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Articoli filtrati per data: Wednesday, 14 Aprile 2021

Questa mattina i/le lavorat_ dello spettacolo hanno occupato il Globe Theatre a Villa Borghese. Di seguito riportiamo la lettera di adesione diffusa dai/le occupant_.

Oggi la rete composta da collettivi di lavorat_ dello spettacolo e della cultura, insieme a singole individualità, occupa il Globe Theatre.

Cosa sta succedendo in questi mesi?
La pandemia, lo sappiamo, ma forse anche qualcos’altro. Qualcosa di profondoe radicale, qualcosa di istruito, agitato, organizzato.
Sta succedendo che i/le lavorat_ dello spettacolo sono senza reddito da un anno, e a partire da questa condizione di estrema fragilità hanno iniziato adincontrarsi, a ragionare, a mobilitarsi, riappropriandosi in prima persona della lotta per una vita degna.

Come tant_ altr_ lavorat_, viviamo in una condizione di precarietà strutturale, fatta di tutele inesistenti.
Violenza, sfruttamento, fondi pubblici distribuiti secondo criteri escludenti, meccanismi quantitativi basati su profitto e iperproduttività: un sistema chenega alla cultura la sua funzione essenziale di costruzione e cura dellacollettività e che mina  e nostre stesse esistenze.

Precar_ si era già.


E la politica?
Dopo più di un anno di pandemia e di mancate risposte da parte delle istituzioni, siamo costrett_ a barcamenarci in modo sempre più tossico traoccupazioni saltuarie, lavoro in nero, sussidi insufficienti e spesso non accessibili, ad auto-sfruttarci, a reinventarci trovando ancora altri modi di sopravvivere. Oggi diciamo basta.

Un’onda sta attraversando l’Europa e tocca oggi anche Roma, dove incontra una rete che da mesi intreccia collettivi, gruppi e singole individualità di lavorat_ dell’arte e della cultura. Questa assemblea cittadina, stratificata ed eterogenea, oggi occupa uno spazio pubblico per affermare con forza la necessità di ripensare un settore in crisi ben prima dell’emergenza sanitaria.

È questo il tempo di rimettere in circolo energie, desideri, riflessioni. È questo il tempo di intrecciare le lotte, uscire dall’invisibilità, prendere parola.

Oggi abbiamo deciso di riappropriarci di questo spazio pubblico, per renderlo il più possibile attraversabile, tornando a praticarne il significato, trasformandolo in un’agorà. Abbiamo l’urgenza di continuare questo processo di condivisione, perché l’onda si allarghi e diventi la più ampia possibile.

Non abbiamo bisogno di riaprire i teatri e gli spazi culturali, se non esistono le condizioni per farlo, in sicurezza e per tutt_. La ripartenza indiscriminata penalizza le esperienze più fragili e alimenta la competizione, aggravando un sistema già al collasso. Scegliere tra salute e lavoro non è un'opzione discutibile.

Abbiamo bisogno di ripensare strutturalmente le condizioni del nostro vivere e lavorare, dando la possibilità a tutte le soggettività che si muovono nella città di farlo con noi, immaginando modelli che siano sostenibili, fondati su pratiche collaborative dal basso, e replicabili anche altrove. Quello che viviamo sulla nostra pelle in questi mesi è solo l’inevitabile tracollo di un sistema insostenibile per tutt_noi, che se oggi tocca chi è più fragile, presto finirà per desertificare l’intero panorama.

Rivendichiamo il diritto a un reddito continuo, a una formazione retribuita e permanente, a un tempo di ricerca e studio che sia considerato lavoro. Sta emergendo chiaramente il bisogno di nuovi diritti sociali e di nuove tutele, di strumenti contro le discriminazioni e le disuguaglianze tra soggetti, accesso all'artee alla cultura per tutt_.
Difendiamo l'informalità degli spazi di produzione artistica e culturale attualmente esclusi dai circuiti di finanziamento, e ribadiamo la necessità di una revisione deicriteri di finanziamento pubblico.

Da questo luogo pubblico, che vive però di uno strano binomio tra pubblico e privato, oggi prendiamo parola. Oggi entriamo per uscire fuori e vi invitiamo a farlo con noi, per costruire un discorso collettivo in cui tutt_ possano riconoscersie iniziare subito a immaginare insieme nuovi paradigmi, nuovi statuti, nuovi diritti sociali per il lavoro precario, autonomo, intermittente.

