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Articoli filtrati per data: Tuesday, 27 Aprile 2021

Una decina di anni orsono, tra la Lombardia e il Veneto si muovevano i primi passi di organizzazione e lotta dei facchini della logistica, un movimento operaio e migrante che all’oggi definisce uno sei settori di classe più determinati e combattivi. L’Emilia è stato il luogo dove a partire dal 2011 questa movimentazione si è espansa con più repentinità e con adesioni massicce al sindacato SI Cobas, con una sequenza di mobilitazioni che, partite da Piacenza, si sono diffuse a Bologna e quindi a Modena, con un’altra serie di vertenze sparse per le province. Una mobilitazione dura, che ha sempre subito il compattamento di tutte le controparti istituzionali quando le vertenze sono andate a colpire su punti alti. Sono ormai decine gli arresti, centinaia e centinaia le denunce, ma nonostante questo la tenuta del processo di organizzazione è stata continua.

Il Sindacalismo confederale, da sempre assente con i lavoratori e complice delle strategie padronali e cooperative del settore, è diventato ultimamente una delle controparti esplicite, in particolare a partire dalla lotta a FedEx-TNT. Qui infatti non solo la CGIL ha costruito iniziative contro gli scioperi del SI Cobas, ma ha anche avuto un ruolo negli arresti dei leader sindacali Carlo e Arafat. Quando si è inoltre “scoperto” (nonostante la questione fosse evidente e denunciata da mesi) che l’azienda ha voluto chiudere lo stabilimento piacentino, sono emersi degli audio in cui alcuni sindacalisti CGIL di fatto agevolavano questo passaggio. Per questo lo scorso 11 aprile il SI Cobas di Piacenza ha lanciato una contestazione davanti alla sede confederale, vicenda che si è ripetuta a Bologna il 26 aprile, con un’iniziativa del SI Cobas davanti alla Camera del Lavoro. Le sedi confederali sono state in entrambi i casi presidiate dal servizio d’ordine della CGIL, composto per lo più da persone bianche di mezza età, dirigenti e burocrati del sindacato, e quasi nessun lavoratore. A contestare invece operai e operaie per lo più migranti, la nuova forza lavoro internazionale che ha alzato la testa nella logistica.

A Bologna la parola degli operai era chiara: in un magazzino come TNT, su 150 lavoratori ci sono 150 tessere del SI Cobas. L’azienda però non riconosce il sindacato di base e chiama la CGIL a firmare accordi. Dal presidio del sindacato di base si diceva dunque: “Il sindacato lo scelgono i lavoratori”, mostrando anche le complicità CGIL nell’avallare le strategie padronali. Al di là delle dichiarazioni di rito dei partiti e degli altri confederali che hanno solidarizzato con la CGIL, è stata interessante la reazione della CGIL stessa. Incapace di rispondere sui contenuti della protesta, i dirigenti hanno criticato la Questura per aver permesso l’iniziativa sotto la loro sede e lanciato generici appelli all’unità dei lavoratori. Per il “cuore rosso” dell’Emilia queste iniziative producono un certo shock e sconcerto nella Sinistra dei palazzi, che fatica a non misurarsi su uno scollamento ormai consolidato con il “mondo reale”. Al di là degli effetti immediati delle vertenze su cui si sta giocando la contrapposizione tra facchini e CGIL, questi fatti avranno sviluppi profondi nei prossimi tempi.

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Negli Stati Uniti, l’attività di polizia può essere fatta risalire alle “ slave patrols”* del diciannovesimo secolo, composte da giovani uomini bianchi. In Israele, le forze di sicurezza hanno radici nell’Haganah, un gruppo di milizie sioniste coinvolte nella pulizia etnica della Palestina.

Fonte: english version

Jessica Buxbaum – 15 aprile 2021

Foto di copertina: Le reclute dell’Haganah marciano da un campo segreto utilizzato dall’organizzazione prima di essere inviate nelle sicure colonie ebraiche periferiche. Foto | AP

HAIFA, ISRAELE – La violenza di Stato israeliana si manifesta in diversi modi: uccisioni di polizia, demolizioni di case, sfollamenti e detenzioni, ma ognuno è fondato sulla stessa ideologia colonialista che dura da decenni

Negli Stati Uniti, l’attività di polizia può essere fatta risalire alle  “slave patrols” del diciannovesimo secolo progettate per controllare e sopprimere i neri. In Israele, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e l’agenzia di sicurezza israeliana, Shin Bet, hanno radici nell’Haganah, un gruppo di milizie sioniste coinvolto nella pulizia etnica della Palestina (nota come Nakba) prima che Israele diventasse uno Stato.

Le organizzazioni ramificate dell’Haganah, Irgun e Lehi, hanno commesso atrocità come il massacro di Deir Yassin. Il 9 aprile 1948, questi combattenti sionisti presero d’assalto il villaggio di Deir Yassin, “giustiziarono più di 100 uomini, donne e bambini, e poi bruciarono i loro corpi.”

La storia israeliana dell’Haganah cerca spesso di dissociarlo dalle organizzazioni paramilitari di destra Irgun e Lehi, ma i massacri erano una parte centrale della strategia dell’Haganah. Durante la Nakba, l’Haganah eseguì bombardamenti, esecuzioni e persino evirazioni.

Miko Peled, un attivista per i diritti umani il cui padre  prestò servizio nell’esercito israeliano e faceva parte dell’Haganah, considera il gruppo sionista un’organizzazione terroristica.

“La loro intera esistenza era dedicata a perseguire la pulizia etnica della Palestina. E non c’è altro modo di eseguire la pulizia etnica se non terrorizzando la popolazione”, ha detto Peled, aggiungendo:

“L’Haganah divenne l’esercito israeliano dopo il maggio del 1948, ma in termini di modalità di operazioni e ideologia, erano in realtà la stessa organizzazione terroristica glorificata ora come esercito”.

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Membri della milizia sionista camminano davanti a un hotel arabo bombardato dall’Haganah a Gerusalemme, il 6 maggio 1948. Jim Pringle | AP

Mentre l’IDF proviene dall’Haganah, la polizia israeliana proviene dalle forze di polizia palestinesi. Fondata dagli inglesi, l’organizzazione è passata da un’istituzione che alla sua fondazione nel 1920 era  principalmente palestinese, a una per lo più composta da ufficiali britannici ed ebrei nel 1948.

In particolare, le forze ebraiche dominavano il Notrim, un ramo del servizio di difesa degli insediamenti ebraici. La maggioranza dei suoi membri furono reclutati dall’Haganah. Il Notrim è diventato quello che oggi è conosciuto come la Polizia Militare israeliana. Tra il 1947 e il 1948, gli agenti di polizia palestinesi si unirono alle forze arabe per difendere la Palestina, mentre la polizia ebraica collaborò con le milizie sioniste.

Peled ha spiegato che queste interconnessioni tra le diverse forze di polizia e militari esistono ancora:

“La polizia, l’esercito e lo Shabak (Shin Bet) lavorano tutti insieme. Molti ufficiali si congedano dall’esercito ed entrano nella polizia o nello Shabak. Sono stati tutti cresciuti  con la stessa ideologia e metodologia, e  con il principio che le vite palestinesi non contano”.

La violenza e le convinzioni razziste delle”slave patrols” , dell’Haganah e delle forze di polizia palestinesi si possono vedere ancora oggi nella polizia americana e nell’esercito israeliano.

L’emergenza della violenza poliziesca in Israele e Palestina

Il 29 marzo, la madre di Munir Anabtawi chiese l’intervento della polizia per farsi aiutare a dissuadere il figlio mentalmente instabile, che brandiva un coltello, nella loro casa nel quartiere Wadi Nisnas di Haifa. La polizia arrivò, ma invece di risolvere la situazione, un agente sparò due volte al petto di  Anabtawi, uccidendolo.

L’episodio  suscitò rinnovata preoccupazione per il trattamento riservato dalla polizia israeliana alle comunità emarginate, in particolare ai palestinesi con e senza cittadinanza israeliana.

Anabtawi, 33 anni, era un cittadino palestinese di Israele. La sua uccisione è ancora sotto inchiesta, ma l’ufficiale che lo ha ucciso è ora tornato in servizio dopo che il Ministero della Giustizia israeliano ha accettato la sua versione di aver sparato per legittima difesa. Secondo l’ufficiale, Anabtawi  aveva cercato di pugnalarlo. Un coltello  venne rinvenuto sulla scena.

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Palestinesi della città occupata di Haifa protestano dopo l’omicidio di Munir Anabtawi, il 30 marzo 2021. Foto | Activestills

Sia il Ministro di Pubblica Sicurezza Amir Ohana che il Comandante in Capo della Polizia si sono schierati a sostegno dell’ufficiale.

Alber Nahas, l’avvocato della famiglia Anabtawi, contesta la logica dell’autodifesa della polizia. Sostiene che la polizia è professionale e dovrebbe sapere come evitare la degenerazione di uno scontro senza uccidere un individuo.

“Avrebbero potuto sparargli alle gambe, non al petto”, ha detto Nahas.

La polizia israeliana ha imposto un ordine di riservatezza sul caso di Anabtawi per evitare ulteriori denunce. La famiglia di Anabtawi ha richiesto che l’autopsia fosse eseguita dal proprio rappresentante. Tuttavia Nahas ha detto che i risultati dell’autopsia rimangono sconosciuti a causa dell’ordine di riservatezza.

Il giorno dopo la morte di Anabtawi, la folla si  riunì sventolando bandiere palestinesi davanti alla casa della sua famiglia per protestare contro l’omicidio.

Nelle ultime settimane, sono iniziate imponenti manifestazioni nelle comunità palestinesi all’interno di Israele per protestare contro la brutalità della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele e per la cattiva gestione della violenza derivante dal crimine organizzato da parte delle forze dell’ordine.

Le riprese video di una protesta di febbraio a Umm al-Fahm, nel nord di Israele, mostrano agenti di polizia che impiegano un uso eccessivo della forza contro i partecipanti. Il largo impiego di gas lacrimogeni e granate stordenti da parte della polizia ha procurato a un manifestante lesioni che hanno richiesto un intervento chirurgico alla testa.

A febbraio, Ahmad Hejazi, un cittadino palestinese di Israele che stava semplicemente camminando,rimase ucciso quando la polizia aprì il fuoco durante una incursione.

Queste azioni hanno spinto le organizzazioni per i diritti umani come Adalah, The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel (Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe in Israele) e membri palestinesi del parlamento israeliano ad accusare gli agenti di polizia di considerare i cittadini palestinesi come nemici dello Stato.

“L’uccisione del 33enne Munir Anabtawi è semplicemente la continuazione del trattamento aggressivo praticato dalla polizia nei confronti dei cittadini arabi”, ha dichiarato al “Times of Israel” Ayman Odeh, capo della Lista Congiunta, una coalizione dei principali partiti politici arabi di Israele. “La polizia vede i cittadini arabi come nemici, non come cittadini uguali”.

Secondo il Mossawa Center, un’organizzazione per la difesa dei palestinesi in Israele, la polizia israeliana ha ucciso 62 cittadini palestinesi di Israele e 47 di queste morti possono essere attribuite al razzismo. Suha Salman Mousa, direttore esecutivo di Mossawa, ha spiegato come questa violenza sia intrinsecamente razzista.

“Dal 2000 vediamo che il Capo della Polizia, gli agenti di polizia e l’intero sistema stanno discriminando i cittadini arabi di Israele. E questo fa parte del razzismo di cui soffriamo. Soffriamo di razzismo sotto forma di brutalità della polizia, soffriamo di razzismo nelle leggi approvate dalla Knesset (parlamento israeliano) e soffriamo di razzismo con la demolizione di case. Soffriamo di razzismo in tutti gli aspetti della vita, e uno di questi è la brutalità della polizia”.

Black Lives Matter, Palestinian Lives Matter (La vita dei neri conta, la vita dei palestinesi conta)

L’anno scorso, sulla scia degli orribili omicidi della polizia di Breonna Taylor e George Floyd e della rinascita del Movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti, Palestina e Israele  hanno avuto il proprio Movimento Palestinian Lives Matter.

Il 30 maggio 2020, la polizia di frontiera israeliana  uccise Iyad Hallak, un uomo palestinese con autismo, a Gerusalemme. Il motivo dell’esecuzione? Gli agenti sospettavano che Hallak fosse armato. Dopo la sua morte si scoprì che non aveva  nessuna arma.

Palestinesi e attivisti israeliani fecero una comparazione tra la morte di Floyd e quella di Hallak. Il volto di George Floyd è stato dipinto sul Muro dell’Apartheid, la barriera che separa la Cisgiordania e Israele. Gli attivisti che manifestarono contro l’uccisione di Hallak a Tel Aviv e Gerusalemme  brandivano cartelli con la scritta “Palestinian Lives Matter”, un ovvio riferimento alla lotta per i diritti civili in corso negli Stati Uniti.

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Il  murale raffigurante George Floyd sul muro dell’apartheid israeliano nella città palestinese di Betlemme, 9 aprile 2021. Maya Alleruzzo |  AP

L’uccisione di Anabtawi riporta alla mente quella di Hallak. ” Secondo la sorella , Anabtawi avrebbe potuto essere arrestato senza sparargli, “, ha detto il membro palestinese della Knesset Ahmad Tibi. “I nomi Iyad Hallak e Mustafa Yunis Zel, morti per mano di agenti dal grilletto facile, ritornano.”

Proprio come gli afroamericani sono visti come sospetti dalla polizia statunitense, così i palestinesi dalle forze israeliane.

“Ogni volta che la polizia vede un arabo, diventa immediatamente un bersaglio”, ha detto ad Al-Monitor, pochi giorni dopo la sua morte, uno dei parenti di Hallak, Hatem Awiwi.

