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Articoli filtrati per data: Tuesday, 20 Aprile 2021

Roma. Questo pomeriggio alle ore 18.00 a Piazza dei Sanniti, davanti al Nuovo Cinema Palazzo si terrà un'assemblea pubblica per prendere parola ed esprimere solidarietà a Maria Edgarda Marcucci, Eddi, sottoposta alla 'sorveglianza speciale' in quanto antisessista, ecologista e contro ogni forma di sfruttamento. 

"Eddi resisti, non sei sola"

È più di un anno ormai che Maria Edgarda Marcucci è sottoposta alla “sorveglianza speciale”.
Una misura restrittiva delle libertà personali di genealogia monarco-fascista, imposta dal tribunale di Torino a Eddi, non solo in quanto combattente delle YPJ, ma in quanto donna, in quanto attiva nelle lotte sociali e nei movimenti del nostro paese.
Una sentenza tutta politica, tesa a criminalizzare non tanto la “Eddi” combattente contro l’ISIS, quanto più la “Eddi” attivista, che si mobilita da dieci anni sul nostro territorio. Questa è la realtà dei fatti: se dici a gran voce come la pensi, se non sei in linea, vieni perseguito, che sia tramite un megafono o tramite un articolo.
Lo dimostrano i casi di Michele Lapini e Valerio Muscella, rinchiusi in cella per una notte e maltrattati, mentre svolgevano un reportage sulle tratte dei migranti tra l’Italia e la Francia; lo dimostra l’inchiesta sulle intercettazioni ai danni di Nancy Porsia, utilizzate per ricavare informazioni dalla procura di Trapani a sua insaputa.
Il Tribunale di Torino riconferma tutto ciò anche nel perseguire Dana Lauriola, attivista No Tav, che ha scontato 7 mesi di carcere per una megafonata e che solo pochi giorni fa è stata trasferita ai domiciliari.
Torino è la città che nel Dicembre 2020 intitola un giardino ai martiri caduti in guerra contro l’ISIS e allo stesso tempo condanna chi è andato a combattere l’ISIS quando rientra in Italia vivo e forte di quell’incredibile esperienza. Stessa ipocrisia di un’opinione pubblica costruita da giornalisti e politici sull’indignazione per il “sofa-gate” tra Erdogan, Von Der Leyen e Michel, ma che non proferisce parola sulle bombe che tutti i giorni cadono in territorio curdo; sulle violenze perpetrate in Turchia verso chi non si adegua alla linea, soprattutto le donne che, decidendo di non annichilirsi e prendendosi in carico una pericolosa risposta alle ingiustizie, vengono uccise o colpite con violenza inaudita, fisica, politica, sociale, psicologica.
È nella resistenza di tutti i giorni che tramandiamo la lotta e la memoria dei martiri contro i fondamentalismi e i fascismi.
Fare nostri i valori di una rivoluzione come quella in Rojava e riportarli nei nostri territori significa condivisione, confronto e se necessario scontro di idee tra modi di vivere irriducibili, tra chi ci affama, ci ammala e ci vuole soli, e chi lotta tutti i giorni per la libertà di mangiare, bere, ridere insieme, avere un corpo sano, un lavoro dignitoso e una rete sociale a cui fare riferimento nei momenti difficili.
Esempio di tutto ciò è la resistenza che stiamo vedendo questi giorni a San Didero in risposta all’inaudita violenza della polizia contro l’occupazione No Tav che preserva il territorio dalla devastazione.
La sorveglianza speciale scagliata su Eddi è una misura che la condanna in quanto portatrice di questi valori, in quanto antisessista, ecologista e contro ogni tipo di sfruttamento. In quanto solidale a Dana e a tutte e tutti coloro che hanno difeso e stanno difendendo i territori che viviamo.
È per questo che vogliamo tutelare e appoggiare la sua volontà di violare queste misure quando è giusto e necessario. È legittimo che intervenga a iniziative pubbliche, che partecipi a incontri e dibattiti, che sia con noi nel portare avanti questa resistenza quotidiana, nel conservare questa memoria tutti i giorni.
Vi invitiamo per questo a partecipare a un’assemblea per costruire questa solidarietà a Eddi, il 20 aprile alle 18.00 in Piazza Dei Sanniti.

