non esiste perché tale pulizia è soprattutto una narrazione mediatica, che si nutre della mancanza di comprensione delle ragioni altrui e a sua volta la alimenta. Serve in particolare a nascondere le cause di tali marginalità sociali, perché una loro comprensione andrebbe a intaccare non solo interessi più grandi come il valore economico rappresentato dallo stato di determinati quartieri o zone urbane, ma anche le fondamenta del sistema economico in cui viviamo, produttore di povertà e marginalizzazione. Questo ideale irraggiungibile di pulizia e perfezione è un perfetto strumento di controllo sociale, perché ci misura (e quindi ci giudica)  in continuazione come imperfetti, ci rende deboli perché ci fa sentire inadatti e infine ci fa scaricare la nostra frustrazione verso “nemici” che possiamo additare come più marginali, sbagliati e imperfetti di noi.

Chi colpisce la guerra al degrado?

Non si può rispondere a questa domanda senza prima chiedersi: che cos’è il degrado? Perché bisogna “fargli guerra”? In questo modo si pone una questione molto articolata, a cui si può rispondere seguendo le varie manifestazioni di questa narrazione, che appaiono come frammenti di un assetto che è culturale, politico ed economico. Se la contrapposizione simbolica fra bianco e nero, pulito e sudicio, puro e impuro, è un refrain  nel discorso politico culturale delle destre di questo Paese e non solo, il soffiare su sentimenti di aggressività e paura nei confronti di tale diversità è un agire politico (anche quando è messo in pratica a livello mediatico) che assicura voti e un enorme potere repressivo. Proprio qui si manifesta il  pericolo: nel momento in cui si aggredisce la non conformità (multando, respingendo, carcerando, ecc.), ma questo accade senza chiedersi il perché di tale diversità e senza alcuna assunzione di responsabilità politiche, allora stiamo assistendo a una separazione sempre più netta delle parti sociali e stiamo autorizzando strumenti di controllo sociale sempre più capillari. Tale separazione si incardina sul mancato riconoscimento reciproco, sulla mancata accettazione della diversità: è l’isolamento dell’essere umano contemporaneo, incastrato nella routine della produzione neoliberale e del controllo biopolitico. Una solitudine che paradossalmente diventa “unità” davanti alla costruzione di un nemico comune, di un capro espiatorio selezionato accuratamente: l’indifendibile, l’incolpabile, il disturbatore, colui o colei che con il suo comportamento “indecoroso” non solo non soddisfa gli standard produttivi, ma porta avanti condotte moralmente inaccettabili, in alcuni casi anche per sua deliberata scelta. In mancanza dei perché, un senzatetto è uguale ad un writer che non è diverso da una prostituta o da un ultras o da uno “straniero”. Intendiamoci, la morale di cui parliamo è una morale perbenista, fatta soprattutto di etichette, che non si indigna tanto per il malaffare, tanto quanto per il fatto che tale malaffare non sia “mondato” da un consistente ritorno economico.

Stavamo vivendo (o vivevamo) in un’epoca in cui il turismo e le gentrificazione si stavano mangiando anche una città recalcitrante a questo fenomeno come Napoli. Adesso c’è chi tira un sospiro di sollievo perché i prezzi delle case si abbasseranno, le strade saranno meno affollate e, più filosoficamente, l’autogetrificazione della gente stessa si è fermata; e poi ci sono quelli che si stracciano le vesti per paura che in certe zone risanate grazie al turismo ritorni il degrado. Cosa ne pensi?

Penso che siamo in un’epoca in cui le cose cambiano troppo rapidamente per sapere se potremo tirare sospiri di sollievo. Potenzialmente non possiamo sapere che aspetto avranno i centri delle nostre città fra tre anni. In qualsiasi caso, anche se i centri città rimanessero vuoti di turisti e negozi, ciò accadrebbe a causa di un mancato potere d’acquisto generale, perciò il “degrado” dovrebbe essere l’ultimo dei problemi in caso di default economico del Paese.

