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Articoli filtrati per data: Thursday, 29 Aprile 2021

di Andrea Fumagalli per EffimeraEffimera

In questo testo[1][1] si denunciano alcuni nodi problematici nella produzione e distribuzione del vaccino anti-Covid19, esito del prevalere di interessi economici sul essere collettivo e dell’abbraccio mortale tra grandi case farmaceutiche e le istituzioni di governi che hanno il monopolio di vaccinazione. Non è una novità. La storia della medicina moderna, in particolar modo dei vaccini, ha assunto sempre più il carattere di un profittevole business economico: non sempre curare conviene. A differenza di altre malattie diffuse nei paesi poveri, puntare sulla ricerca vaccinale per il Covid è al centro delle attuali strategie biopolitiche di profitto. La posta in gioco è troppo alta e le mutazioni del virus potranno reiterare nel tempo la necessità della vaccinazione, incrementando i relativi guadagni. Soprattutto se i brevetti del vaccino rimarranno saldamente in possesso dell’industria delle Big Pharma

 

Una delle questioni al centro del dibattito pubblico è oggi il tema dei vaccini. Le istituzioni hanno il monopolio della vaccinazione, possono concederla o negarla: non esiste uno statuto dei diritti del vaccinando. Ed esiste la paura come sentimento diffuso, promosso anzi. Il vaccino potrebbe essere la risoluzione dell’epidemia Covid-19, lo strumento che ci consentirà di ritornare a una vita normale, sempre però mantenendo le dovute cautele, comportandoci responsabilmente e facendo ancora qualche sacrificio.

Il vaccino è l’illusione in grado farci sopportare le restrizioni che ci sono imposte, facendoci credere che non saranno per sempre. Ma non si distingue mai, nella comunicazione di stato, il provvisorio dal definitivo; sul punto prevale un’ambigua reticenza. In realtà il monopolio statale e l’oligopolio delle Big Pharma sul vaccino rafforza il dominio del capitale sulla vita umana. Si tratta di un rapporto squilibrato, dove il coltello dalla parte del manico è detenuto dalle Big Pharma. Sono loro che producono il vaccino e che dettano le condizioni per le forniture. Come è possibile che proprio lo strumento che – ci dicono – permetterà la sopravvivenza umana messa a rischio dall’epidemia Covid-19 possa essere considerato uno strumento di dominio e di controllo e non di liberazione?

 

Due sono le ragioni.

Tanatopolitica vs biopolitica

La prima ha a che fare con la tanatopolitica del capitalismo. Tale concetto non è antitetico ma è complementare al concetto di biopolitica. Tale coppia concettuale (biopolitica-tanatopolitica) ha rappresentato dalla rivoluzione francese in poi il tessuto sociale ed economico che ha innervato l’evolversi del capitalismo e dei rapporti sociali che lo hanno caratterizzato, a partire da quello tra capitale e lavoro.

 

Senza scomodare Foucault e Esposito, uno dei campi di sperimentazione più illuminante è quello sanitario e dell’immunizzazione.  Nell’ambito dei settori sanitari e farmaceutici, con riferimento al segmento dei vaccini, Il Market Vaccine Report (https://apps.who.int/iris/handle/10665/311278 ) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riporta che il mercato globale dei vaccini nel 2019 ha avuto un fatturato pari a circa 33 miliardi di dollari (29,5 miliardi di euro), corrispondente a 5,5 miliardi di dosi commerciate. L’offerta mondiale di vaccini è concentrata in cinque grandi multinazionali che generano il 90 per cento del valore delle vendite mondiali.

Si tratta dei giganti della farmaceutica Pfizer (Usa, 46,72 miliardi di fatturato), Merck (Usa, 36,83 miliardi di euro il fatturato), GlaxoSmithKline (Regno Unito, 34,2 miliardi di fatturato globale), Sanofi (Francia, 34,46 miliardi di fatturato), e Gilead Sciences (Usa, 19,3 miliardi i ricavi).