Per Mousa, la violenza della polizia negli Stati Uniti e in Israele-Palestina è il prodotto di un problema diffuso condiviso: “Se lo si paragona con il Movimento Black Lives Matter e gli agenti di polizia negli Stati Uniti, è il razzismo. È quasi la stessa cosa.”

Un connubio tra polizia israeliana e americana

La polizia americana ha ucciso 1.127 persone nel 2020, il 28% di coloro che sono stati uccisi erano afroamericani; la popolazione afroamericana degli Stati Uniti è poco più del 12%.

Dall’altra parte del mondo, in Palestina-Israele, i numeri raccontano una storia simile. Nel 2019, si sa che dalla polizia sono state uccise 13 persone, 11  delle quali erano palestinesi e altre due erano di origine etiope.

Nonostante la differenza nelle statistiche, un continuo scambio di pratiche militanti e tattiche illegali accomuna le due organizzazioni.

Nel 2002, il Jewish Institute for National Security Affairs (Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale – JINSA) ha avviato uno scambio tra le forze di polizia israeliane e americane. Il suo successo ha dato vita a un programma di scambio ufficiale tra gli alleati, in base al quale ogni anno centinaia di agenti di polizia americani si recano in Israele per l’addestramento con il personale militare e di polizia. Altre migliaia partecipano a conferenze e seminari guidati da funzionari israeliani negli Stati Uniti.

Secondo un rapporto del 2018 di Researching the American-Israeli Alliance (Ricerca sull’Alleanza Americano-Israeliana – RAIA), mentre gli scambi sono propagandati come un’opportunità per la polizia americana di collaborare con un alleato straniero e acquisire una preziosa esperienza antiterrorismo, in realtà rafforzano le pratiche discriminatorie insite nelle forze dell’ordine. In particolare, questi scambi migliorano le strategie di sorveglianza, profilazione razziale e repressione forzata delle proteste tra gli agenti di polizia americani. RAIA ha scritto:

“Al loro ritorno, gli agenti delle forze dell’ordine statunitensi implementano le pratiche apprese dall’uso israeliano della sorveglianza invasiva, profilazione razziale e forza repressiva contro il dissenso. Piuttosto che promuovere la sicurezza per tutti, questi programmi facilitano uno scambio di metodi di violenza e controllo statale che mettono in pericolo tutti noi”.

Nel complesso, questa “israelizzazione” della polizia statunitense porta a una maggiore militarizzazione di una forza di polizia già fortemente militarizzata.

In Israele, i cittadini sono obbligati a trascorrere due anni nell’esercito. L’avvocato della famiglia Anabtawi ha detto che gli piacerebbe credere che gli agenti di polizia provenienti dall’IDF capissero la differenza tra un cittadino e un nemico. Alber Nahas ha spiegato:

“Quando sei con l’esercito, stai combattendo il nemico. Se stai combattendo il nemico, è più facile sparare, uccidere il nemico, ma la polizia non dovrebbe guardare il popolo arabo, i cittadini all’interno del paese, come nemici. Quindi, il governo dovrebbe istruire meglio la polizia in modo che ciò non accada.

Perché le statistiche ci dicono che ci sono più arabi che non arabi uccisi dai poliziotti. E questo non dovrebbe essere umanamente accettabile.”

Jessica Buxbaum è una giornalista con sede a Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è stato pubblicato su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.

* Slave Patrols (pattuglie degli schiavi), squadroni composti da volontari bianchi autorizzati a far rispettare le leggi relative alla schiavitù. Queste pattuglie cercavano gli schiavi fuggiti e li restituivano ai padroni, sopprimevano le rivolte degli schiavi e punivano gli stessi, ritenuti colpevoli di aver violato le regole del lavoro nelle piantagioni. I membri delle Slave Patrols inoltre potevano entrare con la forza nelle case di chiunque, indipendentemente dalla loro razza o etnia, sulla base del sospetto che stessero dando rifugio a persone scampate alla schiavitù. Le prime Slave Patrols sorsero nella Carolina del Sud all’inizio del 1700.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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di Mario Tronti da Machina

«Quando il giovane Kautsky domandò a Marx se egli non pensava di pubblicare una edizione completa delle sue opere, Marx rispose: “Queste opere devono prima di tutto essere scritte”. Se si pensa che fu data nel 1881, questa risposta acquista un senso più profondo di quanto non appaia a prima vista. È chiaro che la ricerca marxista non può esaurirsi oggi in una Marx-philologie: perché sarebbe questa veramente la morte del marxismo. È altrettanto chiaro però che da qui bisogna partire, se si vuole riprendere un discorso che con l’opera di Marx abbia un rapporto non di fedeltà – che è atteggiamento passivo – ma di coerenza – che è rapporto attivo di conoscenza e di sviluppo insieme». Così Mario Tronti conclude la prima parte dell’introduzione agli Scritti inediti di economia politica di Marx (inediti in lingua italiana), pubblicati da Editori Riuniti nel 1963 e da lui stesso tradotti. Attraverso questi brani e frammenti, Tronti anticipa anche la rivoluzionaria lettura operaista dei Grundrisse, che in Italia sarebbero stati tradotti solo alcuni anni dopo. Complessivamente, ci fa seguire tutto il cammino marxiano nell’analisi dell’economia politica, dall’inizio fino alla sua lenta morte, il suo ribaltarla dall’interno, mostrando come ciò che sembra un elemento naturale ed eterno è in realtà una forma storica, che dunque può essere rotta e sovvertita. Perché, questo è il punto, «critica dell’economia politica vuol dire per Marx critica del capitalismo». Questa introduzione – purtroppo non più riproposta prima d’ora – è perciò un testo formidabile e fondamentale per comprendere Marx, per condurlo contro e oltre il marxismo, e anche oltre se stesso; è decisivo per comprendere lo straordinario stile trontiano nell’afferrare la radice dei problemi e rovesciarla dal punto di vista della lotta di classe. Portandoci laddove possiamo vivere interamente «il dramma felice del teorico marxista, che si trova a voler distruggere l’oggetto del proprio studio; anzi, a studiare l’oggetto esattamente per distruggerlo: l’oggetto della propria analisi è il proprio nemico».

* * *

Queste pagine sono state scritte da Marx in periodi differenti della sua vita. Messe insieme danno subito questo primo risultato: di segnare e abbracciare tutto l’arco di sviluppo del suo pensiero. Le date sono di per sé eloquenti: 1844, 1858, 1867, 1881-82. E subito ci richiamano alla mente opere e vicende già note, già conosciute: i Manoscritti economico-filosofici, Per la critica dell’economia politica, il Capitale, gli ultimi anni terribili della vita di Marx. Il filo che le tiene insieme e non solo il nome di Marx, ma anche, e direi soprattutto, l’oggetto specifico della ricerca che Marx conduce dall’inizio alla fine della sua vita intellettuale. L’oggetto è in generale l’economia e il suo carattere specifico è dato dal significato politico che essa assume all’interno del rapporto sociale di tipo capitalistico; e questo è il secondo risultato che si può ricavare dalla somma di questi scritti.

Cominciamo dal primo. Lo stesso incontro di Marx con i problemi economici è significativo. Sono molto noti quei passi della Prefazione del ’59 a Per la critica dell’economia politica, dove egli racconta e riassume quelle sue prime esperienze. La sua specialità sono dapprima gli studi giuridici, visti e compresi, in senso hegeliano, come parte integrante di studi filosofici e storici, tra loro immediatamente unificati. È soltanto dopo la Doktordissertation, dopo Democrito ed Epicuro, dopo la filosofia della natura di Hegel, dopo lo studio di Aristotele, di Spinoza, di Leibniz, di Rosenkranz, dopo altre numerose letture di ordine prevalentemente storico, è soltanto allora, all’inizio del 1842, che si incontra con la «Rheinische Zeitung» e ne diventa redattore prima e direttore poi[1]. Qui viene posto per la prima volta dinanzi all’obbligo imbarazzante di esprimere la sua opinione «a proposito di interessi cosiddetti materiali». Segue i dibattiti al Landtag renano, prima su questioni politiche più generali, come la libertà di stampa, poi su questioni concrete più particolari, come la legge sui furti di legna, la questione del frazionamento della proprietà fondiaria, la situazione dei vignaiuoli della Mosella, la discussione su libero scambio e protezionismo[2]. Qui Marx mette «i piedi a terra». È in questa occasione che si occupa per la prima volta di «problemi economici».

Ma la sua collaborazione alla «Gazzetta renana» si esaurisce nel giro di un anno. La censura prussiana non dà pace, e a uno dei tanti tentativi di dare un indirizzo più moderato al giornale, Marx se ne allontana senza esitazioni. Scrive a Ruge: «…L’atmosfera è diventata troppo pesante per me. È brutto compiere lavori servili anche per la libertà e combattere a colpi di spillo quando invece occorrerebbe il martello. Mi sono stancato dell’ipocrisia, della stupidità, di questa rozza autorità e di questo nostro piegarci, curvarci, chinare le spalle e sofisticare con le parole... In Germania non posso combinare più nulla. Qui si falsifica se stessi»[3]. Qualche tempo più tardi dirà: «…L’aria di qui rende servi». Perché in Germania è sopravvenuta una vera anarchia dello spirito, il regime stesso della stupidità: occorre allora trovare un nuovo punto di raccolta per le menti che pensano e che vogliono essere indipendenti. Parigi, l’antica scuola superiore di filosofia, appare ormai come la nuova capitale del mondo nuovo: a Parigi dunque[4]! I «Deutsch-Französischen Jahrbücher», il principio gallo-germanico, il cuore francese e la testa tedesca, il cuore rivoluzionario e la testa riformista, sono tesi provvisorie non più per una riforma della filosofia – come in Feuerbach –, ma per una rivoluzione nel vecchio mondo – come in Marx.

Gli «Annali franco-tedeschi» fanno letteralmente esplodere il genio di Marx. La Judenfrage conclude idealmente questo periodo della sua vita, questa prima presa di contatto pratica col mondo, questa sua prima partecipazione attiva alle lotte politiche del tempo; ed è nello stesso tempo la scoperta dei limiti «politici» della politica, il rimando a una realtà che sta al di qua della politica, come la terra sta al di qua del cielo. Ma la Questione ebraica è solo l’espressione pubblica, la forma esterna, il significato essoterico della Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico. Dopo questo lavoro non poteva esserci per Marx che la critica dell’economia politica.

Quando esce dalla scena pubblica per ritirarsi nella stanza da studio, il programma di Marx è già questo. «Nel maggio 1844 Ruge scriveva a Feuerbach, non con l’intenzione di lodare, ma appunto perciò tanto più persuasivamente, che Marx leggeva moltissimo e lavorava con enorme intensità, ma che non portava a termine nulla, interrompeva tutto e si precipitava di nuovo sempre in uno sterminato mare di libri. Era eccitato e impetuoso, soprattutto quando aveva lavorato fino allo sfinimento e non era andato a dormire per tre o quattro notti di seguito»[5]. Il Mehring si chiede quali fossero in particolare le sue attività di studio. Noi possiamo dare oggi una risposta abbastanza precisa. È probabile che Marx abbia pensato dapprima a uno studio sulla Rivoluzione francese, e in particolare a una storia della Convenzione: c’è del materiale raccolto in questo senso, come ad esempio degli excerpta dai Mémoires di R. Levasseur sulle lotte tra montagnardi e girondini[6]. Ma è certo che la gran parte del soggiorno parigino, dall’inizio del ’44 all’inizio del ’45, Marx la impiega in uno studio serrato e accurato dei classici dell’economia politica. I nomi più importanti che troviamo sono quelli di J.B. Say, di Smith, di Ricardo, di James Mill, di Mac Culloch, di Boisguillebert, oltre che di Engels (Umrisse zu einer Kritik der Nationalökonomie)[7]. Marx legge tutti questi autori nelle traduzioni o negli originali francesi, ne ricava degli estratti, interrompe qua e là questo lavoro con delle note critiche, con delle osservazioni a margine, miste di squarci teorici originali e di invettive violente. Sono praticamente i lavori preparatori ai Manoscritti economico-filosofici. E qui propriamente si colloca l’incontro di Marx con l’economia politica. «Egli iniziò i suoi studi economici nel 1843 a Parigi con i grandi inglesi e francesi; dei tedeschi conosceva soltanto Rau e List e ne aveva a sufficienza»[8]. Inglesi e francesi avevano suggerito a Hegel il nome e il concetto di «società civile». E società civile è il termine sotto cui viene abbracciato il complesso dei rapporti materiali dell’esistenza. La totalità di questi rapporti materiali è la società. E l’anatomia della società è l’economia politica. Quelli che al tempo della «Rheinische Zeitung» apparivano come interessi materiali empirici riappaiono, a un altro livello, come rapporti materiali teorici. Il passaggio dagli uni agli altri è segnato dalla critica della politica. La legge sui furti di legna rimanda allo Stato, ma lo Stato rimanda alla società. La critica dello Stato diventa dunque critica della società. Ma l’anatomia della società è l’economia. La critica della politica diventa dunque critica dell’economia politica.

