ssssssfff
Articoli filtrati per data: Wednesday, 05 Maggio 2021
Origini e storia del Primo maggio (più un canto) per tornare a rivendicare di lavorare meno, tutti e vivere meglio [Cesare Bermani*]

Vieni o maggio, nella versione cantata da Fenisia Baldini ex mondariso, registrata da Cesare Bermani nel 1964 a Lumellogno, provincia di Novara *

Il brano che accompagna questo articolo, scritto appositamente per Popoffquotidiano da Cesare Bermani, è parte di un imponente lavoro di raccolta e documentazione dello stesso Bermani nel corso di sessant’anni di ricerca storica. Finalmente l’archivio Cesare Bermani sarà catalogato, digitalizzato e aperto al pubblico! Tutto ciò grazie a un progetto della Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino – Venezia, partito grazie a un finanziamento della Fondazione comunità novarese. Nata nel 1997 l’associazione ha come finalità la promozione e il sostegno di attività di ricerca e la creazione di archivi dedicati al mondo popolare e proletario. Nel tempo, ha acquisito diversi archivi sonori e documentali e condotto ricerche sul campo di argomento storico ed etno-antropologico, organizzando anche convegni, rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali sulla storia orale. Dal 2018 ha ricevuto in gestione l’archivio di Cesare Bermani (nato nel 1937 e riconosciuto come uno dei padri della storia orale) custodito presso la sua residenza di Orta San Giulio: 3.500 ore di registrazione, un migliaio di cartelle di documenti cartacei, un’emeroteca, una discoteca, una fonoteca e una raccolta di manifesti, volantini, opuscoli. Un progetto che anche Popoff vuole sostenere è quello di riordinare e rendere accessibile al pubblico, anche in formato digitale, questo imponente patrimonio documentale su canti, storie di vita e di lavoro, interviste su eventi legati ai grandi momenti della storia italiana, testimonianze di e su personalità della politica e della cultura novarese e nazionale. Adesso abbiamo bisogno di tutto il vostro sostegno al progetto, in calce al pezzo troverete tutte le indicazioni. Fate girare e, se potete, fate una donazione. Non sono necessarie grandi cifre. Tante piccole vanno ancora meglio. Buon ascolto e buona lettura

e279ff7536b06cb12839e04789e2be37

 

Dopo la guerra civile americana (1861-1865), sindacati e socialisti cominciarono a rivendicare le “tre  otto” (8 ore di lavoro, 8 ore di riposo, 8 ore per svago e istruzione); una delle prime manifestazioni ebbe luogo a Chicago il 1° maggio 1867.

La rivendicazione accompagnò  la crescita industriale  e organizzativa operaia negli anni successivi, fino a che nel 1884 la Federation of Organized Trade Labor Unions, nel corso del proprio congresso a Chicago si propose di rilanciare quella lotta e decise che le 8 ore avrebbero dovuto costituire la giornata lavorativa legale a partire dal 1° maggio 1886, scegliendo quella data anche a ricordo della lotta del 1867.

E il 1° maggio 1886 si ebbero manifestazioni ovunque, ma quella di Chicago, alla quale parteciparono 80mila persone, fu la più riuscita, anche perché nella città erano in corso agitazioni operaie fin dai giorni precedenti.

Il  lunedì 3 maggio, il lavoro non riprese alla fabbrica di macchine agricole McCormick,  in sciopero. La polizia cercò di fare entrare a forza dei crumiri e uccise alcuni degli scioperanti che picchettavano i cancelli. Il giorno dopo fu convocato a Haymarket square un comizio di protesta con 2500 operai presenti e tutto sembrava dovesse svolgersi senza ulteriore spargimento di sangue tanto che il sindaco della città a un certo punto ritenne di potere tornarsene a casa. Ma, mentre parlava l’ultimo dei tre oratori (August Spies, Albert Parsons, Samuel Fielders), scoppiò una bomba dove stazionavano alcuni reparti di polizia. Due agenti morirono sul colpo, altri sei a seguito delle ferite riportate. Subito dopo l’esplosione la polizia sparò all’impazzata sui dimostranti colpendone una cinquantina, alcuni in modo mortale. Posta la città in stato d’assedio, vennero arrestati come responsabili dell’esplosione otto anarchici, 7 dei quali condannati a morte, dopo un vergognoso processo farsa. L’11 novembre 1887 vennero impiccati George Engel, Adolph Fischer, Albert Parsons, August Spies, mentre il giorno precedente Louis Lingg si era suicidato in carcere, facendosi esplodere in bocca una cartuccia di dinamite. Per i restanti tre la pena di morte venne commutata in ergastolo per due di essi, e in numerosi anni di prigione per il terzo.

