ssssssfff
Articoli filtrati per data: Thursday, 06 Maggio 2021

Organizzazioni dei Diritti Umani hanno dichiarato che a Pereira la polizia ha sparato contro i manifestanti dalle moto e dalle auto con i vetri polarizzati.

In una nuova notte di violenza da parte delle forze di sicurezza della Colombia, almeno due giovani sono morti e vari sono risultati feriti mercoledì nella località di Pereira a causa della repressione della polizia.

Secondo dei video che sono circolati nelle reti sociali, l’incidente ha avuto luogo nel settore del viadotto quando le forze dell’ordine hanno sparato contro la concentrazione di giovani che manifestavano contro il governo di Iván Duque.

Si è saputo che i giovani assassinati si chiamano Lucas Villa e Miguel Ciro, studenti dello sport dell’Università Tecnologica di Pereira.

Organizzazioni dei Diritti Umani hanno dichiarato che la polizia ha sparato contro i manifestanti dalle moto e dalle auto con i vetri polarizzati.

Di fronte a questa situazione di violenza, i manifestanti hanno sollecitato la presenza di organizzazioni internazionali dei Diritti Umani affinché evidenzino le violenze sui civili da parte delle forze dello stato.

Mercoledì la Procura colombiana ha annunciato che incriminerà i poliziotti per gli omicidi di tre civili durante le manifestazioni e che secondo questo organismo ci sono stati almeno 11 morti, anche se le ONG come Temblores alzano questa cifra a 37.

“Tre di questi omicidi saranno imputati a membri della Polizia Nazionale nell’ambito di queste manifestazioni”, ha dichiarato il procuratore generale della Colombia, Francisco Barbosa, in una dichiarazione congiunta con il difensore del popolo, Carlos Camargo.

Barbosa ha ricordato che il suo ufficio ha informato su 24 omicidi durante le proteste e che la Procura, dopo aver utilizzato “tutti i meccanismi di chiarimento giudiziario”, ha determinato che “11 morti violente sono avvenute in occasione di queste manifestazioni, sette sono in verifica e sei omicidi non hanno nessun legame”.

Le manifestazioni sono iniziate il 28 aprile contro la già ritirata riforma tributaria del Governo colombiano e oggi continuano, tra le altre cose, in rifiuto della brutalità poliziesca.

La Piattaforma Grita ha emesso un bilancio sulla repressione da parte di agenti dello Squadrone Mobile Antisommossa (ESMAD) e dell’Esercito colombiano contro i manifestanti.

Secondo la Piattaforma, dal 28 aprile fino al 5 maggio ci sono stati 1.708 casi di violenza poliziesca, cifra attualizzata dopo i recenti fatti in città come Cali, Medellín, Barranquilla, Buga, Palmira e Bogotá.

Nelle denunce sulla repressione della polizia si contabilizzano, inoltre, 222 casi di vittime di violenza fisica, 37 omicidi, 831 arresti arbitrari, 312 interventi violenti, 22 persone con lesioni oculari, 110 vittime per proiettili sparati da poliziotti e dieci casi di violenza sessuale.

Anche se i grandi mezzi di comunicazione tergiversano la realtà e invisibilizzano le vittime della repressione della polizia, nelle diverse reti sociali tanto le organizzazioni sociali come cittadini indipendenti denunciano con video la repressione che si intensifica nelle ore della notte in varie regioni del paese.

6 maggio 2021

teleSUR

Da Comitato Carlos Fonseca

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Pubblichiamo la prima puntata del diario di viaggio della carovana zapatista che da qualche giorno si è imbarcata verso l'Europa...