È poco noto, ma è di una certa importanza, il fatto che il 1° febbraio 1845 Marx conclude con l’editore tedesco di Darmstadt C.W. Leske un contratto che l’impegna a scrivere un’opera in due volumi dal titolo: Critica della politica e dell’economia politica[9]. Di quest’opera poi non si fece niente, ma è indicativo che, dopo i Manoscritti, questo fosse il programma di Marx. Continuò invece i suoi studi di economia a Bruxelles, dove era emigrato dopo che un decreto di Guizot lo aveva espulso da Parigi. Del soggiorno a Bruxelles e a Manchester, dove compie un breve viaggio di studi insieme con Engels, ci rimangono dodici quaderni di note e di estratti. Gli autori più importanti sono: W. Atkinson, Ch. Babbage, E. Buret, Th. Carlyle, Ch. Ganilh, J.S. Mills, E. Misselden, R. Owen, W. Petty, F. Quesnay, P. Rossi, N.W. Senior, S. de Sismondi, H. Storch, W. Thompson, Th. Tooke, A. Ure: nomi più che familiari ai lettori delle maggiori opere economiche di Marx[10]. Verso la fine del 1846 legge la Philosophie de la misère di Proudhon: due giorni dopo ne dà una prima critica nella famosa lettera ad Annenkov del 28 dicembre 1846[11]. Segue a metà del ’47 la sua risposta particolareggiata: Miseria della filosofia, praticamente il primo lavoro economico pubblicato da Marx. Nell’«Atelier démocratique» di Bruxelles del 29 settembre 1847 appare: Le protectionisme, le libre-échange et la classe ouvrière[12], una prima esposizione forse di quello che sarà poi il più famoso Discorso sulla questione del libero scambio, pronunciato all’Association Démocratique di Bruxelles, il 9 gennaio 1848[13]. Sono di questo periodo – seconda metà di dicembre del ’47 – le conferenze all’Associazione degli operai tedeschi di Bruxelles su Lavoro salariato e capitale, di cui ci rimangono le parti pubblicate sulla «Neue Rheinische Zeitung» nell’aprile del ’49[14] e un manoscritto di circa sedici pagine sul «salario», che si trova in un quaderno datato: Bruxelles, dicembre 1847[15].

Ma prima febbraio poi giugno, rivoluzione e controrivoluzione nel ’48 e nel ’49, interrompono gli studi economici di Marx. Ed è questo un passaggio importante, il più importante che ci sia stato forse nella vita di Marx. Gli annali rivoluzionari del ’48 portano come titolo: disfatta della rivoluzione. Ma ciò che venne battuto in quella disfatta non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora sviluppati e acuiti fino a diventare violenti contrasti di classe. «Il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell’insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario»[16]. Il cammino della rivoluzione è il cammino stesso di Marx. Il 15 aprile del 1849, Marx si dimette dal comitato regionale delle associazioni democratiche: perché queste associazioni racchiudono in sé troppi elementi eterogenei; perché è il momento di sostituire a esse un più stretto collegamento delle associazioni operaie che, sole, racchiudono in sé elementi omogenei. Così l’Associazione operaia di Colonia si stacca dalla Lega delle associazioni democratiche renane e convoca un congresso provinciale delle sole associazioni operaie. Così il 19 maggio esce l’ultimo numero della «Neue Rheinische Zeitung», stampato interamente in rosso, con il canto d’addio di Freiligrath e con il grido di «Viva la repubblica rossa». Marx aggredisce con violenza il governo: «A che scopo le vostre insulse menzogne, le vostre frasi ufficiali? Noi non abbiamo riguardi, ne pretendiamo che li abbiate voi. Quando verrà il nostro turno non risparmieremo il terrorismo»[17]. Il ’48 è morto, tutte le illusioni democratiche sono cadute; ormai è chiaro che nessuna rivoluzione può vincere, se la vittoria non viene conquistata dalla classe operaia rivoluzionaria. Occorre un’azione autonoma del movimento operaio, che non può più identificarsi con le richieste sia pure avanzate della borghesia radicale. Il risultato del ’48 in Francia è una sintesi della restaurazione e della monarchia di luglio, è il regime universale della classe borghese, il regno anonimo della repubblica. E la repubblica, invece che un’arma rivoluzionaria contro l’ordine borghese, è diventata la ricostruzione politica di questo, la «restaurazione politica della società borghese». Per la nuova edizione della «Neue Rheinische Zeitung», «Politisch-oekonomische Revue», Marx scrive tra il gennaio e il marzo del ’50 Le lotte di classe in Francia, résumé classico e giudizio storico definitivo sul ’48 non solo francese, ma europeo.

Nell’ultimo numero della rivista, che porta la data del 1° novembre 1850, appare una rassegna politico-economica degli avvenimenti che vanno dal maggio all’ottobre. Marx sostiene qui che, in ultima istanza, la crisi politica del 1848 trova la sua origine nella crisi commerciale inglese del 1847 e che d’altra parte la prosperità del commercio e dell’industria inglese, riapparsa nel corso del ’48 e cresciuta nel ’49, ha tarpato le ali a uno sviluppo vittorioso della rivoluzione. Tanto il periodo della crisi che quello della prosperità sopravvengono sul Continente più tardi che in Inghilterra. «Il successo iniziale lo si trova sempre in Inghilterra; essa è il demiurgo del cosmo borghese...». Se quindi le crisi provocano rivoluzione prima nel Continente, tuttavia la loro causa si deve trovare sempre in Inghilterra. Nel momento presente «data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si sviluppano con quella sovrabbondanza che è, in generale, possibile nelle condizioni borghesi, non si può parlare di una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi in cui entrambi questi fattori, le forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto tra di loro. Le diverse beghe, a cui attualmente si abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito continentale dell’ordine e in cui si compromettono a vicenda, ben lungi dal fornire l’occasione di nuove rivoluzioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base dei rapporti è momentaneamente così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese. Contro di essa si spezzeranno tutti i tentativi reazionari di arrestare l’evoluzione borghese, come tutta l’indignazione morale e tutti i proclami ispirati dei democratici. Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una però è altrettanto sicura quanto l’altra»[18].

Era necessario soffermarci su questi avvenimenti per dimostrare la continuità storica e la coerenza logica interna al pensiero di Marx. Tutti sanno che è proprio nel novembre del ’50, a Londra, che Marx si ritira di nuovo dalla scena pubblica nella stanza da studio e riprende quindi, a un livello di molto superiore, i suoi studi di economia. Come nel ’43 era arrivato, proprio attraverso a una critica del «cielo» dello Stato politico, alla necessità di toccare la «terra» della società civile; così ora, nel ’50, è proprio attraverso la critica della democrazia politica che arriva alla necessità della rivoluzione sociale. Come allora aveva scoperto la Francia di fronte alla Germania, così ora scopre l’Inghilterra di fronte all’Europa. Se allora c’era ancora soltanto la categoria astratta del proletariato, ora c’è ormai la realtà concreta della classe operaia. Se allora partiva dalle ipotesi di una società borghese in astratto, ora arriva alla tesi di una società capitalistica in concreto. Come allora la mediazione era stata la politica teorica, ora la mediazione è stata la rivoluzione pratica. Se dopo il ’43 non poteva che esserci la critica dell’economia politica, dopo il ’48 non può che esserci il Capitale.

Non solo. C’è in questo momento, da parte di Marx, lo stesso moto di disgusto nei confronti di una pratica, intesa in senso «sordidamente giudaico», come già altra volta espresso; c’è la percezione esatta del contrasto che si stabilisce in certi momenti storici tra la meschinità degli interessi politici quotidiani e l’immensità dei compiti teorici di sviluppo e di prospettiva. Uno di quei momenti in cui – come diceva Engels – «il pane politico quotidiano diventa in generale sempre più secco»[19]. Marx gli scrive: «...mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu e io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri princípi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»[20]. Ed Engels risponde: «Nelle prossime vicende possiamo e dobbiamo assumere questa posizione. Non soltanto nessuna posizione ufficiale, nello Stato, ma anche, finché è possibile, nessuna posizione ufficiale nel partito, nessun seggio in comitati ecc., nessuna responsabilità per conto di somari, critica spietata per tutti, e inoltre quella serenità che tutte le cospirazioni di queste teste di pecora non ci leveranno davvero. E questo possiamo farlo. Possiamo nella realtà essere sempre più rivoluzionari di tutti i frasaioli, perché noi abbiamo imparato qualche cosa e loro no, perché noi sappiamo che cosa vogliamo e loro no...»[21]. Comincia di qui, da queste amare considerazioni, il lungo periodo che vedrà separati per lungo tempo i due amici: Engels a Manchester, sulla via di diventare un grande cotton-lord, come diceva scherzosamente la signora Jenny, e Marx a Londra, o meglio al British Museum di Londra, sepolto, dalle nove del mattino alle sette di sera, sotto una quantità enorme di materiali per la storia dell’economia politica.

Marx pensava allora di finire la sua Economia entro poche settimane. Scriveva a Engels il 2 aprile 1851: «Sto tanto avanti che entro cinque settimane sarò pronto con tutta questa merda economica. Et cela fait, porterò a termine a casa il lavoro sull’Economia e nel British Museum mi butterò su di un’altra scienza. Ça commence à m’ennuyer. Au fond questa scienza da A. Smith a D. Ricardo in poi non ha più fatto progressi, per quanto molto anche si sia fatto in singole ricerche, spesso molto delicate»[22]. Ed Engels: «Sono contento che tu abbia finalmente finito con l’Economia. La cosa si è trascinata davvero troppo per le lunghe, e finché tu hai ancora da leggere un libro che tu ritenga importante, non ti metti mai a scrivere»[23]. E tanti dovevano essere i libri che Marx riteneva importanti, se non si mise a scrivere prima degli anni 1857-58. Nei Grundrisse der Kritik der politischen Oekonomie, pubblicati per la prima volta in due volumi a Mosca, nel 1939-41, e ripubblicati in volume unico da Dietz a Berlino nel 1953[24], noi troviamo quaderni di estratti dai Principles di Ricardo, sul denaro, il valore, la rendita, prezzo naturale e prezzo di mercato, il salario, il profitto, le imposte: e sappiamo che questi quaderni risalgono al ’50-51. Nello stesso testo troviamo l’Einleitung del ’57 (pp. 3-31), il capitolo sul denaro (pp. 33-148) scritto nell’ottobre del 1857, il capitolo sul capitale (pp. 149-762) scritto tra ottobre-dicembre 1857 e gennaio-marzo 1858: lavori preparatori ambedue a Per la critica dell’economia politica e al Capitale. Vi troviamo ancora estratti da Bastiat e da Carey che risalgono al luglio del 1857 e un indice dei quaderni scritti dall’agosto ’57 al marzo ’58. Fa parte infine di questa raccolta il testo primitivo del capitolo conclusivo di Per la critica dell’economia politica. Ora, questi Grundrisse sono l’unico testo che abbiamo per documentare gli studi, le ricerche, i lavori di Marx in questo periodo a Londra. Ed è facile notare una grossa lacuna tra gli anni ’50-51 e gli anni ’57-58.

Sappiamo che gli estratti dal libro di Ricardo sono il quarto di una serie di 24 quaderni, che comprendono i seguenti temi: merce, denaro, capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria, commercio internazionale, storie della tecnologia e delle invenzioni, credito, problema demografico, storia economica, storia dei costumi, mercato mondiale, sistema coloniale ecc. Questi quaderni furono riempiti da Marx tra il settembre del 1850 e l’agosto del 1853. Seguono a essi, dal settembre ’53 al maggio ’54, quattro quaderni relativi alla storia della questione d’Oriente[25].

Ebbene, di tutti questi lavori niente è stato pubblicato. Una lista provvisoria di questi manoscritti inediti è conservata nell’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. Sono per lo più quaderni di estratti e di note compilati da Marx tra il ’51 e il ’58. Eccone un primo elenco[26]. I quaderni del 1850 contengono, tra giugno e settembre, una storia economica del decennio 1840-50, sulla scorta dell’«Economist» di Londra: è evidentemente il lavoro che sta alla base di quella rassegna politico-economica che ha concluso la vita della «Neue Rheinische Zeitung», il 1° novembre 1850. Dello stesso anno ci sono estratti da J.S. Mill, Fullarton, Tooke (fine settembre), di Blake, Gilbart, Garnier, Senior, Reitemeier (ottobre-dicembre). Nei quaderni del ’51, Marx affronta la rendita fondiaria in Ricardo, la circolazione monetaria in Jacob, in Bailey, in Loyd, in Carey; legge Hume, Locke, John Gray e poi Bosanquet, Tooke, Torrens; rilegge Smith e Ricardo, questa volta in inglese; legge gli italiani Serra e Montanari; studia Malthus; consulta inoltre opere sulla colonizzazione e sul commercio degli schiavi, come i libri di Prescott, Buxton, Howitt; studia il denaro e la banca nei libri di G. Julius e Hardcastle; legge libri sulla storia della tecnologia e sull’agronomia. È di questo periodo un manoscritto incompiuto che porta il titolo: Das vollendete Geldsystem[27]. Nei quaderni del ’52 ci sono estratti di opere sulla storia della colonizzazione e sulla storia del feudalesimo, nei libri di Hüllman, Dalrymple, Bouterwek e altri. Nei quaderni del ’53-54 estratti di opere di Opdyke, Banfield, Spencer, e poi libri sull’India e la Spagna. Tra il novembre del ’54 e il gennaio del ’55, Marx raccoglie molto materiale intorno alle differenti teorie sul corso dei cambi, in un manoscritto anch’esso incompiuto dal titolo: Geldwesen, Kreditwesen, Krisen[28].