Nonostante vari interventi statali e internazionali per migliorarne la trasparenza, il settore dei vaccini e il mondo miliardario dei Big Pharma, capace di decidere la vita o la morte di milioni di persone e di far cadere ministri e governi, resta uno dei più opachi dell’industria farmaceutica. Anche perché la diffusione mondiale di questi prodotti si scontra con numerosi problemi: dalla struttura oligopolistica del mercato che, in certi territori, diventa monopolistica, alla necessità di passare attraverso sistemi rigorosi di garanzia di qualità e procedure di controllo e approvazione pubbliche molto restrittive.

Come riportato da Valori.it,  produrre vaccini in grado di sradicare totalmente una malattia, come avvenuto nei decenni scorsi con il vaiolo, non è sempre conveniente. Nel 2018, il colosso finanziario Goldman Sachs ha pubblicato un rapporto che si chiedeva: «La cura dei pazienti è un modello di business sostenibile?». L’analista pensava che il trattamento di Gilead Science per l’Epatite C, che ha prodotto tassi di guarigione superiori al 90%, offrisse un ammonimento. Nel 2015 le vendite statunitensi di tale cura hanno consentito un fatturato di 12,5 miliardi di dollari. Tre anni dopo, il fatturato è diminuito a soli 4 miliardi di dollari, perché il «franchising di Epatite C ha gradualmente esaurito il pool disponibile di pazienti curabili». Curare non conviene.

Altrettanto noto è il caso della malaria. Questa malattia, particolarmente diffusa nei paesi a più alto tasso di povertà, è causata da 5 tipi di zanzare anofele. Il genoma del Plasmodium Falciparum (l’origine della malaria) è ben stato isolato e decodificato, ma gli investimenti necessari per trovare la combinazione di epitopi (determinanti antigenici) capaci di immunizzare efficacemente contro la malaria non sono stati sudfficienti..  Probabilmente per decenni la ricerca ha preferito concentrarsi sugli antimalarici, in grado di ridurre la mortalità (ogni anno circa 400.000 decessi, di cui l’85% è costituito da bambini di età inferiore ai 5 anni), così da non debellare definitivamente la malattia e quindi far prosperare il loro mercato. Come riportato su Avvenire lo scorso gennaio, solo recentemente, GlaxoSmithKline (con l’aiuto di un organismo non profit, Path’s Malaria Vaccine Initiative), ha prodotto un vaccino (denominato Mosquirix), che agisce contro (uno solo ma) il più comune e mortale delle cinque specie di parassiti che provocano la malaria. E’ stato, infatti, messo in sperimentazione di fase tre il vaccino RTS,S/AS01 de GSK Il processo di autorizzazione procede rallentato e deve comunque essere accompagnato dall’uso dei farmaci anti-malarici.

 

Non si tratta di casi isolati. Molto si potrebbe aggiungere sul perché non si sia fatto abbastanza per superare le difficoltà che impediscono, dopo quarant’anni, di sviluppare un vaccino per l’HIV (che ha provocato più di 35 milioni di decessi), nonostante il suo Rna sia stato decodificato, che è condizione necessaria ma non sufficiente. Esistono cure, spesso costose e non utilizzabili dalle popolazioni povere, le più colpite.

È la strategia del business sanitario privato: una strategia di tanotopolitica, per l’appunto. La cura delle persone passa anche per la loro selezione. Biopolitica e tanatopolitica sono così strettamente intrecciate, anche in ragione del parallelo geografico di riferimento, delle alleanze militari, delle ricchezze da conquistare e dei territori.

Il vaccino anti-Covid-19

Produzione, acquisto, disponibilità, distribuzione e applicazione dei vaccini sono oggi una questione centrale, politica-economica-militare. Sulla vaccinazione si gioca la partita del consenso, del potere. Per meglio comprendere le dinamiche e il business del vaccino anti-Covid, oltre a quanto appena scritto, bisogna tener conto di alcuni fatti particolari. Non sono dati assoluti, ma bisogna tenerne conto per meglio comprendere la logica politica dell’organizzazione delle vaccinazioni.

In primo luogo, occorre ricordare, che il Covid-19 è una malattia virale, con un tasso di mortalità diretto (nel senso che è la prima causa di morte) in relazione al numero delle persone contagiate assai ridotto. La maggior parte dei decessi, in relazione al numero delle persone contagiate: infatti, colpisce per i due terzi persone con tre o più patologie gravi pregresse (quasi il 67% secondo i dati dell’ISS italiano: e ciò concorre a spiegare come i decessi riguardano le persone più anziane. Non a caso il vaccino viene (o almeno dovrebbe essere) somministrato prima agli ultra-ottantenni per poi scalare versi le persone più giovani. Poiché l’ottantenne è spesso pensionato o meno produttivo: nella prima fase italiana le conseguenze sono state micidiali, trasformando le RSA destinate agli anziani in mattatoi sociali, senza, ad oggi, una sola rimozione dall’incarico pubblico e senza una sola condanna risarcitoria (tanto meno penale). Ma il rallentamento dell’economia non era tollerato, la produzione doveva continuare.

In un simile contesto, la ricerca di un vaccino che possa limitarne il contagio può essere facilitata anche se la sua sicurezza può essere compromessa dall’evoluzione stessa del virus. In un tempo molto veloce (circa 7 mesi) è stato così possibile sperimentare i primi vaccini anti Covid-19: tuttavia tale intervallo di tempo rischia di essere troppo breve per valutare a regime l’efficacia del vaccino stesso. Il vaccino anti-Covid 19 è quindi un vaccino particolare e per questi motivi (volatilità del virus e tempi stretti di preparazione) non è ancora arrivato alla sua finale definizione. Ciò, ovviamente, non significa che non sia efficace: infatti è sempre meglio farlo se si vuole proteggere sé e gli altri dal possibile contagio. Vuol dire solo usare le popolazioni come cavia. In Israele, paese che non ama l’ipocrisia e utilizza un linguaggio anche politico più prossimo alla brutalità che alla franchezza, il contratto di fornitura dei vaccini prevede (in forma di sconto) l’accesso delle Big Pharma ai dati statistici: la sperimentazione sui corpi umani non solo non viene nascosta, ma risulta rivendicata e trasformata in merce.

 

In secondo luogo, come scrive Marianna Mazzucato, nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione dei vaccini è stata riversata una quantità senza precedenti di fondi pubblici. Si stima che i sei candidati principali abbiano ricevuto 12 miliardi di dollari (circa dieci miliardi di euro, pari a un terzo del fatturato complessivo dell’industria dei vaccini) di denaro pubblico e dei contribuenti, di cui 1,7 miliardi di dollari (circa 1,4 miliardi di euro) per il vaccino Oxford-AstraZeneca e 2,5 miliardi di dollari (circa 2,1 miliardi di euro) per quello di Pfizer-Biontech. Questo livello d’investimenti rappresenta un enorme rischio, ma non è l’unico che il settore pubblico ha corso. I governi hanno usato degli “impegni anticipati di mercato” per garantire alle aziende private che sono riuscite a produrre un vaccino contro il covid-19 a essere ampiamente ricompensate con cospicui ordini.

La Tabella 1 ci indica l’ammontare dei pre-ordini a inizio 2021, pari a 14,080 miliardi di dollari, una cifra superiore all’investimento pubblico effettuato.

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Ciò significa che i produttori di vaccini hanno ottenuto circa 12 miliardi di finanziamenti pubblici e 14 miliardi di pre-ordini da parte degli Stati Uniti e dall’Europa. Nelle loro casse, sono così entrati la bellezza di 26 miliardi di dollari, un incentivo più che notevole per mettersi al lavoro!

Tale coinvolgimento pubblico non ha però condizionato o imposto vincoli stringenti (ma solo trattative) sulle strategie di prezzo e di produzione dei principali produttori. Ogni impresa privata ha deciso il livello di produzione e il prezzo di vendita in modo autonomo, favorendo in tal modo una varietà assai ampia, a seconda delle finalità di profitto e dei mercati interessati.

La tabella 2 (tratta dalla BBC, fonte Unicef, Us Government, OMS) fornisce un quadro di tale variabilità. Si passa da costo di una dose tra i 4$ gli 8$ di Astrazeneca (vaccino, ricordiamolo, creato dall’Università di Oxford, con soldi pubblici ma in seguito sviluppato e distribuito privatamente dal gigante farmaceutico anglo-svedese) a Moderna, la cui dose, in alcune aree, tocca il prezzo di 37$.

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Stesso discorso vale per le scelte di produzione, a seconda degli accordi presi con gli enti pubblici dei vari paesi. Il connubio pubblico-privato è stato sicuramente un fattore di accelerazione nei tempi di individuazione del vaccino, nel senso che i governi investono nelle prime e più rischiose fasi dell’innovazione sanitaria, prima che esista un mercato.

Si spiega così la possibilità per alcune Big Pharma di poter non ottemperare gli accordi siglati con la Comunità Europea nella fornitura dei vaccini. Accordi, peraltro, il cui contenuto è stato parzialmente secretato e non è disponibile. Si calcola tuttavia che il costo della penale sia inferiore, per singola dose, a quello spuntato nel mercato degli stati sovrani potenziali acquirenti. Alcuni paesi hanno rastrellato così vaccini sottratti a chi disponeva di un contratto precedente; il meccanismo evoca più il bagarinaggio dei concerti e del calcio che il libero mercato delle democrazie occidentali.

 

Altro fattore non secondario riguarda il possibile utilizzo dei brevetti sui vaccini. Allo stato attuale non esiste alcuna certezza che i vari brevetti possano divenire di pubblico dominio, anzi, nonostante che alcuni esperti (come Ellen ‘t Hoen, direttrice del gruppo di ricerca Medicines Law and Policy, che ha recentemente dichiarato che sarebbe stato poco saggio fornire finanziamenti alla ricerca del vaccino senza avere la garanzia di un brevetto pubblico:  abbiano sollevato la questione, è probabile che non lo sia, a differenza di altri (come il vaccino cubano Soberana2, che è completamente pubblico, gratuito e privo di brevetti).

Dall’insieme di queste considerazioni, il business dei vaccini si presenta di elevatissima profittabilità per le Big Pharma. La regola dello Stato imprenditore è oramai consolidata: socializzazione dei costi di investimento al fine di favorire la privatizzazione dei profitti, secondo la logica del New Public Management

A questi lauti profitti, occorre poi aggiungere le rendite da capital gain che sono maturate sulle azioni di questi colossi farmaceutici. Giusto per fare un esempio, un’azione Pfizer veniva quotata a inizio marzo 2020 27$. Oggi ha un valore di 37$ dopo aver toccato anche punte sopra i 40$.

 

È questa situazione che spiega perché non vi è mai stata una vera guerra dei vaccini tra le imprese produttrici. Si tratta di una situazione favorita anche, sul piano geopolitico, dalla decisione di Stati Uniti e Europa di impedire l’entrata in questo business, del vaccino russo Sputnik e dei vaccini Cinesi.

A differenza del vaiolo, definitivamente debellato, la capacità del Covid-19 di trasformarsi (come qualsiasi virus) consentirà di protrarre nel tempo le opportunità di guadagno e di mercato. Mettendo le mani avanti ci hanno già abituato all’idea di doverci vaccinare ogni anno, ogni due se va bene. E la chiave delle vaccinazioni sta ben ferma nelle mani dei “tecnici”, naturalmente.

 

In cambio, i governi potranno utilizzare la permanenza costante della paura, il timore del virus, la delega senza condizioni alla cura per completare senza opposizione il piano di governance e di modifiche eccezionali, introducendo continui processi di deregulation, come è già avvenuto, ad esempio, per alcuni contratti di lavoro. L’assenza di norme diviene “la norma”, l’unico interprete è l’istituzione, ma senza certezze. Il relativismo della deregulation è un elemento fondante dell’assetto di controllo, mentre il monopolio del vaccino costituisce al tempo stesso fondamento di consenso e di potere. Ci abitueremo a vedere generali che svolgono compiti politici, accozzaglie di maggioranze di governo con a capo i “migliori tecnici” e ci assuefaremo a veder sempre più ridotti i nostri diritti di mobilitazione, di protesta, di movimento? Questo è il progetto politico “loro”. Vogliono una resa generale.

Più biopolitica di cosi.

 

P.S. In questa fase, occorre che si crei una mobilitazione in grado di contestare il monopolio della distribuzione del vaccino, con l’obiettivo di ribadire che il vaccino è un bene comune e che non può essere fonte di profitto, che occorre creare forme di auto- organizzazione del “comune” per la sua somministrazione: chi ha contrattato segretamente con le Big Pharma come si distribuisce, quanto costa, come si applica, chi controlla? Il vaccino, di fronte al pericolo di crepare, si fa potere, è arma di controllo. E noi dobbiamo sviluppare contro-potere.

[1][1] L’autore ringrazia Gianni Giovannelli, Cristina Morini e Gianfranco Pancino per aver migliorato e integrato una versione precedente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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di Luigi Pandolfi per Volere la luna

L’errore più grande che si potrebbe fare a proposito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) varato dal Governo – la Camera lo ha approvato con soli 19 voti contrari! – è quello di leggerlo focalizzando l’attenzione esclusivamente sui numeri. I numeri relativi alle risorse disponibili e alla loro distribuzione per ogni singola missione. Beninteso, il fatto che si abbiano o non si abbiano più soldi da spendere è importante, ma trattandosi di un programma integrato, inteso come «parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l’ammodernamento del Paese», addirittura finalizzato a «aggiornare le strategie nazionali in tema di sviluppo», più che il miliardo in più o il miliardo in meno spalmato sui vari capitoli, conta l’idea di Paese e di società che in esso viene disegnata.

Per questo, a chi volesse comprenderne la reale portata consiglierei di partire, nella lettura, dalla fine anziché dall’inizio. In particolare, suggerirei di dedicare un’attenzione preliminare, e particolare, all’ultimo capitolo del documento, nel quale vengono esaminati gli «impatti delle riforme», che del Piano costituiscono, per così dire, l’anima e l’elemento prospettico (saranno realizzate con provvedimenti specifici). «Le azioni di riforma sono sinergiche e interagiscono con gli investimenti pubblici e le altre misure di spesa già esaminate», si legge nel capitolo richiamato. In sostanza, si vuole significare che PNRR non è un semplice tableau di interventi da finanziare, bensì un programma di riorganizzazione complessiva del sistema economico e sociale, in vista del dopo pandemia. «I Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza sono innanzitutto piani di riforma. Le linee di investimento devono essere accompagnate da una strategia di riforme orientata a migliorare le condizioni regolatorie e ordinamentali di contesto e a incrementare stabilmente lequità, lefficienza e la competitività del Paese».

Innanzitutto “piani di riforma”, dunque. La leva attraverso cui si dovranno realizzare “riforme strutturali” (ora chiamate “riforme di contesto”) dirette a trasformare la situazione presente, in nome di una maggiore “competitività” del sistema. Uno schema perfettamente neoliberista. Nel quale lo Stato non scompare, ma si pone a diretto servizio dell’economia di mercato, dettando regole di contesto, imponendo ope legis ciò che serve per rendere i mercati “più concorrenziali”, mettendo le imprese nella condizione di competere «in termini di qualità dei prodotti, ma anche in termini di costi». Uno schema astratto, supportato da formulazioni matematiche, nel quale di concreto ci sono soltanto il ritiro del settore pubblico dall’economia e la riduzione dei costi di produzione. Privatizzazioni ‒ quello che resta da privatizzare ‒ e abbattimento del costo del lavoro, che, come si scrive esplicitamente nel Piano, costituisce uno dei «motivi rilevanti» del fenomeno della delocalizzazione produttiva (deflazione salariale).

Gli ambiti per i quali vengono simulati gli impatti delle riforme sono tre: pubblica amministrazione, giustizia, competitività. Ma è in particolare sul terzo ambito che bisogna concentrarsi per comprendere la filosofia di fondo che ispira l’intero documento («Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza», scrive Mario Draghi nell’introduzione). La premessa è che le riforme devono far crescere il grado di concorrenza dei mercati. Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessario innanzitutto fotografare la situazione di partenza. Quanto è competitiva l’Italia in rapporto ad altri Paesi europei ed extraeuropei? La risposta a questa domanda può essere data avvalendosi di un indicatore che misuri il rapporto tra livello di regolazione dei mercati e performance dell’economia: l’Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti (Product Market Regulation Indicators, PMR), sviluppato una ventina d’anni fa dall’OCSE. L’equazione su cui si basa il modello di comparazione è molto semplice: a livelli elevati di regolamentazione dei mercati e di presenza dello Stato in economia corrispondono bassi livelli di competitività del sistema, quindi una sua bassa propensione alla crescita, alla creazione di ricchezza, all’incremento dell’occupazione. A ben vedere, niente di nuovo. Tutto in linea con i presupposti della teoria economica dominante, secondo la quale è il mercato e solo il mercato a determinare la migliore allocazione possibile delle risorse, in vista del conseguimento di obiettivi economici di cui potranno beneficiare tutti i membri della società. Tesi farlocca, ovviamente. La storia ha dimostrato esattamente il contrario. Che anche quando il mercato raggiunge un certo “equilibrio”, quest’ultimo non è mai ottimale. E che, al netto delle crisi, in una società organizzata secondo questo schema l’optimum è possibile solo per chi detiene i mezzi di produzione e sfrutta il lavoro altrui, benché anche nel Piano si ponga l’accento sulla riduzione dei margini di profitto per effetto di una maggiore concorrenza (meno profitti, prezzi più bassi, maggiori investimenti, sarebbe la sequenza). Insomma, da molti decenni a questa parte, l’equilibrio ottimale dei mercati concorrenziali è rimasto solo nei grafici dei manuali di economia politica. E nei documenti di politica economica dei governi, che continuano, a dispetto della storia e dell’evidenza empirica, a farne Vangelo.

Nel 2018, l’indice PMR dell’OCSE segnalava per l’Italia, come per gli anni precedenti, un problema di bassa competitività. Non tanto per i livelli di regolazione del mercato che, dati alla mano, erano più bassi di altri paesi sviluppati (il risultato delle “riforme” che hanno deregolamentato il mercato del lavoro e liberalizzato ampi settori dell’economia), ma per l’eccessiva presenza dello Stato in economia (come se gli anni Novanta non ci fossero stati). È da qui che muove il Piano di ripresa e resilienza. Bisogna privatizzare e liberalizzare ancora di più per mettere le ali all’economia (nel Piano si dà ampio risalto alla necessità di affidare al mercato i servizi pubblici essenziali, limitando la possibilità per le amministrazioni di ricorrere a gestioni in house). Non mancano, ovviamente, numeri e tabelle per dimostrare questo assunto. La scientificità della tesi è data in maniera assiomatica: una riduzione del 15% dell’Indice di regolamentazione dei mercati «genera dopo 5 anni un aumento del PIL rispetto allo scenario di base pari a 0,2 punti percentuali, mentre nel lungo periodo si arriverà a 0,5 punti percentuali». Senza considerare “l’impatto positivo” su investimenti e consumi. Keynes fuori dalla porta, siamo di nuovo alla Legge di Say. I redditi generati dal sistema sono sufficienti a garantire un certo livello di investimenti e di consumi che consentono al sistema di riprodursi.

Un mondo irreale, fantastico, che fa a pugni con la realtà drammatica in cui siamo immersi. La pandemia, tra le altre cose, ha reso evidente quanto siano state nocive per la società, per la qualità della vita, le scelte di politica economica compiute negli ultimi decenni all’insegna delle formulazioni che ancora si ritrovano in questo Piano. Sanità, lavoro, servizi pubblici: le fragilità del sistema sono imputabili a una presunta “ristrettezza” del mercato o al fatto che il mercato è stato fatto entrare dappertutto e che tutto è stato mercificato, finanche il diritto alla salute? Per quanto riguarda la bassa crescita, è stato un problema di concorrenza o una questione di domanda insufficiente, figlia di alti livelli di disoccupazione, di lavoro sottopagato, di aumento della povertà, di politiche che hanno compresso la spesa pubblica, compresa quella per investimenti? Purtroppo, con l’eccezione di sparute minoranze, invisibili agli occhi dei media, nessuno in questo momento pone seriamente questi problemi (nemmeno a sinistra, per la verità). Si fanno i conti della serva sul miliardo qui e il miliardo là, quanto a me e quanto a te, che bella la rivoluzione verde, quanto è figo l’idrogeno, senza accorgersi (c’è ovviamente chi se n’è accorto ed è d’accordo) che ci stanno fregando un’altra volta. No, in questo modo non usciremo da questa crisi meglio di come ci siamo entrati. Ne usciremo nel peggior modo possibile.

 

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Difficile persino definire quanto successo ieri vendetta di Stato, sembrerebbe quasi di nobilitare delle scelte prese per pura convenienza politica da entrambi i lati delle Alpi. L'arresto in Francia di sette ex militanti di organizzazioni rivoluzionarie italiane degli anni '70 ormai anziani (alcuni con problemi di salute) si inserisce al crocevia tra vicende contingenti ed avvenimenti storici, sostanzialmente celebrando il processo di regressione che politica e giornalismo hanno subito negli ultimi cinquant'anni senza sosta.

Così, in piena pandemia, mentre la "riserva democratica" Draghi sta per varare il Pnrr, ci sono tensioni dentro la maggioranza di teatranti che lo sostiene ed il consenso verso il suo governo è in caduta libera ecco che in soccorso viene l'amico Macron con un petit cadeau, un po' come fu con il caso Battisti per Salvini e Bolsonaro. Scambi tra autocrati, sulla pelle di protagonisti di vicende concluse da decine di anni. Nessuna volontà di giustizia, soltanto una manciata di visibilità sui maggiori quotidiani che ne approfittano per esporre il solito mercatino di una retorica, quella sugli "anni di piombo" che ormai è così consumata e contradditoria da finire in seconda pagina inesorabilmente in fretta.

Solo uno spot dunque, una versione low budget europea de "La regola del silenzio"? No non solo perché collateralmente questa vicenda ci mostra come si è evoluto il dibattito su quegli anni, ma più in generale sul conflitto sociale all'interno delle istituzioni, dei media e della società civile nel nostro paese. O meglio come è regredito questo dibattito, rischiando di diventare lettera morta sulle cattedre di qualche accademico. Lo si nota dai titoloni di ieri che annoverano ancora come "brigatisti rossi" ex militanti di svariate organizzazioni rivoluzionarie, che nel panorama di quegli anni rappresentavano ipotesi ed opzioni differenti. Gli anni '70 restano una melassa antistorica di luoghi comuni utilizzata come spauracchio nei confronti di ogni singola lotta sociale in questo paese. I parallelismi ormai vengono redatti con il pilota automatico.

Il modo di "regolare i conti" con quegli anni da parte dello Stato è semplicemente non farlo, per tenere aperta il più possibile la narrazione di un pericolo terroristico dietro l'angolo. Si tratta di esorcizzare la possibilità del conflitto sociale (di qualsiasi conflitto sociale, non solo quello armato) come costruzione di un itinerario diverso da quello dello stato di cose presenti. Non è un caso che questo tipo di esorcismo arrivi al suo culmine proprio oggi, mentre una pandemia globale ci mostra la decadenza in cui versa la nostra cosiddetta civilizzazione.

E se alle nostre latitudini, in assenza di conflitti sociali di vasta entità, un discorso del genere appare parossistico, utile solo per nutrire la pancia reazionaria di alcuni bacini elettorali, oltralpe questa strategia è ben più chiara.

A fronte degli ultimi ed importanti cicli di mobilitazione che hanno coinvolto la Francia la mossa di Macron è un tentativo di consolidare quella retorica dell'islamogauchisme che prova a mettere in un unico pentolone terrorismo islamico e conflitto sociale per sostanziare la reazione securitaria dello Stato.

In fondo ha ragione Carlo Bonini di Repubblica quando dice che gli arresti sono figli "di un nuovo clima politico in Europa": le nubi gonfie della reazione preventiva.

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