Dai quaderni di appunti del Gato-Perro

La Montaña è stata abbordata il 30 aprile 2021, essendo quella l’ora. La nave era ancorata a circa 50 braccia dal porto, “lontano dal trambusto e dalla falsa società”. Ridenti gabbiani, cormorani, fregate, ibis le volteggiavano intorno e persino un colibrì candido e smarrito cercava di fare un nido sulla piattaforma di prua. Nello scafo, sotto la linea di galleggiamento, i delfini tamburellavano una cumbia, uno squalo balena teneva il ritmo con le sue pinne e la manta distendeva le sue nere ali come fianchi volteggianti.

Il gruppo dei bucanieri era guidato dal Subcomandante Insurgente Moisés, il quale, con una truppa composta da una insurgenta tercia, un autista insurgente e un meccanico, un autista base, 5 [email protected], una comandanta e due comandanti, era presente per salutare la delegazione marittima, Squadrone 421, e controllare, in situ, che l’imbarcazione avesse ciò che era necessario per l’epopea nautica. Un team di supporto della Commissione Sexta assisteva per scrivere i necrologi dei caduti in azione.

Non c’è stata resistenza da parte dell’equipaggio. Il capitano aveva infatti precedentemente ordinato di issare, come albero di trinchetto, una grande vela con l’immagine che identifica la delegazione marittima zapatista, aggiungendo così La Montaña, incluso tutto l’equipaggio, alla lotta per la vita. Con gli alberi nudi, il simbolo del delirio zapatista scintillava impetuoso.

Quindi, diciamo che è stato un arrembaggio consensuale. Nessun tentativo di aggressione da parte delle truppe zapatiste, né della marineria ospite. E si potrebbe dire che tra noi e le/i [email protected] de La Montaña c’era una sorta di complicità. Anche se, al primo approccio, erano [email protected] quanto noi.

E saremmo rimasti lì, a fissarci immobili, se non ché, avanzando da poppa, un insetto straordinariamente simile a uno scarafaggio ha gridato: “All’Arrembaggio! Se sono tanti, scappiamo! Se sono pochi, ci nascondiamo! E se non c’è nessuno, avanti, che siamo nati per morire!”. Questo è quello che ha deciso tutto. L’equipaggio guardava sbalordito il piccolo insetto e noi… non sapevamo se scusarci per l’irruzione o unirci all’attacco dei pirati.

Il subcomandante Insurgente Moisés ha ritenuto che fosse il momento opportuno per le presentazioni, quindi ha detto: “Buon pomeriggio. Il mio nome è Moisés, Subcomandante Insurgente Moisés, e loro sono…” Ma quando si è voltato per presentare la truppa, il SubMoy ha visto che non c’era nessuno.

Tutti stavano girando sulla nave con mal celate dimostrazioni di giubilo ed entusiasmo: le compagne delegate, come regine del Caribe, salutavano da babordo le barche piene di turisti che le guardavano con curiosità e scandalo, forse sorpresi che, con questo caldo , le compas indossassero gonne lunghe. Soprattutto perché le turiste indossavano bikini così ridotti da non credere. Marijose è andata a prua e da lì contemplava la casa di Ixchel, pensando tra sé e sé che non avrebbe indossato i suoi iper ultra mini shorts, perché non voleva umiliare le cittadine in quanto a sensualità.

I comandanti David e Hortensia davano le ultime raccomandazioni a una Lupita con il sorriso che le debordava dalla mascherina. Il comandante Zebedeo si ripeteva: “non devo vomitare, non devo vomitare”, che è l’antiemetico consigliato dal SupGaleano.

[email protected] tercios (4 uomini, una compa e una insurgenta), dal canto loro, facevano foto e video di tutto. E quando dico “di tutto”, è proprio di tutto. Quindi, non stupitevi se nelle foto compaiono solo lucernari, funi, catena dell’ancora, verricello, boe, teloni, secchi per drenare l’acqua e altre cose tipiche di una nave che sta per attraversare l’Atlantico nella nobilissima missione di invadere, voglio dire, conquistare, cioè, visitare l’Europa.