Invitiamo singol_ lavorat_, artist_, tecnic_, operat_, compagnie, istituzioniartistiche e culturali, teatri, festival, centri di ricerca, spazi formali einformali a sostenere la nostra lotta.
Il tempo è adesso.

Rete Lavorat° Spettacolo e Cultura

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Lunedì mattina oltre cinquecento operai di Piacenza, stufi della retorica con cui i funzionari Cgil tentano di ammantare il loro operato opportunista e la loro aperta connivenza coi padroni, hanno invaso l’area antistante il palazzone della camera del lavoro per manifestare la propria indignazione e la propria rabbia contro un apparato che si dimostra ogni giorno di più estraneo ed ostile agli interessi della classe lavoratrice: in loro sostegno delegazioni di lavoratori e solidali provenienti dai distretti produttivi contigui, gruppi di solidali e persino singoli lavoratori aderenti a Cgil e Cisl.

Nelle ore precedenti alla manifestazione, i bonzi sindacali, pur di esorcizzare il clima di isolamento e di autoreferenzialità a cui già da diversi anni si sono (auto)condannati, hanno giocato la carta dell'”orgoglio”, facendo appello ai loro iscritti affinchè si precipitassero a difendere la sede da un presunto “assalto dei barbari del SI Cobas”, sciorinando i soliti luoghi comuni sulla Cgil “baluardo di democrazia”, utili nei giorni di festa per vantare una presunta continuità col sindacato di classe di un secolo fa a cui oramai non crede più nessuno, e peraltro senza disdegnare una buona dose di razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati scesi a manifestare.

Lo scenario che si è presentato agli occhi di chiunque era in piazza a Piacenza è al tempo stesso eloquente e impietoso: da un lato la forza e le ragioni di centinaia di lavoratori che non ne possono più delle manovre e delle mistificazioni con cui la burocrazia Cgil tenta di giustificare l’ingiustificabile, a partire dalla loro chiara ed evidente complicità con i padroni di Fedex nella chiusura del sito piacentino e nel licenziamento di fatto di oltre 300 lavoratori; dall’altro poco più di una cinquantina di funzionari e pensionati, in gran parte giunti da altre città a seguito di una chiamata delle segreterie nazionali a presidio di una Camera del lavoro… senza lavoratori!

La manifestazione di Piacenza ha definitivamente messo a nudo ciò che come SI Cobas sosteniamo da tempo: gli apparati del sindacalismo confederale sono oramai un corpo estraneo alla classe lavoratrice; la Cgil, non solo in Emilia ma quasi ovunque, è un pachiderma capace di tenersi in vita solo attraverso l’integrazione organica delle sue burocrazie nello stato borghese e in quelle istituzioni che li proteggono, li foraggiano in chiave antiproletaria e che, non a caso, negli ultimi decenni hanno varato leggi e protocolli sulla rappresentanza cuciti su misura dei confederali per blindarne il monopolio, estromettere a tavolino ogni forma di sindacalismo conflittuale e occultare la perdita rovinosa di consensi e di credibilità registrata da Cgil-Cisl-Uil in gran parte dei luoghi di lavoro: una crisi verticale che è attestata dagli stessi organi di stampa ufficiali, e da cui emerge come i milioni di iscritti ancora vantati dai confederali siano in realtà in larga parte composti da
pensionati o dagli arruolamenti coatti operati grazie all’enorme giro d’affari legato al sistema dei CAF, dei Patronati e degli enti bilaterali…

Piacenza, da questo punto di vista, è la punta dell’iceberg di un processo di dimensioni nazionali e di lungo periodo: negli ultimi anni, di pari passo con l’inasprirsi della crisi capitalistica, ha iniziato a prendere piede, prima nella logistica, poi anche in altre categorie, un nuovo movimento operaio, che ha come suo principale punto di forza quelle migliaia di lavoratrici e lavoratori immigrati, spinti alla lotta dalle condizioni di lavoro schiavistiche imposte dai padroni con la complicità di Cgil-Cisl-Uil, e suprattutto liberi da quei tarli della paura, della passività e della

rassegnazione che i sindacati di stato hanno alimentato e inculcato per decenni nelle coscienze di migliaia di lavoratori italiani.

La precipitazione della crisi dovuta all’impatto drammatico della pandemia sta svelando in maniera ancor più nitida il ruolo svolto da Cgil-Cisl-Uil a difesa dei padroni e dei loro profitti.

In questi mesi la Cgil, con a capo il parolaio Landini, non ha saputo far altro che assecondare ogni appetito delle aziende, sponsorizzando ovunque l’utilizzo della Cig-Covid e rendendosi complice sia dell’abuso indiscriminato degli ammortizzatori sociali operato dai padroni (spesso con finalità discriminatorie e ritorsive), sia, di converso, del dimezzamento dei livelli salariali; non ha proclamato una sola ora di sciopero per la tutela della salute e della sicurezza e per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro (che per INPS e Istat hanno costituito, e continuano a costituire, il principale vettore pandemico), voltando le spalle ai loro stessi iscritti metalmeccanici che nella primavera scorsa dettero vita a una serie di scioperi spontanei; ha boicottato apertamente la giornata di lotta e di sciopero lanciata lo scorso 8 marzo dalle lavoratrici e dal movimento femminista; ha spalleggiato il salvacondotto per i padroni di Arcelor Mittal a Taranto, rendendosi dunque complice della devastazione ambientale di un intero territorio; ha dato la propria adesione ai protocolli e alle circolari con cui si attacca e si restringe ulteriormente l’esercizio e la libertà di sciopero nella pubblica amministrazione…

E l’elenco potrebbe proseguire a lungo!

Oggi la Cgil, assieme a Cisl e Uil, hanno siglato un patto d’acciaio col governo Draghi con lo scopo di frenare e reprimere ogni spinta conflittuale sui luoghi di lavoro: non è un caso se Fedex ha utilizzato le confederazioni per ridimensionare il peso del SI Cobas ed dell’Adl, e non è un caso che la ristrutturazione è stata annunciata con un accordo di internalizzazione nei magazzini del Veneto.

Da quando Fedex è uscita dalla Fedit per aderire a Confindustria il suo unico obbiettivo è quello di rafforzare il rapporto con CGIL, benché il SI Cobas è l’Adl abbiano il 75% degli iscritti nella filiera.

D’altronde, sarebbe il caso di chiedersi come mai solo oggi i confederali chiedono di avere un piano industriale mentre sottobanco, se non fosse stato per l’iniziativa del SI Cobas, avevano già dato l’avallo (in fretta e furia entro il 15 aprile) all’internalizzazione del sito di Padova alle condizioni poste da Fedex, la quale ha imposto che l’entrata avverrà sulla base di “colloqui personali”, quindi senza nessuna reale tutela sindacale.

Quel che è accaduto a Piacenza è un fatto di portata epocale: i lavoratori di Fedex, di Leroy Merlin e di tante altre aziende hanno fatto cadere definitivamente il velo di ipocrisia sul ruolo e sulla funzione svolta dalla burocrazia Cgil e, dato ancor più significativo, hanno trovato in piazza al loro fianco numerosi iscritti di quello stesso sindacato.

La vicenda Fedex è stata dunque solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

A Piacenza all’unanimità il consiglio comunale ha espresso il disappunto di fronte alla protesta nostra contro la CGIL e addirittura il PD ha mandato dei propri scagnozzi in soccorso alla settantina di persone in presidio davanti alla camera del lavoro: una “santa alleanza” in chiara contraddizione con le posizioni assunte la scorsa settimana dal sindaco e dal Prefetto di Piacenza, che condannavano senza mezzi termini la chiusura del magazzino e che avevano contribuito a smascherare il carrozzone burocratico della CGIL (piacentina e non), ricoprendola di disonore e di
vergogna.

Evidentemente poi il clima di unità nazionale ha portato le istituzioni piacentine a più miti consigli, e quindi a ergersi in difesa del “sindacato amico”.

Il silenzio tombale dei vertici Cgil sull’utilizzo da parte di Fedex di bodyguard e squadracce fasciste fuori ai cancelli di San Giuliano Milanese è a tal riguardo quantomai eloquente…

Hanno fatto una figuraccia e adesso vorrebbero essere interlocutori dell’azienda al ministero?

Fin dalla nascita della nostra organizzazione, abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto sia difficile costruire un sindacato degno di questo nome sui luoghi di lavoro: oltre alle minacce, alle rappresaglie e alle ritorsioni padronali, abbiamo sempre dovuto fare i conti con lo scetticismo di migliaia di lavoratori, i quali spesso solo a sentir pronunciare la parola “sindacato” inorridiscono sostenendo (riferendosi ai confederali) che “i sindacati sono tutti venduti e parassiti”.

A Piacenza centinaia di lavoratori non solo hanno dato voce alla rabbia e all’indignazione silenziosa di milioni di proletari; hanno anche dimostrato con i fatti, con l’esempio concreto delle loro lotte e del loro protagonismo, che esiste un alternativa, reale e concreta: un modo di fare sindacato che restituisce centralità agli interessi dei lavoratori, non alle manovre dei padroni e/o di qualche grigio burocrate.

Nel mentre i tre porcellini fanno chiacchiere contro la chiusura ma non hanno proclamato neanche un’ora di sciopero, il SI Cobas venerdì si recherà fin sotto i palazzi del ministero, avendo da tempo chiesto una interlocuzione per discutere il piano industriale della Fedex, forti del sostegno di tutti i magazzini della filiera che scioperano a sostegno di Piacenza e per il loro futuro salariale e lavorativo.

Intanto ancora in queste ore, dopo due settimane di sciopero ad oltranza, il SI Cobas è impegnato a proseguire lo sciopero su tutta la filiera nazionale.

Solo la lotta paga!

Toccano uno – toccano tutti!

SI Cobas nazionale

Qui sotto, alcuni video di interventi dei lavoratori nelle ultime iniziative di lotta:

dal picchetto dei lavoratori in sciopero alla Fedex-Tnt di Peschiera Borromeo (MI):

https://www.facebook.com/TNT.FEDEX/videos/484166659694148

dalle assemblee operaie nei magazzini:

https://www.facebook.com/mimo.ali.9484/videos/5639399799434434

dalla Prefettura di Milano in presidio per richiedere documenti per tutti i lavoratori immigrati:

https://www.facebook.com/verusca.barbieri/videos/4206375149381280

dal presidio della deginità” dalla Camera del Lavoro di Piacenza:

https://www.facebook.com/TNT.FEDEX/videos/484166659694148

solidarietà dei lavoratori Fedex ai lavoratori dello spettacolo al Piccolo Teatro di Milano (minuto 16:00)

https://www.facebook.com/watch/live/?v=786385711982892&ref=watch_permalink

Da SI CobasSI Cobas

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“Il Tav è un’opera inutile, dispendiosa ed ecocida che serve solo alle lobbies del cemento e del tondino. Crediamo che quei soldi vadano spesi in altro: scuole, reddito, sanità, messa in sicurezza dei territori, tutela dell’ambiente.


L’autoporto di San Didero dovrebbe sorgere in una delle poche aree boschive di pianura della bassa valle, un polmone verde per tutto il territorio
I terreni su cui dovrebbe sorgere l’autoporto sono fortemente inquinati di pcb e diossine, sostanze chimiche tossiche molto dannose per la salute. Movimentare quella terra vorrebbe dire immettere nuovamente questi composti nell’aria con le ovvie conseguenze per la salute di chi abita in quei dintorni. Inoltre nell’area sono stati a più riprese rinvenuti rifiuti tossici.
Un autoporto in valle esiste già. E’ quello di Susa che dovrebbe essere spostato per fare spazio alla stazione internazionale del TAV (altra cattedrale nel deserto) e probabilmente un deposito di smarino degli scavi di risulta del cantiere di Chiomonte. Nonostante le promesse che negli anni Telt ha elargito ci troveremo dunque invasi dal traffico di camion e dalle polveri di smarino sia in alta che in bassa valle, anche qui con ovvie conseguenze sulla salute.
Come sopra, lo spostamento dell’autoporto significherebbe il continuo traffico di camion in un’area abitata che già negli anni si è dovuta confrontare con gli effetti di produzioni inquinanti e nocive.
Solo per recintare l’area del cantiere di San Didero e per gli appalti di sicurezza si prevede che saranno spesi 5 milioni di €. Secondo voi è una spesa sensata?
Queste sono solo alcune delle ragioni che ci portano ad opporci a questo ennesimo atto di arroganza del potere contro la natura e l’essere umano. Resisteremo un anno, un giorno, un’ora più di loro!” Questo il comunicato diffuso dal Movimento No Tav per spiegare le ragioni della protesta e dell’opposizione alla cantierizzazione del territorio.

Il Coordinamento dei comitati No Tav ha fatto sapere attraverso i propri canali di informazione che alle 18.00 ogni giorno ci sara’ l’assemblea generale del coordinamento per decidere le prossime iniziative, tra le quali viene ipotizzato un campeggio No Tav da tenersi venerdi, sabato e domenica. Ieri sera intanto il corteo partito da San Didero per portare solidarieta’ agli attivisti che ancora resistono sul tetto del presidio è stato attaccato dalla polizia con lancio di lacrimogeni e idranti.

Oggi è anche la giornata dell’udienza presso il Tribunale di Sorveglianza che si deve esprimere sulle misure alternative al carcere per  Dana, giovane attivista No Tav , di fatto condannata a due anni di carcere per aver parlato da un megafeno e aver rivendicato la propria appartenenza al Movimento No Tav. Una serie di artisti e artiste del mondo dello spettacolo e della cultura , tra cui (Z)ZeroCalcare, Elio Germano, Giovanna Marini, Bebo e Lo Stato Sociale , Rita Pelusio e Sabina Guzzanti hanno prodotto un video per chiederne l’immediata scarcerazione.

Ascolta la trasmissione con gli interventi di Luca Abba’ che resiste sul tetto del presidio a San Didero Ascolta o scarica

Max attivista No Tav che ci racconta i fatti di ieri sera e le voci degli artisti che chiedono la liberazione di Dana. Ascolta o scarica

 

Da Radio Onda d'Urto

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Sono arrivati di nuovo nella notte, sfruttando un’altra volta le normative anti-covid e il coprifuoco che impone alle persone di rimanere in casa, come gesto di tutela alla salute.

Gesto che evidentemente non vale per le forze dell’ordine in tenuta antisommossa che ieri sera, 12 aprile, si sono mobilitate in massa, oltre  1000 agenti, nel tentativo di devastare un nuovo pezzo di territorio valsusino: San Didero.

Proprio quando il Governo Draghi aveva dato da poco vita al Ministero della Transizione Ecologica, destinato ad occuparsi di tutte quelle pratiche utili alla salvaguardia dell’ambiente, Telt ha deciso di agire portando nella piana valsusina migliaia di agenti di polizia, operai e mezzi per devastare una terra che già in passato ha subito le angherie dell’acciaieria e della costruzione dell’autostrada. A quanto pare in Valsusa “salvaguardia dell’ambiente” equivale a “devastazione ambientale”. L’unica area verde esistente in quella parte di territorio, nominato da tutte e tutti il “polmone della bassa valle, dalla scorsa notte è stata messa duramente sotto attacco.

Ci teniamo a ricordare, per la salute di tutte e tutti, che i terreni su cui questa notte sono arrivate le ruspe sono altamente inquinati a causa dell’ex acciaieria Beltrame che negli ultimi quarant’anni ha scaricato diossine e sostanze estremamente dannose per le persone.

Ci chiediamo, quindi, con quale coraggio il nuovo Governo e il nuovo Ministero riescano conciliare la tutela ambientale e la salute dei cittadini con la distruzione di ettari di bosco verde cresciuti su una terra tossica.

In un momento disastroso attraversato da una pandemia e da una crisi economica e sociale dentro la quale ci troviamo da oltre un anno e dalla quale non riusciamo a vedere uno spiraglio di luce verso la normalità, Telt con il bene placido e il sostegno del Ministero dell’Interno e della Questura di Torino, decide di invadere nuovamente la Valle, militarizzandola e trattando gli abitanti come usurpatori della propria terra.

Dopo aver raso al suolo ettari di bosco in Val Clarea, Telt ha deciso di spingersi oltre e di uscire allo scoperto in piena Valle tentando ancora una volta di crearsi un apposito angolo invisibile in cui poter devastare indisturbatamente un’ulteriore porzione della Valsusa.

Ma tanto in punta di piedi non sono arrivati, perché, ieri sera, il rumore e il fumo erano ingombranti in quel bosco e i No Tav che si sono ritrovati per presidiare la zona, si sono visti lanciare addosso lacrimogeni perché considerati illegittimi sul proprio territorio e sulla terra in cui vivono e che tutti i giorni difendono dalla devastazione ambientale.

Dopo aver fronteggiato le truppe di occupazione per tutta la notte gli attivisti si sono dati un appuntamento nella giornata di oggi per fare il punto della situazione e provare a raggiungere i 5 No Tav che da ieri continuano a resistere sul tetto del presidio. Anche in questo caso ciò che si sono trovati di fronte è stata la vergognosa reazione della polizia che non ha perso occasione di menare per aria i manganelli nella vana speranza di cacciare via i No Tav, che nella mattinata hanno poi rilanciato su due iniziative per il pomeriggio.

Alle ore 16,  nel piazzale di fronte al presidio No Tav occupato da decine di mezzi delle forze di polizia, molti sindaci della Val di Susa, insieme al presidente dell’Unione dei Comuni, hanno dato luogo ad una conferenza stampa per portare la loro contrarietà all’opera e alla gestione delirante messa in campo a San Didero esattamente come negli anni passati è successo a Venaus, Chiomonte e Giaglione. In un unione di voci le amministrazioni comunali del territorio si sono dette preoccupate per quello che succederà nel prossimo futuro rispetto a quest’opera inutile e imposta.

Dopo aver ascoltato l’indignazione delle amministrazioni locali nei confronti di uno Stato che invece che dialogare con istituzioni e abitanti dei territori, continua, nonostante i vari illustri pareri che bollano quest’opera come antiquata e inutile, ad imporre il TAV a qualunque costo, gli attivisti si sono riuniti in assemblea e hanno deciso di ribadire con determinazione la contrarietà a questo eco mostro.

In  circa 500 si sono, poi, diretti sulla statale 25 determinati a raggiungere il presidio ex-autoporto. Lo scenario che si sono trovati davanti é stato, ancora una volta, impietoso: camionette che bloccavano la strada in entrambe le direzioni con uomini schierati in assetto antisommossa che ,non appena hanno visto avvicinarsi i No Tav,  hanno messo in scena lo spettacolo ripetuto, ormai, tante, troppe volte: cariche “di alleggerimento” e  lacrimogeni tirati ad altezza uomo e in mezzo alla folla con il chiaro intento di colpire i manifestanti più che disperderli.

Ma ancora una volta i No Tav, grazie alla loro risolutezza e determinazione, hanno attraversato i boschi per raggiungere il presidio assediato.

La polizia non sapendo come difendere un territorio così grande ha quindi cercato di sopprimere la protesta spingendosi con idrante e lacrimogeni fin dentro al paese di San Didero, lanciando addirittura dei candelotti nei cortili delle case.

Questa è la vergogna dello Stato nel 2021, un giorno il Presidente del Consiglio va in conferenza stampa e afferma che arriveranno più tutele per le persone e il giorno dopo milioni di euro vengono buttati nella spazzatura per continuare a foraggiare un’opera mangiasoldi che impoverisce tutto il Paese e distrugge la vita di chi abita la Valle, condannandolo a un futuro di polveri sottili che saranno respirate fino a Torino, che produrranno malattie e patologie croniche al sistema cardiovascolare e respiratorio.

Questo è un prezzo che il movimento No Tav non è disposto a pagare.

Per mantenere permanente la mobilitazione contro l’occupazione dei terreni dell’ ex autoporto di San Didero l’appuntamento sarà tutti i giorni alle ore 18 al Polivalente di San Didero.

In alto i cuori, forza No Tav!

Da notav.info

 

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Sono arrivati di nuovo in piena notte. Uno spiegamento di forze incredibile con idranti, droni, camion caricati con reti e torri faro, oltre mille uomini. Un investimento di risorse che se fosse stato utilizzato con la stessa solerzia per lo screening e il rafforzamento della sanità territoriale o per la campagna vaccinale oggi probabilmente la provincia di Torino verserebbe in una situazione totalmente differente.

Invece no, le priorità sono altre, e mentre a mezzo televisivo assistiamo al balletto delle promesse sulla fuoriuscita dalla pandemia, che ormai si è completamente cronicizzata, un sacco di soldi vengono spesi per recintare un fazzoletto di terra, manu militari, per costruire un fortino in mezzo alla Val di Susa, trattata come territorio di conquista da colonizzare.

Quanto sta succedendo in queste ore rende bene l'idea di cosa sia lo Stato italiano e di che interessi difenda. Mentre le nuvole dei fumi dei lacrimogeni lambiscono l'abitato di San Didero e rendono inutilizzabili i pascoli per il bestiame si capisce cosa lo Stato intenda per transizione ecologica.

Un favore di oltre 50 milioni di euro alle lobbies del cemento e del tondino, una caserma a cielo aperto in piena Val Susa, per affermare con la sopraffazione che le ragioni della vita devono soccombere di fronte al potere del denaro. Sì perchè un autoporto in valle esiste già, ed è quasi fallito perchè, come da anni il movimento continua ad affermare inascoltato, il traffico merci sulla direttrice tra Torino e Lione continua a rarefarsi. Perchè costruire un autoporto a San Didero significa far esplodere una bomba ecologica nell'intera valle. I terreni sono ricchi di pcb e diossine, l'inquinamento dei camion, lo smarino degli scavi che percorrerà l'intera valle.

L'incidenza delle malattie polmonari se il progetto dovesse essere realizzato crescerebbe esponenzialmente ed è paradossale che in un momento in cui si discute delle correlazioni tra Covid e inquinamento, nel momento in cui la questione della salute e del benessere complessivo della società è così centrale si persegua senza colpo ferire, senza alcun dibattito nelle sfere istituzionali e nel teatrino della politica un progetto del genere.

L'autoporto va spostato da Susa a San Didero, e va spostato solo per poter devastare ancora un'altro pezzo di valle per oltre quarant'anni. Per lasciare il posto alla stazione internazionale del TAV, vera e propria cattedrale nel deserto e a un altro deposito di smarino.

Questo perchè il "progresso" non può essere fermato. Un progresso che ha portato l'uomo a sfidare i più pericolosi limiti ecologici, rischiando di arrivare fino al collasso della civiltà. Un progresso che ha regalato ai più giovani un mondo dove la stessa sopravvivenza della specie è messa in dubbio. Dove la forbice tra ricchi e poveri, tra chi specula e chi subisce si approfondisce di anno in anno. Questo è il disegno che sta dietro a megaprogetti come il Tav. Mentre la crisi ecologica è qui ed ora si vogliono emettere 10 tonnellate di CO2 nell'aria per poi recuperarle, forse entro il 2100, sempre che nel frattempo il treno veloce non venga superato da altre tecnologie, sempre che tra ottanta anni ci sia ancora qualcosa da recuperare.

Ecco la transizione ecologica del governo Draghi, del ministro Cingolani, regalare altri soldi a speculatori e devastatori, imporre manu militari, con enormi dispiegamenti di forza l'obbedienza ad un territorio che ormai è considerato al di fuori, de facto, dallo stato di diritto. I cittadini della Val di Susa (e non solo, anche di tutti quei territori dove le ragioni del denaro non coincidono con quelle della salute pubblica) ormai sono considerati alla stregua di dei sudditi, lì dove non direttamente dei nemici. Questi soldi, questi 50 milioni, quegli oltre 8 miliardi di euro del progetto complessivo del TAV, potrebbero essere spesi per rispondere alle sfide del presente, per adeguare la sanità, per riparare ai torti che il concetto malinteso di progresso ha fatto alla natura e alle prossime generazioni. Potrebbero essere usati per dare sollievo a chi più di altri sta pagando questa crisi. Questo sarebbe un vero progresso, un progresso di civiltà, di vita comune, di un nuovo modo possibile di vivere le relazioni tra umani. Si potrebbero bonificare territori, generare fonti di energia alternativa, pensare a sistemi di trasporto per i cittadini che permettano di evitare il contagio. Si potrebbero fare molte cose con quel maledetto denaro. Ma l'unica che sono disposti a fare, con manganelli, idranti e lacrimogeni, è la perpetuazione di un modello di sviluppo mortifero e violento.

Questa è la verità che la Val di Susa sperimenta nell'epoca della pandemia e della crisi ecologica, questa è la verità che coinvolge la vita di milioni di persone in tutto il paese. Oggi come non mai essere No Tav non vuol dire solamente opporsi alla devastazione, ma vuol dire offrire un'opportunità di vita diversa, collettiva, combattendo a fianco della natura e non contro di essa. Essere No Tav vuol dire mettersi in cammino per conquistare il vero progresso, quello di una vita degna per tutt* contro quello che ci offre questo modello di sviluppo: una lotta per la soppravvivenza quotidiana.

 

 

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