Ma è solo nel gennaio del ’57 che Marx mette mano al «capitolo sul denaro». E tra il febbraio e l’aprile scrive: il denaro come mezzo internazionale di scambio e di pagamento; i metalli nobili come portatori del rapporto di scambio; apparizione della legge di appropriazione nella circolazione semplice. Nell’aprile del ’57 comincia il «capitolo sul capitale»: trasformazione del denaro in capitale. Tra l’agosto e il settembre scrive l’Einleitung famosa che doveva servire da introduzione a Per la critica... Nel novembre-dicembre riprende il «capitolo sul capitale»: processo di produzione, processo di valorizzazione, plusvalore e profitto, accumulazione del capitale. Marx lavora moltissimo: per lo più fino alle quattro del mattino. Perché ora è un lavoro doppio: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia... 2) la crisi attuale[29]... Infatti il 1857 è un anno di crisi: comincia negli Stati Uniti – e Marx se ne accorge quando il «New York Daily Tribune» lo mette a mezza paga – e poi di lì passa in Inghilterra e nel Continente. «Per quanto mi trovi personalmente in financial distress, dal 1849 in poi non mi sono mai sentito tanto cosy come con questo outbreak»[30]. E Jenny Marx scriveva a Konrad Schramm: «Sebbene noi risentiamo parecchio sulla nostra borsa gli effetti della crisi americana, Lei può benissimo immaginarsi quanto il Moro sia su d’umore. È tornata tutta la sua vecchia capacità e facilità di lavoro e anche la freschezza e la serenità dello spirito…»[31].

Nel ’50 Marx aveva detto: una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. Ora è proprio lo scoppio della crisi e quindi la possibile ripresa della rivoluzione che lo spinge a mettere per iscritto il risultato delle sue lunghe ricerche. Nella «schifenza borghese degli ultimi sette anni» – come diceva Engels –, era difficile uscire fuori con una parola nuova, perché nessuno l’avrebbe raccolta, nessuno l’avrebbe capita. Ora invece era necessario riapparire davanti al pubblico tedesco, per dire «che siamo sempre qui, sempre gli stessi». Ma soprattutto per dare un contributo pratico allo sviluppo imminente della rivoluzione europea. A parte gli articoli sulla «crisi economica europea» apparsi sul «N.Y.T.» tra il gennaio è il maggio del ’58, il primo lavoro scientifico da Marx destinato alla stampa è forse quella prima redazione di Per la critica dell’economia politica, che qui pubblichiamo e che fu scritto tra il settembre e il novembre 1858. Ma Marx non era affatto contento del risultato. Nel corso del ’58 non solo si erano aggravate le sue condizioni economiche, ma si erano accentuati alcuni malanni fisici contro i quali doveva lottare. Scrive a Lassalle il 12 novembre 1858: «Per quanto riguarda il ritardo nell’invio del manoscritto, prima me lo impedì la malattia e poi altri lavori, che erano rimasti arretrati e che dovetti fare per guadagnare qualcosa. Ma il vero motivo è questo: la materia ce l’avevo pronta; si trattava ormai sono della forma. Ma in tutto quello che scrivevo sentivo nello stile l’influenza del mal di fegato. E io ho un doppio motivo per non permettere a questo scritto di lasciarsi rovinare per ragioni di malattia: 1. Esso è il risultato di ricerche durate 15 anni, cioè del periodo migliore della mia vita. 2. Esso propugna per la prima volta in modo scientifico una importante concezione dei rapporti sociali. Ho quindi il dovere verso il partito di impedire che la cosa venga deturpata da una maniera di scrivere ottusa e legnosa... Finirò tra quattro settimane circa, dato che in fondo ho incominciato a scrivere»[32]. Ha incominciato a scrivere la stesura definitiva che concluderà il 21 gennaio 1858. Ma dei tre capitoli in programma: 1) la merce, 2) il denaro o la circolazione semplice, 3) il capitale in generale, come apparivano ancora nel testo primitivo, escono ora solo i primi due. «Ciò è un bene per due motivi. Se la cosa va, può seguire presto il terzo capitolo sul capitale. In secondo luogo, siccome per la parte pubblicata, e data la natura stessa del soggetto, i porci non potranno ridurre la loro critica a semplici improperi di tendenza, e siccome l’insieme ha un’area exceedingly seria e scientifica, costringo quelle canaglie a prendere poi rather seriously le mie idee sul capitale»[33]. Nel gennaio del ’59 scrive l’altra prefazione al suo lavoro e Per la critica dell’economia politica (Primo quaderno) è pronta per la stampa. Esce il 10 giugno presso l’editore Franz Duncker di Berlino in una edizione di 1000 esemplari. «Quelle canaglie» rispondono con la congiura del silenzio.

Ma già nell’ottobre Marx riprende i suoi studi economici al British Museum. Legge Verri e Beccaria, oltre a Jones, Bailey, Hopkins e altri. Nel gennaio 1860 affronta i Rapporti degli ispettori di fabbrica dal 1855 al 1859; legge di nuovo la Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels, insieme alle principali opere di Smith e di Ricardo e ai maggiori scritti di Malthus. Nello stesso periodo, studia di nuovo i classici della politica, Montesquieu, Locke, Hobbes, Aristotele, Platone.

Con il 1861 Marx comincia la compilazione, la stesura, la rifinitura di tutti quei materiali che entreranno a far parte dei quattro libri del Capitale. Sui lavori preparatori del Capitale bisognerà tornare in altra occasione, con un discorso a parte. Qui si possono dare solo cenni generali.

È noto che i primi a essere scritti – fra l’agosto 1861 e il giugno 1863 – furono proprio quei 23 quaderni che formano oggi il IV libro del Capitale e che Kautsky considerò opera indipendente con il titolo complessivo di Teorie sul plusvalore. È questa – secondo Engels – la vera e propria continuazione di quel primo fascicolo apparso a Berlino nel 1859[34]. La parte che doveva uscire come terzo capitolo, il capitale in generale, era già pronta alla fine del 1862. Il 28 dicembre Marx scrive a Kugelmann: «La seconda parte è ora finalmente pronta… È la continuazione del fascicolo I, ma compare come opera a sé sotto il titolo Il capitale, e Per la critica dell’economia politica solo come sottotitolo. Infatti essa abbraccia la materia che doveva costituire il terzo capitolo della prima parte, cioè “il capitale in generale”. Non vi sono quindi compresi la concorrenza dei capitali e il credito. In questo volume è contenuto ciò che gli inglesi chiamano the principles of political economy»[35]. Senonché Marx, prima di pensare a pubblicare una parte, voleva avere sotto gli occhi tutto l’insieme dell’opera. Nel ’58 la Critica dell’economia politica doveva comprendere sei libri: 1) il capitale, 2) la proprietà fondiaria, 3) il lavoro salariato, 4) lo Stato, 5) il commercio internazionale, 6) il mercato mondiale[36]. Ora la materia si è a tal punto ampliata che solo il capitale arriva a comprendere quattro libri: 1) processo di produzione del capitale; 2) processo di circolazione del capitale; 3) formazione del processo complessivo; 4) contributo alla storia della teoria[37]. Tra il ’64 e il ’65 Marx scrive la maggior parte del manoscritto del III libro. Quindi quando il 1° gennaio 1866 comincia a dare la stesura definitiva ai materiali del I libro, aveva già pronto il piano di tutta l’opera e aveva già steso in gran parte sia la parte storica sia la parte che doveva abbracciare in uno sguardo complessivo la totalità del processo di produzione capitalistico. Solo il II libro verrà steso in seguito tra il 1870 e il 1879.

Né Engels né Kautsky hanno pubblicato per intero i manoscritti lasciati da Marx e che costituiscono i materiali dei libri II, III e IV del Capitale. Riazanov, in una esposizione davanti all’Accademia socialista di Mosca, nel novembre 1923, propose il piano di pubblicazione di tutti i manoscritti del Capitale nel quadro della MEGA, di cui dovevano formare la seconda sezione. Le edizioni dei libri II e III, preparati da Engels, dovevano seguire l’edizione dei manoscritti originali. Ma la seconda edizione della MEGA è ancora di là da venire, ferma com’è agli anni 1935.

Tutti sanno che Marx pubblicò personalmente solo il primo libro della sua opera. Una prima piccola anticipazione di esso c’era nelle due conferenze tenute al Consiglio generale dell’Associazione internazionale degli operai nelle sedute del 20 e 27 giugno 1865: è la polemica celebre contro il cittadino Weston, su salario, prezzo e profitto. Ma solo nel marzo 1867 arrivò a terminare la stesura dell’intero libro, nella sua redazione classica, come un «tutto artistico». Egli aveva ritenuto necessario ricominciare ab ovo, cioè dal riassumere il suo scritto Per la critica... in una prima sezione intitolata Merce e denaro. E lo aveva fatto perché anche delle teste capaci non avevano compreso bene la cosa, e dunque vi doveva essere nella prima esposizione qualcosa di manchevole, specialmente nell’analisi della merce. Fu Kugelmann che lo convinse poi della necessità di una esposizione supplementare, maggiormente didascalica, della forma di valore. E Marx si impegna – nel maggio del ’67 – a preparare un’appendice su questo problema. Lo stesso Engels gli scriveva: «Tu hai commesso il grosso errore di non rendere evidente la linea del pensiero di questi sviluppi più astratti, mediante un maggior numero di piccole ripartizioni e di sottotitoli separati. Avresti dovuto trattare questa parte al modo dell’Enciclopedia di Hegel, con brevi paragrafi, rilevando ogni passaggio dialettico con speciali titoli e possibilmente stampando tutti gli excursus e le pure note illustrative con caratteri speciali. La cosa poteva apparire un po’ da maestro di scuola, ma la comprensione sarebbe stata facilitata sostanzialmente per una categoria molto vasta di lettori. Il populus, anche quello istruito, non è più abituato a questo modo di pensare e gli si deve allora venire incontro con ogni possibile facilitazione»[38]. Marx lavorava già intorno a questo e risponde a Engels: «Per quanto concerne lo sviluppo della forma di valore, ho seguito e non seguito il tuo consiglio, per mantenere anche a questo riguardo una linea dialettica. Cioè: 1) ho scritto un’appendice in cui espongo la medesima cosa nel modo più semplice e nel modo più da maestro di scuola che mi sia stato possibile; 2) ho ripartito ogni gradino dello sviluppo in paragrafi ecc., con propri sottotitoli»[39]. Anzi, pochi giorni dopo, perché possa vedere con quanta esattezza ha seguito il suo consiglio, gli trascrive la suddivisione dei paragrafi e dei titoli dell’appendice stessa[40]. Inoltre scrive a Kugelmann: «Ho mandato qualche giorno fa a Lipsia l’appendice con titolo: La forma di valore, appendice al capitolo I, I. Lei conosce l’autore di questo piano, cui con la presente rendo grazie per la sua suggestion»[41]. Sono nate così queste pagine che qui pubblichiamo, rifuse poi, per la seconda edizione, nel testo del primo capitolo, sulla merce. Alle due di notte del 16 agosto 1867, anche quest’ultimo foglio di stampa è corretto. E dunque – scrive Marx – questo volume è pronto. Ai primi di settembre esce presso l’editore Meissner di Amburgo, anch’esso in mille esemplari. «Perché dunque non vi ho risposto? Perché ero sull’orlo della tomba, continuamente. Per questo dovevo utilizzare ogni momento che potevo dedicare al lavoro, per terminare la mia opera cui ho sacrificato la salute, la felicità della vita e la famiglia. Spero che a questa spiegazione non occorra aggiungere altro. Mi fanno ridere i cosiddetti uomini “pratici” e la loro saggezza. Se uno sceglie di essere bue, allora può naturalmente voltare le spalle alle sofferenze dell’umanità e occuparsi solo dei fatti propri. Ma io considererei veramente ben poco pratico se fossi crepato senza avere completamente finito il mio libro, almeno in manoscritto».

Nel Capitale si conclude e riassume l’opera gigantesca di Marx e praticamente tutti quegli studi economici che ormai duravano da venticinque anni e che andranno avanti fino alla sua morte. Dopo il 1867 ci sono i lavori preparatori per il secondo libro, di cui ci dà notizia particolareggiata Engels nella prefazione alla prima edizione. Per la seconda edizione tedesca del primo libro, Marx stesso scrive nel gennaio 1873 quel Poscritto, che tanta importanza ha per la precisazione del suo metodo. Intanto lavora alla revisione della traduzione francese a cura di J. Roy, che uscirà tra il 1872 e il 1875, e che lo costringerà man mano a un lavoro originale, in base al quale questa edizione acquisterà un valore scientifico a parte rispetto all’edizione tedesca. Nel 1875 elabora per il terzo libro del Capitale un’esposizione matematica particolareggiata del rapporto tra il saggio del plusvalore e il saggio del profitto[42]. Nel 1877 scrive il X capitolo della seconda parte dell’Antidühring di Engels, ultimo suo lavoro sistematico destinato alla pubblicazione. Nel marzo 1880, Marx redige per il Partito operaio francese una Inchiesta operaia, in 101 domande, che appare per la prima volta sulla «Revue socialiste» del 20 aprile 1880 e viene poi diffusa in un estratto di 25.000 esemplari per tutta la Francia[43]. «Gli operai comprenderanno che essi soli possono descrivere con conoscenza di causa i mali che sopportano, che essi soli, e non dei provvidenziali salvatori, possono applicare energicamente i rimedi alle miserie sociali di cui soffrono; contiamo anche sui socialisti di tutte le scuole che, volendo una riforma sociale, devono volere una conoscenza esatta e positiva delle condizioni nelle quali vive e lavora la classe operaia, la classe a cui appartiene l’avvenire. Questi Cahiers du travail sono la prima opera che si impone alla democrazia socialista per preparare il rinnovamento sociale»[44].

Nei quaderni del 1881-82, ma scritta probabilmente nel dicembre 1880, troviamo la critica minuziosa e serrata di tutti i luoghi che riguardano il Capitale nel Lehrbuch der politischen Oekonomie di Adolph Wagner: ed è questo l’ultimo lavoro economico di Marx[45]. In questi stessi quaderni – testimonianza degli ultimi interessi di Marx – troviamo estratti da opere e articoli sullo sviluppo della grande industria americana e in genere sulla situazione economica degli Stati Uniti.