Marcelino e il Monarca hanno chiesto della sala macchine e, non so da dove, hanno tirato fuori una cassetta degli attrezzi e, con pinze e cacciaviti, sono andati dove pensavano che dovesse essere il motore perché, hanno spiegato ad un capitano attonito, dal rumore si deduceva che necessitava di regolazione. Bernal e Felipe (sostituto di Darío – che è dovuto restare a terra per il passaporto dei figli -, 49 anni, originario Tzeltal; parla fluentemente tzeltal e la castilla; padre di 4: il maggiore di 23 anni e il più giovane di 13 anni; è stato miliziano, sergente, responsabile locale, consigliere autonomo nel MAREZ, giunta di buon governo, insegnante della escuelita e autista; musica preferita: romantica, rancheras, banda, cumbia, rivoluzionaria; colori preferiti: nero, blu e grigio; si è preparato per 6 mesi come delegato; volontario per viaggiare in barca se qualcuno non poteva; esperienza marittima: nulla), si sono uniti alla squadra meccanica zapatista (nel caso che, in alto mare, ci fosse bisogno di riparazioni).

L’equipaggio de La Montaña, una volta ripresosi dallo sconcerto di un arrembaggio così altro, si è strategicamente distribuito in coperta, prevedendo che l’esaltazione zapatista sarebbe sfociata con uno di noi in mare.

Se questo fosse accaduto, eravamo preparati, che vi credete. Per la composizione della delegazione, la sera prima si è discusso di come gridare se ciò fosse accaduto: “uomo in mare” o “donna in mare” o “otroa in mare” o “tercio in mare” o “autista in mare” o “scarafaggio in mare”, e così via. Il problema era che, per sapere cosa gridare, il SubMoy doveva prima prendere la lista e vedere chi mancava, e poi dare l’ordine di “panico sottovento” (che la delegazione aveva simulato fino alla perfezione durante l’addestramento nel Centro di Addestramento, area Naufragi e Affondamenti) affinché [email protected] gridassero. Poiché i secondi che si sarebbero persi (nella realtà, perché nelle simulazioni erano lunghi minuti) potevano essere decisivi, si è deciso di gridare “Zapatista in mare!”. Ciò non è accaduto, cosa che ha liberato il gruppo corsaro maya (permesso in regola nelle Giunte di Buon Governo zapatiste) da burle e scherni su di loro al Bar la Mota Negra, a Copenaghen, in Danimarca.

L’equipaggio presto è stato contagiato dall’entusiasmo zapatista e, nonostante fossero marinai con anni di esperienza nelle acque dell’oceano, guardava ora, attraverso lo sguardo zapatista, un mare che, calmo, celebrava una visita così inaspettata, rassegnato come prima all’impertinenza dei turisti di tutto il mondo. Il capitano dell’imbarcazione ha portato il SubMoy nella cabina di comando e l’ha messo al timone, mentre [email protected] tercios scattavano foto… dell’acqua (quindi ci saranno tante e tante foto di un mare vuoto).

La delegazione marittima zapatista, lo Squadrone 421 vero e proprio, da parte sua, è passato dall’entusiasmo alla cautela e ha sommerso l’equipaggio di domande sensate: “E se cade un fulmine e la nave si rompe, cosa facciamo?”. “E se si apre un buco e tutta l’acqua sparisce, dobbiamo camminare?”. “E voi come fate a mangiare se non avete la milpa?”. “E come fa il vento a sapere che stiamo andando di là?”. “E dove dorme il mare se ha sonno?”. “E se il cuore del mare è triste, come fa a piangere?”. “Quanto è grande il suo cuore per amarlo e consolare il mare che è grandissimo?”. “E, come noi difendiamo la terra, c’è qualcuno che difende il mare?”.

