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Articoli filtrati per data: Friday, 14 Maggio 2021

 

Inchiesta tra studentesse e studenti dell'Alma Mater di Bologna, dalla Piazza Studio Autogestita all'occupazione di un nuovo spazio in zona universitaria (tratto da cuabologna.it)

L’esperienza della Piazza Studio Autogestita nasce alle porte dell’estate 2020, quando diversə studentesse e studenti hanno deciso di portare panche e tavoli per studiare in piazza, per protestare contro la gestione della pandemia da parte dell’Università di Bologna, che ha mantenuto tasse altissime, nonostante i servizi erogati dalla stessa siano stati dimezzati. I vari atenei d’Italia a dispetto delle maggiori esigenze maturate da parte dellə studentessə a causa della Sindemia, non hanno sviluppato delle modalità organizzative con cui rendere realmente accessibile a tuttə i saperi, ma hanno invece sfruttato l’occasione per esacerbare disuguaglianze e aprire spiragli solo agli investimenti delle grande aziende, quelle informatiche in primis.

timelapse 4Questo scenario ha palesato molte delle contraddizioni già insite all’interno delle università e ha aperto numerosi terreni di contesa per ripensare la formazione e riappropriarsi dello spazio, fisico e telematico, liberandolo dalle logiche del mercato e le sue gerarchie. In particolare la mancanza di luoghi dove poter studiare è stato ciò che forse più di ogni altra cosa ha permesso di costruire contrattacchi nei confronti delle governance universitarie e i loro continui silenzi: riuscire a rispettare il ricatto economico e morale basato sulle scadenze è diventato pressoché  impossibile senza mezzi per farlo.

La difficoltà nel reperire il materiale didattico, il doversi comprare autonomamente PC e pagare l’abbonamento ad una connessione internet, resa instabile dalla sua condivisone in case dove vivono tante persone, non avere la stanza singola o luoghi dove poter dare esami, seguire lezioni o leggere in tranquillità e non poter mai uscire dalla dimensione spaziale del luogo di lavoro, sovrapposto a quello di casa; non potere avere momenti di discussione, confronto e svago, sono solo alcuni esempi dei disagi vissuti dalla comunità studentesca, che si è ritrovata privata del proprio tempo, completamento assoggettato alla produzione di esami, alla rincorsa dei crediti e riducibile ad un unico grande momento tutto uguale.

Proprio dalla necessità di esprimere questa sofferenza e riprendersi ciò di cui la controparte ci ha privatə, è nata dalla Piazza Studio una campagna per la riappropriazione del tempo, che si rifacesse al concetto di “time lapse”: questa è una tecnica cinematografica nella quale la frequenza di cattura di ogni fotogramma è inferiore a quella di riproduzione; a causa di questa discrepanza il tempo, nel filmato, sembra scorrere più velocemente del normale. Guardando all’ultimo anno delle nostre vite quello che sentiamo è che il nostro tempo non ci è appartenuto. Un infinito appiattito in un secondo: intanto che lo vivevamo, ogni istante è stato una fatica, una sofferenza, se ci ripensiamo quello che vediamo è riassumibile in pochi attimi: i ricordi, le esperienze, la nostra vita si può sintetizzare in un timelapse.

In moltə dobbiamo rincorrere le scadenze per laurearci, ma come facciamo a rispettare i tempi imposti dall’ Università se non abbiamo posti dove studiare, non sappiamo come reperire il materiale e le nostre case non sono adeguate?  La pandemia ha acuito le nostre difficoltà nel riuscire a rispettare le scadenze su cui si basa lo strozzinaggio universitario e, ovviamente, non è stato fatto niente per ridurre questo gap, tanto che ci siamo ritrovate costrettə a studiare in piazza per additare questa contraddizione. G. in Piazza Studio Autogestita in Piazza Verdi dice “Io sono qui perché devo preparare la mia tesi entro luglio e le biblioteche chiudono alle 14.00, ma per noi tesisti è molto difficile riuscire a prepararla con una certa costanza, soprattutto per chi necessita di recuperare del materiale specifico. Qui cerco di fare il possibile con i libri che riesco a prendere in biblioteca e magari a fotocopiare o a recuperare in libreria e cerco di studiare. Se non qui dovrei stare a casa, ma vivo in una palazzina dove è pieno di lavori ogni giorno e quindi si sentono un casino di rumori… non ci posso studiare.”