Cosa pensi delle attuali norme securitarie per il contenimento del virus? Pensi che ci abitueremo ad esse e le chiusure delle piazze e i coprifuochi diventeranno una norma applicabile a piacimento dal sindaco di turno?

La tendenza della società contemporanea è quella di cedere libertà personali in cambio di garanzie di protezione e sicurezza. Succede con tutto: le città oggi sono piene di telecamere, sono rarissimi i luoghi dove non si viene osservati, accettiamo che comportamenti fuori dalla norma (ma che di fatto non fanno del male a nessuno) vengano perseguiti con pene severe come la carcerazione, persino quando deleghiamo a Google Maps il percorso da fare, siamo terribilmente impauriti e preferiamo che qualcuno “controlli la situazione” al posto nostro. La pandemia ha dato una bella accelerata a tutto questo, la paura dell’altro si è materializzata, come in un incubo. Solo che è tutto vero. Se faremo presto ad abituarci a tutto ciò, se avremo paura non solo dell’altro, ma anche di autodeterminarci, di comprendere quali regole sono accettabili e quali insopportabili, dipende solo da noi. Penso sia soprattutto una questione di consapevolezza.

Il tuo ultimo libro Scrivere sui muri è un libro per bambini “di tutte l’età” perché pensi che le scritte sui muri siano un argomento che può riguardare anche i più piccoli?

Perché è qualcosa che cominciamo a fare da bambini, una specie di necessità espressiva che poi viene mediata, più o meno dolorosamente, nell’incontro con l’autorità. Prima quella familiare e poi con le diverse forme di autorità con le quali ci confrontiamo crescendo. Spesso queste forme di autorità non comprendono che frenare questi istinti espressivi ci porta solo ad essere degli esseri umani più insoddisfatti, più tristi e più grigi. L’espressione creativa o artistica è una manifestazione tipicamente umana come il gioco, quando la sopprimiamo per conformarci a certe regole morali o sociali ci procuriamo un enorme sofferenza. Questo è qualcosa che i bambini forse sanno anche meglio di noi. Per questo è un libro per tutte le età, dobbiamo ricordarci di essere stati bambini.

Intervista a cura di Claudio Metallo

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in CULTURE

Berlino terrà un referendum il 26 settembre per espropriare 240mila case alla più grande immobiliare tedesca

Carmela Negrete da PopOff Quotidiano

La capitale tedesca non è più l’eccezione europea. Non sorprende più nessuno andare a vedere una casa in affitto e trovare una coda di interessati in attesa. Quelli che sono stati respinti decine di volte lo descrivono come un incubo. Per non parlare dei prezzi. Gli affitti ragionevoli del breve periodo di anomalia dopo la caduta del muro sono stati inghiottiti dal mercato immobiliare. Forse è per questo che, poiché c’è un ricordo recente di altre possibilità reali, la gente nella capitale si è organizzata per resistere al potere delle grandi società immobiliari.
Vivere nella capitale tedesca sta diventando sempre più costoso. In particolare, sono i prezzi degli affitti e degli alloggi che contribuiscono in larga misura all’aumento del costo della vita a Berlino. Con il prezzo al metro quadrato che si aggira intorno ai 3.800 euro, sempre più tedeschi hanno difficoltà a trovare un posto dove vivere. Circa l’80% dei residenti vive in alloggi in affitto, anche se alcuni di loro sono organizzati in cooperative di inquilini. Ecco perché il 40% delle case sono di proprietà di privati, sia individualmente che collettivamente.


