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Articoli filtrati per data: Wednesday, 07 Aprile 2021

da Minuto Settantotto

Se si potesse dare una definizione alla discussione sulle prese di posizione – tutte simboliche, per carità – mostrate da alcune nazionali europee in questo avvio di qualificazioni ai Mondiali di calcio Qatar 2022, partirebbe da una domanda: serve davvero darne una lettura moralista?

Spieghiamo. Nessuno crede alla favola dello spontaneismo attivista dei calciatori della Norvegia, come di quelli di Germania, Olanda e Danimarca, citando le tre realtà che in ordine di tempo si sono rese protagoniste di questa chiamata a raccolta in difesa dei “Diritti Umani“, guardandosi però bene dal tirare in ballo esplicitamente la prossima FIFA World Cup, per non incappare in sanzioni o squalifiche. Una considerazione che è tanto ovvia da non richiedere nemmeno grosse argomentazioni, ma non costa nulla ribadirlo: siamo tutti consapevoli di quanto il Qatar sia già una presenza solida – e in costante crescita – nel mondo del calcio, in termini di controllo dei club, sponsor, organizzazione eventi e altro ancora; e, soprattutto, siamo altrettanto consapevoli di quella che è la cruda realtà, ossia il continuare a spendere energie per seguire e raccontare ciò che ci pungola di uno sport in cui convergono lucidamente tutti i peggiori vizi del sistema capitalista.

Un’altra premessa è che la parola “boicottaggio” finora non è mai stata effettivamente menzionata dagli addetti ai lavori, se ne parla tra tifosi e opinionisti come tra avventori in una trattoria (pre-Covid). Joshua Kimmich, centrocampista del Bayern Monaco e della Germania di Low, nonché uno dei principali calciatori a farsi carico dell’urgenza di un impegno condiviso su questi temi, ha però anche aggiunto – come riporta l’Equipe – che, secondo il suo parere, ormai non ha senso mettere a rischio la competizione:

Avremmo dovuto pensarci per tempo al boicottaggio. Siamo in ritardo di 10 anni.

JOSHUA KIMMICH

Tanta indignazione e poco altro. Tutto riassumibile nelle dichiarazioni del capo dell’ASF, la federcalcio svizzera, Dominique Blanc: «Vogliamo usare il nostro dialogo con Amnesty International e la FIFA per fare una campagna attiva per il rispetto dei diritti umani e il miglioramento dei diritti dei lavoratori, sfruttando così al massimo la nostra influenza. Anche Amnesty non è a favore del boicottaggio. Siamo convinti che il calcio sia un potente strumento per promuovere valori fondamentali come la tolleranza, il rispetto o l’uguaglianza. Ma sempre usando il dialogo e non coi mezzi del boicottaggio, che secondo noi è meno efficace».
Come sempre, più schietto e in qualche modo illuminante Mino Raiola, tra i principali manovratori di atleti e affari del pallone contemporaneo, che alla trasmissione Studio Voetbal ha messo la cornice al quadro Qatar 2022: «Penso che la politica vada tenuta lontana dai giocatori […] La FIFA ha chiaramente dichiarato nei regolamenti che non è consentito fare dichiarazioni politiche durante una partita di calcio. Bisogna dire: I giocatori sono fuori, è qualcosa che riguarda FIFA, Qatar e federazioni affiliate».

Se i giocatori vogliono fare una dichiarazione da soli, va bene, hanno i loro canali social per parlare.

MINO RAIOLA

Insomma, non c’è nessuna posizione estrema con cui schierarsi, e lo stesso ct della Norvegia – federazione che si è esposta maggiormente – ha parlato tuttalpiù di “pressione” per far sì che vengano prese «misure volte a migliorare le cose». Detto ciò: fosse anche solo questo, non sarebbe meglio comunque parlarne, piuttosto che buttarla in fallo laterale tirando in ballo l’endemico irriformismo del calcio?
Se ritenessimo inutile affrontare le battaglie in questo campo, che senso ha avuto – fino all’altro ieri – spingere i più disattenti a cogliere i link tra repressione allo stadio e repressione nelle piazze?
Inoltre, se persuadessimo il pubblico più giovane all’idea che non c’è un calcio “per forza” e che un giorno – magari non succederà stavolta – sarebbe anche bello che lo show saltasse, non avremmo comunque contribuito ad alimentare un po’ di senso critico?
Se anche soltanto alimentandone la discussione si riuscisse a tenere aperti gli occhi su un’organizzazione che ha portato – stando ai numeri del FairSquare Projects pubblicati dal Guardian tempo fa – ad almeno 6.500 operai caduti durante o causa dei lavori per tirare su le strutture dei Mondiali Qatar 2022, e le autorità qatariote si ritrovassero così costrette a mettere in campo azioni per evitare ulteriori vittime e migliorare le condizioni di tutto l’indotto, non sarebbe forse un piccolo passo avanti?

haaal

Una t-shirt con la scritta Human Rights indossata dal giovane bomberone (del giardino Raiola) Erling Haaland non salverà mica il proletariato. Marcus Rashford, che nei giorni scorsi ha criticato anche il trattamento salariale di Deliveroo – peraltro sponsor della nazionale inglese – non diventerà di certo Nelson Mandela.
Aspettarsi la rivoluzione da professionisti multi-milionari è una pretesa che persino noi, utopisti per attitudine, dovremmo mettere da parte, onde evitare di andare incontro a brutte figure. Ma il mondo dello sport non è fatto solo di Smith, Carlos e Muhammad Ali – anzi, ne ha visti davvero pochi – quindi ben vengano adesso tutte le strade per portare a galla il peggio.
A chi guarda, ricostruisce e pretende di raccontare spetta, poi, il compito di prendere solo il meritevole da queste operazioni, di rimuoverne l’opacità, sezionando progressismo e opportunismo. Partecipazione e strategia.

In fondo, se qualcuno volesse veramente approcciare al tema seguendo profondi canoni etici e ideologici, Minuto Settantotto (e un mondo di pagine come la nostra) non dovrebbe nemmeno esistere, oppure dovrebbe parlare di alpinismo. Invece viviamo la contraddizione del pallone con tale consapevolezza che non vediamo alcuna buona ragione per negarla. Il calcio ha un’enormità di mali, non è che non sappiamo se sia meglio o peggio della società che lo contiene: è proprio questo paragone ad avere scarso appeal.
Perché a noi il pallone tutto sommato piace – ognuno a suo modo – e finché così sarà indagheremo tutte le vie per renderlo sempre un po’ più speculare al nostro modo di vedere la società – aperto, conflittuale, aggregante, spontaneo – perché continuiamo a pensare sia l’unica grande passione capace di condizionare testa ed esistenza di donne e uomini che lo praticano e lo guardano. Questo è il fascino che lo sport ha avuto, possiede tuttora ed avrà nel futuro, nonostante la velocità con cui i tempi moderni metabolizzano idee e fenomeni.

Il Mondiale in Qatar ci sarà, lascerà capitoli di vergogna tanto quanto ogni edizione disputata a oggi, e passerà. Diamogli almeno il modo d’essere utile.

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Nuova lettera aperta firmata dalla Festa di Radio Onda d’Urto di Brescia, da Sherwood Festival di Padova e dal Festival Alta Felicità della Valle di Susa.

“È passato un anno dalla nostra lettera aperta Cambiamo Musica?”, ma nulla è cambiato. Ci ritroviamo a constatare che tutto è ancora fermo, immobile, e non c’è nessuna indicazione chiara e nessuna prospettiva per i prossimi mesi estivi.

Nel frattempo migliaia di lavoratrici e lavoratori del mondo dello spettacolo sono ancora senza risposte concrete che non si limitino a risposte emergenziali. Qualche sussidio temporaneo non può risolvere i problemi strutturali di questo sistema perché non affronta in maniera radicale i limiti profondi legati a questo settore.

Un anno dopo torniamo a scrivere per quello che siamo, festival indipendenti, senza sponsor, senza finanziamenti, che mettono al centro la socialità, l’incontro, un modo diverso di stare assieme, di vivere e produrre cultura. Lo scorso anno abbiamo preferito fermarci poiché le condizioni non ci avrebbero permesso di svolgere i nostri eventi rispettandone il loro spirito fondante. Ma rimanere fermi per un’altra edizione è impossibile, vorrebbe dire scomparire e vanificare gli enormi sforzi fatti in questi anni.

Ora abbiamo bisogno di sapere in tempi veloci e certi quali saranno le linee guida per gli eventi estivi. Organizzare un festival comporta mesi di impegno e pianificazione. Siamo già in estremo ritardo, soprattutto perchè dobbiamo ripensare completamente i nostri “eventi”. Sappiamo che non potremo riprodurre i nostri festival così come li abbiamo conosciuti, soprattutto per i costi troppo alti rispetto al numero di persone che ipoteticamente potranno parteciparvi. Vogliamo che riaprire non sia legato a logiche escludenti che ci costringano ad imporre biglietti di ingresso troppo costosi.

Sappiamo che sarà necessario adottare tutte le precauzioni sanitarie per mettere al primo posto la sicurezza e la salute del pubblico. Vogliamo che riaprire significhi avere un protocollo che sappia anche garantire aggregazione e socialità in piena sicurezza.

In questo quadro il ruolo delle agenzie di booking e degli/delle artist* è fondamentale. Non si può pensare che tutto torni come nella fase pre-Covid, anzi era proprio quello che noi temevamo. A fronte dei maggiori costi di cui gli organizzatori dovranno farsi carico, ci deve essere un’assunzione di responsabilità e co-responsabilità di tutti le/i protagonisti di questo “sistema” perché la logica non può tornare ad essere quella del massimo rialzo che ricade solo ed esclusivamente su di noi e sulle persone che fanno vivere i nostri festival.

 Con questa lettera quindi chiediamo:

Indicazioni immediate sui tempi e sulle modalità con i quali potranno svolgersi gli eventi estivi.
● Un impegno reale da parte di artisti e agenzie di booking nel proporre prezzi calmierati per non far ricadere sugli organizzatori spese impossibili da sostenere in questo momento.
● Una risposta immediata da parte del governo alle problematiche economiche dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo dello spettacolo che da mesi si stanno mobilitando ma continuano ad essere ignorati.
● Un piano sanitario sostenibile che possa permettere un ingresso sicuro al pubblico non ricadendo economicamente solo sugli organizzatori.

Chi volesse sottoscrivere questa lettera può scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Festa di Radio Onda d’Urto
Festival Alta Felicità
Sherwood Festival”

 

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Una delle ultime frontiere dello sfruttamento capitalistico è la gig economy, l’economia dei lavoretti, descritta come forma di reddito integrativo per studenti o lavoratori già impiegati.

La realtà è fatta di cottimo, assenza di tutele, paghe bassissime. Chi ci lavora lo fa a tempo pieno, spesso a rischio della vita, come emerge dai numerosi incidenti con morti a feriti, tra coloro che fanno questo mestiere.
La gig economy è il sogno di ogni capitalista: una forma brutale di sfruttamento in cui lavoratrici e lavoratori, privi di ogni diritto, sono completamente isolati l’uno dall’altro e controllati da una piattaforma digitale, malamente retribuiti, licenziabili senza problemi.

Nel caso dei ciclofattorini l’azienda fornisce una app per smartphone attraverso cui il lavoratore viene chiamato quando serve. Un complesso algoritmo decide chi chiamare e chi no creando una graduatoria basata sulla fedeltà e l’affidabilità. In poche parole: se sei disposto a rispondere sempre e comunque, a qualunque ora e con qualunque tempo sali ai vertici della classifica, se sei meno disponibile perdi posizioni. Se ti ammali o scioperi finisci in fondo e non vieni più chiamato. Il lavoratore non ha alcuna garanzia, viene pagato a cottimo con cifre risibili, non gode di ferie, malattie, assicurazioni sul lavoro, deve metterci la bicicletta di suo e persino pagare il borsone per le consegne.

Contrariamente ai sogni padronali la reazione dei lavoratori a queste brutali forme di sfruttamento si sono consolidandate a partire dal 2016 con i primi scioperi a Torino. L’incipit lo hanno dati i numerosi comitati spontanei autorganizzati, anche in alcune occasioni i rider si sono appoggiati ai sindacati di base o a CGIL-CISL-UIL.
Una lotta apparentemente “impossibile” è diventata realtà ed è cresciuta nel tempo. Lavoratori isolati, senza contatti con i colleghi di lavoro e alle dipendenze di una app onnipotente ed immateriale, hanno trovato i modi per incontrarsi, conoscersi, costruire scioperi che sono riusciti a bloccare le consegne per intere giornate.
Tra i successi ottenuti dai ciclofattorini merita di essere ricordato l’accordo raggiunto nel 2018 tra la Riders Union di Bologna e alcune aziende per definire una serie di diritti minimi e l’inquadramento, nei primi mesi del 2019, dei rider come lavoratori dipendenti nel contratto della logistica riconosciuto da una azienda di Firenze. L’inquadramento dei ciclofattorini nel comparto della logistica sarebbe la soluzione più ovvia, ma è duramente osteggiata dai padroni, che non intendono rinunciare ai loro lauti profitti.


Della questione si è interessata anche la politica ed in particolare il movimento 5 stelle che è stato prodigo di promesse, salvo partorire dopo lunga gestazione il consueto compromesso al ribasso (DL 3 settembre 2019 n. 101, convertito nella legge 128/2019). Ai lavoratori sono stati riconosciuti in via teorica alcuni diritti minimali come la tutela dei dati personali e il diritto alla non discriminazione. Viene stabilito che “L’esclusione dalla piattaforma e le riduzioni delle occasioni di lavoro ascrivibili alla mancata accettazione della prestazione sono vietate”. Viene riconosciuta l’assicurazione INAIL contro gli infortuni, il diritto a percepire un compenso minimo orario (con la conseguente proibizione del cottimo), e un’integrazione salariale nel caso di lavoro notturno, festivo o col maltempo.
Il punto fondamentale, cioè la natura giuridica del rapporto di lavoro, viene però pilatescamente lasciata irrisolta, per cui i ciclofattorini, secondo i casi, possono essere considerati lavoratori parasubordinati (cococo), autonomi o subordinati! La decisione viene in definitiva demandata ad “accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative”, che – guarda un po’ – possono persino derogare in peggio alle norme di legge!
In altri termini la tutela offerta dalla normativa approvata dal governo Conte è solo carta straccia.

Nel settembre del 2021 il sindacato postfascista UGL e l’associazione padronale Assodelivery hanno sottoscritto un accordo che getta nuovamente i rider nel calderone del lavoro autonomo e reintroduce dalla finestra quel cottimo che la legge aveva buttato fuori dalla porta. L’accordo riconosce i diritti sindacali solo all’UGL stessa e non agli altri sindacati né tantomeno ai numerosi comitati di base. L’accordo ha suscitato forti reazioni tra i lavoratori, con proclamazioni di agitazioni e scioperi tra cui quello del 26 marzo, indetto dalla Cgil, presa alla sprovvista dalla mossa dell’UGL ed obbligata quindi ad agire di rimessa.
Nel frattempo anche la magistratura, pressata dall’attenzione dell’opinione pubblica, ha assunto iniziative ben più incisive della legge, riconoscendo la natura subordinata del lavoro (Cassazione, 2020) e infliggendo sanzioni alle aziende. Nel febbraio di quest’anno la procura milanese ha stabilito che 60.000 rider vanno regolarizzati come parasubordinati perché“non sono schiavi”.
Va da se che le leggi sono solo il precipitato normativo di rapporti di forza esistenti. Rapporti di forza che solo le lotte fanno pendere dalla parte di chi lavora.
Ce ne ha parlato Mauro De Agostini.

Ascolta la diretta:

Da Radio Blackout

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