Basta sorveglianza speciale - Eddi non sei sola

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Domenica notte il calcio mondiale è stato scosso da un terremoto dalla magnitudo senza precedenti. Dodici tra i club più blasonati d’Europa hanno annunciato la nascita della Super League. Una competizione a gironi con fasi eliminatorie composta da 20 squadre, alternativa all’attuale Champions League organizzata dalla società UEFA.

Nelle intenzioni dei promotori tale competizione non dovrebbe porsi in antitesi con i campionati nazionali che sono però profondamente sconvolti dal riassetto.

Un vero e proprio scisma nel pallone che ha comportato il monopolio dell’attenzione pubblica, e siamo in tempi di pandemia. Dai Primi Ministri agli influencer, tutti prendono parola e quasi tutti condannano l’iniziativa evidenziando l’avidità e l’arroganza con cui questi 12 club vogliono ridisegnare l’architettura del calcio globale.

Nell’ottica di chi ha sempre partecipato e osservato il movimento calcistico prediligendo la sua natura passionale, comunitaria e talvolta resistente, non possiamo di certo rimpiangere i tempi andati.

Coloro che piangono la perdita del monopolio, ossia UEFA e FIFA, sono gli stessi soggetti privati che hanno progressivamente mercificato e snaturato il pallone, l’emblema del politically correct, buono nemmeno a lavarsi la coscienza.

L’impatto di questa rivoluzione sarà profondo, come è pervasivo il calcio nella sfera sociale, culturale, politica ed economica di buona parte del pianeta.

Pensiamo quindi che il tema vada dibattuto e a partire da questo breve e volitivamente non onnicomprensivo testo ospiteremo contributi e anche lunghi post per sviluppare collettivamente delle pratiche utili a comprendere e (ribaltare?) l’ennesimo terremoto socio-economico.

Ci assumiamo l’onere di proporre qualche idea su due temi noiosi e meno prosaici: in primo luogo, delle considerazioni sui rapporti di forza tra i soggetti in campo ed infine la Super League come fase nuova del rapporto tra calcio e capitale.

Come brevemente anticipato la sfida è tra UEFA e Leghe nazionali contro la SuperLeague dei 12 che vogliono diventare 20, la FIFA sembra più defilata e guardinga.

La UEFA è una società privata nata nel 1954 in Svizzera a Nyon, dove ancora si trova la sede principale. Quindi, è l’organo che ha organizzato l’architettura del pallone europeo negli ultimi 70 anni. La sfera prettamente organizzativa è stata progressivamente accompagnata dal ruolo di mediatore finanziario, con questo termine si intende la funzione di distributore e regolatore dei flussi economici della sfera calcistica.

Com’è noto, di soldi ne hanno fatti girare parecchi ma in maniera sommaria si può affermare che l’ingresso delle pay tv nel corso degli anni ’90 ha accelerato l’accumulazione di capitale nel settore calcistico, così come la sua utilità nel riciclaggio.

Il ruolo dello show-business e del consumo produttivo come asse remunerativo dell’accumulazione contemporanea è ovviamente qualcosa che va ben aldilà del pallone ed ha investito e “valorizzato” ogni ambito dell’arte e dello sport.

Tuttavia nel calco più spudoratamente che altrove, l’obiettivo dei suoi governi, di nuovo UEFA e FIFA, è sempre stato un aumento costante del giro d’affari. La moltiplicazione delle partite e il calcio spezzatino sono andati avanti di pari passo alle speculazioni urbane: gli stadi; o al paradigma delle grandi opere per grandi eventi: europei, mondiali e olimpiadi.

Delle tante cose che si possono dire sul calcio degli ultimi 25 anni, partiamo da una che ci sembra una certezza: la competitività del sistema è stata drogata e minata dall’afflusso dei capitali e dalla loro sperequazione, istituita e regolata sia dalla UEFA che dalle leghe nazionali.

Gli stessi attori che oggi sono sul piede di guerra e parlano di uguaglianza, rispetto, solidarietà, valori sani dello sport; l’ennesima fiera dell’ipocrisia, ma chi si sorprende più di niente.

Il tema della sostenibilità dei conti del pallone, tuttavia, non è qualcosa che appartiene unicamente a chi, come noi, si fa promotore di palestre e squadre sportive popolari, ma è un argomento che da almeno 20 anni si trova sulle pagine dei giornali e nelle bocche degli addetti ai lavori.

La dinamica dei costi per competere è stato un problema degli stessi capitalisti che nel pallone hanno investito. Stipendi da capogiro, procuratori sportivi i cui conti in banca fanno impallidire i broker di Wall Street, cartellini dei calciatori da 220 milioni, si veda il caso Neymar.

Il motore della macchina si stava rompendo da un pezzo, infatti lo spauracchio della SuperLeague coglie di sorpresa solamente chi, anche giustamente, non passa la vita ad interessarsi di calcio e finanza.

I possessori del giocatolo, i vari Perez (Real Madrid), Blazer (Manchester United) e Agnelli, solo per citare i vertici della nuova lega, erano e sono consapevoli che all’interno dell’architettura odierna, per quanto essa fosse già diseguale, non si poteva massimizzare il profitto.

Se si elimina il mediatore, la UEFA, e si ridisegna l’architettura tutto è ancora possibile, anzi tutti i coinvolti ci guadagneranno, compresi i calciatori. Pensare che i sopra nominati e JP Morgan, la colonna finanziaria dell’iniziativa, non sappiano fare i conti è da sciocchi.

Come spesso accade, loro ci guadagneranno e tutti gli altri no.

Questa breve ricostruzione ci porta a pensare che non ci sia un bluff in corso, che i rapporti di forza non si possano ri-bilanciare in favore dei “12”, perché nell’attuale sistema non ci sono i margini. I “12” erano già al comando e si mangiavano la fetta più consistente della torta.

Tuttavia, con il Covid e la crisi di incassi, serviva qualcosa, una rivoluzione, e l’hanno fatta.

Passiamo quindi ad un secondo spunto che vorremo condividere, l’interpretazione della Super-League come nuova fase del rapporto tra calcio e capitale.

Il capitalismo contemporaneo è caratterizzato da una costante produzione e introduzione di moneta nel sistema. Tra Recovery Fund, Quantitative Easing e bazooka monetari vari.

Non ci dilunghiamo in ricostruzioni di storia economica, ma una certezza è la seguente, il mondo è inondato di dollari che cercano la loro allocazione più remunerativa.

Infatti, nonostante le crisi finanziarie stiano diventando sempre più frequenti e intense, se si osservano gli indici azionari di Milano, New York, Londra e Tokyo, sono tutti ai massimi storici.

Chi detiene tutta questa moneta, e qui arriviamo a parlare di JP Morgan, deve trovargli un uso alternativo alla sfera finanziaria.

Cosa c’è di più remunerativo di rivoluzionare il calcio insieme ai 12?

Seppur descritto in maniera molto semplice e sbrigativa, pensiamo che questo sia l’asse che porta JP Morgan, la quale possiede una capitalizzazione di mercato di 420 miliardi, ad invadere il pallone.

L’agenzia Reuters parla di 5 miliardi di investimento iniziale nella SuperLeague, bazzecole per loro.

Una multinazionale dei servizi finanziari talmente ricca, nonché intimamente legata alla banca centrale e al tesoro USA, che decide di ancorare parte della sua ricchezza finanziaria all’economia reale.

Perché il calcio, a differenza di molta spazzatura che gonfia gli stati patrimoniali delle istituzioni finanziarie e/o bancarie, ha un forte legame con i consumi, con la vita delle persone e con la dimensione “materiale” dell’economia.

Un settore che può sopravvivere e riprodursi in ogni crisi, magari negoziato e/o ridimensionato chissà.

Leggendola così quanto sta avvenendo è una naturale conseguenza del sentiero sempre più piramidale intrapreso dal capitalismo contemporaneo. Il calcio rappresenta la diversificazione di portafoglio per mettere al riparo i ricavi futuri dagli inevitabili scossoni che il “Casinò Capitalista” riserverà a tutti noi.

Con l’ambizione che ogni “crisi” si trasformi in opportunità, seguiremo attentamente gli sviluppi del giocattolo calcio. Chissà che passato il Covid, il calcio popolare non conosca un’ascesa.

Quella sì sarebbe un’età dell’oro del pallone.

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di Antonio Mazzeo*

Pagine Esteri, 20 aprile 2021L’Italia avrà il suo posto al sole nel deserto del Sahara. A margine dell’incontro con l’omologa francese Florence Parly, il 13 aprile a Roma il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha reso noto che nel quadro della missione bilaterale MISIN in Niger, le forze armate italiane realizzeranno una propria base militare “a partire dal mese di luglio”. “Lo ritengo un passo molto importante per il rafforzamento della nostra azione nella regione, che in prospettiva andrà a confluire in una sempre maggiore capacità dell’Europa in Sahel e nell’intera fascia sub-sahariana, dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea, mettendola a sistema con il contributo alla stabilizzazione della Libia”, ha dichiarato Guerini.

L’annuncio-scoop sulla prima base interamente italiana in Africa occidentale (mai discussa né approvata in Parlamento), giunge un mese dopo l’arrivo in Mali del primo contingente delle forze armate italiane da impiegare nella controversa missione internazionale “Takuba” in Sahel, sotto il comando dello stato maggiore di Parigi. Una pericolosa escalation nella penetrazione militare in una delle aree più conflittuali del continente nero, in nome della lotta al terrorismo e al contrasto dei flussi migratori “illegali”, ma più probabilmente subalterna agli interessi economici delle transnazionali energetiche, francesi in testa, in una regione ricchissima di idrocarburi e uranio.

Partita in sordina dopo gli accordi stipulati il 26 settembre 2017 tra i ministeri della difesa di Italia e Niger, la missione MISIN fornisce assistenza militare alle forze di sicurezza nigerine per accrescerne le funzioni tecnico-logistiche ed operative. “Il Governo ha autorizzato la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, NdA)”, spiega lo Stato maggiore della difesa.

Le attività di assistenza e formazione nella Repubblica africana da parte dei militari italiani sono indirizzate alle forze armate e alle task force “speciali”, alla Gendarmeria e alla Guardia nazionale. “Esse concorrono pure alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger”, spiega ancora la Difesa italiana. Rilevante il numero degli uomini e dei mezzi impiegati: secondo la legge di bilancio 2021, MISIN prevede infatti una presenza in Niger e presso il Defence College in Mauritania “fino a un massimo di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei”. Si tratta in particolare di team specializzati in operazioni di ricognizione, comando e controllo; personale per l’addestramento; team sanitari e del genio per lavori infrastrutturali; una squadra per le rilevazioni contro le minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN); unità per la raccolta di informazioni d’intelligence e la sorveglianza. Sino ad oggi quasi tutto il personale italiano è ospitato nella base aerea 101 realizzata e controllata dalle forze armate francesi accanto all’aeroporto internazionale “Diori Hamani” della capitale Niamey. Lo scalo è messo a disposizione pure delle unità aviotrasportate di US Africom, il comando statunitense per le operazioni nel continente africano.

Cambio

Cambio al vertice della MISIN. Il Generale di Brigata Alessandro Grassano è subentrato al Generale di Brigata Aerea Maurizio D’Andrea (foto Difesa.it)

I corsi addestrativi e di assistenza delle unità nigerine da parte italiana sono cresciuti progressivamente negli anni in quantità e qualità. In particolare al personale della Brigata “Folgore” sono attribuiti i compiti di formazione del neocostituito battaglione paracadutisti nigerino (programmi di fanteria di base, aviolanci, pianificazione e realizzazione completa di una operazione militare; pattugliamento motorizzato; organizzazione/gestione di check point e combattimento nei centri abitati). Ancora i parà della Folgore hanno realizzato all’interno di un’installazione di Niamey un’area addestrativa “nella quale sono stati dislocati numerosi artifizi allo scopo di sviluppare le capacità di exploitation e sviluppo dei movimenti sul terreno dei militari nigerini”, come riporta il comunicato emesso dal Comando MISIN in occasione della sua inaugurazione, il 26 gennaio 2021.

Agli addestratori dell’Esercito e dell’Aeronautica militare sono affidati le attività di formazione e consulenza a favore del Groupe d’intervention spécial (GIS), il gruppo di intervento speciale del ministero degli interni nigerino, mentre a una task force del 7º Reggimento Carabinieri “Trentino-Alto Adige” (di stanza a Laives, Bolzano) è assegnato l’addestramento e il monitoring del nuovo reparto d’élite nigerino, il Groupes d’Action Rapides – Surveillance et Intervention au Sahel (GARSI) della Guardia nazionale, impiegato in funzioni di controllo dell’ordine pubblico e anti-terrorismo.

Oltre che in Niger, le unità di pronto intervento GARSI sono state istituite anche in altri paesi del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Senegal) grazie ad un generoso contributo dell’Unione europea attraverso il Fondo d’emergenza per l’Africa (66 milioni e 600 mila euro). Mentre la parte meramente addestrativa e di fornitura delle attrezzature militari è affidata alle forze armate dei paesi Ue presenti in Africa occidentale, la programmazione e la gestione del progetto GARSI è di competenza della Fundaciòn Internacional y para Iberoaméricana de Administraciòn y Polìticas Publicas, cioè la fondazione per la cooperazione allo sviluppo del governo spagnolo. “Il compito istituzionale del GARSI è quello di prevenire e lottare contro il terrorismo internazionale, l’immigrazione illegale, la criminalità transazionale organizzata”, spiega la Commissione Ue. “Il programma contribuisce al rafforzamento delle capacità operative nazionali per assicurare un controllo effettivo del territorio e delle frontiere e lo stato di diritto in tutto il Sahel, grazie a unità di polizia robuste, flessibili, mobili, multidisciplinari e autosufficienti”. Ancora una volta, replicando le narrazioni main stream delle cancellerie europee e d’oltreoceano, lotta al terrorismo, alla criminalità e al traffico di migranti sono gli obiettivi chiave e unitari del progetto GARSI, implementato dalle unità militari d’eccellenza e dalla moderna “cooperazione allo sviluppo” di casa Ue.

L’ambiguissimo modello di supporto e cooperazione CIMIC (cioè civile-militare) è stato assunto in proprio anche dal Comando operativo di MISIN. Sempre più spesso, infatti, le forze armate italiane sono impegnate nella contestuale consegna di “aiuti”, beni e materiali vari (dai sistemi d’arma ai farmaci, alle attrezzature sanitarie e finanche giocattoli e materiale scolastico e sportivo) alla controparte militare nigerina e alle autorità locali. Lo scorso anno l’Aeronautica ha ceduto alle forze aeree nigerine “dotazioni” non meglio specificate per la “protezione e la difesa delle istallazioni e del proprio personale nei principali aeroporti attivi del Paese”. Materiale sanitario “a favore della popolazione nigerina” è stato consegnato alle forze armate di Niamey dalle unità del Policlinico Militare “Celio” di Roma e della Scuola di Sanità e Veterinaria Militare dell’Esercito in missione in Niger.

Sempre lo Stato maggiore della difesa fa sapere che lo scorso 25 marzo, il contingente MISIN ha concluso un altro progetto CIMIC “a favore del villaggio di Dara”. Nessun dubbio per i contribuenti italiani sulla sua rilevanza “civile”. “Si è trattato della donazione di derrate alimentari e dispositivi sanitari che serviranno al personale paracadutista nigerino quale contingenza nel contrastare la pandemia da Sars-CoV2”, spiega la Difesa. “Il supporto alla popolazione è una delle attività MISIN che si affianca a quella principale di assistenza alle Forze di Difesa e Sicurezza, focus primario della missione che viene realizzato sia in maniera diretta, sia facilitando la distribuzione di aiuti umanitari provenienti dalla cooperazione internazionale del Ministero degli Affari esteri”. Pagine Esteri

Per saperne di più sulla missione italiana in Niger (MISIN):

https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/Niger_missione_bilaterale_supporto/Pagine/default.aspx

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Ieri è terminata la coraggiosa resistenza dei notav che si erano barricati sul tetto dell’ex autoporto di San Didero. All’arrivo dei 1000 agenti di polizia il 13 aprile erano riusciti a beffare le forze dell’ordine e restare nell’area del futuro cantiere.

Hanno vissuto nel presidio del tetto dell’ex-autoporto per una settimana osservando il disboscamento dei 10.000 mq necessari alla costruzione di questa opera annessa al tav, ennesima colata di cemento in un territorio già martoriato da diossina e altre sostanze tossiche. Per tutta la settimana i No Tav li hanno sostenuti con cortei cori e battiture sulle recinzioni del nuovo cantiere. Il 19 aprile la polizia ha impedito in tutti modi l’arrivo di acqua e viveri cercando di sfiancare i resistenti, per protesta contro questo ennesimo sopruso 2 di loro si sono incatenati a un blocco di cemento.

I Vigili del fuoco sono saliti sul tetto e alla fine hanno rotto il blocco. I resistenti di San Didero sono stati portati a terra ieri notte sani e salvi. Nel frattempo le ruspe continuano a buttare giù alberi distruggendo uno degli ultimi polmoni verdi della bassa Val Susa.

A Sara düra, resisteremo 1 minuto più di loro! Forza notav!

Da notav.info

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