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Articoli filtrati per data: Monday, 17 Maggio 2021

di Venornica Marchio

Introduzione

Il presente contributo vorrebbe fornire delle chiavi di lettura socio-giuridiche in merito alla misura di sorveglianza speciale; ciò al fine di rendere più agevole la comprensione e la critica dei suoi recentissimi utilizzi volti a criminalizzare comportamenti di dissenso e lotta politica[1]

 

Questa prima parte andrà a enucleare gli aspetti storici caratterizzanti il sistema di prevenzione nel suo complesso e a tracciare gli elementi giuridici che contraddistinguono la misura di sorveglianza speciale nel nostro ordinamento.

Prima di entrare nel merito dei suddetti argomenti è utile fornire un quadro teorico dentro cui collocare criticamente l’intervento preventivo oggetto di analisi. In primo luogo la misura può essere considerata come uno strumento di prevenzione coercitiva[2], quell’insieme di pratiche e dispositivi istituzionali – più o meno extra-penali – che si pongono l’obiettivo di scongiurare il verificarsi di un comportamento o di una situazione che può causare un pericolo per la tranquilla convivenza e sicurezza dello Stato e dei cittadini, poiché mette in discussione certe gerarchie sociali, meccanismi di subordinazione e valori di coesione. La problematicità di simili interventi, che chiamano in causa differenti attori istituzionali, risiede principalmente nel fatto che essi si fanno espressione di un processo di espansione dei confini della punitività oltre il sistema penale. Si fa riferimento ad alcuni paradigmi teorici che si stanno interrogando su questo processo, al fine di comprendere quale sia il ruolo giocato dagli strumenti preventivi extra-penali nell’ambito delle tendenze della punitività. Si tratta delle teorie sviluppate intorno al concetto di Preventive Justice (Ashworth, Zedner 2014; Ashworth, Zedner, Tomlin 2013) da una parte e intorno a quello di New Punitivness (Pratt 2005; Selmini 2020) dall’altra.

Nell’ambito di questi filoni teorici il concetto di punitività viene ampliato: non si tratta solo dei mutamenti, sia quantitativi che qualitativi, nel ruolo e nell’utilizzo della pena nelle democrazie occidentali (Gallo 2017), in quanto la razionalità punitiva pervade istituzioni, pratiche, criteri, teorie, eventi comunicativi, relazioni sociali. Non basterà dunque guardare ai tassi di incarcerazione, al «sentencing», alle condizioni detentive, alla quantità di leggi penali repressive, ma anche a tutte le pratiche disciplinari (preventive e coercitive) che non costituiscono sanzione penale (Selmini 2020), ma ne condividono l’afflittività, l’espressività e la strumentalità. Nel primo caso si fa riferimento alla capacità di uno strumento punitivo di provocare un deficit sul destinatario; nel secondo caso a quella di comunicare un messaggio all’intera società per rinsaldare certi valori collettivi di coesione sociale; nel terzo caso la capacità di mantenere intatte le diseguaglianze strutturali o produrne di nuove, in una società dagli elevati fattori criminogeni.

Il sistema di prevenzione come costante storica dell’ordinamento italiano

L’antico sistema delle misure di prevenzione, di cui la sorveglianza speciale fa parte insieme al foglio di via e all’avviso orale, contraddistingue profondamente l’Italia rispetto alle altre esperienze continentali (Petrini 1996). Si tratta di provvedimenti che appaiono come una costante del nostro ordinamento dall’unificazione territoriale in avanti, facendosi espressione tanto di una radicata cultura del sospetto – che interviene prima che un reato venga commesso o sia accertato – quanto della criminalizzazione delle questioni sociali e politiche nel particolare assetto del neonato Stato unitario. È difatti tra il 1862 e il 1894 che si consolida l’uso del domicilio coatto contro il fenomeno del brigantaggio, nei confronti delle categorie degli oziosi e vagabondi, nonché a sfavore della criminalità politica e degli oppositori al governo (ivi p. 94). Le emergenze politiche dei primi anni dopo l’Unità danno al sistema delle misure preventive una solidità e un credito che farà si che certe «abitudini discrezionali» rimarranno ben intatte. L’evoluzione delle misure di prevenzione scandisce infatti i poteri di polizia legati al controllo della pericolosità sociale ed esse sono l’unica presenza nel nostro sistema giuridico che determina conseguenze connesse direttamente all’accertamento di personalità d’autore, cioè la costruzione di classi di pericolosità tipiche che denotano una personalità antisociale.