L’equipaggio de La Montaña composto da: il Capitano Ludwig (Germania), Edwin (Colombia), Gabriela (Germania), Ete (Germania) e Carl (Germania), si guardava perplesso e si diceva: “In welche Schwierigkeiten bin ich geraten?” (tranne Edwin, che in spagnolo pensava: “Accidenti, in quale guaio mi sono cacciato”).

-

E l’insetto? Ebbene, prevedendo che avrebbero cercato di buttarlo in mare (nonostante “avesse capeggiato l’arrembaggio con impareggiabile coraggio, grazia e bellezza” – così ha detto lui -), si è arrampicato in cima al berretto e, da lì, ha declamato in un impeccabile galiziano:

“Volverei, volverei á vida
cando rompa a luz nos cons
porque nós arrancamos todo o orgullo do mar,
non nos afundiremos nunca máis
que na túa memoria xa non hai volta atrás:
non nos humillaredes NUNCA MÁIS.” (*)

A oriente, in lontananza, le onde sulle coste della Galizia ripetevano: “nunca máis”.

In fede.

Il Gatto-Cane.

Ancora in Messico, Maggio 2021

(*) Parole della canzone “Memoria da Noite” del gruppo galiziano Luar Na Lubre.

Traduzione “Maribel” – Bergamo

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

In questi giorni i paesi europei sono in fermento, il 30 aprile infatti era fissata la scadenza per presentare a Bruxelles i progetti per richiedere i fondi del PNRR, 750 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione Europea per la tanto auspicata rivoluzione ecologica a più di un anno dall’inizio della pandemia.

Uno sguardo più attento ai piani di spesa preparati dall’Italia – il più grande destinatario del denaro dell’UE – solleva però alcuni interrogativi sul come e su quanto sarà “green” il contributo di Roma.
L’UE in effetti ha posto dei vincoli abbastanza rigidi rispetto all’utilizzo dei fondi, richiedendo che la fetta più grande degli investimenti di ciascun paese – circa il 37% – venga destinato a progetti ecosostenibili che mirino a un’inversione di rotta soprattutto per quanto riguarda le energie rinnovabili e l’abbassamento delle emissioni di CO2.

Il documento presentato da Draghi stima 59 miliardi di euro di fondi europei sotto la voce “transizione ecologica”, da spendere nei sei anni previsti dal piano – circa 10 miliardi in meno rispetto alla bozza preparata dal suo predecessore Giuseppe Conte. Ciò equivale però soltanto al 31% contro il 37% richiesto dall’UE.
Draghi ha aggiunto che in realtà, i 9 miliardi di differenza dal piano precedente arriveranno da prestiti governativi separati, ma così facendo questo denaro non sarà soggetto al controllo di Bruxelles e potrà quindi essere facilmente revocato o dirottato in altri progetti.
A volerla dire tutta, sembra che il raggiungimento di questa soglia sia un problema tutto italiano e che molti altri paesi europei non debbano tirare troppo la coperta per destinare fino al 50% dell’investimento in progetti “green”.

Ma è guardandolo da vicino che si scopre che il piano di Draghi offre davvero poco per quanto riguarda inquinamento e smog che affliggono le nostre città.