Sei anni dopo il governatore dello stato dell’Illinois, John Petrer Altgelel, avrebbe riconosciuto che il processo si era basato su prove inconsistenti, riabilitato tutti i condannati e  graziato, rimettendoli in libertà  i tre sopravvissuti.

Le vittime di quell’isteria repressiva e di quell’errore giudiziario divennero in poco tempo per tutte le componenti del movimento operaio americano ed europeo “I Martiri di Chicago”, assurti a simbolo delle lotte per la limitazione del tempo di lavoro.

Nel 1889 l’American Federation of  Labor propose il Primo maggio come giornata internazionale dei lavoratori e la II Internazionale fece propria la proposta nel suo Congresso di Parigi, invitando le organizzazioni socialiste a una grande dimostrazione internazionale per l’anno successivo. L’idea di un gran giorno di sospensione del tempo ordinario di lavoro ebbe un successo clamoroso.

L’invenzione della tradizione  del Primo maggio fu agevolata dal fatto che quel giorno era già diffusamente il moving day (giorno dei traslochi), cioè la data d’inizio delle locazioni e degli affitti nel ciclo dei lavori agricoli e all’aperto. Ed era anche il giorno caricato più di altri della valenza di rinnovamento della vegetazione.

Per queste due ragioni essenziali, collegate tra loro nella vita del mondo contadino anglosassone e nordico, l’inizio di maggio (Mayday), venne scelto per la prima mobilitazione del 1867. Da allora il poi l’associazione tra rinnovamento della vita operaia e rinnovamento della natura si estese ovunque, dando luogo tra l’altro a una tradizione anche iconografica di grande importanza (e basterà qui ricordare le bellissime illustrazioni dell’inglese Walter Crane), ben presente anche nella stampa socialista italiana tra Ottocento e Novecento.

TheTriunphofLabour W Crane e1619870338421

 

La  forza della tradizione del Primo maggio sta  proprio anzitutto nell’innesto di antichi rituali della natura sui “riti” moderni riguardanti la liberazione della vita operaia dalla schiavitù del lavoro salariato.

Il 1° maggio si piantava l’albero di maggio, una betulla rivestita dalle prime foglie, ornata da banderuole, corone e ghirlande che si portava in giro per il paese per poi essere piantato sulla piazza principale. Da queste feste del rinnovamento della vegetazione – ovunque represse da chiesa cattolica, ortodossa, protestante e puritana come residui di paganesimo  –  aveva preso avvio anche la tradizione laica degli alberi della libertà della Rivoluzione americana e di quella francese. Per cui nel Primo Maggio si convogliava la richiesta delle “tre otto”e, con le tradizioni  ideali pagane e laiche legate alla rigenerazione della natura e all’accrescimento del benessere collettivo, confluiva anche un acceso anticlericalismo. Non va infatti dimenticato come a lungo il clero e la chiesa  siano state tra le sentinelle più agguerrite della proprietà privata e del capitalismo. Poi, sin dal 1891, a questi contenuti si aggiunse quello del “mantenimento, con tutti i mezzi, della pace mondiale”, e quindi si può capire perché questa tradizione laica e internazionalista si sia così radicata e abbia avuto la capacità di plasmarsi paese per paese in modo diverso a seconda delle tradizioni folkloriche e politiche nazionali.

In Italia, più che altrove, il Primo maggio si collegò alle antiche forme del “Maggio” come festa della vegetazione, già duramente represse da San Carlo Borromeo alla fine del Cinquecento. Per lui la festa dell’ingresso nel mese di maggio era una presenza diabolica perché derivava direttamente dalle antiche celebrazioni della fertilità in Roma antica. Era quindi giorno di gioia, di bevute e mangiate collettive, di più liberi rapporti tra i sessi, poi giorno di festa e non di lavoro e quindi già per questo sufficiente a farne un giorno di perdizione. In Italia la chiesa cattolica voleva, in sostanza, sostituire l’albero di maggio con l’albero della croce e già dalla fine dell’Ottocento contrappose San Giuseppe artigiano (divenuto in seguito San Giuseppe lavoratore) al Primo maggio, ma a lungo con scarso successo.