Questa prima rassegna, largamente sommaria, degli studi economici di Marx, ci è sembrata necessaria come introduzione alla lettura di alcuni di questi testi ancora sconosciuti, che a loro volta non sono che una scelta incompleta tra i tanti che rimangono ancora da pubblicare e da tradurre. Forse apparirà meglio ora il legame che li unisce. Tranne che la Forma di valore (e, s’intende, l’Inchiesta operaia), gli altri sono testi non destinati immediatamente alla pubblicazione. Rispettano tutti quel particolare stile che Marx riservava ai suoi lavori personali e che Engels ha così bene descritto: «Stile trascurato, familiare, con frequenti espressioni e locuzioni ruvidamente umoristiche, con definizioni tecniche inglesi e francesi...; pensieri buttati giù nella forma in cui a mano a mano si sviluppavano nella mente dell’autore. Accanto a singole parti trattate diffusamente, altre, parimenti importanti, soltanto accennate...; alla chiusa dei capitoli, per l’urgenza di arrivare al capitolo successivo, spesso soltanto un paio di frasi tronche, come pietre miliari degli sviluppi lasciati incompiuti»[46].

Quando il giovane Kautsky domandò a Marx se egli non pensava di pubblicare una edizione completa delle sue opere, Marx rispose: «Queste opere devono prima di tutto essere scritte»[47]. Se si pensa che fu data nel 1881, questa risposta acquista un senso più profondo di quanto non appaia a prima vista. È chiaro che la ricerca marxista non può esaurirsi oggi in una Marx-philologie: perché sarebbe questa veramente la morte del marxismo. È altrettanto chiaro però che da qui bisogna partire, se si vuole riprendere un discorso che con l’opera di Marx abbia un rapporto non di fedeltà – che è atteggiamento passivo – ma di coerenza – che è rapporto attivo di conoscenza e di sviluppo insieme.

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La critica dell’economia politica è dunque il filo conduttore del pensiero di Marx. «Per la critica dell’economia politica con l’aggiunta di un capitolo finale sulla filosofia di Hegel» è il titolo che Marx stesso dà alla sua opera del ’59. «Critica dell’economia politica» è il sottotitolo del Capitale, di tutti i quattro libri del Capitale. Intorno a questo filo si organizza e si intreccia tutta la vita e l’opera di Marx.

Abbiamo già visto. Dopo aver fatto i conti con la dialettica hegeliana, dopo essersi liberato della vecchia conoscenza filosofica, dopo aver esperimentato le prime forme utopistiche di rivolta morale contro il sistema, si trattava di operare una rottura radicale con tutto il vecchio modo di pensare. Questo si poteva fare soltanto a condizione di cogliere il vizio fondamentale, il carattere specifico, il tratto comune del pensiero allora dominante, attraverso un’analisi rigorosa che fosse al tempo stesso una critica distruttiva. Nel ’44 il programma era di dare, in diversi opuscoli separati, la critica del diritto, della morale, della politica ecc., per tentare infine di ritrovare la connessione dell’insieme, il rapporto organico delle singole parti, attraverso una critica unitaria e complessiva del comune contenuto speculativo. È a questo punto che si colloca l’incontro con l’economia politica. E questo incontro naturale e necessario modifica l’intero programma, sposta il centro essenziale dell’interesse, diventa esso il perno unitario e complessivo a cui tutto il resto – in ultima istanza – va riferito, per essere compreso. Troviamo quindi Marx, a Parigi, che studia con passione e annota e analizza con diligenza il periodo classico dell’economia politica; scopre – direi – l’esistenza di questa nuova scienza e subito se ne entusiasma, perché la scopre già come scienza borghese per eccellenza, come «testimonianza e sussistenza scientifica» degli empirici rapporti economici, esistenti nel presente. Qui la critica dell’economia politica tiene d’occhio ancora e soltanto questi empirici rapporti: ma già questo – anzi proprio questo – è sufficiente per scoprire e mettere a nudo la concordia discors che esiste tra teoria e pratica borghese, il modo rovesciato, mistificato, in cui l’economista teorico testimonia la sussistenza pratica del rapporto economico.

Nei quaderni di excerpta del ’44, il commento più diffuso e più interessante di Marx riguarda l’opera di James Mill (1773-1836). James Mill, insieme a Mac Culloch e – secondo Schumpeter – insieme a West e De Quincey, rappresenta il nucleo centrale della scuola di Ricardo, i ricardiani cosiddetti «ortodossi». Autore della Analysis of the Phenomena Of The Human Mind (1829), esponente ufficiale della teoria benthamiana dello Stato, autore della monumentale History of British India (1817), che raggiunse, postuma, i dieci volumi, J. Mill va ricordato qui per le sue due opere di economia: Commerce Defended (1808) e Elements of Political Economy (1821, I ediz.)[48]. In Commerce Defended, viene sviluppata organicamente e per la prima volta – secondo Dobb – quella legge degli sbocchi che viene di solito attribuita a J.B. Say e che comunque ricorre in molti scritti della scuola ricardiana[49]. I Princípi di economia politica costituiscono a loro volta «un modello che doveva servire di esempio a molte trattazioni posteriori e che costituì il prototipo del trattato di economia»[50]. Venne considerato in Inghilterra il «Manuale degli economisti». Mill dice nella Prefazione: «Il mio scopo è stato quello di comporre un libro elementare di Economia politica, separare i princípi essenziali della scienza da tutto ciò che è estraneo a essa, stabilire le proposizioni chiaramente e nel loro ordine logico, aggiungendo a ciascuna la sua dimostrazione... Io non posso temere taccia di plagiario, giacché dichiaro di non aver fatto alcuna scoperta». E infatti «quest’opera – dice Mac Culloch – riassume la dottrina di Smith intorno alla produzione, di Ricardo intorno alla distribuzione, di Malthus intorno alla popolazione...»[51]. Marx parla di J. Mill nelle Teorie sul mezzo di circolazione e sul denaro, a proposito della sua teoria monetaria[52]. Ma le più penetranti osservazioni di metodo – che sono quelle che qui ci interessano – Marx le espone nelle Teorie sul plusvalore[53]. «Mill da un lato vuole rappresentare la produzione borghese come la forma assoluta della produzione, e quindi cerca di dimostrare che le sue contraddizioni reali sono soltanto apparenti. Dall’altro cerca di rappresentare la teoria ricardiana come la forma teoretica assoluta di questo modo di produzione e di dimostrare l’inesistenza delle contraddizioni teoretiche messe in evidenza da altri o impostesi da se stesse». Il libro di J. Mill dà quindi a Marx la possibilità di entrare subito nel merito dei più grossi problemi del momento: il rapporto merce-denaro; il denaro come intermediario dello scambio; il problema complesso – più complesso evidentemente di quanto non appaia qui, dove viene preso nei suoi termini generalmente umani, come «giudizio dell’economia sulla moralità di un uomo» –, il problema, dicevamo del credito, della Banca, del capitale finanziario; il senso pratico dei concetti di alienazione e di reificazione; il senso teorico della proprietà privata e del lavoro; la pura e semplice apparenza del rapporto sociale umano dentro la realtà del rapporto capitalistico di produzione e di scambio. Questi sono i principali temi di questo scritto del ’44: ed è la problematica dei Manoscritti economico-filosofici, di cui ritroviamo qui la stessa terminologia, la stessa passione teorica e pratica insieme, lo stesso oggetto polemico, che è la realtà pratica della società borghese moderna, vista attraverso lo specchio deformante dell’economia politica teorica.

L’ulteriore cammino di Marx non è che l’ulteriore approfondimento di questi temi e insieme la collocazione di essi in un contesto specifico di ricerca e di analisi che sempre più assume il passo, e cioè il metodo, dell’analisi e della ricerca scientifica. Gli scritti qui pubblicati ci permettono di cogliere Marx nel suo genuino metodo di lavoro. E ci introducono alla lettura delle sue opere maggiori. Come questi scritti del ’44 ci riaprono davanti i Manoscritti economico-filosofici, così l’Urtext ci fa entrare nel processo stesso di composizione di Per la critica dell’economia politica.

Abbiamo già detto che dei tre quaderni in cui si trovava questo Urtext, è giunta a noi solo la conclusione del manoscritto, i quaderni B’ e B’’. Manca tutto il primo capitolo, sulla merce; manca la prima parte del secondo capitolo, sul denaro; diversa è la disposizione dei paragrafi rispetto al testo compiuto. In più c’è, alla fine del secondo capitolo, una prima esposizione del passaggio al capitale e l’inizio di quello che doveva essere il terzo capitolo, sul capitale, rimasto interrotto nel mezzo del processo di trasformazione del denaro in capitale. I Grundrisse documentano che questi ultimi passaggi erano stati elaborati da Marx tra il novembre del ’57 e il giugno del ’58, nei quaderni privati di questo periodo. Possiamo dire perciò che questa parte dell’Urtext è la prima esposizione, che abbiamo, del processo di trasformazione del denaro in capitale, – di quella parte cioè che formerà poi la seconda sezione del primo libro del Capitale. L’ultima parte è quindi di gran lunga la più importante. Ma sarebbe sbagliato tralasciare la prima parte da cui tutto il resto discende logicamente. Anzi sarebbe opportuno integrarla con il primo capitolo di Per la critica..., o con i due primi capitoli della prima sezione del Capitale, o anche, in parte, con la Forma di valore. Le definizioni del denaro come rappresentante materiale della ricchezza generale, come unico nexus rerum tra gli uomini, come proprietà «impersonale», come merce universale, si iscrivono tra le migliori trattazioni marxiane di questa materia. Inutile ricordare l’importanza teorica e pratica che Marx dava a questa ricerca. Un solo esempio: lettera a Weydemeyer, 1° febbraio 1859, quando parla della prossima uscita di Per la critica...: «In questi due capitoli viene contemporaneamente scalzato dalle fondamenta il socialismo proudhoniano, ora fashionable in Francia, il quale vuole conservare la produzione privata, ma vuole organizzare lo scambio dei prodotti privati, vuole la merce, ma non il denaro. Il comunismo deve prima di tutto sbarazzarsi di questo “falso fratello”. Ma, a prescindere da ogni fine polemico, tu sai che l’analisi delle forme semplici del denaro è la parte più difficile, perché più astratta, dell’economia politica»[54].

Attraverso tutta la serie delle sue determinazioni il denaro può presentarsi infine proprio come denaro: ma è qui che rivela il suo limite oggettivo. La circolazione semplice del denaro non ha in sé il principio dell’autoriproduzione e perciò accenna al di là di se stessa. Nel denaro – come lo dimostra lo sviluppo delle sue determinazioni – c’è il capitale. Ecco perché è importante seguire lo sviluppo delle determinazioni del denaro: è importante per arrivare al capitale. Per la critica dell’economia politica senza il Capitale non si regge. La prima sezione del Capitale, su merce e denaro, è solo la premessa della seconda sezione, sulla trasformazione del denaro in capitale. È la premessa necessaria, non solo teorica, ma storica. Quando Marx dice: nel denaro c’è il capitale, aggiunge subito: «Questo trapasso è nello stesso tempo storico. La forma antidiluviana del capitale è il capitale mercantile, che sviluppa sempre denaro»[55]. Ma non è tutto qui. Anzi la cosa più importante non è qui, nel fatto che nel denaro c’è il capitale, ma nel fatto apparentemente opposto, che bisogna partire dal capitale per arrivare al denaro; bisogna aver capito teoricamente la categoria storica del capitale per arrivare a sciogliere «l’enigma del denaro»; e bisogna aver sciolto questo enigma del denaro per arrivare a scoprire tutta la «mistica oscura» della merce; e – vogliamo arrischiare ancora di più – bisogna aver messo a nudo questa mistica oscura della merce per arrivare a svelare tutta la magia borghese che avvolge l’oggetto, le cose, il mondo materiale dei prodotti umani, dinanzi agli occhi disumani dell’uomo stesso. Lo sviluppo logico ci dà prima il capitale e dopo il capitale il denaro, dopo il denaro la merce, dopo la merce il prodotto puro e semplice, cioè l’oggetto. Lo sviluppo storico invece parte dall’oggetto e poi l’oggetto diventa merce, la merce diventa denaro, il denaro diventa capitale. «Sarebbe dunque inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione invece è determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, e questo ordine è esattamente l’inverso di quello che sembra essere il loro ordine naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta del posto che i rapporti economici occupano storicamente nel succedersi delle diverse forme di società e ancora meno della loro successione “nell’Idea” (Proudhon), che non è che una rappresentazione nebulosa del movimento storico, ma della loro connessione organica all’interno della moderna società borghese»[56]. Quando Marx pubblica i due capitoli su merce e denaro in Per la critica dell’economia politica, aveva già elaborato anche il terzo capitolo sul capitale: era proprio questo che volevamo dimostrare.

Così la Forma di valore viene logicamente dopo. E la difficoltà della sua comprensione è data proprio dal fatto che nasce storicamente prima. La sua natura è la più semplice e la più astratta; ma assume il massimo di semplicità e di astrazione logica solo al livello storico del capitale. «La forma di valore, della quale la forma di denaro è la figura perfetta, è poverissima di contenuto e semplicissima. Tuttavia, invano l’umanità da più di duemila anni ha cercato di scandagliarla a fondo, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complicate è riuscita per lo meno approssimativamente. Perché? Perché il corpo già formato è più facile da studiare che la cellula del corpo. Inoltre, all’analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i reagenti chimici: l’uno e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza d’astrazione. Ma per quanto riguarda la società borghese, la forma di merce del prodotto del lavoro, ossia la forma di valore della merce, è proprio la forma economica corrispondente alla forma di cellula. Alla persona incolta, l’analisi di tale forma sembra aggirarsi fra pure e semplici sottigliezze: e di fatto si tratta di sottigliezze, soltanto che si tratta di sottigliezze come quelle dell’anatomia microscopica»[57]. Si potrebbe ripetere per la forma di valore lo stesso discorso che Marx fa per il lavoro: che sembra una categoria del tutto semplice e molto antica; e tuttavia è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono questa semplice astrazione. Perché «le astrazioni più generali sorgono solo dove si dà il più ricco sviluppo del concreto... Così l’astrazione più semplice che l’economia moderna pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida per tutte le forme di società, appare tuttavia praticamente vera in questa astrazione solo come categoria della società più moderna»[58]. Di qui l’errore di considerare eterne le categorie storicamente determinate della società borghese; l’errore di vederle come punto di arrivo di tutta l’evoluzione del genere umano. L’economia politica al suo nascere ha creduto di partire dal concreto, dall’insieme vivente, dalla popolazione, la nazione, lo Stato; ma ha finito col trovare per via d’analisi alcune relazioni generali astratte: la divisione del lavoro, il denaro, il valore. Soltanto a questo punto cominciò il cammino inverso, che dava la possibilità di salire dal semplice al complesso, che è il metodo scientificamente corretto. Mi sembra inutile riesporre qui sia la critica di fondo che Marx fa al procedimento dell’economia politica, sia la costruzione positiva del suo metodo. Finirei per ripetere male ciò che è stato detto molto bene in altri luoghi: rimando senz’altro a quelli che mi sembra si iscrivano tutti in un medesimo orizzonte di pensiero e che danno nell’insieme una visione organica della cosa[59].

Il cammino attraverso gli scritti qui pubblicati ci trascina ora oltre l’economia politica classica e ci lascia in mezzo alla classica confusione della Vulgarökonomie. Marx ha avuto ben chiaro il senso di questo passaggio. E lo ha espresso molto chiaramente. L’economia classica si sforza di ricondurre, mediante l’analisi, le differenti forme della ricchezza, estranee l’una all’altra, alla loro unità intrinseca. Vuole comprendere questa connessione intrinseca, liberandola dalla molteplicità delle forme fenomeniche. Così essa ha ridotto all’unica forma del profitto tutte le forme del reddito; e ha reso possibile così la risoluzione del profitto in plusvalore, la risoluzione del lavoro pagato in salario, del lavoro non pagato in pluslavoro; la sussunzione di tutto questo movimento sotto la categoria del capitale. Il difetto dell’economia classica è stato quello di «risolvere la forma fondamentale del capitale, la produzione rivolta all’appropriazione di lavoro altrui, non come forma storica, ma come forma naturale della produzione sociale». Tuttavia, l’economia politica è andata di pari passo con lo sviluppo reale degli antagonismi sociali, con l’evoluzione delle lotte di classe implicite nella produzione capitalistica. Ma quanto più essa giunge a compimento, quanto più penetra in profondità e si sviluppa come un sistema delle antitesi, tanto più si libera all’interno di essa e si rende autonomo da essa il suo elemento volgare, – l’elemento cioè che «rappresenta la semplice riproduzione del fenomeno», la sua immediata forma di manifestazione, che in questo caso serve soltanto a nascondere l’intima contraddizione, la reale antitesi interna. Così «l’economia volgare diventa coscientemente sempre più apologetica e cerca di eliminare forzatamente a chiacchiere i pensieri in cui sono espresse queste antitesi». La sua migliore espressione diventa «una compilazione dottamente sincretistica e classica senza carattere». E allora anche l’apologetica perde il suo calore, la sua passione, diventa pura e semplice erudizione, pacifica compilazione. L’ultima forma dell’economia volgare è «la forma professorale, che procede “storicamente” e, con saggia moderazione, raccoglie qua e là il meglio, senza badare alle contraddizioni, ma solo badando alla compiutezza»[60]. Da James Mill siamo arrivati ad Adolph Wagner.

Adolph Wagner (1835-1917), Kathedersozialist, fondatore del partito cristiano-sociale, membro del Verein für Sozialpolitik, fautore della politica sociale bismarckiana, era uno dei leaders accademici più rumorosi del suo tempo. Ha a suo credito un notevole lavoro sulla moneta: Sozialökonomische Theorie des Geldes (1909) e una vasta opera sulla finanza pubblica: Finanzwissenschaft (4 voll. 1877-1901). Ed è «su questi risultati – dice Schumpeter – che dobbiamo aspettarci di veder consolidare la sua reputazione storica». Come economista analitico si ritenne un «teorico» e si oppose quindi alla scuola storica. «Soleva affermare che Rodbertus e Schäffle erano i due economisti dai quali aveva imparato di più e sempre mostrò un interesse critico per Ricardo che rimase per lui il teorico. Del lavoro della sua epoca non assimilò che i significati superficiali... Sempre eccettuando il campo della moneta, la sua originalità o addirittura la sua competenza in economia analitica non possono considerarsi elevate... Delle sue voluminose opere che sono, in misura quasi intollerabile, affette da rabies systematica, soltanto i suoi Princípi (Grundlegung der politischen Oekonomie, I ed., 1876), sostituiti dalla sua impresa cooperativa, il Manuale (Lehrund Handbuch der politischen Oekonomie), devono essere qui menzionati»[61].

Marx ha estratto e criticato dalla seconda edizione di questo testo gli accenni al Capitale, che si trovano tutti nel primo capitolo di Grundbegriffe, in particolare nel paragrafo sul valore. Ne sono venute fuori quelle Glosse a Wagner, che sono tuttora un lavoro quasi ignorato nella letteratura marxista e su cui ha il merito di aver attirato l’attenzione – credo per la prima volta – lo Sweezy nella sua Teoria dello sviluppo capitalistico[62].

L’ultimo lavoro economico di Marx si scontra dunque con l’ultima forma – la forma professorale – dell’economia volgare. Il Manuale di A. Wagner sembra scritto apposta per servire da esempio di questa forma. Si può dire di esso quello che Marx diceva dell’economia volgare in generale. «Poiché lavori di questo genere appaiono solo quando l’economia politica, come scienza, è morta, essi sono nello stesso tempo la tomba di questa scienza»[63].

Marx ha percorso così tutto il cammino dell’economia politica. L’ha presa dal suo folgorante inizio e l’ha seguita fino alla sua lenta morte. In questo senso ha potuto mettere in testa alle sue maggiori opere il titolo: Critica dell’economia politica. E cioè critica delle categorie economiche borghesi, ovvero «il sistema dell’economia borghese esposto criticamente». Nel metodo classico di Marx: «In pari tempo esposizione del sistema e critica di esso per mezzo dell’esposizione»[64]. Bisogna capire che è intorno a questo cammino che si struttura tutto il pensiero di Marx. Per evitare di separare, di scindere l’unità scientifica di questo pensiero. Ma questo si può fare soltanto a condizione di ritrovare nelle categorie dell’economia politica il sistema dell’economia borghese, e nel sistema dell’economia borghese la storia stessa della società borghese. Critica dell’economia politica vuol dire per Marx critica del capitalismo. Con lo stesso metodo: storia del sistema e critica di esso per mezzo della sua storia. È così che nel cammino teorico dell’economia politica noi vediamo muoversi tutto il cammino storico della società capitalistica.

La scoperta di Marx è proprio nella ricerca del carattere specifico che assume questa parte della storia umana, nella ricerca dei tratti determinati che la isolano e la fanno apparire come bersaglio unico su cui e contro cui va organizzata nello stesso tempo la ricerca teorica e la lotta pratica, l’una sempre intrecciata all’altra, l’una sempre in funzione dell’altra. Il richiamo alla biografia stessa di Marx aveva il valore di documentare questa tesi.

Tutte le categorie economiche portano le tracce della loro storia. «Nell’esistenza del prodotto come merce sono racchiuse determinate condizioni storiche». Per divenire merce, il prodotto non deve essere prodotto come mezzo immediato di sussistenza per colui che lo produce. Cioè la rappresentazione del prodotto come merce esige una divisione del lavoro dentro la società, sviluppata fino al punto che sia già compiuta la separazione fra valore d’uso e valore di scambio. Ma tale grado di sviluppo è comune a formazioni economico-sociali storicamente molto diverse l’una dell’altra. Così è per il denaro: esso presuppone un certo livello dello scambio delle merci. Le forme particolari del denaro – equivalente puro e semplice della merce, mezzo di circolazione, mezzo di pagamento, denaro tesaurizzato, moneta universale – indicano di volta in volta gradi molto diversi del processo sociale di produzione. Eppure una circolazione delle merci relativamente poco sviluppata è sufficiente per la produzione di tutte queste forme. «Ma per il capitale la cosa è differente. Le sue condizioni storiche d’esistenza non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un’epoca del processo sociale di produzione»[65].

Quest’epoca del processo sociale di produzione è appunto la formazione economico-sociale capitalistica. Questa formazione economico-sociale ha evidentemente una sua storia interna, che non finisce, ma comincia con la nascita del capitale. La storia del capitalismo non è che la storia delle successive determinazioni del capitale: determinazioni storiche di un medesimo soggetto: e il soggetto è il capitale. Una volta che si è arrivati a distinguere le varie fasi di passaggio del capitalismo, una volta che si è arrivati a coglierle nella loro differenza specifica, a isolarle nella loro determinatezza storica, occorre fare il cammino inverso: ritrovare l’unità del movimento, riallacciare il filo della continuità, riscoprire il carattere comune che lega insieme queste varie parti e le colloca tutte in una medesima epoca del processo sociale di produzione, tutte dentro una determinata formazione economico-sociale. Continuità all’interno e rottura all’esterno: questo è il processo di sviluppo e di dissoluzione della formazione economico-sociale capitalistica.

Non tenere fermo questo punto, vuol dire cadere in un duplice errore. Il primo è l’errore di chi vede una cesura storica, una frattura irreparabile tra almeno due parti, due fasi del capitalismo stesso, che distinguerebbero appunto due epoche della società. Di qui il rimpianto, la nostalgia di quella che fu l’epoca d’oro del capitale e la sterile velleità di una sua restaurazione. Di qui la critica alla seconda fase del capitalismo in nome della prima: che è critica reazionaria, critica romantica, peggiore di quella del passato, perché ripetizione fuori tempo di quella del passato, – romanticismo di ritorno. Un tratto specifico della società capitalistica è proprio questo: che tali sono i rivolgimenti che si verificano al suo interno, tanta la rapidità con cui si realizzano, che danno spesso l’illusione di una radicale frattura storica, che venga a cambiare non solo il modo di esistenza, ma l’essenza stessa, o – come si dice oggi – la natura del capitalismo. Il discorso allora è sempre lo stesso: si vogliono le premesse, ma non si accettano le conseguenze. Prima si voleva la merce senza il denaro; poi si voleva il denaro senza il capitale; adesso si vuole il capitale senza lo sviluppo capitalistico. Mentre il punto è proprio quell’altro: che la libera concorrenza va vista proprio come premessa storica del monopolio; perché l’ipotesi astratta di una libera chance per tutti non poteva che concentrarsi nel privilegio economico di pochi, dei pochi possessori del capitale. Ecco perché Marx dice: la libera concorrenza è il monopolio. E l’altro punto è questo: che la civiltà dell’individuo liberale è proprio la premessa storica della civiltà democratica di massa; perché l’ipotesi dell’individuo astratto non poteva che rovesciarsi nel culto della massa empirica indistinta. Molti di coloro che oggi discettano sull’alienazione dovrebbero ricordare che quello che essi sperimentano oggi sulla loro produzione intellettuale, l’operaio moderno lo ha sperimentato sulla sua produzione materiale da quando esiste il capitale e insieme al capitale la classe dei capitalisti.

Ma dicevamo che c’è un secondo errore: quello di chi cerca di prolungare la continuità che è presente nello sviluppo storico della società capitalistica, oltre i confini di questa società; dando quindi a quella continuità un carattere eterno e definitivo, astratto e non storicamente determinato. Anche l’idea della società socialista viene fatta coincidere con l’ultima e più moderna forma di esistenza che è capace di assumere la società capitalistica. Di qui la critica al capitalismo solo dall’interno del capitalismo: che è critica menscevica, critica riformista, peggiore anch’essa di quella del passato, perché è un riformismo nemmeno più conquistato, ma concesso; riformismo non più del movimento operaio, ma del capitalismo stesso. Un altro tratto specifico del capitalismo è proprio il senso di eternità che riesce a dare alla sua storia: da una parte ci sono continui rivolgimenti che intervengono all’interno del modo di produzione capitalistico, d’altra parte proprio perché questi continui rivolgimenti non riescono a intaccare la natura del capitalismo, nasce l’illusione che questa sia la natura di ogni società umana e che quindi il problema sia solo quello di riformare, rammodernare, e magari razionalizzare questa forma naturale eterna di società. Il socialismo finisce per essere così solo una variante, e più precisamente la variante ultima del capitalismo: il passaggio dall’uno all’altro, se implica un rivolgimento, implica uno di quei rivolgimenti che avvengono normalmente all’interno del capitalismo e che mutano ora alcune forme tecniche della produzione, ora alcune forme politiche del potere. È così che sparisce dall’orizzonte, o meglio viene recuperato e dissolto dentro l’orizzonte borghese, il concetto stesso di rivoluzione: che per il movimento operaio è un concetto specifico, non generico; una realtà che consiste di determinatezza storica, perché è già in sé un concetto scientifico e non una figura retorica. Rivoluzione: cioè necessità di una frattura, di una rottura che coinvolga complessivamente la totalità della società: le forme economiche insieme a quelle politiche, le forme sociali insieme a quelle statali.

È più che chiaro quindi a questo punto il perché noi non partiamo da concetti. Il punto di partenza non può che essere la realtà storicamente determinata della formazione economico-sociale capitalistica. Per il marxista, l’oggetto dell’analisi è il capitalismo. Ma il concetto del capitalismo si presenta al tempo stesso come realtà storica concreta della società capitalistica. L’oggetto da studiare è nello stesso tempo la realtà che si deve combattere. Di qui, da questa contraddizione positiva, il dramma felice del teorico marxista, che si trova a voler distruggere l’oggetto del proprio studio; anzi, a studiare l’oggetto esattamente per distruggerlo: l’oggetto della propria analisi è il proprio nemico. E questo è il carattere storicamente specifico della teoria marxista: la sua obiettività tendenziosa. Che è poi nient’altro che la situazione materiale dell’operaio, che si trova a dover combattere contro quello che egli stesso produce, e vuole eliminare le condizioni stesse del proprio lavoro, e spezzare il rapporto sociale della sua propria produzione. Il punto, cioè, della massima consapevolezza antagonistica, che basta, da solo, a racchiudere nell’operaio rivoluzionario moderno la condizione umana più alta di tutto il presente. È per questa via che il teorico marxista deve tendere sempre più a identificarsi con l’esistenza storica dell’operaio collettivo: fino al punto di sentirsi come parte organica, momento necessario, della lotta di classe operaia; al punto da concepire la propria costruzione teorica già come distruzione pratica, e il proprio pensiero come articolazione materiale del processo rivoluzionario. È vero che la teoria ha la forza di ricomprendere in sé il momento della pratica: ma è anche vero che non riesce mai completamente in questo compito. È vero che bisogna tendere ogni giorno a esaurire dentro il pensiero la conoscenza dei rapporti sociali materiali, ma sapendo in anticipo, con certezza, che non si potrà riuscire. Il primato materialista della prassi non ha che questo solo senso. Se già la teoria – per suo conto e come fatto specifico – deve avere in corpo il momento dell’analisi e quello della sintesi, induzione e deduzione, materia e ragione, – a sua volta poi tutta la teoria deve essere considerata solo come atto sintetico rispetto al momento analitico della pratica rivoluzionaria. Proprio perché la teoria si presenta già come «teoria della pratica», può essere ricompresa poi – correttamente – tutta quanta dentro la pratica. Il metodo di salire, dentro la teoria, dall’astratto al concreto, è quello stesso che ci porta poi a risalire dal concreto parziale della teoria al concreto globale della pratica. La via stessa che porta l’operaio a salire dalla sua condizione operaia alla propria organizzazione di classe, dal regime di fabbrica al sistema della produzione, dalla necessità di essere parte del capitale alla possibilità di farlo saltare, proprio per questo, dal suo interno. E questo è il carattere storicamente specifico della rivoluzione operaia: un atto di volontà obiettivo. Se la critica dell’economia politica rientra tutta dentro l’analisi del capitalismo, la critica del capitalismo rientra poi tutta dentro la lotta di classe operaia. Anzi, la lotta di classe operaia è la critica decisiva del capitalismo, perché scopre teoricamente il segreto del capitale e materialmente lo colpisce. Non a caso, abbiamo messo qui, dopo la critica dell’economia politica, l’Enquête ouvrière.

Note [1] V. Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA), I, 1, Erster Halbband, Berlin 1927, pp. 5-144, (tesi e studi preparatori) e I, 1, Zweiter Halbband, Berlin 1929. Exzerpte 1840-43, (letture filosofiche e storiche), pp. 98-136. [2] MEGA, I, 1, Erster Halbband, cit. Aus: Rheinische Zeitung für Politik, Handel und Gewerbe – 1842-43, pp. 179-393. Trad. it.: K. Marx, Scritti politici giovanili, a cura di L. Firpo, Einaudi, Torino 1950, p. 535. [3] Marx a Ruge, febbraio 1843, MEGA, I, 1, Zweiter Halbband, cit., p. 266 e sg. [4] Marx a Ruge, settembre 1843, MEGA, I, 1, Erster Halbband, cit., p. 572. Trad. it. in K. Marx, Un carteggio del 1843 e altri scritti, Rinascita, Roma 1954, p. 37. [5] F. Mehring, Vita di Marx, Rinascita, Roma 1953, pp. 75-76. [6] MEGA, I, 3, Berlin 1932, Mémoires de Levasseur, pp. 419-434. [7] MEGA, I, 3, cit., Oekonomische Studien, pp. 436-583. [8] F. Engels, Prefazione alla prima edizione del II libro del «Capitale», 1885. V. K. Marx, Il Capitale, II, 1, Rinascita, Roma 1953, p. 14. [9] Cfr. Karl Marx, Chronik seines Lebens in Einzeldaten, Moskau 1934, p. 26 e sgg. [10] MEGA, I, 6, Berlin 1932, Exzerpthefte von Marx, Brüssel-Machester-Brüssel 1845-1847, pp. 597-618. [11] V. in Appendice a K. Marx, Miseria della filosofia, Rinascita, Roma 1950, pp. 143-155. [12] Cfr. M. Rubel, Bibliographie des oeuvres de Karl Marx, Paris 1956. [13] V. in Appendice a Miseria della filosofia, cit., pp. 157-171. [14] K. Marx, Lavoro salariato e capitale, Editori Riuniti, Roma 1960. [15] Arbeitslohn, in Mega, I, 6, cit., pp. 451-472, e in K. Marx – F. Engels, Kleine ökonomische Schriften, Berlin 1955, pp. 223-249. [16] K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Editori Riuniti, Roma 1962, p. 89. [17] Mehring, Vita di Marx, cit., p. 187. [18] K. Marx, Le lotte di classe in Francia, cit., pp. 285-86. [19] Engels a Marx, 5 febbraio 1851, Carteggio Marx-Engels, I, Rinascita, Roma 1950. [20] Marx a Engels, 11 febbraio 1851, Carteggio, I. [21] Engels a Marx, 13 febbraio 1851, Carteggio, I. [22] Marx a Engels, 2 aprile 1851, Carteggio, I. [23] Engels a Marx, 3 aprile 1851, Carteggio, I. [24] K. Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Oekonomie, Berlin 1953, pp. 1102. [25] Ivi, Aus den Heften von 1850-51 über Ricardo, pp. 765-839. E Aus Heft III: Bastiat und Carey, pp. 843-853. [26] Cfr. Chronik, cit., pp. 96-176 e Rubel, Bibliographie, cit., Oeuvres inédites, pp. 225-227. [27] V. Grundrisse, cit., p. 986. [28] V. Grundrisse, cit., p. 1044. [29] Marx a Engels, 18 dicembre 1857, Carteggio, III. [30] Marx a Engels, 13 novembre 1857, Carteggio, III. [31] V. in Mehring, Vita di Marx, cit., p. 254. [32] Marx a Lassalle, 12 novembre 1858, in K. Marx – F. Engels, Briefe über «Das Kapital», Berlin 1954, p. 93. [33] Marx a Engels, 13 gennaio 1859, Carteggio, III. [34] Engels, Prefazione al II libro del «Capitale», cit., p. 10 [35] Marx a Kugelmann, 28 dicembre 1862, in Lettere a Kugelmann, Rinascita, Roma 1950, p. 21. [36] Marx a Lassalle, 22 febbraio 1858, in Briefe über «Das Kapital», cit., p. 81. [37] Marx a Kugelmann, 13 ottobre 1866, in Lettere a Kugelmann, cit., p. 40. [38] Engels a Marx, 16 giugno 1867, Carteggio, V. [39] Marx a Engels, 22 giugno 1867, Carteggio, V. [40] Marx a Engels, 27 giugno 1867, Carteggio, V. [41] Marx a Kugelmann, 13 luglio 1867, in Lettere a Kugelmann, cit., p. 47. [42] Cfr. Chronik…, cit., p. 355. [43] K. Marx, Umfrage unter den französischen Arbeitern (Enquête ouvrière), in Marx-Engels, Kleine ökonomische Schriften, cit., pp. 391-410. [44] Ivi, pp. 392-93. [45] K. Marx, Randglossen zu Adolph Wagner «Lehrbuch der politischen Oekonomie», in Das Kapital, Moskau 1932, pp. 841-853. [46] F. Engels, Prefazione al II libro del «Capitale», cit., p. 9. [47] K. Kautsky, Aus der Frühzeit des Marxismus, Enegels’ Briefwechsel mit Kautsky, Prag 1935, p. 53. [48] J.A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, II, Einaudi, Torino 1959, p. 579. [49] M. Dobb, Economia politica e capitalismo, Einaudi, Torino 1950, p. 49. [50] E. Roll, Storia del pensiero economico, Einaudi, Torino 1954, p. 49. [51] Biblioteca dell’economista. Prima serie. Trattati complessivi. Vol. V (Lauderdale, Malthus, Senior, Giac. Mill, Bentham, J.B. Say), Pomba, Torino 1854. Qui Giacomo Mill, Elementi di economia politica, pp. 703-823. Il brano della sua Prefazione è a p. 705. Mentre il brano di Mac Culloch è citato nell’Introduzione a tutto il volume, p. XLV. [52] K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, pp. 161-164. [53] K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, Da Ricardo all’economia volgare, Einaudi, Torino 1958, pp. 94-166. [54] Marx a Weydemeyer, 1° febbraio 1859, in Briefe über «Das Kapital», cit., p. 96. [55] Marx a Engels, 2 aprile 1858, Carteggio, IV. [56] Introduzione alla critica dell’economia politica (1857), Rinascita, Roma 1954, p. 49. [57] Il Capitale, I, 1, Rinascita, Roma 1955, Prefazione, pp. 15-16. [58] Introduzione alla critica dell’economia politica (1857), cit., pp. 43-44. [59] G. Della Volpe, Per una metodologia materialistica dell’economia e delle discipline morali in genere, in Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1962, pp. 99-141 e ancora Logica come scienza positiva, D’Anna, Messina-Firenze 1956, soprattutto il quarto capitolo da p. 185 in poi. G. Pietranera, Marx e la storia delle dottrine economiche, «Società», febbraio 1955 e soprattutto La struttura logica del «Capitale», «Società», n. 3 e n. 4, 1956; v. anche Capitalismo ed economia, Einaudi, Torino 1961, soprattutto la Parte quarta. L. Colletti, Il marxismo e Hegel, Introduzione ai Quaderni filosofici di Lenin, Feltrinelli, Milano 1958, specialmente pp. CXXVII-CXLIV, e ora, sempre di Colletti, la Prefazione (pp. LIX) a E.V. Il’enkov, La dialettica dell’astratto e del concreto nel Capitale di Marx, Feltrinelli, Milano 1961. [60] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, cit., pp. 517-519. [61] J.A. Schumpeter, Storia dell’analisi, III, Einaudi, Torino 1960, p. 1046. [62] P.M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi, Torino 1951, pp. 50-51. [63] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, cit., p. 520. [64] Marx a Lassalle, 22 febbraio 1858, Briefe über «Das Kapital», p. 80. [65] Il Capitale, I, 1, cit., p. 187.

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in NOTES

di Claudio Novaro

Ci sono voluti dieci anni perché un autorità giudiziaria riconoscesse, almeno in parte, quello che era capitato nelle giornate del 27 giugno e del 3 luglio 2011 in Val di Susa.

Vale la pena di riassumere brevemente le motivazioni, depositate pochi giorni fa, con cui la prima sezione della corte d’appello di Torino, quale giudice di rinvio dopo l’annullamento operato dalla cassazione, si è profondamente discostata dalle valutazioni contenute  nelle sentenze emesse in primo e secondo grado.

I giudici di rinvio hanno, anzitutto, ridotto le condanne inflitte, eccessive e sproporzionate, riportandole nell’alveo delle tariffe normalmente usate nei processi per resistenza a pubblico ufficiale.

In secondo luogo, hanno censurato l’utilizzo abnorme del concorso di persone nel reato, specie per quanto concerne il reato di lesioni contro i poliziotti, fatto negli altri gradi di giudizio, riaffermando un principio lineare e consolidato nella giurisprudenza di cassazione.

“Contrariamente a quanto sostenuto nelle due sentenze di merito che hanno proceduto la presente – si legge nella motivazione – la sola presenza degli imputati sui luoghi, in differenti momenti e fasi degli scontri, non può di per sé, pertanto, fondare una responsabilità collettiva per tutto quanto avvenne nella medesima giornata, mancando del tutto il necessario accertamento di uno specifico contributo di causalità efficiente.. È in sostanza necessario che sia provato per ciascun imputato che la sua presenza sui luoghi non sia stata inerte o meramente adesiva, ma che il singolo con la sua condotta abbia dato un consapevole contributo causale rafforzativo o agevolatore alla commissione del fatto-reato”.

Ma soprattutto i giudici hanno ricostruito il quadro degli avvenimenti in maniera radicalmente diversa rispetto al passato.

Per restare solo ad alcuni dei passaggi più rilevanti del provvedimento, la corte ha  riconosciuto che gli scontri avvenuti nella zona dell’area archeologica non furono preordinati, non furono ispirati e condotti, come sosteneva la Digos, da un manipolo di 300 anarchici, assiepati nei boschi della Clarea fin dalle prime ore del mattino, confermando, invece, che nella zona vi erano migliaia di persone (“manifestanti di varia composizione, età ed estrazione sociale”) che “all’altezza del bivio per Ramat si allontanarono dal corteo principale… e preferirono raggiungere l’area del Museo Archeologico attraverso i sentieri nei ‘boschi”.

In secondo luogo, la corte ha stigmatizzato le condotte tenute da molti “appartenenti alle forze di pubblica sicurezza”, che compirono atti illegittimi in quanto oggettivamente contrari .. alle generali regole di ingaggio”. In particolare, “è emerso incontrovertibilmente che alcuni appartenenti alle forze di polizia presenti nel teatro degli scontri avvenuti il 3.7.2011, senza giustificazione alcuna, adottarono condotte contrarie non solo ai propri doveri e funzioni ma anche in alcuni casi altamente pericolose, scagliando anch’essi sassi nei confronti dei manifestanti che li bersagliavano ed esplodendo ordigni lacrimogeni con un’ angolazione insufficiente, ovvero con lanci tesi invece che a parabola , idonei in quanto tali a produrre non l’ effetto di dissuasione che è insito nell’utilizzo di tale strumento di contrasto, ma il pericolo che i bossoli contenenti gas lacrimogeno colpissero direttamente quali proiettili alcuni dei manifestanti”.

Ciò avvenne sia nell’area delle vasche idriche – dove “le Forze dell’Ordine lanciarono lacrimogeni con modalità contrarie alle direttive ricevute e almeno nella fase iniziale senza che ve ne fosse la concreta necessità …. prima che si verificassero concreti atti di violenza da parte dei manifestanti ivi presenti” -, sia nell’area della centrale Idroelettrica – tra l’altro con “lacrimogeni diretti verso zone ove non erano presenti manifestanti violenti, come nei pressi della spiaggetta sulla Dora e del campeggio”.

Quanto alle modalità dell’arresto di alcuni manifestati (quella che il movimento definì la cd, operazione Hunter) “la visione .. dei filmati dimostra inequivocabilmente che sia S. sia N. all’atto dell’arresto furono vittime di gesti di violenza fisica da parte degli operanti, che si ritengono quantomeno disdicevoli, immotivati ed esorbitanti rispetto alla minima violenza consentita ad un pubblico ufficiale per vincere la resistenza di chi venga arrestato o fermato”. E, invece, come tutti sappiamo, quelle violenze vennero clamorosamente archiviate dalla magistratura torinese.

Non tutto convince nella sentenza, come è naturale che sia.

Pretendere dai processi una puntuale e approfondita ricostruzione dell’intero quadro degli avvenimenti – e, nel loro ambito, del ruolo concretamente avuto da tutte le agenzie istituzionali preposte all’organizzazione della risposta repressiva – significa caricare sulla giustizia penale compiti indebiti, che non le appartengono, e che soltanto in sede storica potranno essere compiutamente affrontati e definiti.

Se è fisiologico che i giudici dei diversi gradi di giudizio non la pensino allo stesso modo, non lo è l’abissale differenza di valutazioni a partire dallo stesso materiale probatorio.

Si può, in prima approssimazione, provare ad individuare alcuni elementi di fondo che diano conto di tale anomalia.

Il primo rimanda al ruolo della polizia nella fase di ricostruzione degli avvenimenti e dell’impianto complessivo delle indagini, un ruolo che è stato definito di monopolio interpretativo delle condotte di rilevo penale, nel senso che è la polizia che traccia il quadro dell’accaduto, che seleziona le condotte e gli imputati nei cui confronti avviare il processo, ponendo,  così, un’ipoteca fondamentale sul quadro storico degli avvenimenti. Tutto ciò in genere vale solo nel corso delle indagini preliminari e, invece, nel nostro caso, proprio per il rilevo avuto dalla fase cautelare, ha pesantemente influenzato e condizionato la decifrazione dell’accaduto da parte dei giudici.

Ciò è stato possibile anche in forza del ruolo dei principali organi di informazione, che ha accompagnato lo svolgimento del primo processo e che ha costituito una sponda importante nella  costruzione mediatica della pericolosità e dell’allarme sociale del movimento No Tav.

I giornali hanno spesso valorizzando solo le iniziative violente dei manifestanti, evitando di collocarle nel contesto di appartenenza, di soffermarsi sulle motivazioni che le avevano determinate, fornendo una lettura che, operando una continua suddivisione in manifestanti buoni e manifestanti cattivi, eliminava le contemporanee o precedenti azioni delle forze dell’ordine. Più in particolare, hanno avallato quella vergognosa cornice comunicativa che derubricava a mere condotte criminali senza connotazioni ideali o politiche  i comportamenti degli imputati, che dava credito a presunti pericoli l’incolumità di testi d’accusa, che sosteneva ad oltranza l’impianto accusatorio, nonostante le plurime smentite costituite dai filmati della giornata.

Poi vi è stata la gestione concreta dell’istruttoria dibattimentale. Tutti ricordiamo la patetica rappresentazione di un teste sentito dietro il paravento, come in un processo di mafia, o il tono sprezzante usato da alcuni PM con i testi della difesa e anche con qualche avvocato, le domande non ammesse dal tribunale in sede di contro-esame dei testi d’accusa, attraverso un’interpretazione del tutto personale del codice di rito.

Vi è poi un dato legato alla cultura complessiva dei giudici, specie di quelli di primo grado.

Il giudice nel processo penale deve anzitutto avere consapevolezza del carattere  probabilistico e, dunque, relativo e parziale, della verità giudiziaria. Ogni arroganza cognitiva va messa da parte  a favore di una prospettiva  che valorizzi il dubbio, come strumento e criterio di valutazione delle prove e delle ipotesi sul fatto.

Definire imbarazzanti, come ha fatto il tribunale, le argomentazioni difensive, alcune delle quali poi accolte dalla cassazione, segnala non solo un atteggiamento di supponenza, ma soprattutto un difetto nella capacità di confronto con le tesi offerte in prova dalle diverse parti processuali.

Parallelamente, classificare come inattendibili, in un solo blocco, tutti i testi indicati dalle difese degli imputati, poi invece rivalutati nella sentenza del giudice di rinvio, senza peritarsi nemmeno di affrontare nel dettaglio le loro dichiarazioni, dimostra un pregiudizio di fondo e un attitudine lontana anni luce dall’ascolto delle ragioni delle parti, da quell’atteggiamento laico e imparziale di ricerca della verità che costituisce uno dei fondamenti dell’attività giurisdizionale.

C’è infine alla base di tutto il misconoscimento del conflitto sociale, analizzato solo sulla base delle esigenze di controllo e di ordine pubblico.

È la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del ruolo centrale dell’ideologia neoliberista e delle sue narrazioni nella società italiana, con un colossale ribaltamento di senso che ha scavato in questi anni nella coscienza collettiva del paese: una narrazione dove non sono più previste forme di azione collettiva ma, come ha scritto Ulrich Beck, soluzioni biografiche per problemi sistemici, dove non ci possono alternative all’egemonia del libero mercato e alle sue decisioni sulle grandi opere, dove la ribellione, la protesta vengono immediatamente considerate delle sfide alla sicurezza pubblica, una sicurezza scandita nel nostro caso da decine di ordinanze prefettizie e dalla militarizzazione di una porzione del territorio alpino.

Da notav.info

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Primo Maggio: H. 9,30 Piazza Vittorio Veneto - Crisi sanitaria, crisi sociale, crisi ecologica: per salvarci dobbiamo cambiare sistema

 

Ad oltre un anno dall'inizio dell'emergenza Covid-19, udiamo promesse, proclami e ipocrite campagne elettorali, mentre continuiamo a non vedere la luce in fondo al tunnel. La pandemia è uno dei frutti avvelenati del sistema sociale in cui viviamo, del modo in cui sono organizzate nella nostra società le relazioni tra esseri umani, nonché tra esseri umani e natura. Il persistere dell'emergenza e l'avvicendarsi delle ondate di contagio rende palese come il sistema che ha prodotto la pandemia sia lo stesso che non è in grado di risolverla.

Il contagio nasce in seno ad un capitalismo sempre più vorace che ignora i limiti ecosistemici presenti in natura. Agroindustria, deforestazione, devastazione di ambienti incontaminati sono i processi che permettono la promiscuità tra uomo e animale in cui i virus possono compiere dei salti di specie. Questi eventi non sono affatto casuali, ma sono ovvie conseguenze della tendenza del capitalismo a massimizzare il profitto e a concentrarlo nelle mani di pochi. Ed è sempre conseguenza di un capitalismo che si riproduce sui flussi del mercato globale, dove uomini, merci e denaro si spostano senza sosta da un lato all'altro del mondo, che il virus si è diffuso ad una velocità senza precedenti.

Mentre scriviamo questa indizione, i morti da Coronavirus sono oltre 3,09 milioni nel mondo, di cui 119mila solo in Italia - l'equivalente di una città delle dimensioni di Bergamo - e l'impressione che abbiamo è che, nonostante le vaccinazioni ed i lockdown, ci toccherà fare i conti con questa malattia ancora per molto tempo.
Il nostro sistema sanitario ha subito una radicale trasformazione negli ultimi trent'anni. Pensato originariamente come un modello pubblico ed universale, ma al contempo attento ai bisogni e alle specificità dei singoli territori, è stato progressivamente smantellato. Al suo posto abbiamo assistito a processi irreversibili di razionalizzazione, privatizzazione, aziendalizzazione e concentrazione esclusiva di risorse in grandi poli di eccellenza. La crisi del sistema sanitario di fronte all'esplosione del Coronavirus è stata la conseguenza fisiologica di scelte politiche che hanno messo in mano la salute dei e delle cittadine ad amministrazioni regionali sconsiderate, con un piano pandemico mai aggiornato, rimuovendo completamente il tema della prevenzione, in quanto poco remunerativo. Al di là del caso specifico del Covid, oggi in questo Paese vi sono milioni di persone che, in solitudine e nella totale invisibilità, devono affrontare difficoltà insormontabili ad accedere alle cure sanitarie per mancanza di reddito, perché straniere, perché prive di documenti. E vogliamo parlare dei vaccini, oggetto di un conflitto tra Stati, nonché fonte inesauribile di arricchimento per multinazionali del farmaco che piuttosto che cedere sui brevetti lascerebbero morire altri milioni di persone. Senza contare che il ritardo con cui si sta svolgendo la campagna vaccinale conferisce ampio vantaggio ad un virus che costantemente muta.
L' informazione rispetto ai vaccini è confusa, i giornali cavalcano un'onda di allarmismo generale che sin dall'inizio della pandemia ne accompagna la gestione.
Anche questo è il frutto di scelte fatte molto tempo addietro, aver appaltato al libero mercato la ricerca e la produzione di farmaci, aver trasformato il benessere della popolazione in una possibilità di profitto per pochi, rinunciando ad investire in una ricerca scientifica pubblica per il bene comune.

Mentre lobbies imprenditoriali e grandi multinazionali influenzano indisturbate le scelte di governo, milioni di lavoratori si recano ogni giorno in fabbrica, nei magazzini della logistica o in ufficio, rischiando di ammalarsi. Altre centinaia di migliaia sono cadute nel giro di pochi mesi nella spirale della disoccupazione, dell'impoverimento e dell'insicurezza sociale.
E questo è solo l'inizio, a fronte di un governo che ha intenzione nei prossimi mesi di rimuovere il blocco dei licenziamenti.
Nel mentre di una crisi sociale già in atto, assistiamo all'ascesa di uno dei governi più vergognosi della storia repubblicana, dove la gran parte dell'arco istituzionale si è accordato per spartirsi i fondi del Recovery Fund. Il "Governo Draghi" rappresenta la quintessenza degli interessi imprenditoriali, predatori e speculatori del nostro paese, la ragion di stato di Confindustria. Supportato da un' Europa sempre più incapace di garantire il benessere promesso ai propri e alle proprie cittadine - a esclusione di chi il titolo di cittadinanza non ce l'ha - mimetizza i propri interessi dietro la retorica della "transizione ecologica" e de "il Governo dei migliori".

"Transizione ecologica" che stiamo vedendo all'opera, in tutta la sua violenza ecocida, in Val di Susa. A San Didero sta venendo raso al suolo un intero bosco per sostituirlo con una colata di cemento. Il progetto prevede un nuovo autoporto per camion che dovrebbero trasportare merci che non esistono. Nel mentre, è in corso la militarizzazione di un intero territorio e viene messa in pericolo la salute dei e delle cittadine. Il bosco di San Didero è pesantemente inquinato da pcb e diossine, emesse dall'acciaieria Beltrame che ha interrotto la sua produzione nel 2014. Rivoltare quel terreno vorrebbe dire rimettere in circolo particelle che provocano malattie cardiovascolari e all'apparato polmonare. Sempre per citare i "benefici" del TAV Torino Lione, si stima che nel corso di dieci anni di lavori verrebbero rilasciate nell'aria quasi 10 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Un'emissione che non verrebbe recuperata nemmeno se la linea lavorasse a pieno regime per 20 anni, cosa pressoché impossibile secondo il rapporto "Creuzet".

Il costo spropositato di quest'opera - 8 miliardi di euro, secondo i promotori, ma destinati a moltiplicarsi - potrebbe essere investito per le vere emergenze che la pandemia ha messo in luce. Qualche suggerimento? Sicurezza sul lavoro ed un reddito minimo garantito per chi è stato penalizzato dalla crisi; potenziamento della sanità territoriale - che sia davvero accessibile e universale - e di ricerche sulla prevenzione, investimenti per scuole ed università finite nel dimenticatoio insieme ad un futuro per i e le giovani, messa in sicurezza dei territori e bonifica di quelli inquinati e devastati. Su questo devono essere redistribuite le risorse, qui è la posta in gioco per avere un futuro. Tutto il resto è propaganda di un sistema che ci costringe ogni giorno a lottare per la nostra sopravvivenza, in quanto individui e in quanto specie.

NETWORK ANTAGONISTA TORINESE

 

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