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Articoli filtrati per data: Monday, 03 Maggio 2021

Ieri pomeriggio, domenica 2 maggio, si è svolta la biciclettata organizzata dal Comitato giovani notav e da Fridays for future Valsusa. La giornata è stata molto partecipata: giovani, famiglie con bambini e notav di tutte le età hanno preso parte all corteo in bici, pedalando insieme dalla stazione di Bussoleno fino alla rotonda di Borgone, passando sia dai paesi che sulle statali. Siamo anche riusciti ad arrivare davanti ad Eslo Silos, ditta che sta lavorando per la costruzione delle recinzioni del cantiere, e che ha fornito alle forze dell’ordine tutto il supporto logistico necessario per sgomberare e presidiare l’area. Abbiamo ribadito ancora una volta che c’è lavoro e lavoro, e che chi distrugge il territorio in cui vive non è benvoluto in Val di Susa.


Le bici sono poi arrivate finalmente al nuovo presidio di san Didero, che sorge di fronte al futuro cantiere dell’autoporto, difeso dalle forze dell’ordine già dispiegate all’arrivo delle pericolose biciclette.
Tutta la biciclettata è stata accompagnata da musica, interventi e cori, con le nostre bandiere che sventolavano al vento valsusino.
La giornata è poi finita con un aperitivo condiviso, insieme alle persone che ci stavano aspettando all’arrivo al presidio. Alcuni ragazzi hanno intanto raccolto dei candelotti dei lacrimogeni che le forze dell’ordine ci hanno sparato nelle settimane scorse (alcuni, ricordiamo, anche ad altezza uomo) e li hanno restituiti al mittente, rovesciandoli ai piedi delle forze dell’ordine schierate.
È stata un’iniziativa pacifica, una giornata di sole passata in perfetto stile valsusino: siamo stati visibili sulle strade della valle con le nostre bandiere, con i nostri canti e con i nostri colori, attraversando i paesi in un corteo partecipato dai giovani ed anche da diversi bambini.
Tuttavia, al termine della giornata, quando ormai tutti stavano tornando a casa, alcuni ragazzi che stavano ripartendo in bici hanno assistito all’ennesimo episodio di violenza gratuita e totalmente ingiustificata (non che lo sia mai) da parte delle “forze dell’ordine”. Un poliziotto, probabilmente infastidito dalla giornata, dal coraggio dei notav che non si fanno intimorire dalle decine di camionette schierate contro una cinquantina di bici, ha gridato ai ragazzi ‘ammazzatevi’ e ‘grazie di esistere’, probabilmente per il fatto che, grazie all’opposizione notav, può prendersi 2000 € al mese per presidiare un mostro di cemento, comodamente seduto sulla camionetta accesa.
Ma il peggio deve ancora venire: non contento, ha lanciato tre sassi sui ragazzi. Fortunatamente, uno ha colpito il guard rail, uno la strada e soltanto uno la gamba di un ragazzo. Questo a lato della statale, su cui passavano le auto: se i ragazzi avessero perso l’equilibrio per il colpo, sarebbe potuta essere una tragedia. Inoltre, le pietre avrebbero potuto colpire le macchine, e di nuovo: è stata sfiorata una tragedia.

Noi non ci stiamo. Assistiamo alla militarizzazione della nostra valle da quando siamo bambini: siamo cresciuti e cresciute con le immagini delle violenze della polizia sui manifestanti, e crescendo le abbiamo vissute sulla nostra pelle.
La gestione dell’ordine pubblico in Val di Susa è scellerata e da tempo fuori da ogni controllo.
Le forze dell’ordine sparano lacrimogeni ad altezza uomo con il chiaro ed unico intento di ferire il più possibile. Sparano lacrimogeni per disperdere la folla, come successo la settimana di mobilitazione dopo lo sgombero del presidio, sapendo che l’unica via di fuga è passando dai binari del treno, e sapendo anche che i treni non sono stati fermati.
Lanciano pietre sulla folla (ricordiamo che non è assolutamente la prima volta) durante le manifestazioni, pensando poi di poter dare la colpa ai manifestanti stessi.
Manganellano chi prova ad avvicinarsi a un cantiere, che -diteci se è normale per un cantiere- è difeso da un totale di quasi 2000 poliziotti, guardie di finanza, carabinieri, cacciatori di Sardegna, digos e due idranti.
Forze dell’ordine che passano le giornate a fare letteralmente nulla, mangiando a spese nostre e pagati con i nostri soldi. Forze dell’ordine che, prese dalla frustrazione, si mettono a tirare le pietre a dei ragazzi al termine di un corteo pacifico e colorato.

Denunciamo con forza quanto accaduto, e denunciamo soprattutto che questa non è un’eccezione, ma è la normalità in val di Susa per chi lotta contro la devastazione ambientale.
Basta militarizzazione, basta devastazione ambientale!

