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Articoli filtrati per data: Wednesday, 21 Aprile 2021

Oggi il solito Griseri sulla “busiarda” ci regala un’intervista di vero spessore giornalistico al sottosegretario della Difesa Giorgio Mulè. Il nostro, ex giornalista di Panorama e parlamentare di Forza Italia, si lamenta che non ha potuto annunciare in pompa magna la sua visita al cantiere di San Didero perché la situazione sarebbe paragonabile ad una “zona di guerra”.

Sorge subito il dubbio se il timore di Mulè fosse quello di un qualche tipo di assalto oppure di essere spernacchiato di fronte ai media dalla popolazione valsusina. Non temere Giorgio, non sei così importante, anzi a dire la verità a malapena sapevamo della tua esistenza, probabilmente non ci saremmo nemmeno scomodati di porgerti un saluto alla moda valsusina.

Il nostro comunque è venuto a farsi una gitarella in Piemonte per passare in rassegna le truppe e, prima della visita a Cameri dove si producono gli F35, ha pensato bene di visitare un altro fortino militare. Ce lo immaginiamo mentre la digos lo fa giocare col drone e i celerini gli fanno tenere in mano il lancialacrimogeni. Magari in una chiacchierata con il Questore ed il Prefetto si è persino convinto di allegare al progetto dell’autoporto una bella pista di atterraggio per gli F35, sia mai che possano servire per bombardare il polivalente di San Didero. D’altronde come dice il sottosegretario gli Eurofighter “sono sistemi d’arma, ma sono anche sistemi di difesa che possono essere utilizzati per scopi civili”. In che senso esattamente? Li vedremo alzarsi in cielo al prossimo incendio nei boschi della valle per trasportare bombe d’acqua da sparare con appositi superliquidator?

Ahi noi ci sembra improbabile, in fondo in Val Susa i soldi vanno spesi solo per il TAV Torino – Lione. Poco importa se le amministrazioni comunali sono contrarie, si tratta di istituzioni ostili in territori occupati, che testuali parole “sventolano delibere e si comportano come se quelle delibere valessero di più delle leggi dello stato” (a quali leggi esattamente si riferisce? A quelle che sono violate da un cantiere abusivo o a quelle che normano il lancio dei lacrimogeni per caso?). Insomma i sindaci dei paesi coinvolti dal progetto ed eletti dalla popolazione sono dei buon temponi che sventolano delibere, ma un campione molto più accurato del consenso che i valsusini nutrono per l’opera e l’occupazione militare sono i quaranta caffè sospesi lasciati da qualcuno al bar per le forze dell’ordine. Questo si che è un dato di quanto il Tav sia un’opera amata da tutti e di quanto i No Tav siano alieni sbarcati in Val Susa solo per divertirsi a rompere i co…ni.

Insomma anche sta volta Griseri è in odore di Pulitzer e che dire di Mulè, grazie per la visita, ma in tutta onestà il governo poteva mandarne uno più furbo, consolati con un bel caffè sospeso.

 Mulè intervista

da notav.info

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La maggioranza dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi non hanno una strategia di vaccinazione per i popoli indigeni né hanno assegnato uno stanziamento di bilancio per implementarla, rivela la pagina di “Salud con lupa”.

Anche se sono uno dei gruppi più vulnerabili davanti al Covid-19, i popoli originari non appaiono come una priorità nella maggioranza dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi.

Praticamente i paesi non hanno una strategia di vaccinazione per questa popolazione e nemmeno hanno assegnato un finanziamento considerevole per implementarla, rivela la pagina di “Salud con lupa”.

Questa lentezza potrebbe essere fatale se si considerano gli svantaggi in cui da molti anni vivono le comunità indigene, aggiunge la pagina in un reportage pubblicato recentemente.

Falsa inclusione

Il reportage analizza l’inclusione dei popoli indigeni nei processi di vaccinazione di alcuni paesi della regione, come Brasile, Paraguay, Messico, Perù, Venezuela e Bolivia.

La conclusione è che praticamente nessuno ha consolidato delle strategie puntuali o assegnato un finanziamento extra per migliorare le condizioni di vita di questa popolazione.

