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Articoli filtrati per data: Thursday, 13 Maggio 2021

Raúl Zibechi

Montevideo, Uruguay / A Bogotá, a Cali e Medellín, così come in molte periferie popolari, in questi giorni si sono sentite tremende detonazioni, seguite da raffiche di bombe di gas sparate dai blindati antisommossa, accompagnate da qualcosa come proiettili traccianti, diretti contro i manifestanti. Si tratta di impressionanti scariche che combinano fuoco, gas, fumo e scoppi che somigliano ad un diluvio di morte.

Alcuni media li descrivono come “bagliori simili ai fuochi artificiali”, mentre altri affermano che “non si tratta di missili o proiettili di artiglieria pesante delle forze armate, ma di un costoso e sofisticato elemento di stordimento dello Squadrone Mobile Antisommossa. In ogni caso, l’effetto è simile a quello dei proiettili di grosso calibro.

Una minima indagine ci porta fino ad un dispositivo chiamato Venom (dalla pellicola di supereroi alieni), fabbricato dall’impresa spagnola Vimad Global Services, consacrata al servizio delle forze armate e di polizia nell’ambito della sicurezza pubblica.

Il Venom è definito come un “sistema lanciatore di munizioni non letali”, anche se la descrizione che fa la stessa impresa del suo dispositivo lascia molti dubbi. La pagina dell’impresa afferma che il Venom è stato venduto ai marine degli Stati Uniti, ai governi di Israele e delle Filippine e, anche se non lo menziona, alla Colombia e sicuramente ad altri paesi.

Il lanciatore che si apprezza nell’immagine, è fornito di 30 cartucce, ma ognuna di quelle ha una direzione IP “per essere sparata individualmente o in qualsiasi sequenza desiderata”. Il sistema informatico del Venom permette che ciascuna delle 30 cartucce persegua obiettivi differenti.

Le munizioni di queste cartucce possono esplodere in un raggio da 30 a 200 metri, “producendo fragori, bagliori e frammenti di caucciù con una velocità penetrante”. le Flash Bang, così si chiamano le cartucce rumorose, sono definite come granate stordenti o accecanti, “che esplodendo producono un bagliore di 6-8 milioni di candele e un suono di 170-180 decibel”, che inabilita le persone senza causare lesioni visibili, secondo Wikipedia.

Dicono che sono “armi non letali”, ma un rapporto della BBC del 2017, afferma che i militari degli Stati Uniti stavano lavorando su suoni capaci di produrre la morte. Citano l’ingegnere acustico dell’Università di Salford, Trevor Cox: “Puoi giungere alla soglia del dolore, che è di circa 140 decibel, un po’ di più -160- ti romperebbe il timpano, e se lo alzi ancor di più può anche far collassare il tuo polmone”. La conclusione è che un suono di 200 decibel può causare la morte.

“Il bagliore di luce attiva momentaneamente tutte le cellule fotosensibili della retina, rendendo la visione impossibile per circa cinque secondi, o fino a quando l’occhio riporta la retina al suo stato originale”, continua Wikipedia.

A Seattle, la polizia continua ad usare granate stordenti nonostante le raccomandazioni contrarie, soprattutto durante le proteste per la morte di George Floyd. “Il dispiegamento di granate flash-bang, palle esplosive e altri dispositivi per controllare e disperdere le folle, si è trasformato in un marchio distintivo del caos che ha macchiato le recenti manifestazioni a Seattle e in altre città degli Stati Uniti a causa della morte di Floyd”, informa il The Seattle Times.

Tra quelle si utilizza la temibile M-84, che raggiunge 180 decibel e 8 milioni di candele. La conclusione di questo giornale è trasparente: “Nonostante le raccomandazioni della Commissione della Polizia Comunitaria della città nel 2016, che l’agenzia sospenda l’uso delle granate fino a quando potranno essere valutate più a fondo, la polizia di Seattle non ha mai completato lo studio sollecitato e continua ad usare i dispositivi nel loro repertorio di tattiche di controllo delle folle”.