Tuttavia l’Italia era un paese nel quale il movimento operaio non poteva non fare i conti con la forte tradizione cattolica. Il Primo Maggio si fortificò, per esempio, con l’immagine di Cristo primo socialista,  un Cristo dei lavoratori contrapposto alla chiesa temporale e con il socialismo evangelico e anticlericale di Camillo Prampolini, che diede luogo a canzonette del tipo:  “La chiesa è una bottega / i preti son mercanti / vendono madonne e santi / ai prezzi dei croccanti”.

Un altra canzone dice: “Noi andremo / sul monte Calvario / dov’è morto Gesù Cristo. //Era un vero socialista // che predicava la libertà”. Immagini di questo Cristo uomo erano sovente presenti nei circoli operai con sotto scritte come questa: “La natura ha stabilito la comunanza dei beni. L’usurpazione ha prodotto la proprietà privata”.

Il Primo maggio divenne così in Italia la Pasqua dei Lavoratori, come lo definisce  l’Inno del Primo Maggio dell’avvocato anarchico Pietro Gori, da cantarsi sull’aria del coro del Nabucco.

Naturalmente il fascismo proibì il Primo maggio, vedendone con chiarezza uno dei principali punti di forza dell’idea socialista e del mondo dei lavoratori. Ma innumerevoli sono i racconti di celebrazioni clandestine della festa e nel secondo dopoguerra la tradizione riapparve in tutto il suo vigore.

L’inno di Gori, cantato di nascosto negli anni del fascismo, fu cantato ancora  negli anni del secondo dopoguerra e fatto proprio anche dai lavoratori socialisti e comunisti.

Negli anni più recenti i sindacati hanno sostituito alle celebrazioni e manifestazioni tradizionali del Primo maggio un imponente evento musicale, sottraendogli così il significato di lotta e rivendicazione dei diritti dei lavoratori.

Facciamo un passo indietro per potere oggi rivendicare di lavorare meno, lavorare tutti e vivere meglio, senza le pandemie prodotte dall’ambiente voluto dal capitalismo.

Come sostenere l’Archivio Bermani

 bermani3

Bollettino postale/ conto corrente numero 18205146 intestato a Fondazione comunità novarese onlus causale: Archivio Bermani

Bonifico bancario presso BANCOPOSTA IBAN IT63T0760110100000018205146

stessa intestazione e causale

paypal Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.causale: archivio Bermani

Da PopOff Quotidiano

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

I miei sinceri saluti a tutti coloro che partecipano alle attività di lotta per celebrare la Giornata del prigioniero palestinese.

Care sorelle, fratelli, cari compagni,
lLa Giornata dei prigionieri palestinesi quest'anno si presenta in circostanze eccezionali ed estremamente complesse e difficili, non ultime le ripercussioni del posizionamento sfacciato e inequivocabile della maggioranza dei regimi borghesi arabi nel campo nemico sionista. Questo processo di posizionamento non è nato dal nulla e le sue caratteristiche e le sue basi non hanno messo radici dall'oggi al domani. Piuttosto, è il risultato del corso di quattro decenni, iniziato all'inizio degli anni ottanta del secolo scorso e costato alle masse del nostro popolo, e lo è ancora, molto sangue e distruzione da Beirut a Baghdad, Damasco e Sana'a. Durante questa fase, con il ferro e il fuoco, si è affrontata la borghesia araba "litigiosa", che in una certa misura si opponeva all'egemonia imperiale. Il "caos non creativo" ha prevalso nelle varie entità del nostro Oriente arabo, e attraverso di esso, sui palestinesi.

L'insistenza a correre dietro al miraggio di soluzioni pacifiche e alle illusioni dei leader fatiscenti fino a giungere ad Oslo e al labirinto dei suoi accordi vergognosi. Leader, che hanno sempre confuso i loro interessi diretti con i diritti storici del nostro popolo, sacrificando spesso questi ultimi sull'altare dei loro benefici immediati legati agli interessi e alle aspirazioni della borghesia alle loro spalle...

Questo processo, con le sue varie fasi, soprattutto le più sanguinose, rientra nel quadro delle implicazioni della crisi strutturale che affligge le fondamenta del sistema globale e fa del mondo arabo un teatro primario per gli effetti delle contraddizioni tra i vari stati imperialisti e le loro risorse nella regione. In questo contesto, cade l'accordo americano e la conseguente promozione dei percorsi di normalizzazione con l'entità sionista, che sono principalmente guidati dalla volontà di liquidare la questione palestinese in tutte le sue dimensioni.

Certo, non è difficile per uno disegnare un quadro oscuro che rifletta parte della realtà a cui è giunta la situazione generale di tutte le forze della rivoluzione palestinese e l'entità del rischio di un'effettiva liquidazione a cui è esposta la questione.

Forse ad alcuni sembra invitante teorizzare le possibilità di successo dell'attuale offensiva imperialista-sionista. Soprattutto l'orrore degli eventi che affliggono le varie entità della nazione araba, consentendo ad alcuni di mascherare tutti gli assiomi storici ed esentare molti anche dal minimo riferimento alla complicità dei regimi reazionari e alla loro incessante ricerca di dirottare ogni movimento di massa con tutti i mezzi, per piegarlo e impedirgli di attecchire e formulare l'alternativa storica alle varie dittature. La borghesia che controlla il collo delle nostre masse nel mondo arabo ... Certo, ad alcuni dei mercenari colti della Casa dei Saud e al resto dei principi dei protettorati del Golfo piace persistere nel negare tutte le conquiste del nostro popolo resistente, e lavorare con tutti i mezzi per oscurare ciò che la resistenza armata ha ottenuto in Libano, la Resistenza nazionale libanese e in un certo senso la Resistenza, che è diventata uno scudo protettivo contro l'entità dello stupro sionista, contro le potenze imperialiste dietro ad esso e contro le forze reazionarie arabe.

Non è la prima volta che le masse del popolo palestinese e le loro avanguardie militanti hanno affrontato tentativi di liquidare la loro rivoluzione e la loro causa. L'intera storia della Palestina moderna è un percorso di lotta per un popolo che è riuscito, in un modo o nell'altro, a sventare tutte le cospirazioni per emarginare la sua rivoluzione e distruggere i suoi presupposti storici della liberazione e del ritorno. Le masse del popolo palestinese e a fianco di loro le masse della nostra nazione araba, del nostro mondo islamico e del resto delle persone libere del mondo non possono fare a meno di trionfare. Un percorso storico tracciato e coltivato dai rivoluzionari della Palestina, protetto dal sangue dei martiri giusti, e la cui azione rivoluzionaria ha rafforzato le fiaccole della libertà nelle fortezze della dignità. I nostri saldi eroici prigionieri.

Un percorso di lotta inciso nella coscienza collettiva di tutti i lavoratori del nostro popolo...Più che mai, siamo chiamati a costruire il Fronte di resistenza rivoluzionario arabo, una vittoria per la Palestina e per tutti i suoi percorsi di lotta, Resistenza...

Nonostante tutte le difficoltà e i sacrifici che richiedono, le masse del nostro popolo palestinese possono superare e far cadere gli ostacoli generati dalle trame e dai piani avversi. Oggi la Palestina è qui, e con il sangue dei suoi bambini, bambine e dei giovani motivati dalla rivolta, è chiamata a disegnare le caratteristiche della fase successiva ... Certo, non servirà a molto, cantare slogan vuoti nel loro contenuto, come "la democrazia delle elezioni sotto le lance dell'occupazione" o "disegnare un percorso alternativo" in termini propri delle democrazie imperiali. No, non basta che i militanti di Beirut, Damasco e Amman si alzino per salutare la fermezza delle fiaccole della libertà dei nostri sal died eroici prigionieri. E' diventato necessario ed urgente per le masse dei campi profughi nei paesi prossimi alla Palestina riguadagnare il loro ruolo storico nell'incarnare l'arabismo della Palestina, l'arabismo della sua resistenza e le conseguenze del percorso di Resistenza ... È diventato necessario e urgente fare di questo compito, la missione di liberare i prigionieri palestinesi della rivoluzione, un punto di accesso favorevole a "costruire il fronte globale della resistenza araba". Questo è il "percorso primario", che le masse dei campi profughi nell'immediata prossimità devono ascoltare e mantenere, vegliando sulla sua cura e la sua realizzazione, trasmettendolo alle avanguardie del nostro popolo, ai/alle combattenti per la libertà e ai/alle militanti...

La reale uscita dai labirinti di Oslo richiede questo ... la liberazione dei prigionieri richiede questo ... la cessazione dell'effettivo coordinamento della sicurezza richiede questo ... la fine della divisione scandalosa richiede questo ... non i compromessi... o le trattative... o il trucco di accordi pubblici... o l'adulazione...

Vittoria alle masse e ai popoli in lotta!
Vergogna ai traditori e agli altri arresi!
Abbasso l'imperialismo e i suoi cani da guardia, i sionisti e i reazionari arabi!
Gloria ed eternità ai nostri martiri!
Insieme, compagni, vinceremo e vinceremo solo insieme!
La solidarietà è un'arma, usiamola!

Un cordiale saluti a tutti voi,
vostro compagno George Abdullah

Dichiarazione originale in arabo: https://youtu.be/Mv-eAiaNMCA

Da Palestina Rossa
 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

di Sandro Moiso per Carmilla

Daniele Pepino, «Siamo le nostre montagne». Il conflitto armeno-azero nella polveriera del Caucaso, Tabor, Valsusa, 2021

Nel pieno dell’emergenza epidemica è ripreso, si è sviluppato e si è concluso un conflitto sulla cui importanza e sulle cui caratteristiche si è scarsamente riflettuto, grazie anche alle campagne di distrazione di massa condotte dai media nostrani. Molto più interessati a “dare i numeri dell’epidemia” che a svolgere il ruolo di informazione generale che competerebbe loro in una società appena un po’ meno asservita agli interessi del capitale nazionale e internazionale.

Si tratta della guerra esplosa nel Nagorno Karabakh, apparentemente tra le forze azere e armene ma, sostanzialmente, in nome dell’espansione del novello impero turco verso Oriente e del controllo militare, politico ed economico di una delle zone cerniera comprese tra il Medio Oriente e l’Asia centrale: il Caucaso. Ma non solo, poiché, l’opuscolo edito da Tabor mette bene in luce che:

nonostante lo scenario sia contraddittorio e intricato, nonostante non ci siano i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, ciò nonostante la posta in gioco è chiara e inequivocabile. Due ragioni si affrontano sul campo: da una parte (quella azera e turca) c’è il diritto di uno Stato nazione all’integrità del proprio territorio e all’imposizione dei propri confini; dall’altra (quella armena) c’è il diritto all’autodeterminazione e all’autodifesa di un popolo che resiste a secoli di oppressione e di tentativi di genocidio1.

Poco dopo aver conseguito la propria indipendenza nazionale, all’inizio degli anni Novanta, il popolo armeno riuscì a conquistare anche l’indipendenza de facto dell’Artsakh, o Nagorno Karabakh, enclave armena montanara incastrata dentro i confini dell’Azerbaijan.
Oggi, dopo trent’anni, fomentato e sostenuto dall’espansionismo turco, l’Azerbaijan ha scatenato una nuova guerra di aggressione che, oltre a migliaia di morti e di sfollati, ha gettato le basi di una nuova pulizia etnica ai danni del popolo armeno, costantemente minacciato di genocidio. Così, mentre l’“Occidente” mostra la sua totale irrilevanza, la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin – come già in Siria e in Libia – si spartiscono le rispettive aree di influenza in quella vera e propria “linea di faglia” tra imperi che tornano a essere i monti del Caucaso.

Naturalmente, per comprendere a fondo le ragioni di questo conflitto e di questa resistenza all’oppressione che motiva il popolo armeno, occorre fare un excursus, per quanto breve, nella storia plurimillenaria di un territorio e di un popolo che passa attraverso la formazione ed espansione dell’impero ottomano, la sua dissoluzione con la prima guerra mondiale, lo scontro tra quell’impero e quello zarista sulla frontiera del Caucaso, le trasformazioni avvenute con le conseguenze della rivoluzione bolscevica e di quella nazionalista dei Giovani Turchi di Kemal Atatürk, i maneggi di Stalin per conservare il controllo della regione creando conflitti territoriali tra gli abitanti dello stesso e, infine, gli interessi legati oggi allo sviluppo delle vie del gas e del petrolio che vedono, per ora, Erdogan e Putin sostanzialmente alleati in gran parte dello scacchiere mediorientale e nordafricano, mentre l’Occidente è costretto ad assistere, anch’esso soltanto per ora, a ciò che avviene a causa delle proprie divisioni e della propria fame di gas e combustibili fossili.

Senza dimenticare che anche l’italietta entra indirettamente nel gioco, grazie agli accordi per il TAP, mentre la società turca Yildirim si è di recente assicurata il controllo del porto di Taranto in nome del controllo di quella Patria Blu con il cui nome la Turchia di Erdogan definisce tutto il quadrante del Mediterraneo orientale (e forse non solo).