Anche Jaime Martínez Porro, berlinese d’adozione e spagnolo di passaporto, vive in affitto. L’attivista, membro di Izquierda Unida e del partito di sinistra tedesco Die Linke, ha partecipato alla raccolta di firme che l’organizzazione “Deutsche Wohnen & Co. enteignen” (espropriare Deutsche Wohnen & Co.) ha portato avanti per indire un referendum sull’opportunità che il consiglio comunale di Berlino tolga al gigante immobiliare Deutsche Wohnen la proprietà di circa 240.000 case nella capitale. Jaime spiega che gli stranieri non potranno votare. “Ma li abbiamo incoraggiati a firmare a favore della richiesta del referendum per dare loro visibilità e per poter rivendicare anche i nostri diritti”. Spiega di un referendum che influenzerà la loro vita quotidiana. In quattro mesi, l’iniziativa è riuscita a raccogliere quasi 350.000 firme, anche se solo 180.000 erano valide per questo motivo.
Il voto, che avrà luogo lo stesso giorno delle elezioni del Bundestag e del consiglio comunale di Berlino il 26 settembre, ha la possibilità di raggiungere il quorum necessario grazie alla coincidenza della data. Tuttavia, è tutt’altro che chiaro cosa succederà nel caso in cui la maggioranza dei berlinesi si dichiari a favore della messa in mano pubblica degli alloggi. In questo caso, il senato sarà responsabile della stesura di una legge di esproprio. “In questo caso, c’è un progetto di legge elaborato da Die Linke e Deutsche Wohnen enteignen, quindi dipenderà dalla maggioranza che uscirà dalle elezioni”, spiega Martínez Porro. “Abbiamo l’esempio dell’aeroporto di Tegel, dove nel voto referendario si è deciso che non doveva essere chiuso, ed è stato chiuso”, avverte.
Se una maggioranza di almeno il 25% dell’elettorato vota a favore, la coalizione berlinese della socialdemocratica SPD, i Verdi di Die Grüne e Die Linke va avanti (come sembra probabile) e viene redatta una legge, una delle questioni più importanti e decisive per il futuro delle case colpite sarà il risarcimento da pagare a Deutsche Wohnen. “La compensazione è una delle questioni più complesse, ma è stata affrontata in uno dei gruppi giuridici in cui si è pensato di creare un’entità pubblica capace di emettere obbligazioni di debito senza diventare una società pubblica e senza poter generare profitti”, spiega Martínez su questo aspetto del processo di espropriazione ancora poco chiaro.


Ottimismo
DW&co Enteignen è ottimista. Uno dei suoi portavoce, Kalle Kunkel, vede che “i sondaggi ci danno al momento una maggioranza a favore della nostra proposta”. L’essenza di questo si basa sul pensiero che “la casa è un diritto e non dovrebbe essere una merce”, che le quattro mura sono diventate oggetto di speculazione “senza controllo democratico”. Alla domanda se, dopo un eventuale esproprio e le conseguenti compensazioni previste dalla costituzione tedesca, gli affitti potrebbero rimanere altrettanto alti o addirittura diminuire, “dipende molto dalle scelte politiche che si faranno”, spiega Kunkel in un’intervista a El Salto.
In particolare, il fattore che avrà la maggiore influenza sul successo della misura sarà se il valore speculativo che i proprietari perderanno non possedendo più le loro case sarà compensato. “Nei vari calcoli presentati, che compenserebbero la proprietà e/o gli affitti che il consorzio non potrebbe applicare, ma che non prevedono compensazioni per gli aumenti speculativi dei prezzi, i conti tornano e gli affitti non dovrebbero aumentare o potrebbero addirittura diminuire”, dice il portavoce. E se le case vengono rilevate dal comune, ma devono essere riparate e poi privatizzate di nuovo, anche questa non sarebbe un’opzione desiderabile per i berlinesi: “Abbiamo considerato anche questo scenario, e vogliamo che sia chiaro nello statuto della società pubblica che non possono essere privatizzate di nuovo”.
E così il referendum per espropriare migliaia di appartamenti della più grande società immobiliare tedesca nella capitale del paese dimostra che c’è una massa critica che si organizza per rivendicare i propri diritti e che non si accontenta delle briciole. Allo stesso tempo, mostra i limiti di tali proposte nel quadro della democrazia liberale dell’economia sociale di mercato prevista dalla costituzione tedesca.

 

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