Effetti del sistema Venom durante le proteste a Portland. Foto: The Seattle Times

La particolarità del sistema Venom è che può combinare, nei suoi 30 proiettili, granate di fumo, stordenti e accecanti, con proiettili di gomma e schiuma. Le cartucce di 37 millimetri, si utilizzano per lo stordimento ma contengono quattro sub munizioni che venendo attivate creano un bagliore di luce e suono simultaneo.

I risultati sono sotto gli occhi, con la brutalità poliziesca per disperdere le manifestazioni e le proteste, producendo gravi danni alle persone. Per quello che sappiamo, è la prima volta che questa arma si utilizza in modo massiccio in America Latina, ma sicuramente vari governi staranno studiando la sua implementazione.

Il direttore delle Americhe di Human Rights Watch (HRW), José Miguel Vivanco, ha pubblicato nelle reti sociali che si tratta di “un’arma pericolosa e indiscriminata”, oltre a chiedere al governo che dia delle spiegazioni sulle ragioni del suo uso, secondo quanto informa la Deutsche Welle (https://bit.ly/2RtGfp0).

Ciascun lanciatore ha un costo di 120 mila dollari e ciascun proiettile 71 dollari. La morte sta divenendo un affare milionario. Ma, soprattutto, gli strateghi della repressione stanno progettando le modalità per blindare lo stato e il capitale, impedendo qualsiasi protesta, provocando danni irreparabili sui corpi ma evitando che il sangue sia visibile, perché già sanno che questo infiamma i popoli.

Foto in testa: Oscar Pérez / El Espectador

7 maggio 2021

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: Raúl Zibechi, “Las nuevas armas del terror policial” pubblicato il 07-05-2021 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/las-nuevas-armas-del-terror-policial/] ultimo accesso 12-05-2021.

 

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Ieri in diverse città italiane sono andate in scena iniziative contro Eni, il suo ruolo nella devastazione ambientale e climatica e le sue campagne di greenwashing. Le iniziative si sono tenute in contemporanea con l'assemblea degli azionisti della multinazionale del fossile. Riportiamo di seguito i post di alcune mobilitazioni che hanno avuto luogo all'interno della campagna #ManyAgainstEni di Rise Up 4 Climate Justice.

Milano:

 

A San Donato Milanese da un'ora in più di 200 stiamo occupando il cantiere di #Eni nel giorno in cui si tiene l'assemblea degli azionisti della multinazionale.

Abbiamo calato 3 striscioni dalla cima dei palazzi in costruzione.

Con la campagna #manyagainstEni denunciamo i crimini della compagnia più inquinante e devastatrice del Paese, perché è inaccettabile che una delle maggiori responsabili della crisi climatica stia accedendo ai fondi del PNRR per la transizione ecologica, mentre continua ad inquinare e distruggere territori in Italia e nel Sud globale.

Vogliamo giustizia sociale e climatica, vogliamo garantirci un presente ed un futuro. Non può esistere giustizia e transizione in un mondo con #Eni.

Livorno:

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La raffineria di Stagno è un caso paradigmatico del modello di finta transizione voluta dal governo Draghi e dalle multinazionali del fossile.

Da un lato, si vuole realizzare un progetto di "bio-raffineria": non c'è ancora chiarezza sulla riconversione in bio-raffineria, ma il modello resta quello delle centrali di Gela e Marghera, dove ci si limita a produrre un additivo "bio" a partire da oli esausti e di palma che ammonterà al solo 15% del prodotto finito. Un processo fintamente verde che inasprirà la situazione di degrado ambientale più che decennale di Stagno che non avrà alcun impatto sull'occupazione. Chi continua ad agitare il conflitto tra salute, lavoro e ambiente, lo fa in maniera strumentale: la devastazione di un territorio e i rischi sulla salute dei cittadini non sono accettabili per pochi posti di lavoro in più.

Dall'altro, resta ancora la possibilità che Eni riceva soldi pubblici per realizzare un "gassificatore di rifiuti", che oltre a mantenere un modello di smaltimento del rifiuto invece che di riciclo - tramutare rifiuti in in metanolo, poi immesso nell'atmosfera - è un impianto pericoloso non solo per i residui prodotto - CO2 - ma anche per le lavorazioni finali.

Per entrambi questi progetti, sono previsti almeno 500 milioni di fondi pubblici presi dal Recovery Fund. Eni Continuerà a fare profitti sull'inquinamento e le fonti fossili, con l'aiuto dei soldi dei cittadini. Sta a noi cominciare a ribaltare il piano.

Inoltre, il presidio di oggi è stata l'occasione per avviare una vera discussione partecipata sulla transizione e sull'utilizzo dei soldi del PNRR, che il governo Draghi ha progettato all'oscuro di tutti. Questo è inaccettabile, soprattutto nei confronti di un territorio come quello di Stagno che risente di un dissesto ambientale strutturale, che ha bisogno di cambiamenti radicali.

È l'occasione per tenere insieme le tante vertenze della regione. Infatti, sono intervenut* anche attivist* che si battono contro la devastazione delle Alpi apuane, l'avvelenamento da "Keu" venuto fuori con le ultime inchieste sulle concerie, l'apertura di nuovi inceneritori e della gigantesca discarica del Limoncino (LI).

Vogliamo avere parola sulla destinazione dei fondi per la Transizione del Recovery Fund.

Vogliamo una transizione che sia radicale, legata alle energie pulite al 100% e alla bonifica, senza profitti, dei territori.

Vogliamo che a pagare sia chi, come Eni, ha inquinato facendo profitti.

Vogliamo risarcimenti riparativi per i Paesi del Sud Globale con cui ENI e le altre multinazionali energetiche hanno contratto un enorme “debito climatico”.

Vogliamo piena continuità di reddito a tutti i lavoratori e le lavoratrici impiegati negli impianti in chiusura o ristrutturazione.

Ravenna:

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NO CCS! La costa di Ravenna è costellata di piattaforme. Sotto ad esse ci sono serbatoi sottomarini che Eni vorrebbe riempire con CO2 di scarto, soluzione tutt'altro che green dei centri di cattura e stoccaggio di anidride carbonica. Anziché orientarsi verso una produzione che si allontana dal carbone fossile, Eni decide di non modificare i propri metodi produttivi, ma di limitarsi a nascondere le briciole della frenetica produzione capitalistica sotto il livello del mare. Vogliamo che queste contraddizioni vengano a galla.

Vogliamo che di questo parlino gli azionisti di Eni oggi in riunione.

Ne oggi né domani né mai; stop al monopolio produttivo delle grandi multinazionali!

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La giornata di lotta continua! Siamo in piazza a Ravenna, dove cittadinə e organizzazioni si sono trovate per denunciare le politiche aggressive e insostenibili di Eni. Siamo tante e tanti. Arrabbiatə, propositivə, pronte a mettersi in gioco per rivendicare il diritto di vivere in un pianeta giusto e sostenibile. Giustizia ecologica, convergenza delle lotte, non sono solo slogan, sono impegni politici che ci portano nelle piazze ad urlare e a rivendicare quelli che sono i nostri diritti e ad agire per un futuro migliore.

Presenzano:

 

Questo pomeriggio in tante e tanti in regione Campania si sono dati appuntamento a Presenzano: realtà del territorio, agricoltori e comitati ambientalisti, insieme alle reti di Stop Biocidio e di Bees Against G20, per dare vita ad una mobilitazione contro la costruzione di una nuova centrale a Turbogas.

Un appuntamento che si inserisce nella cornice della giornata internazionale contro le grandi multinazionali del fossile, lanciato da Rise Up 4 Climate Justice in occasione degli incontri degli azionisti di ENI e altre grandi aziende.

La crisi pandemica ha evidenziato che è arrivato il momento di invertire la rotta, che i combustibili fossili vanno lasciati sotto terra e soprattutto che il modello di sviluppo capitalistico ha miseramente fallito, arricchendo i soliti noti e avvelenando i nostri territori. Giornate come questa servono a ribadire che è arrivato il momento di lasciarselo alle spalle.

Sabato alle 9.30 ci vediamo di nuovo a San Giovanni a Teduccio per manifestare contro la costruzione di un nuovo deposito di gas naturale nel porto industriale di Napoli!

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La settimana di mobilitazione proseguirà nei prossimi giorni con altre iniziative sparse per il territorio italiano!

 

 

 

 

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Il popolo palestinese si trova ad affrontare una nuova, brutale aggressione da parte di Israele. Un'offensiva su due fronti quella dello stato sionista, da un lato gli scontri a Gerusalemme, con l'obbiettivo di compiere la trasformazione della città in un territorio etnicamente omogeneo, dall'altro i bombardamenti incessanti sulla Striscia di Gaza, che continuano a mietere vittime civili, tra cui diversi bambini e ad attaccare abitazioni ed infrastrutture di pubblica utilità.

In questo contesto in diverse città italiane si terranno nei prossimi giorni manifestazioni e presidi di sostegno al popolo palestinese. Di seguito alleghiamo un elenco in aggiornamento delle iniziative raccolto da Progetto Palestina.

Genova, mercoledì 12/05 ore 18 in Piazza Raffaele De Ferrari
https://fb.me/e/26f7zpzMZ

Milano, giovedì 13/05 ore 17.30 in Piazza del Duomo
https://fb.me/e/uZnFzyKI

Palermo, giovedì 13/05 ore 17:30 in Piazza Verdi
https://fb.me/e/1uAK0wXov

Cagliari, venerdì 14/05 ore 18 in Piazza Garibaldi
https://fb.me/e/F6gVHijE

Verona, venerdì 14/05 ore 16 in Piazza Brà

Bari, venerdì 14/05 ore 17.30 in Piazza Prefettura
https://fb.me/e/plH8Cq1ne

Torino, sabato 15/05 ore 15 in Piazza Castello
https://fb.me/e/2axfdk9cW

Bologna, sabato 15/05 ore 18 in Piazza dell'Unità
https://fb.me/e/UmWLAMu5

Roma, sabato 15/05 ore 16 in Piazza dell'Esquilino
https://fb.me/e/3Lz0rMp0v

Firenze, sabato 15/05 ore 16 in Via de' Martelli
https://fb.me/e/1hucAWMdp

Napoli, sabato 15/05 ore 16 in Piazza Plebiscito
https://fb.me/e/14wzZJLij

Trento, sabato 15/05 ore 16 in Piazza Duomo

Brescia, sabato 15/05 ore 16.30 in Largo Formentone

Padova, sabato 15/05 ore 11 in Via 8 Febbraio

Parma, sabato 15/05 ore 15 in Piazza Garibaldi 

Livorno, sabato 15/05 ore 17.30 in Piazza Grande

Pavia, sabato 15/05 ore 17 in Piazza della Vittoria
https://fb.me/e/1pRztXxeH

Catania, domenica 16/05 ore 18 in Piazza Stesicoro
https://fb.me/e/YVJK5IRP

Pisa, sabato 15/05 ore 17:30 in Piazza XX Settembre

https://fb.me/e/49UljdteM

domenica 16/05 ore 18 in Piazza XX Settembre

Salerno, sabato 15/05 ore 17.30 in Piazza Caduti di Brescia
https://fb.me/e/NSAmeDWY

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Nessuno può negare che il linguaggio è anche una questione politica ed ogni parole viene calibrata dal mainstream per poter dare un’impressione piuttosto che un’altra.

Lorenzo Poli – 11 maggio 2021

È dalla fine della Seconda Intifada che ogni ciclo di violenza tra israeliani e palestinesi dà opportunità a commentatori, giornalisti e analisti di paventare l’inizio di una nuova Intifada. Già dalle proteste del 2014 si sperava in una sollevazione popolare e, addirittura, con l’Accordo del Secolo voluto da Trump e i vari patti di normalizzazione avvenuti con molti Paesi arabi come Marocco, nell’aria si percepiva l’ormai riluttanza dell’opinione pubblica palestinese verso gli Accordi di Oslo del 1993 che hanno portato alla situazione in cui ci si trova, ovvero: un popolo palestinese sempre più solo e sguarnito dal punto di vista politico.

Già nel 2015 i commentatori televisivi parlavano di una ipotetica “Terza Intifada”, spesso strumentalizzando il tema per usarlo contro i palestinesi. Alla fine quell’Intifada, come evento di protesta di massa, non c’è mai stata, sebbene la resistenza del popolo palestinese continui nel quotidiano, subendo ogni giorno occupazione illegale, sfratti, militarizzazione, sradicamento di ulivi, demolizione delle proprie case, razzismo, suprematismo bianco e lo stigma tout court del “terrorista arabo con la kefiah”.

Ora, con le cosiddette “tensioni” in atto, nessuno sta parlando di Intifada, ma la stampa si sta concentrando su quello che che sta succedendo ad Israele, come se fosse una vittima di tutto questo.

Un articolo di Open.online, dal titolo “Israele, raid contro Gaza: 20 vittime, 9 sono minorenni. Netanyahu: «Varcata la linea rossa»”, esce con un altro titolo nello slideshow del link, ovvero “Pioggia di razzi su Israele: a Gerusalemme suonano le sirene, evacuati il Muro del Pianto e la città vecchia di Gerusalemme”. Abbastanza imbarazzante.

L’articolo non si concentra sull’evento complessivo, ma fa luce sul fatto che Hamas avesse dato l’ultimatum affinchè le autorità israeliane ritirassero i soldati dalla Spianata delle Moschee, dal quartiere di Sheikh Jarrah e rilasciassero i manifestanti palestinesi arrestati. L’articolo prosegue: “Gerusalemme e altre cittadine limitrofe sono state inondate dal suono delle sirene di allarme per la pioggia di razzi in arrivo. I media locali hanno riferito che si sono udite esplosioni nella città, teatro delle proteste nelle ultime settimane per lo sfratto di famiglie arabe dal quartiere di Sheikh Jarrah. Le città di Tel Aviv, Rishon Lezion e Ramat Gan hanno aperto i rifugi pubblici anti missile”.

Praticamente il protagonista della notizia è Hamas che lancia piogge di missile su Israele. Detta così la notizia, oltre ad essere profondamente ideologica e di propaganda, omette dei punti fondamentali:

La Spianata delle Moschee, quella che è andata a fuochi qualche giorno fa, chiamato anche Monte del Tempio è dominata da tre imponenti edifici risalenti al periodo omayyade: la Moschea di Al-Alqsa, la Cupola della Roccia, la Cupola della Catena, e i quattro minareti, rispettivamente il Minareto al-Fakhariyya, Minareto Ghawanima, Minareto Bab al-Silsila e Minareto al-Asbat. Un luogo interamente sacro ai musulmani a tal punto che al sito si può accedere attraverso undici entrate, dieci delle quali sono riservate ai musulmani, ma che quotidianamente vengono violate dai coloni israeliani che si divertono a profanare i luoghi sacri e ad organizzare banchetti, rendendolo un luogo a loro uso e consumo. Di età ebraica vi sono solo le mura erodiane.

Mentre la Spianata delle Moschee andava a fuoco, in piazza vi erano orde di coloni israeliani integralisti che festeggiavano come se fosse una conquista, mentre il giorno prima si potevano ben vedere le forze dell’Idf entrare nella moschea di Al-Aqsa e fare del luogo sacro un campo di battaglia.

Come ha ben scritto l’attivista Samantha Comizzoli, i missili lanciati da Gaza vanno a frantumarsi contro il sistema di difesa aerea di Israele “Iron Dome”, ovvero lo scudo protettivo israeliano che copre tutto il territorio ed intercetta i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Viene azionato alla prima “avvisaglia”, quindi è quasi sempre in azione. I missili lanciati da Gaza, dalla Resistenza, pertanto hanno lo stesso effetto delle pietre lanciate contro il muro israeliano. I palestinesi non hanno, ovviamente, lo scudo protettivo e quindi, anche solo un missile israeliano che cade sulle case palestinesi, fa morti e distruzione.

In voce corale i media si divertano a sparare cifre sui razzi sparati da Hamas. Open.online riporta che “Secondo il portavoce militare di Israele sono stati 150 i razzi lanciati da Hamas dall’inizio dell’attacco”; mentre secondo Il Fatto Quotidiano “sono più di 200 i razzi sparati verso Israele da più gruppi armati palestinesi tra cui gli islamisti di Hamas durante tutta la notte”. Nessuno si è posto la domanda di come fosse possibile che “i 200 razzi” abbiano provocato solo 2 morti negli edifici di Ashkelon. Secondo il Fatto Quotidiano, Israele avrebbe “poi risposto con l’esercito di Tel Aviv che ha colpito oltre 130 obiettivi militari nell’enclave palestinese”. Eppure nessuno mezzo stampa ha riportato che l’11 maggio mattina, un aereo da guerra israeliano ha nuovamente bombardato un condominio di 8 piani vicino alla Moschea al-Susi, nel campo profughi di Ash-Shati, a nord-ovest di Gaza, uccidendo una donna di 57 anni e altri due, compreso suo figlio.

Secondo il comunicato stampa della Mezzaluna Rossa palestinese, “da lunedì mattina fino all’inizio di martedì, il numero dei feriti è stato di 520” a causa delle continue violenze della polizia israeliana nella moschea di al-Aqsa e in altre aree nella Città Vecchia di Gerusalemme. Secondo gli aggiornamenti, addirittura il bilancio dei morti della nuova aggressione di Israele contro la Striscia di Gaza assediata è salito a circa 30 palestinesi.

Questi i dati che non si vogliono dire, ma questa è la realtà della Palestina: un contesto in cui vi è un oppresso ed un’oppressore, in cui gli unici a pagarne le conseguenze sono i palestinesi.

Ma peggiore tra tutti è stata la Rai nei suoi Tg che, a quanto pare, ha dimenticato completamente cosa voglia dire “servizio pubblico”, mentre Radio24, lasciando spazio agli “studiosi” dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), ha ricondotto tutto “all’inevitabile esplosione di violenza generata dall’odio palestinese”. Espressioni simbolo delle mistificazioni falsate del presente che indignano ancor di più se pensiamo che sono state pronunciate da coloro che dovrebbero conoscere i contesti politici e geopolitici.

Anche i giornali locali hanno amplificato questa opera di propaganda. Il Giornale di Brescia, sulla sua pagina estera dell’11 maggio, ha pubblicato un articolo dal titolo “Gerusalemme sotto i razzi di Hamas” e come sottotitoli, “Dopo giorni di tensione alla Spianata delle Moschee, da Gaza lanciati missili a cui Israele ha risposto”. Questo vuol sottintendere solo una cosa: Gaza che provoca e Israele che reagisce per “legittima difesa”, quando in realtà Gerusalemme in questi giorni ha sofferto dei sistematici bombardamenti israeliani.

I media gettano enfasi per mantenere Israele come “unica vittima”, sebbene sia tra le più forti potenze tecnico-nucleare, senza dire che, purtroppo, in uno scontro, le morti sono fisiologiche. In questi giorni, secondo i media mainstream, ci sono le “forze di sicurezza israeliane” che si “scontrano” con i palestinesi all’interno del luogo sacro di Gerusalemme, causando “tensioni”. Questo, in media, il linguaggio usato dal mainstream, quello dei “professionisti dell’informazione”, quello secondo il quale “l’informazione per essere libera dev’essere neutra”.

Come  affermato in un post di un attivista palestinese, bisognerebbe usare la terminologia corretta: “Le forze israeliane di OCCUPAZIONE ( non di sicurezza), ATTACCANO (e non si scontrano) FEDELI palestinesi e manifestanti all’interno di un sito sacro di Gerusalemme mentre le AGGRESSIONI (non le tensioni) israeliane aumentano”.

Nessuno può negare che il linguaggio è anche una questione politica ed ogni parole viene calibrata dal mainstream per poter dare un’impressione piuttosto che un’altra.

Ormai, con il pretesto della “neutralità”, da un lato vengono spacciate per “vere” notizie fortemente faziose, attraverso artifici linguistici e minimizzazione dei fatti; mentre d’altro, entrando nelle nostre case, questo tipo d’informazione funge da soft-power influendo sull’immaginario comune, distorcendo ancora una volta la verità. Il cerchiobottismo rivendicato formalmente dall’informazione italiana, ovvero l’atteggiamento di chi non prende una posizione netta, finisce per barcamenarsi tra due comportamenti opposti finendo per aderire a quello dominante.

Il cerchiobottismo mediatico, con la sua “faziosità” e le sue narrazioni tossiche, continua a creare stereotipi ed immaginari sbagliati che contribuiscono, nel caso della Palestina, a discriminarla più di quanto non lo sia già nel suo contesto internazionale.

Invictapalestina.org

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