Comitato Giovani No Tav

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Sia gli Stati Uniti che l’UE hanno dichiarato “strategici” per le proprie economie, ed in particolare per la realizzazione della cd. “green revolution”, i “metalli rari” – il che significa che considerano strategiche, cioè loro legittimo bersaglio, tutte le aree del mondo ricche di questi minerali, a cominciare dalla Cina e una serie di paesi africani, asiatici e sud-americani. Il libro di Pitron che qui sotto abbiamo recensito dà un’idea piuttosto approssimativa, ma sufficiente, della devastazione ambientale e umana che la ricerca e l’estrazione di questi minerali determina. Anche ammesso che l’auto elettrica possa essere un po’ meno inquinante dell’auto a benzina, a gpl o a metano, la sua produzione ha effetti drammatici nei paesi del Sud del mondo. Un’uscita capitalistica dall’inquinamento ambientale prodotto dal capitale, da qualsiasi lato la si guardi, è del tutto impossibile. L’ecologismo o è anti-capitalistico (in senso rivoluzionario), o non è: bisogna risalire dalla lotta contro gli effetti della catastrofe ambientale in corso (di cui l’attuale pandemia è solo una delle conseguenze) alla lotta contro le sue cause.

Il libro di G. Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (Luiss, 2019) fornisce un’ampia documentazione sullo sventramento dei territori che si sta attuando in Cina e in molte altre aree del Sud del mondo per la ricerca frenetica dei metalli rari e delle terre rare – gli ingredienti essenziali al cosiddetto “Green New Deal”. Tale sventramento ha molto a che vedere con quell’attacco ai “substrati micro-biologici della vita sulla terra” alla base, tra l’altro, dell’attuale epidemia Covid-19, di cui parlano i redattori di Chuang in Contagio sociale (per approfondire riguardo al nesso tra devastazione ambientale da un lato, sia a livello macro che nella dimensione micro-biologica, e dall’altro lato diffusione di agenti virali e in genere insorgere di nuove malattie, rinviamo anche a Alle origini del Covid-19: Agrindustria ed epidemie, Intervista a R. Wallace, e all’articolo di taglio prettamente scientifico di Laura Scillitani, Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…,comparso sul portale Scienza in rete).

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Il libro ha due facce. Una ideologico-politica, l’altra analitica. La prima mostra un feroce sentimento anti-cinese, e ci interessa meno anche se dà utili notizie. L’altra, particolarmente interessante, mette in luce gli enormi costi umani ed ecologici della transizione energetica appena avviata che va sotto il nome di “green revolution” o “capitalismo verde”.

L’Occidente è sotto un embargo permanente da parte della Cina – è questa la tesi del Pitron (P.) sciovinista, motivata dal fatto che la Cina ha oggi il quasi-monopolio (p. 27) dei metalli rari e delle “terre rare” che sono indispensabili per il passaggio a un’economia de-carbonizzata. Il passaggio che oggi viene presentato come la via della salvezza dalla catastrofe ecologica sempre più incombente (quanto questa economia sarebbe green, amichevole verso la natura, lo vediamo dopo). Riferendo le stime dello statunitense Mineral Commodity Summaries, P. sostiene che Pechino produce il 44% dell’indio consumato nel mondo, il 55% del vanadio, quasi il 65% della fluorite e della grafite naturale, il 71% del germanio e il 77% dell’antimonio. Secondo uno studio dell’UE, poi, la Cina produce il 61% del silicio, l’84% del tungsteno, il 95% delle “terre rare” (sia pesanti che leggere), per cui “è il paese più influente nel rifornimento mondiale in materie prime essenziali” (pp. 79-80). Ulteriori percentuali sostengono questa affermazione per l’antimonio (87%), la barite (44%), il bismuto (82%), la fluorite (64%), la fosforite (44%), il fosforo (58%), il gallio (73%), l’indio (57%), il magnesio (87%), lo scandio (66%).

I metalli rari sono sostanze rocciose “dotati di proprietà favolose”, “agglomerati di atomi superpotenti” che si trovano in natura in piccolissime quantità (a differenza dei metalli usati finora in modo prevalente: ferro, oro, argento, rame, piombo, alluminio, etc.): per produrre un solo chilo di vanadio servono otto tonnellate e mezzo di roccia, ne servono cinquanta per un chilo di gallio, fino a duecento per un chilo di lutezio… Questi metalli sono essenziali in particolare per la produzione delle energie “rinnovabili”, e sono di fondamentale importanza per la microelettronica, le nanotecnologie, i cellulari, i computer, l’industria aerospaziale, le telecomunicazioni, il nucleare, etc.

Le “terre rare” sono un insieme, un gruppo, di 17 elementi chimici con caratteristiche particolari: scandio, ittrio, lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio e lutezio. Elementi  che è molto difficile trovare in concentrazioni utili (per questo definiti rari), difficili da trattare perché contengono quasi sempre materiali radioattivi come l’uranio e il torio. Sono di vitale importanza sia per le tecnologie di ultima generazione (laser, reattori nucleari, memorie per computer, motori ibridi, reti ottiche, batterie ricaricabili, telefoni cellulari, magneti permanenti, motori ibridi, marnitte catalitiche, luci fluorescenti, raffinazione del petrolio, radiografie, ecc.) sia per la produzione bellica (i missili “intelligenti”, in particolare). Lo sono, inoltre, per alcune leghe metalliche di speciale pregio.