Per ridurre le emissioni di gas serra provenienti dal settore dei trasporti, come previsto dai target europei vincolanti al 2030, occorre rendere competitive le modalità di spostamento a emissioni zero per le persone e per le merci, con specifiche politiche per le esigenze di ambito nazionale/internazionale e per quelle in ambito urbano. La situazione da cui partiamo è particolarmente difficile, perché in Italia la modalità di spostamento prevalente è quella su gomma, che copre il 62,5% degli spostamenti giornalieri delle persone, e oltre l’86% di quello merci.
A fronte di un’ auspicata “cura del ferro” che mirerebbe ad abbassare queste percentuali, troviamo solo un investimento totale di 5,45 miliardi, per il potenziamento delle linee ferroviarie regionali a fronte di… 25 miliardi per l’alta velocità! Il problema del trasporto ferroviario in Italia è però che è proprio fuori dalle direttrici principali dell’alta velocità che la situazione del servizio è peggiorata maggiormente, con meno treni in circolazione, e di conseguenza meno passeggeri. Solo negli ultimi anni c’è stato un recupero dell’offerta di servizio Intercity – treni fondamentali nelle direttrici fuori dall’alta velocità in particolare al Sud e nei collegamenti con i centri capoluogo di Provincia – ma dal 2010 al 2017 la riduzione delle risorse, con proroghe del contratto tra il Ministero delle Infrastrutture e Trenitalia, ha portato ad una riduzione drastica dei collegamenti che emerge con chiarezza dal bilancio consolidato di Trenitalia. Per i convogli a lunga percorrenza finanziati con il contributo pubblico, l’offerta in termini di treni*km è scesa dal 2010 al 2019 del 16,7% e parallelamente sono calati i viaggiatori del 45,9%. Nel 2019 i dati sono in leggera ripresa (+0,8%) per quanto riguarda il numero di persone, ma siamo comunque lontani dai dati di dieci anni fa sia per l’offerta sia per la frequentazione.
Dulcis in fundo, tra le opere urgenti da finanziare troviamo niente di meno che il Tav Torino Lione, la grande opera bocciata ormai da chiunque, anche dall’Europa, in quanto obsoleta e dannosa per l’ambiente.
Il governo italiano chiede 1 miliardo e 79 milioni per la grande opera che produrrà oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 impossibili da riassorbire se non, forse, prima della fine del secolo quando il riscaldamento globale sarà ormai irreversibile.

Non va meglio sul fronte del trasporto pubblico urbano per cui nel piano si prevedono appena 240 km di nuove linee (sufficienti forse appena per una grande città), l’acquisto di 53 treni elettrici e 5.540 nuovi autobus (solo Roma ne ha oltre 2.000).

Insomma, ad eccezione di alcuni buoni quanto vaghi passaggi come “accumuli per rinnovabili e solare agrovoltaico”, su ambiente e clima il progetto italiano appare davvero deludente. Non è previsto infatti nessun intervento serio per l’agricoltura ecologica, nessuna vera priorità per le energie rinnovabili, una scarsa attenzione per la mobilità urbana sostenibile e per la cura della biodiversità. Inoltre, vi è una “porta spalancata per l’idrogeno blu di Eni, prodotto da gas usando tecniche rischiose e neppure convenienti”.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che lo scorso mese il ministro della Transizione ecologica, ha appena firmato 7 decreti Via (Valutazione impatto ambientale) aventi ad oggetto altrettanti rinnovi di concessioni minerarie, progetti di messa in produzione di pozzi e di perforazione in diverse regioni d’Italia.

Ma d’altronde la politica green di Draghi la stiamo vedendo all’opera proprio qui in Val Susa. Stiamo assistendo in questi giorni all’installazione del cantiere a San Didero per la realizzazione di un nuovo autoporto che ospiterà svariati TIR. Per farlo è stato raso al suolo l’intero boschetto adiacente, l’unico polmone verde della media valle, che sta iniziando a rifiatare dopo anni di abusi e inquinamento provenienti dell’acciaieria che si trova a pochi km di distanza.

Sinceramente in tutto questo non vediamo niente di verde e questa transizione ecologica sembra sempre meno convincente.

Al suo insediamento Draghi ha esordito dicendo: “vogliamo lasciare un pianeta sano, non solo una moneta sana” ma
senza una spinta decisiva verso le energie rinnovabili, il trasporto elettrico o l’abbandono di vecchie chimere come le grandi opere inutili, il piano dell’Italia rischia di essere mero “greenwashing”, nell’interesse, ancora una volta, delle aziende statali e private che mirano a mantenere un sistema basato principalmente sui combustibili fossili e sullo sfruttamento intensivo delle risorse ormai risicate di questo pianeta

Da notav.info

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons