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Articoli filtrati per data: Tuesday, 11 Maggio 2021

Alla vigilia dell’assemblea degli azionisti dell’Eni, in programma anche quest’anno a porte chiuse nella sede romana della multinazionale petrolifera, ReCommon lancia il suo media briefing incentrato sui “temi caldi” di cui l’associazione avrebbe voluto chiedere conto durante l’AGM. Non potendo esercitare la pratica dell’azionariato critico “in presenza”, ReCommon ha presentato varie domande scritte, alle quali ha ricevuto risposte nella giornata di ieri.

L’intervista con Antonio Tricarico  Ascolta o scarica

GAS IN MOZAMBICO

Le scoperte di immensi giacimenti realizzate da Eni a partire dal 2010 hanno trasformato il Mozambico, e in particolare la regione settentrionale di Capo Delgado, in una El Dorado del gas. Per le comunità locali, però, lo sviluppo dell’industria estrattiva è stato accompagnato da un vortice di corruzione, povertà e violenza, da cui ne è scaturito un vero e proprio conflitto, che ha già mietuto oltre 2mila vittime. Capo Delgado è oggi uno dei luoghi più instabili al mondo, come dimostrato dall’attacco lanciato lo scorzo marzo dal gruppo armato al-Shabaab contro la città di Palma, sede del mega impianto di gas liquefatto gestito dalla francese Total, la quale ha subito dopo annunciato lo stop alle attività nel paese. L’escalation del conflitto ha cause profonde e tra loro intrecciate, ma gran parte degli analisti riconosce l’espansione dell’industria del gas – con l’annessa espropriazione delle terre, aumento delle disuguaglianze e del malcontento – come uno dei fattori determinanti.

Il consorzio di multinazionali a cui fanno capo gli impianti, di cui fa parte anche Eni, ha siglato un accordo con il governo mozambicano che impegna quest’ultimo a schierare l’esercito nazionale a protezione degli asset del gas, nonostante la popolazione locale rimanga alla mercé degli attacchi da parte degli insorti. In un tale contesto, proseguire con le operazioni estrattive rischia di compromettere ancor di più la sicurezza degli abitanti di Capo Delgado. Eppure, in risposta alle nostre domande, Eni fa sapere che, nonostante la società non escluda possibili attacchi dimostrativi nella città di Pemba, non ritiene che il suo progetto Coral South sia a rischio. Ad essere in bilico però è l’altro progetto del Cane a sei zampe nel paese, Rovuma Lng, che ora Eni afferma essere in fase di valutazione “alla luce del mutato contesto internazionale”. In ogni caso, ad aver pagato il prezzo più alto sono le comunità locali, prima costrette ad abbandonare le loro case per far spazio alle infrastrutture del gas, e poi a fuggire da violenze che sembrano non aver fine.

NIGERIA/CASO OPL 245

Re:Common denuncia le pesanti intimidazioni subite negli ultimi mesi da parte dell’ex ministro della Giustizia della Nigeria, Mohammed Adoke, nei confronti del partner nigeriano dell’associazione, HEDA Resource Centre e del suo direttore Lanre Suraju. Intimidazioni avvenute nel contesto dei vari procedimenti giudiziari in corso riguardo alla presunta corruzione nell’acquisizione da parte di Eni e Shell della licenza esplorativa del blocco petrolifero OPL245, avvenuta nel 2011 nel paese africano.

Il 5 febbraio 2021, Adoke ha presentato una denuncia all’Inspector General della polizia di Abuja affermando che i denuncianti alla procura di Milano sul caso di corruzione dell’Opl245 – inclusa ReCommon – avrebbero fabbricato delle email con il suo nome ammesse poi come prove processualie dal tribunale di Milano. Queste email sono emerse nella causa civile intentata dal governo nigeriano contro la banca JP Morgan presso una corte di Londra. Le email sono collegate al caso OPL245 e per questa ragione sono state acquisite dalla Procura di Milano tramite rogatoria internazionale dal Regno Unito. In particolare, nel giugno 2011 una email alla banca JP Morgan a firma di Adoke Bello e inviata dall’indirizzo di posta elettronica della società A Group Properties, di proprietà del faccendiere Aliyu Abubakar, coinvolto nella presunta corruzione, trasmetteva copia dell’accordo per la vendita del blocco al fine di autorizzare il trasferimento al venditore della licenza della cifra già versata da Eni al governo nigeriano. Quest’ultimo agiva da intermediario.

Lo scorso marzo, Lanre Suraju è stato interrogato per due giorni presso la centrale di polizia di Abuja. Assistito dai suoi legali ha categoricamente smentito ogni accusa. La polizia ha intimato di fare accertamenti sull’associazione HEDA, il suo consiglio direttivo e i suoi conti bancari. Successivamente HEDA, insieme a ReCommon e The Corner House, ha presentato un esposto alla procura anti-corruzione nigeriana, l’EFCC, chiedendo di investigare sull’autenticità delle email. Inoltre ha sporto denuncia nei confronti di Adoke per diffamazione e calunnia. HEDA, ReCommon e i loro partner hanno anche già segnalato ai legali di Adoke la loro intenzione di intraprendere azioni civili risarcitorie contro l’ex ministro.

Il 17 marzo 2021, il tribunale di Milano ha assolto Eni, Shell ed altri 12 imputati dall’accusa di concorso in corruzione internazionale riguardante l’acquisizione del blocco petrolifero offshore OPL245 in Nigeria perché il fatto non sussiste.

Re:Common ha espresso la sua delusione per la sentenza del processo fondato sull’indagine partita nel 2013 da un esposto dell’associazione, e si augura che la Procura di Milano farà ricorso una volta che le motivazioni saranno note a giugno. Allo stesso tempo la controllata nigeriana di Eni, NAE, e alcuni suoi manager sono a processo con accuse di corruzione presso l’Alta Corte di Abuja. Nel frattempo, la licenza esplorativa non è stata convertita in licenza estrattiva (OML) dal ministro del Petrolio nigeriano che, a nome del Presidente Muhammadu Buhari, nel marzo 2019 ha di fatto rigettato la richiesta di conversione avanzata da Eni fintantoché saranno in corso procedimenti giudiziari sul caso in Nigeria e altrove (la Shell che detiene il 50 per cento della licenza, ma non è operatore, è sotto indagine in Olanda per lo stesso caso, come anche in Nigeria). A differenza di Shell che ha dichiarato il blocco OPL245 non più sfruttabile, annullando di fatto il valore di mercato della licenza, a causa del basso prezzo del petrolio e delle lungaggini giudiziarie, Eni, che è operatore del blocco, non ha ridotto il valore nel suo bilancio motivando ciò, tra l’altro, con la decisione dello scorso ottobre di intraprendere un arbitrato internazionale in sede ICSID per chiedere i danni al governo nigeriano per la mancata conversione.

PROGETTI REDD+/FORESTE

Il cosiddetto piano di decarbonizzazione annunciato da Eni è incentrato su un controverso strumento denominato offsetting (compensazione), che di fatto consente al cane a sei zampe di continuare a generare emissioni da combustibili fossili, in ragione della promessa da parte della società di compensare le proprie emissioni attraverso progetti forestali. In particolare, l’azienda ha recentemente confermato di essere diventata partner di un progetto REDD+ situato in Zambia, che si estende su una superficie di circa un milione di ettari di terra.

In risposta alle domande presentate da Fondazione Finanza Etica, Eni ha comunicato di aver acquistato crediti anche da un altro progetto REDD+ in Malawi, ma la società continua a non rendere noti i due progetti REDD+ in Mozambico, per i quali afferma di aver siglato degli accordi con le autorità locali.

Come descritto nella recente pubblicazione di ReCommon intitolata “Cosa si nasconde dietro l’interesse di Eni per le foreste” https://www.recommon.org/cosa-si-nasconde-dietro-interesse-eni-per-le-foreste/, il meccanismo della compensazione non serve a ridurre le emissioni climalteranti generate da petrolio e gas, bensì a fare in modo che società come Eni possano accreditarsi come paladine della biodiversità mantenendo intatto il loro business fossile.

Molto spesso, i progetti REDD+ si traducono nell’imposizione di forti restrizioni all’accesso alla terra per le comunità locali, che vengono descritte come una minaccia per le foreste, sebbene siano proprio loro a difenderle dagli attacchi della grande industria.

Dietro all’entusiasmo di Eni per le foreste si cela dunque una pericolosa operazione di greenwashing, che rischia di generare nuovi accaparramenti di terra e nuove ingiustizie.

Da Radio Onda d'Urto

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di Silvia Ribeiro da ECOR Network

Una raccolta di articoli che si basa sul lavoro collettivo del gruppo ETC per un periodo di 15 anni, a partire dalla scoperta della contaminazione transgenica del mais in Messico. È uno strumento prezioso per comprendere il contesto storico e la situazione attuale dell'agricoltura e dell'alimentazione, le manovre del potere aziendale e politico a livello nazionale e internazionale, nonché le lotte di resistenza dei popoli contadini e indigeni, movimenti e organizzazioni sociali. 
Questo libro ci avvicina alla conoscenza dei meccanismi del sistema agroalimentare, del controllo esercitato attraverso le aziende agroalimentari e degli impatti sociali e ambientali di strumenti come i semi transgenici e altre tecnologie. 
Nel bel mezzo della pandemia Covid-19 che colpisce ogni angolo del pianeta, questa pubblicazione è particolarmente rilevante perché queste pagine mostrano come questo sistema alimentare gioca un ruolo chiave nella generazione delle pandemie e delle principali malattie delle persone e del pianeta, risulta quindi urgente discuterne ampiamente.
I dati che offre sono il prodotto di una ricerca rigorosa, che può essere comprovata, e sono destinati ad essere usati dalle organizzazioni e dalle comunità come strumenti per la resistenza. Mostrano che, sebbene il sistema alimentare industriale e aziendale monopolizzi la maggior parte della terra e dell'acqua, sono le reti contadine rurali e urbane che alimentano la maggior parte della popolazione.


Maíz, transgénicos y transnacionales
Silvia Ribeiro
Heinrich Böll Stiftung Ciudad de México - México y El Caribe, Grupo ETC, Editorial Itaca, Diciembre de 2020 - 329 pp.

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Del testo condividiamo con piacere la prefazione di Gloria Muñoz Ramírez.


Strumenti per la resistenza *

Queste pagine scritte da Silvia Ribeiro hanno, come tutto ciò che ha fatto nella sua vita, un'identità collettiva. Questa volta, come parte del Gruppo di Azione su Erosione Tecnologia e Concentrazione (ETC) nel suo ruolo di direttrice per l'America Latina, e della Rete in Difesa del Mais quale spazio di cui fanno parte comunità indigene meticce e contadine, e di centinaia di organizzazioni che agiscono in un fronte di lotta per l'autonomia e la sovranità alimentare.

La pandemia da Covid-19 mette Ribeiro al centro dei riferimenti in America Latina. I suoi articoli, ricchi di dati prodotti da ETC, sono diventati una lettura obbligatoria per cercare di capire l'origine di un momento così incerto. Lontano dalla vulgata comune che punta il dito contro un pipistrello della città cinese di Whuan, Silvia Ribeiro spiega che lì si è manifestato il virus per la prima volta ma non necessariamente è quella la sua origine. “Non date la colpa al pipistrello” è il titolo dell'intervista realizzata in Argentina con la popolare educatrice e attivista femminista Claudia Korol.

Quello di Silvia è un lavoro a lungo termine, avanza, prevede la calamità causata dall'agroindustria e dall'allevamento intensivo degli animali; ma parla anche delle alternative, dell'intenso lavoro delle comunità originarie, della loro conoscenza  e della loro resistenza. La sua conoscenza è generosa e si rivolge alle persone che sostengono il mondo, a quelle dal basso, ai contadini e alle contadine che producono alimenti per la maggior parte dell'umanità, che conservano proprie forme di organizzazione e che hanno forme di società che definiscono la vita. Non è un caso, dice Ribeiro, che nell'attuale pandemia siano le comunità quelle che si sono autorganizzate per proteggersi dalla malattia, tanto di questa quanto di altre che le sono state portate.

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La parola scritta di Silvia Ribeiro, ora raccolta in questo volume, contiene dati prodotto di una ricerca rigorosa che, pur sfidando le istituzioni accademiche scientifiche e politiche, non dice nulla che non possa essere corroborato. Anche per questo è così importante che questi dati servano alle organizzazione popolari e siano essi stessi strumenti per la resistenza. Niente di più, niente di meno.

Con i suoi articoli e le sue conferenze sulla sovranità alimentare, l'autonomia comunitaria, gli impatti sull'ambiente e sulla salute dei nuovi sviluppi tecnologici, Silvia Ribeiro sfida i poteri economici e de facto. Va controcorrente, mette a nudo le menzogne delle transazionali e dimostra, per fare un esempio, che non è vero che la catena industriale ci nutre ma ci fa solo ammalare. E' così che Silvia disinforma, demolisce i miti su cui è basato il sistema capitalista.

Ciò che scrive è lo stesso di cui parla in una conferenza davanti alla comunità accademica o davanti ad un'assemblea di indigeni e contadini, dai quali prende riferimenti organizzativi e, allo stesso tempo, fornisce loro dati per capire la dimensione dell'assalto neoliberale sui loro territori. I suoi articoli sono anche letti da reti urbane e accademiche che recepiscono, in maniera chiara sulla questione dei transgenici, il messaggio non di rado scomodo per settori dell'establishment scientifico.

Il lavoro di Ribeiro converge con i movimenti della scienza dignitosa o critica il cui referente è il ricercatore argentino Andrés Carrasco, colui che ha messo in scacco il sistema scientifico sovvenzionato dallo Stato in collusione con le imprese. Silvia fa parte di questo altro modo di fare scienza, sempre in dialogo con altre forme di conoscenze e prospettive, dai sentimenti ai bisogni delle comunità urbane e rurali.

Silvia Ribeiro fa parte dell'Unione degli Scienziati Impegnati con la Società e la Natura dell'America Latina (UCCNAL, acronimo spagnolo, ndt), un'associazione che riconosce centri di ricerca indipendenti come ETC, ed esiste un dialogo tra la scienza dignitosa all'interno degli spazi accademici.

In questo suo primo libro coesistono tutte le Silvie: la ricercatrice, la giornalista, l'attivista, la donna latinoamericana impegnata nella costruzione di un mondo migliore e più dignitoso.

La comunità del Sud di Montevideo

Il certificato di nascita di Silvia Ribeiro dice che è nata in Uruguay e il suo accento, nonostante che per 21 anni abbia vissuto prodotto e lottato dal Messico, lo conferma. La sua nazionalità, in ogni forma, l'ha segnata e costruita e l'ha, inoltre, obbligata da giovanissima a lasciare il paese quando in Uruguay si instaurò il totalitarismo e la sua vita, come quella di migliaia di uruguayani, viene messa  in pericolo.

Nel 1973 in Uruguay regna l'oscurità, seguendo il ritmo dittatoriale del Cile e dell'Argentina. Silvia ha solo 16 anni ed è militante nel movimento studentesco. E' l'epoca in cui gli uruguayani sono classificati in categorie A, B e C. Nella classe C ci sono i sovversivi, nella B coloro che si sospetta lo siano, nella A coloro che ancora non si sapeva se fossero o no sovversivi. Nessuno è fuori dal sospetto.
In precedenza, a soli 13 anni, la Silvia adolescente viene arrestata per aver distribuito in strada volantini su rivendicazioni studentesche. E' l'epoca in cui il movimento studentesco in Uruguay è molto forte. Tutto il paese è in ebollizione, nello stesso momento in cui stava nascendo il movimento guerrigliero dei Tupamaros.

Silvia Ribeiro frequenta il liceo e da quel momento sceglie il metodo scientifico, partecipa al movimento studentesco e si impegna nella Comunità del Sud, una cooperative integrale di vita e lavoro che ha anche una casa editrice e una tipografia che pubblica la maggior parte dei libri della piccola editoria in Uruguay. Così Silvia diventa tipografa.

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La Comunità del Sud, dove rimane per 20 anni, è la base del lavoro successivo di Ribeiro. L'organizzazione, per il solo fatto di avere una tipografia e di avere dei giovani che vivono insieme, è considerata sovversiva e  costantemente perseguitata dallo Stato.

Il picco della repressione si ha quando “scoprirono” (era pubblica e nota) una fattoria con tre ettari di terra in un sobborgo di Montevideo. L'esercito li accusa di essere un centro di addestramento per la guerriglia, cosa assolutamente falsa ma la verità non era importante. E' il 1976, tre anni dopo il golpe militare che impone una dittatura durata fino al 1985, quando Silvia diciannovenne lascia il paese.

Con il golpe inizia una catena di repressione: prima contro il movimento dei Tuparamos (Movimiento de Liberaciòn Nacional-Tupamaros), dopo contro il Partito Comunista; seguono gli anarchici e poi il resto dei collettivi e delle organizzazioni. Silvia e i suoi compagni lasciano l'Uruguay verso il Perù dover restano un anno. Ma anche nel paese andino si produce un golpe militare e di nuovo sono costretti ad andarsene. Presso gli uffici dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) vengono date loro due opzioni, la Svezia o il Canada. E scelgono la prima.

Come la maggior parte dei rifugiati anche Silvia pensa che l'esilio sarà questione di mesi.  Invece passarono 14 anni, anni in cui ha studiato e, insieme ai suoi compagni della Comunità, lavora con organizzazioni locali, ricostruisce una cooperativa  e avvia una casa editrice chiamata “Nordan”. Lì conosce personalmente e si forma nei dibattiti comunitari con pensatori come Murray Bookchin, Cornelius Castoriadis, René Lourau, Marianne Enckell, Eduardo Colombo, Heloísa Castellanos.

Ecologia sociale versus ambientalismo

Durante l'esilio Silvia Ribeiro incontra una delle sue principali referenti in ecologia e ambiente, Brigitta Wrenfelt, fondatrice degli Amici della Terra Svezia, organizzazione con radici nel movimento ambientalista radicale degli anni '70.
Silvia si identifica allora con la corrente che contesta i movimenti ambientalisti europei, a partire dall'apporto del pensiero latinoamericano che propone l'ecologia sociale, lontana dall'ambientalismo ma vicina a ciò che pensano la gente e le comunità.

E da qui arriva per lei l'ispirazione, dall'etnologo, antropologo e scrittore messicano Guillermo Bonfil Batalla, con il quale scopre il mondo indigeno. In questo momento la Comunità ha ben chiaro che il capitalismo non è solo un fenomeno di sfruttamento economico e sociale, ma che è intimamente associato alla devastazione e allo sfruttamento dell'ambiente e di ogni forma di diversità, sia culturale che biologica.

Finalmente nel 1992, sette anni dopo la caduta della dittatura, il gruppo ritorna in Uruguay, ristabiliscono la Comunità del Sud e creano una fattoria di produzione agroecologica e dimostrativa dove si tengono corsi agli studenti di Montevideo per insegnare a produrre ecologicamente.  In questo spazio costruiscono anche case di fango per recuperare le tradizioni contadine e indigene, in modo che la formazione dei membri della Comunità non sia solo accademica o autodidatta, ma anche legata alla risoluzione di una vita più giusta, più libera e in accordo con la natura.

Poco dopo il suo ritorno a Montevideo, Silvia entra a far parte dell'organizzazione ecologica REDES- Amigos de la Tierra. Contemporaneamente collabora con Tierra Amiga, la prima rivista ecologista in Uruguay, pubblicata per un decennio e del cui team editoriale facevano parte Raúl Zibechi, Carlos Amorín, Aníbal Paiva, Ruben Prieto y Jorge Barreiro. Qualche tempo dopo Ribeiro diventa la prima direttrice della rivista Biodiversidad, Sustento y Cultura, incarico che attualmente ricopre uno dei suoi principali colleghi in Messico, Ramón Vera Herrera. A quel tempo, sotto la direzione di Joan  Martínez Alier, economista ecologico catalano che viveva in Ecuador, la Comunità del Sud crea l'Istituto Latinoamericano di Ecologia Sociale.

L'insurrezione zapatista

Silvia crede che in Uruguay ci fosse una mancanza di conoscenza o cecità, al limite del razzismo, sull'esistenza di altre realtà culturali, cosa che ora, con le nuove generazioni, è molto cambiata. Anche da qui si vede la storia come discendenti di migranti europei. Per questo per lei è stata una valanga di emozioni e pensieri comprovare l'esistenza di altri mondi vivi e in resistenza, con la loro enorme complessità e saggezza. Lei, discriminata per essere bianca in Perù e per aver subito il razzismo per non essere bionda in Svezia, si rese conto di averlo sempre vissuto nel suo paese di origine.
E in questa complessità è stata colta di sorpresa, come il resto del mondo, dalla rivolta indigena zapatista in Messico il 1 gennaio 1994, un evento che, secondo Ribeiro, ha cambiato la discussione politica, ideologica, sociale e culturale del pianeta. Una rivolta che, aggiunge, è una delle più lunghe in termini di resistenza e creazione, e una delle più importanti nella storia del secolo scorso, insieme ai movimenti dei palestinesi, dei saharawi e dei curdi. L'improvvisa apparizione dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) scosse il mondo intero e l'Uruguay non fece eccezione. La chiave per Silvia è stata che la rivolta ha avuto un impatto indicando non solo che i più oppressi e i più dimenticati non sono i più poveri, ma anche che sono capaci di porre una grande sfida al sistema capitalista, così come di decidere dei loro territori e di come vogliono viverci.
Nei mesi e negli anni successivi arrivano gli incontro internazionali convocati dagli zapatisti a cui Ribeiro partecipa con diverse reti sociali messicane. Nel 1999 arriva in Messico con la prospettiva di capire e relazionarsi con i movimenti contadini, indigeni e ambientalisti. Nell'effervescenza del movimento indigeno ritrova Guillermo Bonfil Batalla e si rende conto che tutto il Messico è popolato da persone “normali e ordinaria ma assolutamente incredibili”, che sono i comuneros e le comunità contadine e indigene.

Con l'arrivo in Messico inizia il suo lavoro con ETC, collaborando anche con il Centro Studi per il Cambiamento nel Campo Messicano (CECCAM)  e con il Gruppo di Studi Ambientali  GEA. Nel 2002 entra nella redazione del quotidiano La Jornada di cui ancora fa parte. Attualmente ha anche una rubrica nel portale Desinformémonos.

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Il grande tema con cui Silvia Ribeiro si immerga nel cuore e nella cultura messicana è la contaminazione transgenica del mais. ETC, quando si chiamava RAFI (Rural Advancement Foundation International), è la prima organizzazione al mondo a discutere di OGM, la prima a richiamare l'attenzione sull'esistenza di compagnie transnazionali che comprano semi da altre compagnie, appropriandosi e brevettando semi dei contadini di tutto il mondo. All'epoca si parlava già di aziende che manipolavano geneticamente i semi per renderli resistenti ai loro pesticidi. Questo è uno dei temi principali che Silvia affronta e si riflette in tutte queste pagine.

All'inizio di questo secolo in Messico erano due i temi in ebollizione sui quali lavorava il gruppo ETC: la contaminazione transgenica del mais, riscontrata in Oaxaca nel 2001, e quattro grandi contratti di biopirateria con cui aziende e università statunitensi si appropriavano della conoscenza e delle piante di comunità indigene per poi brevettarle in quel paese. Una questione su cui lavora con Andrés Barreda. Per denunciare queste problematiche si forma la Red en Defensa del Maiz,  a cui Silvia si riferisce nel primo articolo del suo libro come una manifestazione di qualcosa di molto più esteso e profondo: il ruolo dei popoli indigeni nella produzione di alimenti, tenendo il mais e la milpa in primo piano.

Quando Silvia Ribeiro espone i temi in cui è specialista non parla mai al singolare, coniuga tutto in collettivo, perché fin da giovane ha fatto parte di costruzioni comunitarie. All'interno di ETC denuncia come operano le imprese con il più grande mercato di semi e pesticidi, come il cento per cento dei semi transgenici non solo calpestano e disprezzano le comunità ma “sono entrati nei luoghi più intimi di tutti, perché ogni persona che mangia qualcosa di industrializzato sta riempiendo il suo corpo di sostanze chimiche, e poi arrivano malattie come il diabete o l'obesità, tra le tante”.
Le aziende di sementi come Monsanto e Bayer, che ETC segue con attenzione, sono la chiave dell'intera catena alimentare. Senza semi, dice Silvia, "tutto il resto non funziona, lo sanno ed è per questo che cercano di eliminare i semi dei contadini”.

L'allevamento industriale degli animali

Silvia Ribeiro spiega che negli ultimi decenni, al pari dell'espansione dell'agricoltura industriale, è aumentato l'allevamento intensivo di polli, maiali e mucche in luoghi confinati, creando una generazione di animali geneticamente uniformati in quanto non si riproducono in forma naturale, luoghi che si trasformano in vere fabbriche di virus e di batteri resistenti agli antibiotici.
La scienziata, editorialista e attivista chiarisce che non si riferisce all'origine specifica del coronavirus ma, dice, l'influenza suina e l'influenza aviaria, tra le altre malattie, sono prodotte in questi luoghi di reclusione. E cita i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la quale avverte che il 75% delle nuove malattie infettive sono di origine animale, e la maggior parte di esse provengono da allevamenti industriali, soprattutto di polli e maiali.

In poche parole, spiega l'esperta, sono le transnazionali dell'alimentazione a stare dietro la maggior parte delle malattie a causa delle quali la gente muore. Ribeiro sostiene che il 72 per cento della popolazione mondiale muore di malattie non trasmissibili, come il diabete, disturbi cardiovascolari come l'ipertensione, tumori in particolare dell'apparato digerente, e “tutti sono legati alla produzione di cibo spazzatura, industrializzati e pieni di pesticidi”. E inoltre, spiega, anche l'altro 28 per cento è legato al sistema alimentare, perché la maggior parte deriva da malattie infettive causate dalla produzione sistematica di virus e batteri resistenti agli antibiotici nei grandi allevamenti industriali di animali.

Per lei è chiaro che il problema con le transnazionali non è soltanto lo sfruttamento diretto dei lavoratori ma anche lo sfruttamento della salute e del corpo stesso delle persone.  Rappresentano, in somma, la distruzione delle comunità e di tutte le relazioni che producono in altra maniera.

Il paradosso è che il ruolo dell'ETC è stato quello di denunciare il ruolo dei sistemi alimentari e delle corporazioni della catena agro-industriale, ma ha anche dimostrato, attraverso i suoi dati e quelli di altre organizzazioni, che la maggioranza della popolazione mondiale dipende, per il suo cibo, dalle reti contadine, dalla produzione nelle campagne e negli orti urbani, dai pastori e dai pescatori, e persino dalla raccolta e dalla caccia tradizionali. E' da qui che continua a nutrirsi, nonostante tutto, la maggior parte della popolazione mondiale.

L'ETC ha pubblicato tre aggiornamenti in cui mostra che le corporazioni transnazionali - che possiedono più del 70 per cento della terra, dell'acqua e delle risorse del mondo - nutrono solo l'equivalente del 30 per cento della popolazione mondiale. Ma, spiega Silvia, "per ogni peso che paghiamo per il cibo industrializzato, paghiamo due pesos in costi sanitari e ambientali, e questo non è pagato dalle industrie ma dalla gente.

Per fortuna, come dice Silvia, lungi dal chiedere l'elemosina all'aggressore, "c'è un altro processo che sta crescendo continuamente, dal basso, intessuto da molte maglie, diverse come quello che difendono, dove il popolo del mais si organizza, discute e manifesta". Ed è per loro che offre questi scritti avvolti come un tamal.

Gloria  Muñoz Ramírez – Città del Messico, ottobre 2020

*Traduzione di Marina Zenobio.

 

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24 morti tra cui diversi bambini nei bombardamenti su Gaza di ieri. Nella notte un incendio è divampato nella moschea Al-Aqsa, terzo luogo sacro dell'Islam, mentre una folla di sionisti festeggiava fuori dalla spianata delle Moschee.

Continua senza sosta l'operazione di pulizia etnica di Israele che dopo aver dato avvio all'assedio di Gerusalemme vecchia negli scorsi giorni adesso attacca con pesanti bombardamenti la Striscia di Gaza. L'aviazione israeliana nell'ambito dell'operazione "Guardiano delle Mura" ha colpito 130 obiettivi militari a Gaza. Nel corso degli attacchi a Gaza sono rimaste uccise 24 persone, fra cui nove minori. I feriti sono oltre 100. Dalla Striscia intanto sono stati lanciati 250 razzi verso Israele, i lanci sono continuati anche questa mattina sulla città costiera di Ashkelon.

A Gerusalemme intanto nella notte è divampato un incendio nella Moschea di Al-Aqsa a cui sono seguiti duri scontri con oltre 300 feriti tra i palestinesi. Le proteste si stanno diffondendo in molte località arabe della Cisgiordania e dello Stato di Israele: duri scontri sono avvenuti la scorsa notte anche nella città a popolazione mista di Lod, a est di Tel Aviv. Negli incidenti due dimostranti sono stati feriti da colpi di arma da fuoco ed uno di essi è deceduto poco dopo il ricovero in un ospedale cittadino. 

Riportiamo di seguito le riflessioni di Alberto Negri per il Manifesto sull'evoluzione del conflitto:

 

Gerusalemme, il cuore della crisi internazionale

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Gerusalemme è il cuore del conflitto internazionale, non solo mediorientale. Quella che sembrava una confisca come un’altra – le case palestinesi di Sheikh Jarrah a favore del movimento dei coloni – è diventata adesso un fattore assai preoccupante.

Sì, la storia siamo noi. Come questa nuova Intifada. Ci eravamo dimenticati dei palestinesi? Eccoli, con le braccia al cielo davanti alla polizia. Il nostro corrispondente Michele Giorgio riferisce di 20 morti. Tra cui 9 bambini, nei raid israeliani seguiti al lancio di razzi verso Gerusalemme. Non abbiamo paura di morire, dicono, perché siamo morti e risorti mille volte. Il messaggio è duro, tragico vista la disparità delle forze, ma inequivocabile: non ci arrendiamo. Viene dai tempi dei tempi che vi piaccia o no, noi non alziamo le braccia verso questo mondo iniquo e ingiusto. Siamo masse e individui che non si arrendono…
Gli scontri nel «miglio sacro» di Gerusalemme, dove già iniziarono negli anni Ottanta e Duemila la prima e la seconda Intifada, rilanciano una terza rivolta innescata dagli sfratti nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah.

Ci sono le coincidenze e anche alcuni elementi di fondo per andare in questa direzione. Nelle prime rientrano le proteste cominciate mentre gli israeliani celebravano l’annessione di Gerusalemme nel 1967 e gli arabi si preparavano alla fine del Ramadan. Ma anche il quadro politico è agitato, da una parte e dell’altra. In Israele è in corso il tentativo di Lapid di formare un nuovo governo che significherebbe la fine dell’attuale premier Netanyahu, un evento che scuote la destra israeliana e anche il movimento dei coloni, più agguerrito che mai. Nel campo arabo c’è stata la decisione di del presidente dell’Anp Abu Mazen di rinviare le elezioni palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme, esacerbando così gli animi dei palestinesi, inferociti con una leadership accusata di essere sempre più succube di Israele.

Davanti all’esplosione degli scontri sulla spianata delle Moschee, vicino al Muro del Pianto e non lontano dal Santo Sepolcro – luoghi sacri a musulmani, ebrei e cristiani – le autorità israeliane hanno preferito rinviare ogni decisione sugli sfratti. La Corte Suprema israeliana ieri avrebbe dovuto emettere il suo verdetto in merito a una tentativo di espulsione di tredici famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah, ma la decisione è stata rinviata a causa delle violenze degli ultimi giorni.

Questa non è l’unica causa delle tensioni ma ne è il detonatore. Gli argomenti di scontro sono tanti. In pieno Ramadan c’è prima di tutto l’accesso alla moschea Al Aqsa e alla Cupola della roccia, luoghi sacri dell’islam dove il 7 maggio ci sono stati violenti incidenti. Poi c’è la pressione costante delle autorità israeliane per separare il problema di Gerusalemme dal resto della questione palestinese.

In Israele operano forze politiche di estrema destra legate a Netanyahu e decise a espellere i palestinesi da Gerusalemme. Il mese scorso abbiamo assistito a una serie di cacce all’uomo condotte da estremisti religiosi israeliani al grido di “morte agli arabi” nella più totale impunità.

Questi incidenti mettono in luce che lo status quo è fragile mentre sbaglia chi ritiene ineluttabile la perdita di «centralità» della questione palestinese nei rapporti tra Israele e il mondo arabo. E forse si sbaglia ancora di più se pensa che il problema svanirà da sé. In più adesso c’è il fattore Biden. Il nuovo presidente non ha messo in discussione la decisione di Trump di riconoscere nel 2018 Gerusalemme capitale di Israele e di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv, ma l’amministrazione democratica ha qualche idea diversa sul Medio Oriente rispetto a quella repubblicana. C’è voluto un po’ di tempo prima che le cancellerie internazionali si accorgessero che a Gerusalemme stava accadendo qualcosa. Una realtà che, agli occhi esterni, appare congelata, è invece in involuzione ed evoluzione.

Invece no: Gerusalemme è il cuore del conflitto internazionale, non solo mediorientale. Quella che sembrava una confisca come un’altra – le case palestinesi di Sheikh Jarrah a favore del movimento dei coloni – è diventata adesso un fattore assai preoccupante. L’espansione della protesta palestinese al cuore della città santa e ad altre città, sta svegliando dal torpore i governi arabi. A interessare di più però non è soltanto la reazione giordana, iraniana o tunisina ma quella che arriva dagli Usa. Mentre l’I’talia e l’Ue o tacciono o raccontano il mantra bugiardo del «no alla violenza da una parte e dall’altra», dimenticando che lì c’è una occupazione militare, quella d’Israele sui Territori palestinesi.

Biden finora non ha preso una posizione precisa e non ha messo in discussione nessuna delle decisioni incendiarie del predecessore Trump (da Gerusalemme capitale israeliana alla sovranità sul Golan siriano occupato) ma ha cominciato ad agitare il premier Netanyahu iniziando il dialogo con l’Iran per il rientro degli Usa nell’accordo sul nucleare.

Ma sugli scontri di Gerusalemme si è fatto sentire il Dipartimento di Stato che ha usato parole, come sottolinea Chiara Cruciati sul manifesto, che di solito l’amministrazione americana non utilizza. Nessun comunicato ufficiale ma la portavoce del segretario di Stato Blinken ha espresso «grande preoccupazione» per le azioni israeliane e per «l’eventuale sgombero di famiglie palestinesi dai quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah, molte delle quali vivono in quelle case da generazioni». Mentre una lettera di deputati indirizzata a Blinken ha chiesto di esercitare pressione diplomatiche per impedire gli sgomberi e ribadire quello che il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu già prevedono: «Gerusalemme est è parte della Cisgiordania ed è sotto occupazione militare israeliana», realtà che rende «illegale la sua annessione da parte di Tel Aviv». Un linguaggio esplicito e diretto come forse non era mai venuto dai deputati americani. E noi?

Di seguito il video dei festeggiamenti dei coloni israeliani durante l'incendio alla moschea di Al-Aqsa, immagini di una disumanità sconcertante:

 

 

 

 

 

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