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Il più importante elemento di costanza nel tempo è che, in prospettiva storica, si è creato un «sistema a fisarmonica» (Petrini 1996, p. 99): rimane sempre la possibilità di ricorrere alle misure preventive contro i «marginali» tradizionali e contro la microcriminalità, mentre si allarga e si restringe la possibilità di usarle per i provocatori di disordini sociali e politici. Sebbene durante il periodo fascista la possibilità dell’uso politico delle misure fosse senz’altro maggiore, l’invenzione del sistema risale all’epoca liberale e si mantiene intatto nella fase repubblicana. La storia del sistema preventivo ci suggerisce che le misure in questione non rappresentano soltanto modalità di intervento eccezionali e deputate alla risoluzione di problemi contingenti; ciò porterebbe ad affermare che queste misure non sono altro che delle storture giuridiche pericolose per la tenuta del nostro sistema democratico. Ricostruirne la traversata storica, le razionalità, i modelli istituzionali e le culture giuridiche che ne hanno eretto l’edificio pratico-istituzionale, significa mostrare che esse hanno costituito e costituiscono ancora oggi un elemento strutturale e strutturante del controllo sociale nelle democrazie occidentali.

La stessa Corte Costituzionale, nonostante abbia nel tempo depurato il sistema dagli aspetti più illegittimi che violano i principi posti a tutela dei cittadini (artt. 3, 13, 16, 25, 27 della Costituzione), lo ha però salvato nel suo complesso. A titolo di esempio in una delle prime pronunce (3 luglio 1956, n. 11, in Giur. Cost, 1956, 616) la Corte inaugura un indirizzo che vuole tenere insieme la necessità di trovare un bilanciamento tra il dovere dello Stato di prevenire i reati– il totem del principio di prevenzione (cfr. Martini 2017) – e la tutela della libertà personale.

Cos’è la misura di sorveglianza speciale?

Com’è noto, la sorveglianza speciale è una misura che fa parte del sistema di prevenzione previsto dall’attuale d.lgs. 159 del 2011 (conosciuto come “codice Antimafia e delle misure di prevenzione”). Questo sistema viene definito come tipico per almeno due motivi: da una parte, a differenza di altri interventi preventivi, esiste da molto tempo nel nostro ordinamento; dall’altra, seppur in modo estremamente vago, la legislazione indica dei tipi di soggetti e situazioni che costituiscono le classi di pericolosità di riferimento per chi deve richiedere e applicare la misura. Le classi, alla stregua di norme incriminartici (Procura di Torino 2013-2019), indicano in modo generico o qualificato cosa significhi essere pericolosi per la società e la pubblica sicurezza.

La sorveglianza speciale (art. 6) è la principale misura di prevenzione, applicabile per tutte le ipotesi di pericolosità previste; è quella più afflittiva, ma anche l’unica che per la sua applicazione deve essere convalidata da un giudice attraverso un processo di prevenzione[3]. È richiedibile dal Questore, dal Pubblico Ministero e dal procuratore o dalla direzione nazionale antimafia. Può essere applicata da sola o congiuntamente al divieto o obbligo di soggiorno in uno o più Comuni o Regioni. A ciò il tribunale può aggiungere la prescrizione di non allontanarsi dall’abitazione senza prima avvertire l’autorità o di presentarsi a questa in giorni stabiliti. Non è possibile stabilire i suoi reali confini sanzionatori dal momento che la normativa detta solo le regole dei suoi contenuti minimi e la determinazione del contenuto specifico della misura è rimessa al giudizio del tribunale che la dispone. All’art. 8 comma 4 sono previste delle prescrizioni generali: vivere onestamente, rispettare le leggi, non allontanarsi dalla propria dimora senza preavviso all’autorità di P.S., non associarsi abitualmente a persone che hanno subito condanne e sono sottoposte a loro volta a misure di prevenzione o sicurezza, non detenere armi e non partecipare a pubbliche riunioni.