Questo, nonostante che questa sia stata una delle raccomandazioni emesse dalle Nazioni Unite.

D’altra parte, il rapporto offre anche alcuni dati interessanti sul livello di vulnerabilità della popolazione indigena di fronte al Covid-19.

È il caso di un rapporto sanitario in Canada che ha rivelato che il tasso di contagio tra i popoli indigeni che abitano nelle riserve era del 187% più alto di quello generale della popolazione canadese.

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Necessità di politiche interculturali

Di fronte a questo, il reportage evidenzia l’importanza di contare su politiche sanitarie interculturali che tengano conto delle caratteristiche, necessità e forze di questa popolazione.

Soprattutto, trattandosi di una popolazione che da molti anni è vissuta svantaggiata, in termini di disuguaglianza economica e sociale, secondo dati raccolti dalla pagina.

Dette politiche, nonostante ciò, devono essere elaborate tenendo conto della scienza: studi immunogenetici, esami clinici ed analisi della morbilità.

Questo, allo scopo di poter aiutare a comprendere il grado di vulnerabilità di questa popolazione e stabilire strategie di vaccinazione più efficaci.

Per leggere il reportage completo di “Salud con lupa”, si deve solo fare clic qui (in spagnolo).

6 aprile 2021

Servindi

da Comitato Carlos Fonseca

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Dopo cinque anni di video innocui, che facevano sorridere e spesso empatizzare con Spot, il cane robot di Boston Dynamics ora è ritratto accanto ai mitra dell’École spéciale militaire de Saint–Cyr. Ed è in buona compagnia: i progetti di robotizzazione degli eserciti procedono a ritmo sempre più spedito in tutto il mondo

Il migliore amico dell’uomo, armato: potrebbe essere il titolo del video postato su Twitter dalla principale scuola militare francese, l’École spéciale militaire de Saint–Cyr. Nel video c’è anche Spot, il cane-robot della statunitense Boston Dynamics. Spot è lo stesso robot che abbiamo visto tante volte bonariamente preso a calci per testarne l’equilibrio. Ora fa un po’ meno tenerezza nel suo ruolo di ricognitore a fianco dei soldati durante una due giorni di esercitazioni militari, descritta dalla scuola francese di arti combinate come indirizzata a “sensibilizzare gli studenti alle sfide di domani,” come la “robotizzazione del campo di battaglia.”

La robotizzazione, cioè l’inclusione di dispositivi semi-autonomi, viene propugnata come imprescindibile per “risparmiare vite umane,” un po’ quello che pensava Richard Gatling prima di immettere la sua mitragliatrice sul mercato durante la guerra civile americana.

Ascoltando i militari dell’esercito francese, pare di assistere a una promozione pubblicitaria: “Durante la fase di combattimento urbano in cui non usavamo robot, sono morto. Ma non sono morto quando abbiamo chiesto al robot di eseguire prima una ricognizione,” ha detto un soldato al quotidiano France Ouest.al quotidiano France Ouest.

Spot, da robotino sfortunato, goffo e relatable è ormai a tutti gli effetti un robot di uso militare. Non dovremmo sorprenderci: i cani-robot non sono mai stati progettati come compagni per la vita degli esseri umani. Da Samantha di Her ad Ava di Ex Machina, nella fiction i robot ci vengono spesso presentati come alter ego umani, con aspirazioni e desideri da studiare e forse temere; nella realtà, il loro utilizzo è spesso puramente bellico. Non è il caso di Spot, che pesa una trentina di chili, è telecomandato, ricoperto di telecamere e progettato per tutti i tipi di terreno — anche per questo spesso compare nei cantieri e nelle miniere — che è stato progettato per un uso generalista e la vendita commerciale anche verso aziende private. Boston Dynamics, infatti, ha dichiarato di “non sapere niente” delle esercitazioni in Francia – dove Spot è solo uno tra molti dispositivi radiocomandati testati.

Il vicepresidente per lo sviluppo commerciale di Boston Dynamics Michael Perry ha scaricato la responsabilità sul distributore europeo, la Shark Robotics — ma sembra una scorciatoia troppo comoda. L’azienda, infatti, era infatti a conoscenza del fatto che i propri robot sono utilizzati dal governo francese, e ha inoltre una lunga storia di sviluppo di robotica per i corpi armati statunitensi. Ciononostante, insiste sul fatto che le condizioni di Spot “ne vietano l’utilizzo per danneggiare o intimidire,” stabilendo come discrimine morale intoccabile il fatto che “non siano armati.” Deve essere stato proprio per le sue capacità calmanti che è stato utilizzato in qualità di dissuasore dalla polizia di Singapore.

La domanda è: le ricognizioni, che seguono criteri accettabili dal punto di vista legale ma non da quello morale, determinano o meno un’aggressione militare, possono non essere considerate come “utilizzo bellico offensivo?” La risposta, tecnicamente, è no.

Quando anche i governi di Stati Uniti e Cina hanno deciso di investire sui quadrupedi robot, rispettivamente con la Ghost e la Unitree Robotics, nessuno si è preso la briga di dichiarare che questi robot sarebbero stati disarmati, dato che queste aziende non hanno una significativa branca commerciale. Solo poche settimane fa, Unitree ha postato un video in cui mostra i propri cani–robot muoversi in perfetta sincronia. Nel video, rifiniti interamente in vernice nera, i robot si muovono con in sottofondo la Marcia imperiale dell’Impero colpisce ancora.

I governi di tutto il mondo spingono per portare nel campo di battaglia robot e veicoli guidati in remoto, in primis con i droni radiocomandati e le macchine a guida automatica. Queste macchine possono velocemente diventare dei carri armati a grandezza naturale, come il centinaio di T-14 Armata dell’azienda Uralvagonzavod in dotazione all’esercito russo, o essere più piccoli e maneggevoli, come DOGO, il primo robot armato operativo al mondo, realizzato dall’israeliana General Robotics per le forze di Israele, India e Francia – da usare, si intende, con “finalità antiterroristiche.”

Con il successo crescente di queste armi, alcuni si chiedono quale sia il loro margine di progressiva indipendenza — il famoso paradigma della macchina che “impazzisce” e decide per sé stessa — o della loro manovrabilità esterna da parte di hacker. In pochi però si pongono una domanda più concreta, ovvero quale sia il loro potenziale distruttivo già ora. “Gli sciami di droni grandi poco più di un’ape hanno una capacità omicida pari a quella delle armi nucleari, ma sono molto più semplici da costruire, economiche e scalabili,” sintetizza il pioniere degli studi sull’AI Stuart Russell al New York Times. E nel caso in cui queste armi non fossero poi così efficienti, il rischio cambia ma non diminuisce, dati per esempio i pregiudizi intrinsechi inseriti anche inconsapevolmente da programmatori e creatori — un caso esemplare sono i malfunzionamenti razzisti degli algoritmi di Google e Twitter.

L’evanescente ricompensa del risparmio di vite e il grosso investimento economico fanno una certa gola, e d’altra parte non ci si può permettere di restare indietro in un mondo – quello bellico – che funziona solo al rialzo: per questo gli eserciti di tutto il mondo si pongono poche domande e continuano a investire. Nel 2018 il capo di stato maggiore della difesa britannico Nick Carter prevedeva che nel prossimo futuro fino a un quarto del corpo nazionale sarebbe probabilmente consistito in sistemi autonomi o semi-autonomi.

Ma non pensate di essere al sicuro, se per ora il vostro Paese non è invaso da nessuno. Come molte invenzioni militari, gli usi di queste macchine vengono facilmente estesi al settore delle forze dell’ordine. Palmer Luckey, fondatore di Anduril Industries, di Oculus Rift e noto finanziatore di gruppi trumpisti ha da poco messo in commercio gli Interceptor, dei “droni che uccidono droni” usati dall’esercito americano anche per pattugliare il confine con il Messico.

Giulia Giaume

da The Submarine

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Oggi pomeriggio si svolge in piazza dei Sanniti a San Lorenzo un'assemblea per dire no alla sorveglianza speciale, una misura restrittiva delle libertà personali di genealogia monarco-fascita, imposta dal tribunale di Torino, a una compagna, Eddi in quanto combattente delle YpJ e in quanto donna attiva nelle lotte sociali e nei movimenti nel nostro paese.

Una corrispondenza da una compagna dalla piazza e un intervento di Eddi.

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

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Quello che è accaduto a Giovanna l’altra sera è gravissimo ed è purtroppo una conseguenza scontata di quello che da tempo denunciamo e che ormai è prassi da parte delle forze dell’ordine in Valle di Susa e non solo.

Innanzitutto troviamo ridicolo e infame leggere varie ricostruzioni, copiate e incollate dai comunicati della questura, che mettono in dubbio che la grave ferita derivi da un lacrimogeno, parlando di “corpi contundenti” facendo balenare il dubbio che Giovanna non sia stata colpita de un lacrimogeno ma da “chissà che cosa” magari lanciato dai manifestanti.

Così come la strategia di dipingere una donna magnifica come Giovanna, come una facinorosa, srotolando curriculum buoni solo per la stampa, per dimostrare che un’attivista notav, impegnata nelle lotte sociali, abbia infranto la legge (sempre nell’ambito di iniziative e manifestazioni), e quindi, venendo anche da Pisa, in qualche modo se la sia cercata e persino meritata.

Fa schifo leggere queste ricostruzioni e ci portano alla memoria i giorni di Genova del G8 del 2001, quando con Il corpo a terra di Carlo Giuliani, un poliziotto gridava “siete stati voi con le vostre pietre”, tesi usata anche negli anni successivi.

Invece è il momento di dare le responsabilità a chi se le deve prendere, e usare le parole corrette in questo momento dove siamo in apprensione per Giovanna su un letto d’ospedale.

Sono giorni che pubblichiamo video degli spari di lacrimogeni da parte forze dell’ordine addosso ai notav: spari mirati a colpire a far male, che l’altra sera hanno trovato l’ennesimo epilogo.

Ennesimo perché non è la prima volta che accade. In Valle le polizie usano da sempre i lacrimogeni con disinvoltura e soprattutto con la dovuta mira, con l’intento di far male.

1 E’ già successo nel 2011 quando l’8 dicembre un giovane notav, Yuri venne colpito in testa da un candelotto di gas lacrimogeno sparato ad altezza uomo, alle reti del cantiere della Maddalena.
2 Sempre nel 2011, nel luglio Alessandro venne colpito in faccia da un lacrimogeno mentre scattava delle fotografie dalle reti posizionate alla centrale elettrica di Chiomonte. arton27773 9ca82 3 E ancora un’altra volta un altro notav veneto venne colpito in pieno volto da un lacrimogeno, e ancora oggi ha notevoli problemi di vista

Sono solo alcuni dei casi dove ci è mancato veramente poco, ma vi sono altri centinaia di fatti non documentati che potremmo raccontare nelle notti in Clarea, dove gli agenti posizionati sulle collinette tirano direttamente verso le teste e le facce dei notav.

L’uso criminale dei lacrimogeni è una vera e propria prassi da parte delle forze dell’ordine, che siano sparati ad altezza uomo/donna e che siano utilizzati come agente avvelenante dalle conseguenze mai veramente accertate. Si perché c’ è anche questo fatto da tenere sempre in considerazione, di come i gas lacrimogeni siano composti da sostanze pericolose e vietate persino nelle convenzioni di guerra: contengono gas CS ovvero un gas a base di cianuro che ha causato problemi seri e gravi in diversi contesti nel mondo, compreso in Valle di Susa.

Basti pensare che il 3 luglio 2011 furono sparati (mirando) 4357 lacrimogeni contro i notav

Sono giorni (quelli recenti) e anni che denunciamo questa prassi del tiro al notav, ed ogni volta, di fronte all’evidenza di video e testimonianze, viene sempre minimizzato tutto, e come in questo caso, tentando di rigirare la verità lasciando che continui questa pratica criminale.

E’ evidente che ci dovremo proteggere di più alle manifestazioni se c’è qualcuno che gioca così sporco attentando alle vite dei e delle notav. E’ altrettanto evidente che non è possibile tollerare oltre e ci chiediamo perché nel nostro Paese ci si indigni per le violenze e i metodi delle polizie di altri Paesi e non una parola venga spesa sulle forze dell’ordine italiane, anche oggi, con una donna gravemente ferita.

Forza Giovanna, siamo tutte/i con te!

Ora e sempre notav

Video del CARABINIERE SI VANTA CON IL COLLEGA “SI’ NE HO TIRATI DUE IN FACCIA SULLA STRADA”

Video lancio lacrimogeno SAN DIDERO – LUNEDI’ NOTTE

Ecco il comportamento vile delle forze di polizia che sparano lacrimogeni ad altezza uomo

 

Foto 8 dicembre 2011

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Foto 3 luglio 2011

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Una documentazione visiva sull’abuso, rimasto impunito, da parte delle forze dell’ordine in Valle di Susa

Operazione Hunter

 

Il film che documenta puntualmente come vengano archiviate le violenze della polizia in Valle di Susa

Archiviato

Uno dei tanti esempi di come vengano utilizzati i lacrimogeni

NOTAV Lacrimogeni ad altezza uomo 8 dicembre 2011

Da notav.info

 

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E' passato poco più di un mese dalla morte di Francesco Lorusso, il Movimento è iperattivo, creativo, militante. Sono giorni di intense assemblee e mobilitazioni all'interno delle Università italiane, a Torino, Bologna e Napoli si è già deciso di occupare le facoltà bloccando la didattica.

A Roma la polizia ha presidiato la Sapienza per tutta la giornata del 20, fino a notte inoltrata, in occasione di un'assemblea con i liceali contro la riforma Malfatti.

Il vero obiettivo, però, è l'occupazione, che avviene la mattina del 21 in ben quattro facoltà della Sapienza. Nel primo pomeriggio il Rettore Ruberti chiede l'intervento della polizia, che esegue lo sgombero senza reazioni da parte degli occupanti.

Ma la forza di volontà degli studenti è quella di proseguire con la mobilitazione, e ben presto si creano cortei spontanei in tutta la zona adiacente l'Università e in particolare nel quartiere di San Lorenzo, dove i manifestanti decidono di rispondere alle cariche della Celere. Esplode la guerriglia urbana, le barricate bloccano ogni strada e per ogni lacrimogeno sparato c'è una bottiglia molotov pronta a rispondere.

Ne nasce un violento scontro a fuoco tra polizia e studenti, l'agente Settimio Passamonti viene mortalmente colpito alla testa da due proiettili e altri sei agenti rimangono feriti, di cui uno gravemente, mentre la giornalista americana Patrizia Bermier è colpita alle gambe. Le testimonianze parlano di un uomo vestito di nero comparso all'improvviso durante gli scontri e immediatamente svanito dopo aver sparato. Manca meno di un mese alle foto che rivelano la presenza di agenti in borghese armati infiltrati nei cortei.

Poche ore dopo, nel luogo dove era morto Passamonti appare la scritta «Qui c'era un carruba, Lorusso è vendicato».

L'Università viene nuovamente chiusa dal Senato accademico. Riaprirà il 2 maggio. A Roma, nella notte, polizia e carabinieri, armi alla mano, con giubbotti antiproiettili e mitra, entrano nella sede dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci, fermando 25 militanti, poi rilasciati.

Kossiga non perde tempo per ripetere il solito, stanco, teorema secondo cui gli scontri di Roma non sono altro che il frutto di una regia più alta, e promette di reagire "con tutti i mezzi" in modo che "Non sarà più consentito che i figli dei contadini meridionali siano uccisi dai figli della borghesia romana".

Tutte le manifestazioni vengono così vietate a Roma fino al 31 maggio (una deroga al divieto viene concessa alle organizzazioni sindacali confederali per la celebrazione della Festa del Lavoro), provocando ancora una volta l'ira del Movimento, che deciderà di manifestare ugualmente nei giorni successivi, incontrando una ferma risposta nei metodi repressivi dello Stato.

 

Guarda "Autop - Omicidio Passamonti 21 aprile 1977 - Rai EduTg Rai dell'epoca":

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