Da qui l’allarme sinofobo: “la Cina sta creando una filiera interamente sovrana e integrata, che ingloba tanto le miniere nauseabonde di poveri minatori [cercatori di metalli rari e terre rare – n.] che le fabbriche ultramoderne popolate da ingegneri ultralaureati” (p. 101). Poiché “chi controlla i minerali, controlla l’industria”, e chi controlla l’industria è anche avvantaggiato sul fronte della guerra, la Cina sta accumulando un potere debordante sull’Occidente, in particolare per l’Europa, che è poverissima di metalli rari e terre rare (o ha cessato di cercarli). E, se questo non bastasse, il suo “nazionalismo minerario” sta ispirando un nugolo di altri “stati minerari nel mondo”, per prima l’Indonesia (ricca di stagno), ma anche altri paesi come la Bolivia di Morales (ricca di litio, fondamentale per le batterie), il Laos, “e anche l’Africa inizia a prenderci gusto” (!!!), e se anche i “negri” ci prendono gusto, allora è finita. Si aggiunga che “la Corea del Nord possiederebbe alcune delle più grandi riserve di terre rare al mondo”, e – data la logica politica di P. – risulta ovvia la sua conclusione: la Cina va fermata in tempo, prima che sia troppo tardi. Prima che il suo “magistero sul ventunesimo secolo” diventi inattaccabile.

Va fermata come? Riprendendo a ritmi serratissimi la ricerca dei metalli rari e delle terre rare che l’Occidente ha sospeso da decenni per delocalizzarne “la produzione e l’inquinamento a essa associato in paesi poveri pronti a sacrificare il loro ambiente per arricchirsi”. E vai con la lagna che la Francia era davanti con la Rhône-Poulenc, ma si è fregata da sola per colpa di quelli che a La Rochelle gridavano, organizzati in comitati, “Rhône-Poulenc è una centrale atomica” o “Scoppierà” (p. 67). In questo modo la Francia ha perso la sua “sovranità mineraria”. Stesso “suicidio” avrebbero compiuto gli Stati Uniti seguendo nel 1991 un suggerimento di Summers, a quel tempo capo-economista della Banca mondiale, che proponeva ai paesi occidentali di esportare le proprie industrie inquinanti nei paesi poveri, in particolare “nei paesi sotto-popolati dell’Africa, che sono fortemente sotto-inquinati” (p. 69). Dopo aver sparso qualche lacrimuccia qua e là sui poveri minatori del Sud del mondo, P. viene al “delitto” che più gli brucia: “abbiamo consegnato a dei potenziali rivali un prezioso monopolio” (p. 77). Il suo rimedio, per sfuggire al castigo, è riprendere il prima possibile la ricerca dei metalli rari anche in territorio occidentale, in Francia in particolare (che la Francia “si impegni sul serio nella battaglia delle miniere” – p. 143), per quel ritorno alla “sovranità” che è l’ossessione di tutti quei fanatici sciovinisti che vorrebbero far girare all’indietro la ruota della storia.

Se questo libro fosse tutto qui, non varrebbe più di tanto la pena di occuparcene. Ed invece contiene una parte analitica che è per noi, e per chiunque si riconosca in una prospettiva coerentemente anti-capitalista, della massima importanza in quanto ci consente – insieme a una montagna di altri studi, beninteso – di spiegare perché è impossibile un capitalismo verde e perché il Green New Deal di cui si preconizza l’avvento più rapido possibile non è che un’altra forma di brutale saccheggio capitalistico della natura e di sfruttamento intensivo del lavoro.

Vediamo quali dati P. fornisce per supportare questa conclusione.

1 Per estrarre il principio attivo dei metalli rari e delle terre rare è necessario “uno sfruttamento più intensivo della crosta terrestre” con “un impatto ambientale ancora più forte di quello causato dall’estrazione del petrolio” (p. 27). Nei prossimi 15 anni sarà necessario raddoppiare la produzione di questi metalli con conseguenze negative per l’ambiente incalcolabili (Forse è una boutade, ma P. afferma che, di questo passo, nel periodo di transizione dal “vecchio modello” energetico carbone/petrolio al “nuovo modello” delle rinnovabili, ovvero nei prossimi 30 anni, “sarà necessario estrarre più minerali di quanti l’umanità ne abbia estratti negli ultimi settantamila” (p. 27)).

2 La corsa scatenata ai metalli rari e alle terre rare produrrà l’ulteriore potenziamento dell’industria mineraria che è già oggi la seconda industria più inquinante al mondo. E lo farà in modo esponenziale perché in particolare le terre rare contengono di norma elementi radioattivi come il torio e l’uranio (p. 65). Perciò è scontato che la loro tumultuosa estrazione, già in corso, moltiplicherà le scorie radioattive di grande potenza disseminate nel mondo – un attivista ambientale malese, Tan Ka Kheng, denuncia che la Mitsubishi ha prodotto in una sola miniera nel nord della Malesia una incredibile montagna di rifiuti radioattivi stivati in sacchi di plastica e bidoni arrugginiti che inquineranno l’area per milioni di anni (p. 169).