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In linea generale la sorveglianza speciale si applica a chi non ha commesso un reato (o a volte a chi è sospettato di averlo commesso, o in quanto ne ha commesso qualcuno nel passato); il soggetto è considerato socialmente pericoloso perché può commettere fatti di reato o perché la sua condotta futura può essere pregiudizievole per la società e la sicurezza, per l’ordine, la moralità pubblica ecc. Ad assumere rilevanza tuttavia non è la tipizzazione legislativa dei casi di intervento, bensì la capacità discrezionale e selettiva degli organi che sono deputati alla richiesta e all’applicazione della misura.

L’intervento è coercitivo perché obbliga il soggetto, anche indirettamente, a compiere una scelta o a tenere un certo comportamento. La coercizione può essere negativa se reprime e impone un divieto, e positiva se produce effetti e prescrive comportamenti. Dietro l’etichetta giuridica che assegna a questo strumento il ruolo di prevenire i reati, si nasconde evidentemente un intervento punitivo: da una parte il grado di afflittività e coercizione esercitata sul sorvegliato speciale – in termini di deficit prodotto – e dall’altra la capacità degli interventi di generare degli effetti produttivi. Quando si parla di effetti produttivi si fa riferimento all’ipotesi che le diverse misure di prevenzione coercitiva non si limitino a reagire a una situazione deviante o a un reato commesso per porre fine alla condotta o scongiurarne la reiterazione, ma contribuiscano a produrre e riprodurre quella situazione deviante – ad esempio innescando spirali criminogene e di emarginazione oppure generando cortocircuiti sanzionatori – attraverso il cumulo di situazioni negative in capo a uno stesso soggetto. In termini generali si tratta evidentemente del monitoraggio delle forme di vita, una sorveglianza tuttavia attiva, che non si limita a controllare, ma produce forme di vita specifiche.

Per quanto riguarda le classi di pericolosità, la normativa ne prevede una a contenuto generico e suddivisa in tre lettere di riferimento (art.1) e una serie di classi a contenuto qualificato e specifico (art.4). Entrambi gli articoli fanno riferimento a categorie di pericolosità collegate a un agire criminoso; la differenza sta nel grado di collegamento con il reato. Il paradosso è comunque evidente: tutte le classi sono collegate in vario modo a un agire criminoso passato o potenzialmente futuro, ma nessuna misura di prevenzione, ai fini della sua applicazione, richiede la conoscenza necessaria di tale agire, né quindi la sua esistenza come fatto tipico offensivo e antigiuridico.

Con riferimento all’articolo 1 potremmo dire che le prime due lettere possono essere considerate luogo di sedimentazione di prassi, ipotesi e prognosi di pericolosità riferite alla delinquenza tradizionale o criminalità di profitto («coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto abitualmente dediti a traffici delittuosi; coloro per la condotta e il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivano abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose»). La lettera c), che nomina il bene “pubblica sicurezza”, sembra invece essere la classe di pericolosità che più facilmente si può allargare e restringere per rispondere a esigenze di controllo eccezionali, vista anche l’enorme vaghezza dei beni da tutelare («coloro per per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza, o la tranquillità pubblica»).

La pericolosità qualificata (art.4) è maggiormente incastonata dentro una serie di ipotesi di reato specifiche che, nella lunga traversata storica delle misure di prevenzione, si sono via via sedimentate grazie all’apporto di leggi speciali e generali. È interessante notare come spesso le classi di pericolosità qualificate vengano inserite dal legislatore a seconda delle esigenze del contesto. Un esempio storico è rappresentato dalle leggi che hanno esteso l’applicazione delle misure a particolari forme di pericolosità prima non previste (l. 575/1965 per i sospettati di appartenere ad associazioni mafiose e l. 152/1975 per i neo-fascisti e sospettati di attività terroristiche). Allo stesso modo, ma più di recente, con d.l. 7/2015 viene aggiunta la classe di pericolosità riferita a chi pone in essere atti preparatori «obiettivamente rilevanti» diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato, con la commissione di specifici delitti, o altri caratterizzati dalla finalità del terrorismo anche internazionale o a prendere parte a un conflitto in territorio estero a sostegno di un’organizzazione che persegue finalità di terrorismi internazionale.

In tutti i casi si tratta di una serie di ipotesi e classi talmente frammentate tra loro che sarebbe difficile trovare un ordine di analisi, molto più facile sarà vedere, nella seconda parte di questo contributo, quali classi vengono effettivamente collegate all’applicazione delle misura, perché e quali tipi di effetti sui sorvegliati speciali si possono ipotizzare.

Bilbiografia

ASHWORTH Andrew, ZEDNER Lucia (2014), Preventive Justice, Oxford University Press, Oxford.

ASHWORTH Andrew, ZEDNER Lucia, TOMLIN Patrick (2013), Prevention and the limits of the Criminal Law, Oxford University Press, Oxford.

GALLO Zelia (2017), La dualità della penalità italiana in Studi sulla questione criminale, anno XII, n.1-2, pp. 137-150, Carrocci editore, Perugia.

PETRINI Davide (1996), La prevenzione inutile. Illegittimità delle misure praeter delictum, Jovene, Napoli.

PRATT John (2005), Introduction, in Id., a cura di, The new punitiveness. Trends, theory, perspectives, pp. Xi-xxvi, Willan, Cullompton.

PROCURA DI TORINO (2013-2019), Lettere di prevenzione sulla prassi applicativa delle misure di prevenzione presso il tribunale di Torino, in rivista online Diritto penale contemporaneo.

SELMINI Rossella, 2020, Dalla sicurezza urbana al controllo del dissenso politico. Una storia del diritto amministrativo punitivo, Carrocci Editore, Roma.

[1]Il termine «preventive coercion» è utilizzato da Ashworth e Zedner (2014) nell’ambito degli studi inglesi sulla c.d. Preventive justice di cui si dirà a breve.

[2]Ci si riferisce in particolare al caso di Eddi, attualmente sottoposta alla misura di sorveglianza speciale: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/eddi-sorvegliata-speciale-resiste-per-tutti-noi/#:~:text=La%20%C2%Absorveglianza%20speciale%C2%BB%20%C3%A8%20il,proibizione%20assoluta%20a%20partecipare%20%C2%Aba; https://www.notav.info/post/confermata-la-sorveglianza-speciale-ad-eddi-il-tribunale-di-torino-continua-a-punire-le-idee/

[3]Le altre due misure, adottabili direttamente dall’autorità amministrativa e perciò definite come questorili, sono il foglio di via e l’avviso orale.

Per citare questo post:

Marchio V. (2021), “Sorveglianza speciale: profili storici ed elementi giuridici“, in Studi sulla questione criminale al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2021/03/02/sorveglianza-speciale-profili-storici-ed-elementi-giuridici-1parte/

 

Riceviamo e pubblichiamo il contributo (in due parti) di Veronica Marchio (Università degli Studi di Bologna) sulla misura di “sorveglianza speciale”. In questa prima parte verranno trattate le origini, la storia, il funzionamento e gli aspetti giuridici che la caratterizzano.

Ringraziamo Veronica e buona lettura!

Da Studi sulla questione criminale

 

 

Informazioni aggiuntive

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Le compagnie di social media, tra cui Facebook, hanno ammesso che i post pro-Palestinesi sono stati rimossi, incolpando pretestuosamente “bug tecnici” e “filtri anti-spam”.

Fonte: english version

Di Jessica Buxbaum – 14 Maggio 2021

Foto di copertina: I parenti dell’undicenne Hussain Hamad, ucciso da un attacco aereo israeliano piangonodurante il suo funerale nella casa di famiglia a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, l’11 maggio 2021. Khalil Hamra | AP

GERUSALEMME EST OCCUPATA – In un video pubblicato sull’account Twitter dell’organizzazione attivista Jewish Voice for Peace (Voci Ebraiche per la Pace), Muna El-Kurd ha spiegato perché i social media sono così vitali per la causa palestinese.

“Facciamo affidamento sulla lealtà delle persone che sono solidali con noi, persone che twittano #SaveSheikhJarrah ogni giorno”, ha detto Muna El-Kurd. “Anche un breve tweet o post è prezioso.”

Muna El-Kurd e la sua famiglia sono minacciate di sfollamento forzato da parte dei coloni israeliani e delle forze governative israeliane dalla loro casa a Sheikh Jarrah, un quartiere nella Gerusalemme Est occupata. Nell’ultima settimana, i palestinesi sul campo hanno documentato sia la brutalità della polizia israeliana che la violenza dei coloni.

In risposta, il mondo si è schierato  online con  i difensori palestinesi  condividendo informazioni relative a Sheikh Jarrah, alla Moschea di al-Aqsa e alla pulizia etnica perpetrata da Israele in Palestina. Tuttavia, gli attivisti affermano che i loro contenuti sono stati oggetto di censura dalle stesse piattaforme su cui divulgano i contenuti.

Instagram ha disabilitato l’account di Muna El-Kurd la scorsa settimana e suo fratello, Mohammed El-Kurd, si è visto rimuovere molte delle sue pubblicazioni su Instagram ed è stato minacciato di cancellazione dell’account.

Una raffica di rimozioni di contenuti e di divieti

Gli attivisti hanno riferito che le compagnie di social media hanno rimosso il loro contenuto, affermando che violava le linee guida della comunità o ritenendolo “incitamento all’odio”. I rapporti includevano anche account sospesi e disattivati ​​e contenuti di solo testo etichettati come “sensibili”, una designazione solitamente riservata a foto e video contenenti violenza, sangue o immagini forti. Anche il gruppo Facebook “Save Sheikh Jarrah” è stato disattivato, secondo Mohammed El-Kurd.

I rapporti erano in gran parte incentrati su Instagram e Twitter, con alcuni comportamenti restrittivi  applicati da Facebook e persino da TikTok.

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Durante il fine settimana, non è stato possibile trovare su Instagram hashtag relativi alla Moschea di al-Aqsa, a Sheikh Jarrah e a Gerusalemme.

Secondo le comunicazioni interne dei dipendenti fornite a Buzzfeed, al-Aqsa, il terzo sito più sacro dell’Islam, è stato contrassegnato da Instagram come associato a “violenza o organizzazioni pericolose”. L’etichetta è solitamente riservata ai gruppi terroristici.

Durante gli ultimi giorni del Ramadan, i fedeli di al-Aqsa sono stati attaccati con granate stordenti e proiettili di gomma dalla polizia israeliana in tenuta antisommossa. Più di 170 palestinesi sono rimasti feriti. Gli utenti dei social media che speravano di denunciare la violenza di Stato si sono visti invece rimuovere i propri contenuti dai risultati di ricerca.

Ventiquattro organizzazioni per i diritti umani hanno firmato una dichiarazione chiedendo che Facebook e Twitter ripristinassero gli account interessati e spiegassero le loro azioni:

I contenuti rimossi e gli account sospesi su Instagram e Twitter sono inerenti alla documentazione e segnalazione di ciò che sta accadendo a Sheikh Jarrah, nonché alla denuncia delle politiche israeliane di pulizia etnica, apartheid e persecuzione. Queste violazioni non sono limitate agli utenti palestinesi, ma colpiscono anche gli attivisti di tutto il mondo che utilizzano i social media per sensibilizzare sulla grave situazione a Sheikh Jarrah.

Nadim Nashif, fondatore e Direttore Generale di 7amleh, uno dei firmatari della lettera, ha affermato che l’organizzazione per i diritti digitali ha ricevuto segnalazione di circa 200 casi di censura sui social media relativi ai recenti eventi in Palestina. Tuttavia, ritiene che il numero effettivo potrebbe essere di migliaia, poiché molti utenti che subiscono la censura potrebbero non segnalarlo.

“In realtà, il 99% dei nostri ricorsi per rimozione di contenuti alle aziende di social media è stato accolto, senza che ci siano state domande. E questo è chiaramente perché questi post non violano realmente i loro standard comunitari”, ha detto Nashif. “Quello che fondamentalmente sta accadendo è che l’Unità Cibernetica israeliana sta abusando del sistema della cosiddetta rimozione volontaria.”

Quando è stato raggiunto per un commento, un portavoce di Twitter ha dichiarato: “I nostri sistemi automatizzati hanno intrapreso un’azione di contrasto su un numero limitato di account per un errore provocato da un filtro antispam automatico”.

“Stiamo rapidamente annullando questa azione per ripristinare l’accesso agli account interessati, alcuni dei quali sono già stati riattivati”, ha comunicato Twitter.

Facebook, che possiede Instagram, ha risposto alle richieste di commento rilasciando una dichiarazione che in parte recita:

“Sappiamo che ci sono stati diversi problemi che hanno influito sulla capacità delle persone di condividere sulle nostre app, tra cui un bug tecnico che ha interessato le pubblicazioni in tutto il mondo e un errore che ha limitato temporaneamente la visualizzazione dei contenuti sulla pagina hashtag della moschea di al-Aqsa. Sebbene entrambi i problemi siano stati risolti, non avrebbero mai dovuto assolutamente accadere. Siamo molto dispiaciuti per tutti coloro che hanno sentito di non poter attirare l’attenzione su eventi importanti o che hanno ritenuto che si trattasse di una deliberata soppressione della loro libertà di espressione. Questa non è mai stata la nostra intenzione”.

Censura collaborativa aziendale e governativa

Come già documentato, la soppressione da parte dei social media dei contenuti palestinesi non è un fenomeno nuovo. La ricerca di 7amleh ha rivelato una significativa cooperazione tra i colossi dei social media e Israele nel prendere di mira i contenuti palestinesi: secondo un rapporto di 7amleh del 2020 sulla cancellazione sistematica dei contenuti palestinesi, l’Unità Informatica del Ministero della Giustizia israeliano è responsabile della presentazione delle richieste di rimozione alle società tecnologiche sulla base di presunte violazioni del diritto interno e delle linee guida comunitarie delle società.

7amleh nel suo rapporto ha scritto:

“Il Ministro della Giustizia israeliano, Ayelet Shaked, ha dichiarato che “Facebook, Google e YouTube stanno rispettando fino al 95% delle richieste israeliane di eliminazione di contenuti che secondo il governo israeliano incitano alla violenza palestinese”. Ciò mostra un’attenzione significativa sui contenuti palestinesi e gli sforzi per etichettare il linguaggio politico palestinese come incitamento alla violenza”.

Il governo israeliano e le organizzazioni non governative incoraggiano anche i cittadini a partecipare a questi sforzi di censura facendo le proprie richieste di rimozione dei contenuti in relazione alle pubblicazioni palestinesi.

“Il grosso problema delle rimozioni volontarie è che non ci sono procedure legali o burocratiche per chiarirle”, ha detto Nashif.

Nel 2019, Adalah – Il Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe in Israele e l’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) hanno presentato una petizione congiunta all’Alta Corte di Giustizia israeliana contro l’Unità Cibernetica sulla base del fatto che i suoi meccanismi violano i diritti costituzionali di libertà di espressione e giusto processo. Il mese scorso, la Corte Suprema di Israele ha respinto la petizione.

“Come al solito, la Corte Suprema ha sostenuto e convalidato le azioni dell’Unità Cibernetica”, ha detto Nashif. “E ora stanno cercando di censurare i contenuti palestinese intensificando queste richieste di rimozione”.

Nashif non ha potuto confermare che l’Unità Cibernetica israeliana sia dietro l’ultima presunta censura. Ma attraverso l’uso di Adalah e ACRI della legge sulla libertà di informazione, 7amleh sa che l’ente governativo ha fatto più di 15.000 richieste lo scorso anno alle piattaforme di social media. Nashif ha spiegato:

“Non abbiamo prove su ciò che è accaduto nell’ultima settimana perché né l’Unità Cibernetica, né Facebook sono trasparenti sulle rimozioni. Ma è chiaro seguendoli, analizzando le loro politiche, parlando con persone che lavorano in Facebook e dai diversi ricorsi in tribunale contro l’Unità Cibernetica, che questo sta ovviamente accadendo”.

Aumento della violenza, crescente azione di base

Le tensioni a Gerusalemme e in tutta la Palestina si sono intensificate negli ultimi giorni. Al momento in cui scrivo, gli attacchi aerei israeliani hanno ucciso 87 palestinesi di Gaza, inclusi 18 bambini, e il lancio di razzi di Hamas, il Movimento di Resistenza che governa Gaza, ha ucciso sei israeliani e un cittadino indiano. Più di 530 palestinesi e 28 israeliani sono rimasti feriti.

Le forze israeliane hanno sparato acqua putrida e granate stordenti contro la folla che manifestava contro le espulsioni dei residenti di Sheikh Jarrah. Gruppi armati di israeliani stanno attualmente invadendo le strade della Palestina, cantando “Morte agli arabi”, distruggendo proprietà palestinesi e attaccando i palestinesi.

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I palestinesi portano il corpo di un bambino trovato tra le macerie della casa distrutta da attacchi aerei israeliani mirati a Gaza, il 13 maggio 2021. Abdel Kareem Hana | AP

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Un parente piange i corpi di quattro giovani fratelli della famiglia Tanani uccisi in un attacco aereo israeliano a Gaza, il 14 maggio 2021. Khalil Hamra | AP

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Un ragazzo ferito giace su una barella dopo un attacco israeliano a Beit Lahiya, Gaza, il 10 maggio 2021. Mohammed Ali | AP

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Un paramedico controlla la pressione sanguigna di una giovane ragazza israeliana dopo che il suo edificio è stato colpito da un razzo ad Ashkelon, il 12 maggio 2021. Tsafrir Abayov | AP

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Il corpo del soldato israeliano Omer Tabib, 21 anni, ucciso da un missile anticarro nei pressi di Gaza, viene trasportato durante il suo funerale. Sebastian Scheiner | AP

La Corte Suprema israeliana ha rinviato un’udienza in tribunale sulla possibile espropriazione delle famiglie di Sheikh Jarrah, compresi gli El-Kurdi. Il tribunale dovrebbe fissare una nuova data tra 30 giorni.

Mentre le autorità israeliane continuano a reprimere il dissenso palestinese sul campo, Nashif ha detto che anche le voci palestinesi vengono represse online.

“La nostra sensazione è che ora la repressione sia diminuita perché stiamo ricevendo meno richieste di aiuto. Ma sta ancora accadendo”, ha detto Nashif, riferendosi a come l’Unità Cibernetica ​​israeliana, l’intelligenza artificiale e le comunità Internet pro-Israele come Act.Il fanno tutti parte della campagna per sminuire la prospettiva palestinese sui social media.

“Si deve capire che questa è una lotta sulla narrativa,” ha detto Nashif. “C’è un forte tentativo di sopprimere la narrativa palestinese”.

Jessica Buxbaum è una giornalista con sede a Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è stato pubblicato su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

Informazioni aggiuntive

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[Oggi che l’occupazione israeliana dimostra ancora una volta agli occhi del mondo tutta la sua violenza, giova ricordare la complicità dell’Unione Europea e di paesi quali Grecia, Cipro e Italia con le autorità israeliane, in merito al loro coinvolgimento nel progetto EastMed, un gasdotto che porterà sulle coste del Salento il gas dei giacimenti al largo di Israele e Gaza.
Il 12 dicembre 2020 il governo italiano ha aderito all’ East Mediterranean Gas Forum (Emgf), il braccio operativo del progetto EastMed con status di organizzazione internazionale, che vanta il sostegno della Commissione europea e della Banca Mondiale.

Riportiamo, di seguito, alcuni testi tratti dal dossier del Collettivo Gastivists contro la costruzione di questa ennesima infrastruttura di supporto ad una potenza coloniale, impattante per i territori e i mari che vuole attraversare, e votata a vincolarci ancora per anni a quell’economia fossile che ci sta portando al disastro climatico.

Ricordiamo infine che fra i Progetti di Interesse Comune dell’Unione Europea a favore dello Stato di Israele, oltre all'EastMed vi è anche l’EuroAsia Interconnector, un progetto infrastrutturale che prevede di collegare le reti elettriche di Israele, Cipro e Grecia attraverso un cavo sottomarino di 1.208 km. L’infrastruttura sarà a servizio anche delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati. Per approfondire il tema rimandiamo al dossier del Palestinian Human Rights Organizations Council. Ecor.Network.]

di Collettivo Gastivists da ECOR Network

I gasdotti alimentano il conflitto. Come il gas fossile sta accrescendo le tensioni nel Mediterraneo Orientale. Il caso del gasdotto EastMed – Poseidon

In tutto il mondo, l'industria dei combustibili fossili si sta aggrappando al gas fossile come sua ancora di salvezza, sostenendo erroneamente che si tratti di una "soluzione" per la crisi climatica e cercando di aumentare rapidamente la costruzione di nuove infrastrutture di gas fossile. Come l'industria del gas ha preso slancio negli ultimi decenni, così anche i conflitti geopolitici intorno ai progetti sul gas.

Ciò avviene dopo una lunga storia di conflitti petroliferi e di politiche neocoloniali ed estrattiviste innescate dalla prospettiva della prospezione del petrolio e del gas. I governi e le istituzioni intergovernative come l'Unione Europea promuovono falsamente il gas fossile come fonte di energia pulita e come soluzione per la sicurezza energetica e alcuni governi propongono addirittura il gas fossile come soluzione per la pace nella regione.

Lo sfruttamento dei giacimenti di gas non solo scatena e alimenta la militarizzazione, ma minaccia la salute e il sostentamento delle comunità che vivono vicino alle grandi opere e accelera il collasso climatico, che a sua volta minaccia la sicurezza alimentare e la sicurezza abitativa e aumenta il rischio di eventi eteorologici estremi e altri pericoli ancora. Questi impatti danneggiano in modo sproporzionato le comunità di colore e le persone che vivono nei Paesi del Sud.

Un esempio pertinente e contemporaneo è l'Eastmed-Poseidon, la più recente grande opera per il trasporto di gas sostenuta dall'UE e vero e proprio campo minato geopolitico. È progettata per trasportare il gas fossile sotto le acque contese tra Israele e Cipro all'Italia, passando per Cipro e la Grecia. La sua destinazione finale è la rete del gas della stessa UE. Oltre ad essere - come già detto - un campo minato geopolitico, sta alimentando la militarizzazione, i conflitti e l'oppressione nell’area del Mediterraneo orientale. Specialmente nel contesto della crisi sanitaria pubblica di Covid-19 e della recessione economica, questo progetto di gasdotto sarebbe uno sperpero di denaro pubblico e di risorse politiche da parte dell'UE, in un momento in cui quelle stesse risorse sono urgentemente necessarie altrove.

Il governo israeliano è uno dei più entusiasti sostenitori del gasdotto Eastmed, in quanto garantirebbe un mercato europeo di esportazione per le riserve di gas israeliane. Nell'ultimo decennio ha sfruttato le riserve di gas sottomarine nel Mediterraneo, investendo in un boom di infrastrutture per il gas (seguendo l’andamento globale) e continuando al contempo una brutale occupazione e oppressione dei territori palestinesi sia in terra che in mare.

Va notato che ogni attività regionale si situa nel contesto di decenni di violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, che si sono ulteriormente intensificate nel 2020 con il piano di annessione illegale di Israele. Uno dei modi in cui Israele sopprime il diritto dei palestinesi alla loro terra e all'autodeterminazione è attraverso il controllo delle risorse nei territori palestinesi: il giacimento di gas marino di Gaza ne è un esempio patente.

Nonostante sia di proprietà palestinese, il regime israeliano non permette alla Palestina di sfruttare le sue riserve di gas al fine di ridurre il suo potere economico e politico. A seguito delle pressioni del governo israeliano, aziende come la Shell, che hanno licenze rilasciate dall'Autorità palestinese nelle acque al largo di Gaza, hanno abbandonato le loro operazioni. Il sostegno dell'UE ai gasdotti Eastmed e Poseidon dimostra la sua complicità alle continue violazioni dei diritti umani del popolo palestinese da parte di Israele. Legare la dipendenza energetica dell'UE a Israele legittima le politiche del Paese e le sue azioni, come l'attuale annessione della Palestina, e allo stesso tempo finanzia ulteriormente il governo israeliano.

Il dossier completo è liberamente scaricabile dal portale della campagna Stop EastMed!

I gasdotti alimentano il conflitto. Come il gas fossile sta accrescendo le tensioni nel Mediterraneo Orientale. Il caso del gasdotto EastMed
Collettivo Gastivists
Novembre 2020, 21 pp.
Disponibile in inglese, arabo, ebraico, italiano, turco e greco.

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