PSA2Nonostante la DAD possa essere un elemento aggiunto per la diffusione di saperi, passare ore davanti al PC, magari in case piccole, senza poter socializzare, diventa particolarmente alienante. L’impossibilità di poter vivere e percorrere gli spazi universitari crea disagio anche dal punto di vista psicologico, aspetto spesso trascurato nel corso della pandemia, manifestandosi nelle maniere più disparate, magari anche con problemi di concentrazione che rendono lo studio sempre più difficoltoso. F. dice “io sono venuta qua perché da mesi mi sento molto chiusa, sia fisicamente in casa che mentalmente stando davanti al PC, provando a seguire le lezioni online e non riuscendo a concentrarmi per più di 20 minuti con un gran mal di testa. Quindi è bellissimo che ci sia la possibilità di venire in piazza e avere la mente più aperta, stare all’aria fresca e non sentirmi così chiusa nella mia testa.”

La Piazza Studio è composta anche da student che lavorano e che devono rincorrere l’orologio per riuscire a star dietro alle scadenze dell’ università, quando proprio studiare spesso ci costringe a trovare un lavoro per sopperire alle spese. In alcuni casi siamo solo lavoratrici e lavoratori, ma che comunque vogliono attraversare la Zona Universitaria e avere luoghi dove poter studiare, leggere, reperire libri e dobbiamo poter essere liberə di farlo senza avere per forza una badge,senza dover per forza pagare. M. dice “sto studiano per il famoso concorsone per le biblioteche perché lavoro da vent’anni in Sala Borsa con le cooperative e se uno non è interno all’università non sa dove andare a studiare. Ho un’amica che è direttrice di una biblioteca di facoltà, ma mi ha detto che avrebbe avuto grossi problemi per farmi avere un permesso speciale. Vi ringrazio per questa opportunità, perché sennò non saprei dove sbattere la testa”.

A. parla da Piazza Scaravilli, un luogo all’aperto dell’università di Bologna che era stato chiuso con delle transenne per impedire momenti di socialità, considerati pericolosi per i contagi e riaperta dalla Piazza Studio per dimostrare che luoghi dove stare insieme all’aperto e nell’autotutela collettiva all’interno dell’Università ci sono. “La mancata programmazione dell’università ha portato tanti disagi, come la non presa considerazione delle nostre generazioni, che hanno riscontrato vari problemi, ad esempio nelle varie dinamiche che uno può vivere all’interno delle proprie case, come la mancanza di connessione e di rete. Tutto questo doveva essere preso in considerazione quantomeno e affrontato a livello programmatico dall’università, che ha avuto un anno di tempo per far fronte ai vari problemi, che non sono poi più così emergenziali. Poi anche la mancata socialità, la mancanza di spazi attivi per poter studiare sono stati riscontrati come gravi problematiche per noi studenti e magari uno si aspetterebbe una programmazione e una presa di coscienza da parte del rettore, o di chicchessia, delle nostre problematiche e anche dei disagi relativi al pagamento delle tasse. Poi il distanziamento sanitario per distanziare anche socialmente le persone non deve essere equivalente come trattamento”.

Gli spazi chiusi dalla transenne anti assembramento in città son stati riaperti solamente quando c’è stato del profitto di mezzo, come nel caso di Piazza Verdi, dove per mettere delle toppe sui problemi di reddito dei ristoratori, è stato svenduto suolo pubblico, per permettere ai bar di mettere i tavolini, che secondo le ordinanze sono l’unica motivazione valida per sostare in piazza. Università e città sono strettamente interconnesse e per questo abbiamo messo a critica l’attraversabilità della zona universitaria e abbiamo deciso di togliere le transenne che chiudevano Piazza Scaravilli, che è di Unibo, perché questa non poteva rimanere transennata solamente perché non vi è la possibilità di farci dei dehors. Con la nostra iniziativa abbiamo voluto liberare uno spazio che è stato citato dal rettore solamente per minacciare sospensioni nei confronti di chi andava a bivaccarci la sera, abbiamo deciso di renderlo di nuovo fruibile alla comunità studentesca e lo abbiamo riempito di iniziative come la Piazza Studio e le Lezioni in Piazza, momenti non frontali, ma di confronto e dibattito liberi dalle logiche meritocratiche, fatte sia lì che in Piazza Verdi, assieme a diversi docenti, nel rispetto dell’autotutela collettiva.

Proprio in Scaravilli si è data una tappa della mobilitazione di Brain Unibo, a cui la Piazza Studio ha aderito con grande partecipazione anche nella costruzione e che il 5 maggio ha visto student, docenti, ricercatrici e ricercatori prendere posizione e fare diversi momenti di contestazione davanti alla sede di Er.go e al rettorato, che affaccia di fronte alla piazza che era stata transennata. Niente è stato fatto per venire incontro alle richieste dellə studentesse e degli studenti, anzi la nostra vita viene continuamente complicata dall’Università, che nonostante nell’ultimo anno abbia dimezzato i suoi servizi e le sue spese di manutenzione, continua a pretendere le stesse esorbitanti tasse e a far risuonare un silenzio assordante di fronte alle nostre richieste, come aggiungere appelli e prolungare le sessioni, per permettere a tuttə di recuperare il tempo perso a causa dell’emergenza sanitaria. L. dice: “Questa situazione drammatica per tutti è stata ancora più drammatica per le studentesse della nostra età, che siamo state dimenticate e ignorate. Sono state ignorate tutte le problematiche relative alle tasse, alle aule studio. Non potevamo svegliarci la mattina e continuare la nostra vita da universitari per via delle aule studio chiuse, delle nostre case dove c’è chi magari convive con cinque, sei persone e ha una stanza doppia e non può neanche rimanere a casa a studiare”. Interviene V. :“Se posso aggiungere qualcosa, con tutti i soldi delle tasse che Unibo non ha minimamente diminuito, potevano almeno affittare dei locali e aumentare le aule studio, perché sinceramente vorrei capire dove hanno messo le tasse visto che non hanno pagato un sacco di spese di manutenzione in pandemia e invece noi abbiamo sempre pagato a prezzo pieno, quindi almeno che affittino dei locali e facciano aule studio”. Rinterviene L.: “O fare anche degli spazi all’aperto dove può circolare di più l’aria e possiamo stare in di più come qua”. Di nuovo V. :“E poi chiedere un parere agli studenti!” L.:“Esatto! A noi non c’hanno mai considerato,noi siamo state la categoria – se così si può chiamarla- ‘dimenticata completamente’. Gli affitti sono rimasti invariati e noi dovevamo sostenere non solo le spese universitarie… ma chi ha perso il lavoro a causa del Covid, che si manteneva gli studi col lavoro e non ha potuto lavorare ha dovuto pagare gli stessi soldi”. L.: “E poi più appelli cazzo! Per tutti quelli che hanno difficoltà.” V.: “Non c’è un parziale, una doppia data, tutte le date sono accavallate, come cavolo facciamo così?” L.: “Io di Lingua ho un appello a sessione, se salti quello è finita… ad un esame online metà gente è stata cannata perché le persone no hanno visto che c’era una seconda parte.” Trovare posto in aula studio è quasi impossibile e rincorrere gli orari delle prenotazioni e delle chiusure è l’ennesima ansia basata sul tempo che studentesse e studenti si ritrovano a vivere.  R. dice “Sono qui in piazza a studiare perché le aule studio sono sempre tutte piene, la prenotazione al Bigiavi o al 38 va fatta uno o due giorni prima, il Paleotti è pieno già dalle 8.15, le Scuderie soprattutto da quando hanno ridotto i posti sono praticamente impraticabili, quindi se vogliamo studiare o stiamo chiusi nelle nostre case dove spesso ci sono due, tre, cinque persone, oppure ci si adatta”.

L’eterna corsa alla prenotazione è già persa in partenza per lə student lavorator, che a causa dell’incompatibilità tra gli orari di lavoro e quelli di apertura e chiusura delle sale studio possono fare affidamento solamente sull’autogestione e l’organizzazione delle stesse studentesse. Anche in questo caso la direttrice del tempo alimenta i ricatti, le ansie e le problematiche della comunità studentesca. N. dice “Siamo in piazza a studiare perché da studentesse lavoratrici prenotare le aule studio è diventato veramente infattibile, ci sono fasce di orari difficilissime, innanzitutto per trovare posto e soprattutto perché se io ho un tempo per andare a studiare e un altro tempo per andare a lavorare, non posso occupare delle ore che dovrei utilizzare per essere da un’altra parte. Di conseguenza gli unici spazi dove hai un po’ di flessibilità in orario e dove trovi sempre posto sono queste piazze autogestite e questi spazi che gli studenti si organizzano a tirare in piedi”. G. dice “E’ diventato molto difficile prenotare posti in aula studio, ad esempio noi ci siamo organizzate addirittura per settimana in settimana, anche lavorando è difficile organizzarsi con i  turni i giorni in cui si deve studiare, le fasce in cui puoi andare a studiare sono abbastanza assurde perché le sale studio chiudono alle quattro, proprio a metà pomeriggio e non è fattibile, quindi questi sono gli unici spazi in cui è possibile studiare”.

A. dice “Questa mattina ho dovuto studiare in Piazza Verdi perché nelle aule studio non ci sono posti disponibili. Oltre a questo c’è da dire che Bologna non me la sono vissuta molto e mi rimane difficile studiare in questo periodo e sicuramente il fatto che non siano aperti luoghi appositi per permettermi di studiare non aiuta la situazione”. B. dice “Anche io stamattina sono qui a studiare perché le aule studio e le biblioteche continuano ad essere strapiene, sono ancora stati dimezzati i posti e quindi nonostante la possibilità di far lezione in presenza per alcuni, la metà delle lezioni rimangono online, non si hanno gli spazi appositi per studiare e quindi è logisticamente difficile riuscire a muoversi, riuscire a concentrarsi e prepararsi bene. Questa di sicuro è una bellissima iniziativa perché ti dà la possibilità di conoscere gente e di stare all’aperto e avere un posto fisico dove stare a sedere senza doverti accampare da qualche parte, però è chiaro che non è una bella situazione per nessuno”.

La Piazza Studio da sempre si è caratterizzata oltre che come luogo in cui poter studiare, anche dove poter fare socialità in modi differenti, andando oltre la logica del bianco o nero, del nichilismo individualista o dell’estrema chiusura, basata sull’austerità, poiché anziché distribuire reddito e welfare per permettere a tuttə di stare bene, si sacrificano i momenti di gioia e condivisone solo in favore del lavoro e della produzione, cosa che quindi si ripercuote terribilmente sul benessere psicologico delle persone, che da sempre conta ben poco per le istituzioni, sia quelle governative, che quelle  universitarie. Del resto l’ Università non fa che rispecchiare tutti i problemi e le contraddizioni della società in cui viviamo, che nell’ultimo anno e mezzo ci ha brutalmente mostrato che la macchina neoliberista non si ferma mai, bensì si reinventa per acuire ancora di più le disuguaglianze.

F.dice “Mi sono laureata adesso a marzo, ma ho avuto molte difficoltà causate dal poter parlare col relatore solo via Skype e nel reperire i libri, perché molte biblioteche col covid sono state chiuse o quello che cercavo non era disponibile subito. Questo mi ha sicuramente ritardato un sacco i tempi e questo per me è stato un problema. Per esempio io ho fatto la tesi incentrata sulla violenza di genere, ma la Biblioteca delle Donne di Bologna è stata chiusa per molto, c’erano aperte solo alcune biblioteche universitarie, ma non è stato per nulla semplice perché molti libri erano già stati presi per via del fatto che non tutte le biblioteche erano aperte”. M. dice “Per un giorno di ritardo ho pagato 150 euro in più… per un giorno! E oltretutto le tasse continuano ad aumentare”. F.: “E’ sempre più complicato accedere alle borse di studio, io sono mezza spagnola e tantissime delle cose che devo accreditare come miei redditi sono esteri e hanno sempre creato casino, gli ultimi due anni non sono riuscita ad accedere alla borsa di studio che mi spettava per dei loro problemi burocratici che non hanno minimamente agevolato, tu gli inviavi le cose e loro ti dicevano ‘no non puoi più accedere perché è scaduto il tempo’. Adesso mi sono laureata, ma lavoravo 35 ore a settimana per riuscire a mantenermi, mi è stato cambiato il modo di darmi il programma perché alcuni professori ti provano a venire in contro, ma non sono stati cambiati gli appelli, non ci sono state delle vere agevolazioni, nonostante lavori per pagarmi l’affitto e le spese per vivere qua”. Il tempo è qualcosa su cui da ben prima della pandemia le Università basano i propri ricatti, facendo leva sua una doppia punizione che si alimenta di due elementi cardine per la riproduzione della società capitalista: il reddito e la morale. La punizione economica, degna dei peggiori strozzini, per cui se non si rispettano i ritmi imposti  si è costretti a pagare di più, come con il fuori corso, o addirittura restituire i soldi delle borse di studio, o non accedere alle stesse perché non si sono conseguiti abbastanza crediti .La punizione morale, secondo la logica della continua competizione, del correre per fare successo e non doversi vergognare perché si è in ritardo, perché si è dei falliti. Logiche che si intessono continuamente nel merito, nelle graduatorie, nei numeri chiusi alle facoltà. Con l’esperienza della Piazza Studio Autogestita abbiamo in tantə parlato di cosa sia l’Università e di come metterla a critica e soprattutto di cosa poter fare, organizzandoci, per scardinare le logiche vigenti, per rendere l’Università qualcosa dove poter discutere, dibattere, condividere e creare saperi nuovi senza alcun giudizio o imposizione, senza nessun ricatto economico basato sul tempo e le continue ansie che ne derivano, qualcosa che possa essere davvero accessibile a tuttə, sia a livello fisico che cybernetico e che sia una scelta e non un obbligo morale per formarsi al lavoro. Per porre il nostro primo attacco in questo campo di battaglia abbiamo quindi deciso di iniziare riprendendoci dello spazio, per riappropriarci oltre di questo anche del nostro tempo e poter vivere entrambi secondo le nostre necessità e i nostri desideri. Perciò la Piazza Studio Autogestita ha trovato una casa ed abbiamo occupato un plesso con dei giardini di proprietà di Unibo, dove poterci trovare, autogestire, confrontare e studiare assieme, nell’autotutela collettiva, al grido di “Quello che non ci date noi ce lo riprendiamo!”

S. dice “Anch’io ho partecipato all’occupazione di questo spazio, che è decisamente meglio rispetto alla piazza, perché innanzitutto a livello di comunità ci si può stanziare e si spera sia una cosa continuativa; quando veniva fatto in Scaravilli, piazza Verdi, era tutto un muoversi e per quanto la piazza è un bel posto da viversi non te lo puoi vivere continuativamente, invece qui c’è la volontà di fare progetti, che questo possa diventare un luogo che venga vissuto da varie realtà con tante assemblee,iniziative mercatini… insomma un luogo che tutti gli studenti possano sentire proprio e possano creare e autogestire, sia per funzioni quali lo studio, ma anche ludiche, insomma è un luogo anche di socialità e amicizia, ce n’è bisogno.”

F. dice “Ho partecipato a questa presa di posizione molto volentieri, avendo partecipato a qualche giornata di Piazza Studio e di lezione organizzata sia in piazza Verdi che in Scaravilli e devo dire che quest’iniziativa l’ho vista molto ben volentieri perché va bene che prenderci il nostro spazio, prenderci il nostro tempo in piazza comunque dia un messaggio, però è una cosa che è anche scomoda sia da organizzare che da vivere per tutto il via-vai che c’è intorno e quindi penso che esserci appropriati di uno spazio che era inutilizzato per ragioni non valide e ridarli una vita e un utilizzo che possa essere gestito dagli studenti e vissuto veramente dagli studenti -che è questo che l’università dovrebbe mettere in prima posizione- penso che sia una grandissima iniziativa e questo spazio occupato ha grandi potenzialità e speriamo che potremo continuare a viverci in comunità.”

Così dalla Piazza Studio Autogestita e poi Occupata è nato SPLIT-Spazio Per Liberare Il Tempo, un luogo che non vuole chiudersi in se stesso, ma aprirsi alla comunità studentesca ed essere fucina di idee ed iniziative, per espandere orizzonti e mobilitazioni e riprenderci lo spazio, il tempo e i soldi che ci sono stati sottratti. Time Lapse, la campagna per la liberazione del nostro tempo, di cui l’occupazione è solo una tappa è solo all’inizio, vogliamo tutto!

 

 

 

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Il conflitto tra lo Stato d'Israele e la Palestina in ogni suo ciclo è stato anticipatorio di tendenze generali. Le dinamiche di questo conflitto, di quel lembo di terra affacciato sul Mediterraneo, sono consonanti con le crisi politiche, economiche ed ecologiche di un sistema di sviluppo sempre più in decadenza che vede nello Stato di Israele una delle sue avanguardie più brutali. 

Si dice che quando un disequilibrio economico o politico non può diventare guerra diventa crisi. La Palestina è quel territorio dove lo Stato d'Israele ha costruito una esteriorità interna su cui scaricare ogni crisi, in cui ogni crisi diventa guerra.

E quindi a più di un anno dall'inizio della crisi pandemica, con l'evidente gestione etnica della stessa, ecco che riparte l'aggressione al popolo palestinese, questa volta tra le strade di Gerusalemme per poi diffordersi a tutti i territori occupati fino a minacciare l'intervento militare nella Striscia di Gaza che da giorni fa nuovamente i conti con le decine di morti quotidiani per i bombardamenti. Torna subito alla mente l'operazione Piombo Fuso che nel dicembre 2008 si inseriva nel quadro di un'altra crisi, quella finanziaria globale.

La crisi poi è anche quella del quadro istituzionale, tanto israeliano quanto palestinese. In Israele si sono celebrate da poco le quarte elezioni in due anni che non sono comunque state in grado di consegnare un governo al paese. Sembrava che per la prima volta da più di un decennio ci potesse essere un cambio di leadership, con il premier Benjamin Netanyahu appesantito da tre accuse di corruzione, e una complessa frammentazione del panorama politico. Ma gli scontri delle ultime settimane, con l'evidente intento di solleticare la pancia dell'ultradestra e dei movimenti dei coloni, hanno sortito il loro effetto. Oggi il leader della formazione Yamina, Naftali Bennet, ha sostanzialmente annunciato che sosterrà Netanyahu nella formazione di un nuovo governo.

Allo stesso tempo lo scenario politico palestinese sta vivendo una nuova trasformazione. Se le accuse di corruzione e complicità con gli israeliani rivolte ad Al Fatah hanno visto un sotanziale deteriorarsi della credibilità politica di Abu Mazen e della sua consorteria politica, allo stesso tempo anche Hamas, per quanto salda al controllo della Striscia di Gaza, sembrava stare vivendo negli ultimi anni una crisi di leggittimità. Nuove opzioni iniziavano a palesarsi come quella la lista Hurriyah (Libertà), guidata da Barghouti (uno dei leader della prima e della seconda Intifada tuttora in carcere). Tanto che alla fine le elezioni previste per il 22 maggio, le prime in 15 anni, a cui tra l'altro si erano iscritti oltre il 90% dei palestinesi, sono state infine rinviate. 

La novità sta anche nelle dinamiche dal basso che si sono date: le proteste contro lo sfratto delle famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah, le notti di scontri sulla Spianata delle Moschee e il diffondersi di mobilitazioni in tutte le località della Palestina con una forte presenza araba hanno dimostrato una vivacità e un'indisponibilità dei settori popolari che non si vedeva da tempo e che alcuni avevano già archiviato come processi ormai storicizzati concentrandosi unicamente sul conflitto nei pressi della Striscia di Gaza.

In questa guerra come politica, in questo sporco gioco poi ad essere ulteriormente vomitevoli sono le reazioni internazionali con la politica italiana che si allinea bipartisan sotto la bandiera d'Israele sporca di sangue palestinese e la leadership europea che assiste imbarazzata condannando le violenze "da entrambe le parti", ponendosi persino alla destra di Biden che reputa "eccessiva" la reazione israeliana. 

E' necessario come non mai dunque prendere posizione in questo conflitto, leggerlo alla luce dell'attualità e delle tendenze che mostra, ed essere consapevoli che la lotta palestinese per la vita e la dignità è anche la nostra lotta, la lotta di chiunque si oppone a questo modello di sviluppo e di organizzazione sociale in piena decadenza.

 

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Ieri pomeriggio diversi studenti e studentesse dell'Università di Torino hanno occupato nuovamente l'Aula C1 del Campus Einaudi che nel febbraio del 2020 era stata posta sotto sequestro. La nuova occupazione avviene in un momento in cui le condizioni degli studenti e delle studentesse universitari/e sembra essere completamente dimenticata nel paese. La crisi pandemica è stata affrontata in maniera disorganizzata e scomposta dai vertici universitari e nessun passo è stato fato per andare incontro alla crisi economica che vivono gli studenti e le famiglie. Di seguito il comunicato di Campus Invaders:

In questa giornata, dopo più di anno in cui è stata chiusa, abbiamo deciso di riaprire l'aula C1.

L'aula è stata messa sotto sequestro dopo i fatti accaduti il 13 febbraio 2020 : quel giorno il gruppo neofascista del Fuan era entrato in università per volantinare e sabotare un evento che spiegava l'episodio storico delle foibe. Molte studentesse e studenti antifascist* hanno cercato di cacciarli ma a difesa dei fascisti c'era un ingente schieramento di polizia che non ha esitato a caricare e picchiare chi era intervenuto. Successivamente a quella giornata, 33 ragazze e ragazzi antifascist* furono denunciat* , di cui 22 privati della loro libertà, e l'aula C1 venne messa sotto sequestro. Ancora oggi, a distanza di più di un anno, l'università di Torino e il rettore non si sono espressi sui fatti accaduti, sull'accanimento giudiziario nei confronti degli studenti e delle studentesse che ancora persiste e tanto meno hanno chiesto di togliere i sigilli del sequestro applicati all'aula senza alcuna motivazione. L'aula C1 da sempre è uno spazio autogestito, libero, dove vengono organizzati eventi culturali e dove è possibile confrontarsi e condividere le conoscenze di ognuno. Dove le persone che la attraversavano discutevano di temi sociali con uno sguardo critico, anche contrastante con la visione standard e sterile trasmessa durante le lezioni.

Da mesi ormai, anche a causa del lockdown, in università non ci sono spazi dove incontrarsi; ci sono pochissimi posti dove studiare e quando si riesce a prenotare bisogna attivare il timer perché ci hanno imposto un tempo massimo per la permanenza in biblioteca e nelle aule studio. Eppure il Campus Einaudi ha a disposizione una struttura grandissima che potrebbe essere messa in sicurezza e di certo non mancano i fondi : nonostante la grave situazione di crisi economica, l'università non ha diminuito minimamente le tasse. Nonostante le difficoltà economiche, famigliari e psicologiche, che gli studenti si sono trovati ad affrontare, non solo non è stato fornito nessun aiuto ma l'università si è limitata a fornire delle lezioni a distanza che non possono essere paragonate alle lezioni in presenza, in cui il dibattito è la costruzione collettiva del sapere è completamente eliminata. Se l'università non si è occupata in questi mesi di sostenere gli studenti e le studentesse e creare degli spazi sicuri dove studiare, dove incontrarsi, allora è il momento di prenderseli. Oggi l'aula C1 è finalmente riaperta, è di nuovo uno spazio libero, antifascista, antisessista, dove poter studiare ma anche dove incontrarsi per organizzare presentazioni, aperitivi, cineforum, dibattiti sempre rispettando le misure di sicurezza per il covid. Non è solo un luogo fisico dove potersi organizzare e dove studiare, dove finalmente si può entrare senza dover presentare codici e identificarsi. È anche un luogo in cui ci riprendiamo la nostra libertà, dove viviamo attivamente l'università e non la subiamo in modo passivo studiando a casa da soli dal computer. È anche un luogo dove poter sperimentare un modo di conoscere differente : non in modo verticale, privato perché limitato a chi si può permettere delle tasse altissime, senza la possibilità di critica e di modifica di quei saperi che apprendiamo.

L'aula C1 è di nuovo aperta a tutte e tutti! Rimanete aggiornati tramite la pagina Facebook e Instagram per sapere quali eventi saranno organizzati, venite a studiare durante la settimana portando la mascherina!

 

 

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in SAPERI

Il 22 maggio a Milano, a MACAO, si terrà l'Assemblea Aperta della Climate Justice Platform verso la YouthCOP e la PreCOP26, che tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre avrà luogo nel capoluogo lombardo. Di seguito l'appello dell'assemblea.

Dall'inizio di quest'anno è nata una piattaforma che ruota attorno al tema della giustizia climatica e che si pone come obiettivo quello di organizzare un campeggio a Milano in contemporanea ai giorni della YouthCOP e della PreCOP26, tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre. Il campeggio sarà incentrato sul tema della giustizia climatica e della rigenerazione della terra e delle persone e vuole coltivare un ambiente di solidarietà, fiducia reciproca, rispetto, amore per la terra.
Scopo di questa piattaforma e del campeggio è la creazione di uno spazio di confronto e azione a partire da una discussione sul modello socio-economico, identificato come sorgente della crisi climatica attuale e dell'incapacità dei governi di affrontarla, pressati dalle lobby -non solo fossili- che hanno come obiettivo la difesa del profitto a ogni costo, come le Cop degli ultimi 20 anni hanno purtroppo mostrato.