Al centro, naturalmente, rimane il tema del genocidio del popolo armeno portato avanti a più riprese dall’impero ottomano prima e dallo stato turco poi, tra il 1870 e la fine della prima guerra mondiale, che ha visto non solo milioni di armeni cadere a causa delle iniziative militari e repressive, oltre che oppressive turche, ma anche costretti ad emigrare a causa delle stesse. Un “olocausto minore” avvenuto nell’Asia Minore che coinvolse in quanto vittime anche gli assiri e i greci dell’ Anatolia e del Ponto, soprattutto tra il 1914 e il 1923. Genocidio che per alcuni autori è possibile additare tra quelli ispiratori della Shoa proprio a causa del coinvolgimento o almeno dell’assenso dato allo stesso dagli alleati tedeschi2.

Una lotta infine che per svolgimento e ruoli non può che rinviare a quella del popolo curdo e, soprattutto, al Rojava. In un crocevia dove gli inteeressi di Russia e Turchia incrociano quelli dell’Iran e anche di Israele, visto soprattutto l’appoggio militare dato dalle armi israeliane all’azione turca sotto forma di droni killer. Una questione lunga e complessa, ma non per questo meno chiara, che questo saggio, apparso, in due puntate e in versione leggermente ridotta, su «Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna» (nei numeri 58 e 59, autunno e inverno 2020-2021), aiuterà il lettore a comprendere ancor meglio.

NB

Per eventuali contatti e per ordinare delle copie:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.www.edizionitabor.itwww.edizionitabor.it

1 Daniele Pepino, «Siamo le nostre montagne». Il conflitto armeno-azero nella polveriera del Caucaso, Tabor, Valsusa, 2021, p.4

2 Si veda in tal senso: Vahakn N. Dadrian, Storia del genocidio armeno. Conflitti nazionali dai Balcani al Caucaso, edizione italiana a cura di Antonia Arslan e Boghos Levon Zekiyan, Edizioni Guerini e Associati, Milano 2003, in particolare pp. 279-330

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
in NOTES

Un'altra notte di massacri in Colombia. Non si conosce il numero preciso di morti per mano della polizia e dell’esercito in una nuova giornata di repressione da parte del governo contro lo sciopero nazionale in corso dal 28 aprile scorso con manifestazioni di massa nelle principali città del Paese. Il bilancio è terribile e in continuo aumento: ufficialmente a ieri si parlava di 27 morti, 426 feriti, 6 violenze sessuali, 12 persone che hanno perso la vista e oltre 700 arrestati. C’è però anche un numero imprecisato di dispersi, desaparecidos, e nuove vittime che vengono segnalate anche oggi in diverse città, soprattutto a Cali dove l’esercito attacca con armi pesanti ed elicotteri da combattimento. Qui stanno però anche arrivando migliaia di persone da altre zone. Si parla di decine di camion con a bordo guardie indigene e contadini che marciano verso la città militarizzata.

Una rivolta quella colombiana partita dallo sciopero generale di venerdì scorso contro l’intenzione del governo di destra di Iván Duque di realizzare una riforma fiscale che colpisce duramente la popolazione e le classi più povere, aumentando l’Iva e aumentando le tasse sui redditi medio bassi. Sabato Duque aveva decretato la militarizzazione delle città, obbedendo alla chiamata fatta dall’ex presidente Uribe che aveva invitato i militari e la polizia a usare le armi contro i manifestanti.

Le proteste però non si sono fermate e proseguono con marce e mobilitazioni imponenti, nonostante la riforma sia stata ritirata e Duque poche ore fa abbia annunciato la nomina di un nuovo ministro delle Finanze in sostituzione di Alberto Carrasquilla, dimessosi proprio a causa delle proteste. Questo perchè la lotta si è allargata anche in opposizione alla riforma sanitaria, pensata sempre negando il diritto alla salute dei più poveri, e contro altre misure antisociali e l’impunità garantita dalle autorità colombiane per chi assassina attivisti sociali e sindacali. Lo sciopero civico quindi prosegue e si allarga anche ad altri settori. Oggi si sono aggiunti quello degli autisti di camion.

Il silenzio dei grandi media e partiti in Italia e la denuncia su quanto sta accadendo in Colombia è al centro di un presidio promosso dalla comunità colombiana di Roma, mentre a livello internazionale l’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani si è detto “profondamente allarmato” e annuncia che “sta lavorando per verificare il numero esatto delle vittime e ricorda che “ad oggi, la maggior parte delle proteste è stata pacifica” e richiama le forze dell’ordine colombiane al rispetto “dei principi di legalità, precauzione, necessità e proporzionalità”.

La trasmissione con gli interventi di una attivista per i diritti umani, una testimonianza sulla situazione a Cali e l’analisi della giornalista Geraldina Colotti Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons