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Articoli filtrati per data: Friday, 02 Aprile 2021

Sembrava che in questo paese non sarebbe successo mai nulla. La dittatura di Pinochet, da lontano la più astuta, calcolatrice ed efficiente di tutte, non solo volle combattere la sinistra e qualsiasi dissidenza, ma riformattò anche l’anima del Cile, con tutta la prolissità fascista calcolata ed eliminando metodicamente tutto quanto di umano della quotidianità nazionale. Mi ricordo un graffito dei 90 a Santiago che diceva “Il Cile non pensa, produce solo”. Nella medesima epoca, in visita, José Saramago concluse: “È un paese di morti viventi e di vivi morti”. Era una terra bruciata, che sembrava sterile, morta, inseminabile. Ma non era vero.

La vita germogliò il 18 ottobre 2019, quando milioni di cileni in un insperato -nemmeno da loro stessi- fenomeno psicosociale si riversarono nelle strade e nelle piazze di tutto il paese per dire NO al neoliberalismo selvaggio, che aveva in Cile il suo dominio di origine e il suo marchio registrato.

In lungo e in stretto del paese, il popolo resistette nelle strade cinque mesi con una battaglia campale disuguale ed eroica contro l’esercito e le forze speciali della polizia. Quando venne la pandemia, il medesimo popolo attraverso dei portavoce della prima linea della sua resistenza notificò la propria decisione di abbandonare per un certo tempo le strade per proteggere la salute e le vite, perché la vita è quello per cui si lotta.

Il governo di Sebastián Piñera, un impresario opportunista di prim’ordine, ha approfittato al massimo della situazione. Se Piñera avesse un po’ di senso di gratitudine, dovrebbe fare un monumento al coronavirus. Molti di noi in Cile sono convinti che giustamente la pandemia lo ha salvato da un’imminente caduta. Con la scusa della crisi sanitaria, il paese dal 18 marzo dell’anno passato vive in Stato d’Emergenza, con coprifuoco e i militari nelle strade a reprimere qualsiasi espressione del disaccordo cittadino.

In tutto questo tempo, il ruggire delle eliche degli elicotteri nella notte santiaghina e le notizie delle torture nei commissariati e degli assassinii delle forze dell’ordine giungono ad essere sempre più quotidiane, ricordando ai cileni i peggiori anni della loro storia.

Con gli incubi del passato è tornata la sistematica repressione contro tutto che odori di organizzazione popolare. Mentre gli abitanti dei quartieri poveri, che soffrono la fame e ogni tipo di necessità, come negli anni di Pinochet, si organizzano e fanno pentolate comuni e  mense popolari, le forze speciali della polizia attaccano questi luoghi come obiettivi militari.

È importante intendere che non sono errori o eccessi isolati, ma una politica dello stato di un governo che punta a intimorire il popolo che per la prima volta si è sollevato in massa contro il modello capitalista cileno, recentemente pubblicizzato con tanto successo in tutto il mondo. Le forze repressive agiscono con una totale impunità, avendo come avallo e complice tutta la classe politica, che come sempre e ad ogni costo vuole evitare qualsiasi cambiamento di fondo.

Nonostante che si vedano, per ovvie ragioni, meno manifestanti di prima, il governo con tutti i suoi militari e poliziotti non è riuscito chiaramente a recuperare le strade. Nelle strade di Santiago e di altre città cilene si vive un tempo sospeso, sul punto di entrare di nuovo in movimento in qualsiasi momento. Per questo tanta paura del potere che genera risposte sempre più violente e irrazionali.

Dopo il 18 ottobre 2019 si aprirono 8.581 processi giudiziari per violazioni dei diritti umani, la maggior parte coinvolgono agenti dello stato, per vari tipi di aggressioni, includendo lesioni oculari e violenza sessuale. Di queste denuncie il 46 per cento è stato chiuso senza formalizzazione. Soltanto nei primi cinque mesi di protesta, circa 460 manifestanti ebbero traumi oculari, frutto di una mira intenzionale dei carabinieri. Si registrarono anche decine di assassinati, centinaia di torturati e migliaia di detenuti.

Questo governo continua a mostrare sempre più disprezzo e indifferenza per decine di denunce e rapporti di diverse organizzazioni internazionali e nazionali dei diritti umani. Il modo di agire dei carabinieri è sempre più delinquenziale e con meno contegno. La brutalità dell’azione repressiva ora arriva sistematicamente ai brigatisti della salute e agli osservatori dei diritti umani che, rischiando la loro propria sicurezza, accompagnano le vittime e documentano le aggressioni di cui sono oggetto.

E ovviamente il bersaglio speciale delle forze repressive è la stampa indipendente, l’unica e la prima che sta con, a fianco e dentro il popolo per raccontare quello che succede al popolo. Mentre i grandi media si impegnano in questo esperimento mondiale della paura, i nostri giornalisti senza altro calcolo di quello che il loro cuore gli detta, continuano a raccontare questa splendida storia di un popolo in piedi che continua a camminare nella storia verso un altro luogo.

Qui presentiamo la parola della nostra cara compagna, la giornalista cilena Claudia Andrea Aranda Arellano, corrispondente dell’agenzia internazionale Pressenza e collaboratrice di Desinformémonos, che in quest’ultimo anno e mezzo è stata arrestata quattro volte, l’ultima volta il 19 marzo 2021, quando è stata arrestata senza alcuna giustificazione durante un’operazione e minacciata di morte, e ha passato varie ore sequestrata, torturata.

https://desinformemonos.org/wp-content/uploads/2021/03/video-1617037440.mp4?_=1

In tutti questi mesi lei ha messo da parte tutti i suoi piani di lavoro e personali per accompagnare nelle strade di Santiago la ribellione popolare cilena che senza e con la pandemia continua e continuerà, nonostante il silenzio della stampa. E va a lei tutta la nostra solidarietà e ammirazione.

Nel frattempo, le strade cilene, recuperate dal popolo, continuano ad essere un territorio in resistenza.

29 marzo 2021

Desinformémonos

Oleg Yasinsky

Da Comitato Carlos Fonseca

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E’ arrivato l’ordine di comparizione al processo per la mia “evasione” del 2016. E’ la seconda puntata, perché il primo fu per direttissima, quando fui arrestata davanti al Tribunale di Torino durante il presidio in solidarietà ai compagni processati per la resistenza NO TAV durante le indimenticabile giornate del giugno-luglio 2011.

E un secondo arresto fu a Terni: allora il fermo alla stazione dei carabinieri fu travolto da una tempesta di telefonate e dalle voci in diretta dei compagni che, accorsi davanti alla caserma dai luoghi più disparati, reclamavano giustizia e libertà.

L’atto emesso dalla Procura di Torino riporta centinaia di date a documentare quello che viene definito crimine, ma che per me rappresenta uno dei momenti migliori della mia vita.

Evadere dal loro arbitrio, dalle loro norme che tutelano i potenti e criminalizzano i deboli negando diritti umani e naturali e devastando il futuro di tutti e di ognuno, significa lottare per un mondo diverso, più giusto e vivibile : esserci, contro.

In quei mesi ho incontrato persone, visitato luoghi, partecipato ad iniziative; ho conosciuto concretamente che cosa sia la condivisione solidale e il senso di responsabilità collettiva che solo le lotte reali sanno generare; ho respirato a pieni polmoni l’aria della libertà, che è vita e gioia di resistere contro l’ingiustizia del potere.

Mai dimenticherò la tenerezza delle mie sorelle e dei miei fratelli NO TAV, le lunghe notti di quanti vegliarono su di me, per non lasciarmi sola nell’eventualità di un arresto. Ah, quel gazebo davanti alla Credenza, quel primo caffè della giornata, preparato all’alba dai miei coetanei over….

E le fotografie arrivate da tutto il paese: singoli e gruppi di persone con cartelli ( “io sto con chi resiste violando le imposizioni del tribunale di Torino”), a testimoniare la solidarietà delle lotte non solo nei miei confronti, ma diretta a tutto il movimento NO TAV ed in particolare a Luca ed a Giuliano che in quei mesi stavano scontando in carcere il mio stesso “crimine” di disobbedienza..

Fu un’evasione, non certo una latitanza: quante passeggiate collettive ai mercati settimanali, alle sagre con cui la valle chiude in un tripudio di frutti e di colori l’anno agricolo…sorvegliata a distanza dalle “forze dell’ordine” che mai intervennero, perché – come ebbe a dichiarare un testimone dell’accusa, durante il processo per direttissima – un mio arresto, date le circostanze e gli accompagnatori, “avrebbe potuto creare problemi di ordine pubblico”.

Di quei giorni mi resta una sagoma di legno, un’altra me stessa ideata dai compagni romani, che rapidamente fu riprodotta in decine di esemplari, consentendo un’ironica, divertente ubiquità nei luoghi e nei momenti più improbabili. Quella mia gemella me la trovai davanti nei corridoi della Sapienza, dove, dopo un blitz automobilistico notturno dalla Valle a Roma, partecipai per pochi istanti ad un’affollatissima assemblea nazionale di movimento per il NO sociale al referendum taglia-diritti. Non dimenticherò mai i volti sorpresi e sorridenti, il calore fraterno di quei momenti, l’oro dell’autunno romano profuso da viali e giardini, e quel breve, per me avventuroso viaggio sul sellino posteriore di una motoretta, con un casco a coprirmi i capelli troppo rossi per non essere notati, e sviare così l’attenzione dei poliziotti che, in divisa e in borghese, controllavano ingressi e cortili….

Ricordo e mi ritorna la commozione, l’allegria un po’ malandrina di allora….e il cuore batte il ritmo della lotta.

Contro un sistema che crea ed usa la legge per perpetuare l’ingiustizia di sempre, la resistenza è più che mai un dovere: dieci, cento, mille evasioni!

Da notav.info

 

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Palestina. Alle elezioni legislative del 22 maggio 2020 (le prime da una quindicina d’anni) al-Fatah si presenterà con tre liste in stretta concorrenza fra loro, le quali dovranno peraltro misurarsi con una lista unificata di Hamas, oltre che con quella del Fronte popolare della Palestina, guidata dallo storico segretario Ahmed Saadat, prigioniero politico dal 2001 .

E’ questo l’esito delle iscrizioni al voto nella Commissione elettorale centrale, che ha chiuso la raccolta firme a mezzanotte di mercoledì 31 marzo

 La lista ufficiale di al-Fatah dipende direttamente dal presidente Abu Mazen, 85 anni, che si ricandida. Una seconda lista, guidata da Mohammad Dahlan (un altro ex dirigente di al-Fatah, da anni in esilio ad Abu Dhabi) sostiene a Gaza un’altra lista, ‘Il Futuro’. La vera sorpresa è la lista del Mandela palestinese, Marwan Barghuoti (che sconta 5 ergastoli in Israele per la resistenza della Seconda Intifada). Barghouti ha rotto con Fatah e lanciato un lista propria, denominata ‘Libertà’: è guidata dal nipote di Yasser Arafat, Nasser al-Kidwa, e vede al secondo posto la moglie di Barghuti, Fadua.

Barghouti intende presentarsi anche alle presidenziali del 31 luglio, contro l’anziano e screditato presidente Anp attuale, Abu Mazen (85 anni), candidato ufficiale di Fatah. Secondo i sondaggi una lista Barghouti parte con il 22% delle preferenze, ampiamente al primo posto nelle intenzioni di voto.

Il timore ora è che l’Anp cerchi di fare slittare le elezioni, ottenendo al riguardo il via libera di Israele, Ue e Usa, contrari da sempre alla presenza di Barghouti nell’agone politico.

L’intervista a Meri Calvelli, cooperante e responsabile del Centro Italiano di Scambi Culturali – VIK  di Gaza, con un aggiornamento anche sulla situazione sanitaria legata alla pandemia di Covid-19 nei territori palestinesi. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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