La piattaforma invita realtà nazionali e internazionali a contribuire alla costruzione del campeggio e alla prima assemblea aperta che si terrà il 22 maggio 2021 a Milano e online.
Vogliamo creare uno spazio trasformativo che metta in discussione il sistema tossico dentro di noi e fuori di noi e che dia la spinta ad agire insieme, ciascuno secondo le proprie caratteristiche, valorizzando la diversità e i margini nell'insieme.

Nei giorni del campeggio infatti a Milano si terrà la pre COP26, evento preliminare della 26esima conferenza sul clima delle Nazioni Unite. Osserviamo, attraverso i dati sull'innalzamento delle temperature, sulla concentrazione di CO2 nell'aria, sul consumo di suolo, sul crollo della produzione agricola, sull’esplosione delle migrazioni forzate, dei conflitti armati e delle pandemie, che finora queste conferenze hanno fatto sottoscrivere ai governi generici impegni non vincolanti sulla riduzione delle emissioni di gas climalteranti, senza affrontare le questioni strutturali che generano disastri ecologici e disuguaglianze sociali causati dall'essere umano. Questo perché dietro la Cop agiscono interessi finanziari che non hanno a cuore la tutela della vita e degli ecosistemi, ma la tutela di interessi privati. Crediamo che il meccanismo delle COP abbia fallito negli obiettivi che si era dato, in quanto non ha prodotto miglioramenti sostanziali attraverso una riorganizzazione del modello produttivo e sociale che ci ha portatx al collasso ecologico, ma che sia ad oggi anche parte del problema perché cerca di mitigare il disastro usando gli stessi strumenti e coinvolgendo gli stessi soggetti politici ed economici che l’hanno provocato. Queste politiche globali trovano perfetta ricaduta sul piano locale, anche nella fase attuale (vedasi il PNRR o le Olimpiadi2026) proponendo un modello di sviluppo che si definisce 'verde', ma che di fatto opera greewashing ed è incompatibile con gli obiettivi di sostenibilità ecosistemica e convivialità.

Per queste e molte altre ragioni su cui vorremmo confrontarci insieme, vi invitiamo alla nostra chiamata.

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At the beginnig of 2021 we created a pltform of movements working on climate justice. Its objective is to organise a Camp in Milan during the days in which the city will host the YouthCop eand the PreCop26, between the end of September and the beginning of October. The camp will be focused on the theme of climate justice and Earth’s and People’s regeneration and will cultivate a common ground based on solidarity, mutual trust, respect for the Earth.
The ultimate goal of the platform and the camp is to create a space of discussion and action, focusing on the current socio-economic model, identified as the source of the climate and ecological crisis we are living, and on governments’ inability to face it. They are, undeniably, pressed by lobbies – not only fossil fuel’s ones – whose goal is the defence of profit at any cost, as the Cop meetings of the last 20 years have sadly shown.

The platform invites national and international movements, spaces and realities to contribute to the construction of the camp. The first meeting will be held on the 22nd of May, both here in Milan and online. We want to create a transformative space that challenges the toxic system within and around us, and that encourages everyone to act together, according to their carachteristics and needs, thus valuing diversities and margins.

During the days of the Camp, the city of Milan will host the preCOP26, the preliminary event to the 26th UN conference on Climate Change. We note, observing data on raising temperatures and CO2 levels in the air, soil depletion, the explosion of forced migration and displacement of people, conflicts and pandemics, that such conferences have so far led governments to be signatories of generic non-binding commitments, without addressing structural matters causing ecological disasters and social inequalities caused by human activities. This happens because the COP is pressured by financial lobbies concerned with the defence of private interests rather than the protection of life and ecosystems. We believe COP’s mechanism to have failed its own objectives. In fact, it has not brought about substantial changes in the organisation of the productive and social model which is leading us to the ecological collapse. On the contrary, it reveals itself as part of the problem, since it aims to solve the climate/ecological crisis using the same tools and engaging the same actors that provoked it in the first place. In the current phase we are living, such global policies are reflected on the local scale (PNRR, 2026 Olympics), putting forward a development model defining itself as green, but operating greenwashing and incompatible with the objectives of eco-systemic sustainability and conviviality.

For this and many other reasons we would like to discuss together, we invite you to our open call.

Per maggiori info: https://fb.me/e/1IucAED9g

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