3 È prevedibile che questa corsa scatenata porterà in un tempo piuttosto rapido ad una penuria di metalli rari e terre rare, che potrebbe peraltro sovrapporsi a quella delle vecchie fonti energetiche, con la conseguenza di impiegare quantità crescenti di energia per dissotterrarli e raffinarli. Già oggi per queste operazioni è richiesta un’immensa quantità di acqua e di solventi chimici, oltre che una massiccia de-forestazione – agghiaccianti le descrizioni delle catastrofi ecologiche già prodotte in Cina, Mongolia, Kazakhstan, Bolivia nelle aree di estrazione di questi metalli. Una estrazione dai costi umani altissimi, sia per i minatori, sia per gli abitanti delle aree minerarie (dove si registrano tassi di cancro altissimi), sia per i paesi dove la ricerca mineraria è concentrata, ed infine per l’intero ecosistema. Scrive nella prefazione S. Liberti: “L’estrazione delle terre rare non è innocua né minimamente pulita: richiede fatica e sudore, veicola malattie, distrugge l’ambiente. Le condizioni di lavoro sono proibitive, gli standard ambientali bassissimi, i costi sanitari elevati” (p. 16).

4 Non è affatto garantito che il passaggio dalle auto a benzina a quelle elettriche produca una riduzione dell’impatto ambientale. È possibile, anzi, ipotizzare anche il contrario. Innanzitutto perché la fabbricazione di un’auto elettrica richiede un consumo di energia molto superiore a quello richiesto dalla fabbricazione di un’auto tradizionale – da tre a quattro volte superiore (p. 46). Ciò si deve in primo luogo alla produzione delle batterie, che essendo costituite all’80% di nichel e poi di cobalto, alluminio, litio, rame, etc., sono pesanti, pesantissime: nel caso della Tesla/S sono il 25% del peso complessivo dell’auto, e pesano la metà del peso di una Clio. Certo, allo stato le macchine elettriche producono una quantità di carbonio che è circa la metà di quella delle auto tradizionali, ma per potenziare l’autonomia delle auto elettriche sarà necessario costruire batterie più potenti di quelle attuali e quindi generatrici di maggiori emissioni. Tutto considerato, perciò, si può prevedere che il risparmio nella emissione di carbonio si ridurrà fino a circa i ¾ delle emissioni attuali medie di un’auto tradizionale. E si ridurrebbe ancora se si prendesse in considerazione il tempo di logoramento delle batterie, di solito piuttosto limitato. Ma non è finita qui perché bisogna mettere in conto l’energia e le materie prime necessarie per costruire le reti e le centraline elettriche indispensabili per questi nuovi veicoli e i costi ecologici della “elettronica e degli oggetti di cui questi veicoli sono pieni” (p . 47). La conclusione, nostra e non di P., è che si tratta di una grande truffa – però molto lucrosa per chi ci investe, se è vero che proprio oggi l’a.d. di Intesa-San Paolo, Messina, ha dichiarato che la sua banca è pronta ad investire 50 miliardi su questa transizione, e – più in grande – la nuova Commissione dell’UE della van der Leyen ha messo questo impegno al primo posto, e così pure la Germania, perfino anticipando i suoi piani di investimento in questa direzione.

5 C’è poi da considerare l’enorme costo dello smaltimento dei rifiuti dell’elettrico e dell’elettronico. Il recupero/riciclaggio dei metalli rari è cosa difficilissima e molto dispensiosa perché si tratta di slegarli dalle altre materie prime (ad esempio ferro o rame) a cui sono stati legati. Per questo, al momento, sebbene la produzione di auto elettriche non sia più all’anno zero, nessun capitalista ha ritenuto profittevole occuparsi di questo. Sicché si può prevedere che andranno a formarsi altre decine di migliaia di gigantesche montagne di rifiuti dotati di radioattività – con quali grandi benefici per i territori interessati e la loro aria è facile immaginare.

6 P. dà per scontato che la transizione energetica in corso si accompagnerà ad un ulteriore sviluppo di quella digitale, e qui ridicolizza la insopportabile fuffa di tutti i (falsi) profeti del digitale come immateriale parlando opportunamente della “materialità dell’invisibile”. E ricorda che la produzione di una sola email equivale all’utilizzo di una lampadina a basso consumo di forte potenza per un’ora, e che una sola banca dati consuma ogni giorno la stessa quantità di elettricità di una città di 30.000 abitanti. Per cui “la sedicente marcia felice verso l’era della dematerializzazione non è altro che un grande inganno, poiché in realtà genera un impatto fisico sempre più considerevole. Per questo Leviatano digitale avremo bisogno di centrali a carbone, a petrolio, a gas e nucleari, di campi eolici, di fattorie solari e di reti intelligenti, tutte infrastrutture per cui ci serviranno metalli rari” (p. 51).

7 In sostanza, come nota il Pitron “ecologista”, le fonti di energia “rinnovabili” (raggi del sole, forza del vento o delle maree, energia idraulica, biomasse, etc.) e tutta “la transizione energetica e digitale” in corso sono basate sullo sfruttamento di materie prime non rinnovabili e su attività estrattive, produttive e di manutenzione che generano grandi quantità di “gas a effetto serra” (p. 57). Per cui non è da escludere, anzi, che ci siamo infilati (siamo stati infilati) nell’“assurdo” di una “trasformazione ecologica che potrebbe avvelenarci tutti con i metalli pesanti prima ancora di averla portata a termine” (p. 159). Né è da escludere che, rimpiazzando la dipendenza dal petrolio con quella dai metalli rari, ci comportiamo “come un tossicomane che per interrompere la propria dipendenza da cocaina cade in quella da eroina” – invece di risolvere il problema, lo spostiamo. Non è da escludere che il fervore “con cui dominiamo i pericoli ambientali presenti potrebbe condurci di fronte a gravi crisi ecologiche” (p. 51). E queste crisi, è evidente, hanno molto a che vedere con la produzione di nuove malattie. Viene irresistibilmente alla mente la frase del Manifesto sulla specifica maniera tipica del capitalismo di risolvere le proprie crisi mediante la “preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi” atti a prevenirle.

Si prospettano, quindi, non solo ulteriori crisi ecologiche, bensì ulteriori guerre per i mari e per lo spazio, dal momento che il P.  sciovinista accenna (con malcelato entusiasmo) alla corsa francese alla esplorazione degli oceani, in particolare nel Pacifico delle isole polinesiane di Wallis e Futuna, all’“economia blu” che “racchiude un favoloso potenziale di arricchimento” (p. 152), e all’esplorazione dello spazio, sul quale nel 2015 Obama ha “tolto il lucchetto” con l’US Commercial Space Launch Competitiveness Act scatenando nella corsa all’accaparramento delle rocce celesti parecchie società della Silicon Valley autodenominatesi “cercatori d’oro spaziali” (p. 154). In questo modo, nota P. ridiventato “ecologista”, ha preso corpo “la più grande impresa di appropriazione degli elementi terrestri mai conosciuta prima” (p. 155), ed una “stretta sulla biodiversità” ancora più ferrea. Ed anche in questo caso tornano fuori (involontariamente) le categorie marxiane di appropriazione/espropriazione.

Insomma, non c’è nessuna possibilità di una auto-riforma ecologica del capitale e del capitalismo. Carbone, petrolio, metalli rari, terre rare sono per il capitale altrettante fonti di profitto, e niente altro. Cambiano le fonti di energia e le tecnologie, non le leggi di funzionamento del capitalismo. Solo una (la) rivoluzione può salvarci, questa formula felice della Naomi Klein è stata poi da lei stessa affogata nell’accreditamento del Green New Deal. Ma il tema è quello.

Da Si CobasSi Cobas

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Pubblichiamo questo interessante articolo di Giovanni Iozzoli per Carmilla. Al netto di una lettura che ci pare troppo morbida nei confronti della CGIL e del suo ruolo storico (il sindacato di Lama come garante dello Stato negli anni '70 non si può dimenticare, con le sue attività esplicitamente volte a placare la conflittualità operaia), l'articolo pone delle domande importanti sul presente di un'azione sindacale e sulle sfide che si pongono qui ed ora.

Parlare di “crisi della CGIL” è un po’ come parlare della crisi del PD – il racconto di una criticità eterna, estenuante, che ti costringe a rimestare argomenti triti e antichi. La Cgil, per definizione, è sempre “in crisi” (come il PD): e le diverse manifestazioni di questo malessere endemico – strategiche, programmatiche, di insediamento, di immagine e rapporto con i lavoratori – si riproducono fase dopo fase, in uno smottamento costante e mai definitivo.

Raccontare della crisi della CGIL vuol dire misurarsi con le colossali trasformazioni negli ultimi 30 anni della società italiana e del suo capitalismo sempre più asfittico: le privatizzazioni e lo spezzatino delle eccellenze industriali, il nanismo d’impresa, il decalage degli investimenti pubblici e privati. Come in ogni grande naufragio, anche quello della CGIL presenta un elemento oggettivo – la famosa “crisi dei corpi intermedi”, tipica delle società tardo liberali – e un elemento di responsabilità soggettiva: l’inadeguatezza di una classe dirigente cresciuta negli anni d’oro della concertazione e incapace di adeguarsi a scenari mutati.

Inadeguatezza, quindi, non intelligenza col nemico. Questo punto è essenziale: è sbagliato dare dei “venduti” a questi dirigenti, non lo sono; si sono trovati ad agire in una fase storica di epocale sterilizzazione del conflitto, accompagnata da un aumento artificioso del ruolo “politico” del sindacato, a cui ha fatto seguito una repentina stagione di disintermediazione; il tutto sullo sfondo di una mutazione potente della composizione sociale delle  classi che dovrebbero rappresentare. La confusione e la paura hanno prevalso in questa generazione di dirigenti – quella formatasi nel corso degli anni 90 – incapaci di una lettura sistemica di questi fenomeni contraddittori. Salvare le strutture, i bilanci, il tesseramento, salvare le apparenze in termini di rappresentatività formale (il livello di quella reale è ben noto anche a loro): fare sindacato è diventata un’attività di sopravvivenza, gioco forza condizionata sempre più dai meccanismi simoniaci della bilateralità, della gestione dei servizi, dei fondi negoziali. Le risorse finanziarie che arrivano da questi dispositivi – estranei e nemici di ogni pratica rivendicativa – sono una droga ottundente che da dipendenza e paralizza. Nessuna partita importante si può condurre in queste condizioni, si gioca sempre per lo zero a zero. Salvare la pelle e tirare su la saracinesca ogni mattina: questa è diventata la priorità in casa CGIL.

L’elezione a segretario di Maurizio Landini, avvenuta nel gennaio 2019 dopo un congresso fintamente unitario, in cui lo scontro tra pezzi di apparato trovò una sua mediazione e si risolse appunto con l’elezione dell’ex metalmeccanico, è stata solo la conferma della crisi di prospettiva della confederazione. La scelta degli apparati ha rappresentato il tentativo di cavalcare il residuo appeal mediatico di Landini per surrogare al drammatico vuoto politico e culturale di una stagione: l’equivalente della scarica elettrica applicata alle anguille, che certi pescivendoli napoletani un tempo usavano per offrire un illusione di vitalità alla merce esposta. L’arrivo di Landini in via del Corso, non ha rappresentato in alcun modo una svolta o un’uscita dallo stallo, anzi ha accentuato la tendenza al vivacchiamento spacciato per “tenuta”, alla politica del giorno per giorno, all’invenzione estemporanea a mezzo intervista, all’impaludamento unitario che ucciderebbe qualsiasi buona intenzione programmatica.

Che le speranze sinistroidi su Landini fossero malriposte, lo confermava tutta la sua storia dal 2010 in avanti – che è stata essenzialmente la storia del percorso di normalizzazione dell’anomalia Fiom, che pure una funzione aveva avuto nel dibattito pubblico italiano negli anni dell’offensiva Fiat. Del resto il viatico per avanzare la sua candidatura a segretario, fu la firma apposta nel 2016 al peggior contratto della storia dei metalmeccanici, un obbrobrio in cui gli aumenti in paga base risultavano quasi azzerati; quella firma rappresentò quell’“atto di responsabilità” che rendeva Landini potabile anche agli occhi dei pezzi di burocrazia che lo avevano osteggiato negli anni dell’effimero protagonismo Fiom. Della serie: nel mondo alla rovescia dei vertici CGIL vieni premiato se hai il coraggio di firmare delle schifezze e rinnegare la storia da cui provieni. Il senso di responsabilità è il male storico della sinistra italiana.

Oggi il governo Draghi, in questa fase balordissima di “unità nazionale” , ha bisogno di esibire un qualche revival concertativo – per completare in santa pace (sociale) l’apparecchiata del Recovery Fund. Il passaggio dalla disintermediazione ostentata dagli ultimi governi, a questa nuova visibilità mediatica – tavoli, consultazioni, conferenze stampa – ha lusingato e confuso ancora di più i gruppi dirigenti Cgil, persi nell’illusione di essere tornati in qualche modo in pista. Anche a livello regionale fioccano intese e protocolli di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno.

Correre dietro alle “nuove identità del lavoro” – iperprecari o riders – inventandosi strumenti di intervento, è doveroso ma nella situazione attuale non può servire a molto. Il calo delle tessere dei “produttivi “ è irreversibile – i mutamenti in atto nella vecchia base industriale saranno, nella fase post Covid, pesantissimi. Sarebbe necessaria una trasformazione in senso sociale delle Camere del Lavoro, che dovrebbero ridiventare epicentri di conflitto e organizzazione sui territori, stravolgendo filtri e prassi ormai ossificati, rimettendo in moto energie e strutture; provando a investire in progetti vertenziali nel nodo non lavoro/reddito intorno a cui si giocheranno molte partite del futuro. Ma con quale personale politico, con che elaborazione? Sono scenari impossibili anche solo da immaginare , visto che la concezione “proprietaria” dei gruppi dirigenti negli anni si è ulteriormente incarognita (la “roba” – risorse, sedi, strumenti, distacchi – appartiene a chi comanda, non ai lavoratori).

Peccato perché nel disastro civile e antropologico della società italiana, il volume di fuoco di cui dispone la Cgil è ancora robusto: non tanto per il numero di iscritti (dato ormai poco indicativo), quanto per la disponibilità gratuita, di migliaia di delegati, piantati in ogni ambito della produzione e della riproduzione sociale; una enorme ricchezza che nessuna organizzazione sociale italiana può vantare, che nessuno coltiva e che continua a stagnare e deperire, nell’assenza di conflitto e protagonismo. Con un simile patrimonio organizzativo (pensiamo alla presenza nella sanità pubblica e privata) un’altra CGIL avrebbe potuto esercitare un ruolo di governo dal basso, nella gestione schizofrenica della crisi pandemica. Invece non è riuscita a portare a casa neanche qualche soldo in più per gli “eroi” dell’emergenza. Il basso profilo è diventato una condizione, non una scelta.

La Cgil ha visto essiccare la sua area di influenza sociale sui posti di lavoro, soprattutto dentro l’industria – e soprattutto dopo il 2008. Nel gorgo della crisi generale, paure ed egoismi hanno prevalso nel corpo centrale di classe; le liste nere si sono moltiplicate ovunque – Marchionne ne fece addirittura esibito strumento di governance aziendale. L’impegno sindacale di fabbrica viene oggi considerato rischioso o non utile; lo slabbramento e lo sfilacciamento delle catene di produzione, finanche dentro i medesimi perimetri aziendali, ha spezzettato tragicamente le figure di classe ben oltre la tradizionale distinzione tra impiegati e produttivi: con un esercito di interinali, stagisti, contratti a termine e appalti interni, l’iniziativa sindacale la tieni solo se hai un profilo politico alto, intrepido, in grado di spaventare gli avversari e produrre egemonia nelle sfere di prossimità in cui operi.

Ovviamente, parlare della crisi della Cgil, significa parlare della crisi generale dell'”agire sindacale”, delle sue pratiche, dei suoi obiettivi, soprattutto della sua efficacia dentro un mondo del lavoro globalizzato e liquido, con milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela contrattuale e la giornata lavorativa sociale in piena destrutturazione. In Italia ormai si è sedimentata da trent’anni un’area di sindacalismo di base, coraggiosa, orgogliosa, eppure restia a fare un bilancio della sua storia. Forse perché sarebbe un bilancio complicato e non lusinghiero. E questo non solo per la nota frammentazione settaria delle sigle, quanto per un ritardo complessivo, lungo l’arco di questo trentennio, in termini di crescita, maturazione e influenza di tali aree: la crisi del confederalismo corre più veloce della capacità di queste forme sindacali di intercettarne gli esiti; le tessere non rinnovate alla Cgil spesso defluiscono nel qualunquismo aziendalista, non si trasformano in consenso a sinistra.

Naturalmente non si possono ignorare gli sforzi neo-confederali dell’USB o l’eroismo del Si Cobas, che nella logistica ha raggiunto risultati straordinari – e che, bando alle chiacchiere, rappresenta l’unica novità reale dell’ultimo decennio, in termini di organizzazione operaia. Ma è necessario interrogarsi sulla limitatezza e la rigida perimetrazione di questi insediamenti: la logistica è strategica, lo dicono tutti, ma perchè questo nuovo sindacalismo non riesce a penetrare nei settori di classe più “tradizionali”? Si rischia la ghettizzazione settoriale degli insediamenti. La possibilità che il nuovo sindacalismo si “adatti” alla struttura castale del mercato del lavoro, accontentandosi di presidiare questo o quel segmento lasciato libero dall’insipienza confederale, anziché puntare alla ricomposizione di classe. Che significa: tenere insieme quello che l’organizzazione capitalistica del lavoro divide. Non sarebbe male riprendere in mano alcune elaborazioni della stagione dell’autorganizzazione, tra il 1987 e i primissimi ani 90, quando la forma dei Comitati di Base veniva ipotizzata non come matrice di una pletora di neo-sindacati, ma come nuova organizzazione di massa – aperta e trasversale – del protagonismo operaio, con suggestioni persino neo-soviettiste. Un’altra epoca, un altro mondo – la storia ha preso una diversa direzione. Ma solo tenendo aperta la discussione, il ragno della nostra confusione sarà cavato dal buco in cui ci siamo cacciati.

Stesso discorso per la piccola e residuale sacca di opposizione interna alla CGIL. Attenzione: parliamo dell’Opposizione non delle “sinistre sindacali” – che storicamente sono state solo cordate di poltronisti e buoni a nulla. L’Opposizione CGIL esiste da circa vent’anni e si è definita in una discontinuità radicale rispetto alla storia del sindacato confederale post 92, sempre sul filo di lama che divide l’eresia dall’apostasia. Una presenza urticante, mai alla ricerca dello strapuntino del ”diritto di tribuna”. Tutte le condizioni della fase storica in cui questa esperienza nacque, sono oggi profondamente mutate, a partire dal terreno di gioco – la CGIL stessa. Varrebbe la pena anche qui aprire un dibattito coraggioso su questo impegno duro, snervante, fatto di espulsioni ed ostracismi, che pure così poco ha sedimentato nel tempo: per capire come valorizzare quel che resta di questi anni di sforzi e coerenza (anziché sfibrarsi in microscissioni o fingere continuità, rispetto ad una stagione ormai chiusa).

All’inizio dicevamo che è sbagliato e fuorviante parlare di “sindacalisti venduti”, espressioni che generano polemiche volgari e rischiano di offendere impunemente migliaia di quadri e delegati onesti e puliti; sono argomenti che non fanno crescere politicamente il dibattito tra lavoratori e ci condannano ad una eterna pantomima populista tra “onesti e corrotti” che già tanto male ha fatto alla sinistra. Questo, però, non ci esime dall’usare un’altra categoria, quella del tradimento: non come faccenduola morale, ma come grande fenomeno storico, il tradimento di classe di cui tutte le espressioni organizzate  del movimento operaio europeo si sono macchiate a partire dagli anni 90 (ne parlava Hobsbawm anni fa, quando furoreggiavano le terze vie). Questa categoria del tradimento ci torna in mente, leggendo l’esposto “all’illustrissimo sig. Prefetto e all’Ill.imo sig. Questore” presentato dalla Filt Cgil di Piacenza  il 4 febbraio del 2021. In esso si denunciava il fatto che un picchetto sindacale organizzato dal Si Cobas impediva l’ingresso e l’uscita delle merci ai cancelli del grande magazzino Tnt Fedex, dov’era in corso una durissima vertenza. Nella sostanza la dinamica era: driver organizzati dalla CGIL che reclamavano la “libertà del lavoro” (come un qualsiasi sindacatino giallo) contro il loro colleghi facchini iscritti maggioritariamente ai Cobas. Si era nel pieno della lotta contro la chiusura di quell’impianto e il segretario della categoria Cgil più importante del territorio, chiamava le forze di polizia a rimuovere un picchetto sindacale.

Naturalmente è andata a finire che la TNT-Fedex ha portato a compimento lo smantellamento di quel centro di distribuzione e 300 famiglie sono rimaste per strada. Senza addentrarci nei meandri di una vertenza complicata – per l’intreccio di appalti e società coinvolte e per la ridda di accuse e contraccuse tra sindacati – fa impressione vedere un gruppo dirigente Cgil invocare la polizia contro le iniziative di sciopero in difesa dei posti di lavoro organizzate da un altro sindacato. Non una lotta per l’egemonia: ma il più sbrigativo ricorso alla celere. Sarà sulla base di quell’esposto, oltre che di uno parallelo dell’azienda, che la Procura di Piacenza avvierà la nota inchiesta [QUI] finita con arresti e denunce – quella in cui una PM ha candidamente detto in conferenza stampa che i Cobas non sono un sindacato e che le loro rivendicazioni erano pretestuose perché in quei magazzini , “acquisiti agli atti le buste paga”, la Procura giudicava ingiustificati simili eccessi rivendicativi! In questo grumo collusivo tra strategie aziendali, corporativismo sindacale, intervento giudiziario e questurino, c’è un crudo e impietoso ritratto d’epoca. Qui non si tratta di essere “venduti” (nessuno realisticamente pensa questo) quanto di tradimento storico delle ragioni sociali che difendi: e, di sicuro, tradimento di ogni statuto o Carta dei valori o di qualsiasi altra documento identitario o valoriale stia nella storia del sindacato di Giuseppe Di Vittorio; e non è un fatto morale, è una grave questione maledettamente politica, che racconta molto della crisi di identità della CGIL.

Un vecchio sindacalista ormai in pensione, che aveva visto gli anni d’oro del protagonismo consiliare, e le grandi sconfitte, tra il 1980 e il 1984, ha detto: “l’attività sindacale, in ogni epoca, anche nei periodi straordinari, è fatta al 90% di tante piccole cose, microvertenze, tutele individuali, rotture di maroni quotidiani; però nei decenni passati, tutti, ma proprio tutti quelli che lavoravano in CGIL, erano convinti di incarnare una qualche verità storica, una marcia di emancipazione collettiva; ognuno a suo modo – chi pensando alla Costituzione, chi al socialismo – ma ognuno sentiva di stare dentro questo orizzonte di emancipazione, dentro una funzione storica, un progresso. Oggi, smarrito quell’orizzonte collettivo, restano le piccolezze quotidiane della pratica sindacale e ti trasformi in un impiegato che deve arrivare a sera e chiudere le sue pratiche.” E questa è oggi la CGIL: un corpaccione sfibrato e disilluso che non evoca alcuna suggestione né tra i lavoratori né tra i suoi dipendenti; nessun lavoratore conta più su quell’affiliazione per migliorare la propria condizione; nessun iscritto conosce le parole d’ordine della Confederazione; al sindacato ci si rivolge quando le cose cominciano ad andare male e si sente puzza di esuberi o di chiusure, allora i lavoratori si indirizzano alla struttura come ad un ufficio parastatale o ai servizi sociali: gli esperti degli ammortizzatori sociali che dovranno “ammortizzare” gli effetti della crisi.

C’è una “specificità italiana” nella crisi dell’agire sindacale? Siamo dentro l’onda lunga di una nemesi storica che ci condanna in un virtù di un passato glorioso – il partito comunista più forte dell’occidente e anche il laboratorio rivoluzionario più avanzato nel decennio 68-78? O la nostra crisi è lo specchio fedele di quella che attanaglia l’intero movimento sindacale in Europa e negli Usa? Una buona domanda da porci, in questo primo maggio delle piazze vuote.

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