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Articoli filtrati per data: Monday, 12 Aprile 2021

Condividiamo dal blog Noi non abbiamo patria queste ulteriori considerazioni sulla sconfitta della campagna di sindacalizzazione all'interno stabilimento di Bessmer in Alabama. Interessanti in particolare le annotazioni sulle strategie, quasi biopolitiche con cui Amazon esercita il proprio potere sulla forza lavoro. Inoltre il fatto profondo che ci sembra cogliere questo articolo è il punto in cui si infrange l'impostazione newdealistica dei Democratici (comprese le aree di sinistra) rispetto alla capacità, all'efficacia e alla velocità della ristrutturazione capitalistica che è in grado di mettere in campo un'economia di piattaforma come quella della multinazionale capace di incorporare funzioni di mediazione più credibili di quelle del sindacalismo istituzionale. Buona lettura!

 

E’ inutile tergiversare, il processo di sindacalizzazione dei lavoratori Amazon presso lo stabilimento di Bessmer in Alabama è stato nettamente sconfitto dalla forza oggettiva delle relazioni dei rapporti del capitale con i lavoratori, che la corporate Amazon ha saputo appunto capitalizzare.

La rivista “The Nation” il 9 aprile titola “fuochi spenti: un post mortem della campagna sindacale in Amazon”. Giornali di sinistra di tutto il mondo titolano con modi simili e pieni di frustrazione: “Amazon, i lavoratori votano no all’ingresso del sindacato”. Il risultato elettorale per la sindacalizzazione è stato disastroso: su 5800 lavoratori, solo il 55% ha votato, 1798 i voti contro il sindacato, 738 quelli a favore.

I giornali della borghesia e della finanza italiana (Sole 24 ore e Corriere della Sera) notano che la valenza del voto dei lavoratori di Bessmer avrà ripercussioni nell’ambito delle relazioni sindacali in tutti gli USA. Questo blog, unendosi ai commenti più intelligenti di queste due testate, nota che il principale sconfitto è il modello di sindacato corporativo e assoggettato alle regole ed ai limiti della concertazione sociale. Ne esce sconfitta la sinistra democratica USA dei Bernie Sanders ed anche la lusinga del Presidente Biden che pubblicamente si era schierato a favore della sindacalizzazione in Amazon. Ed infine ne escono sconfitti i lavoratori di Bessmer, con possibile ricadute sull’insieme della ripresa proletaria all’immediato.

Non ci nascondiamo che questa è una sconfitta dura per quel nuovo proletariato meticcio che prova ad emergere dalla contraddizioni reali che il sistema capitalistico provoca in preda ad un anarchico precipizio verso il crack. Nell’immediato il contraccolpo si farà sentire, soprattutto nelle avanguardie operaie del Nord America e della vecchia Europa, che altrettanto schizofrenicamente tentano di rieditare una resistenza operaia ma con strategie e forme del passato che Amazon sta spazzando via, ossia il precipitare di un modello capitalistico di relazioni con la merce forza lavoro le sta spazzando via.

L’immediato piagnisteo opportunista della lobby corporativa della RWDSU che si appresta a fare ricorso al NLRB chiamando in causa gli atteggiamenti antisindacali, le ritorsioni e le minacce sui lavoratori dei manager della multinazionale di Jeff Bezos, va dunque nella direzione di richiesta di protezione da parte delle istituzioni democratiche dello Stato. Questa strategia di risposta – cui si accoda la sinistra di mezzo mondo politica e sindacale che recrimina contro il cattivone Amazon –  non può far altro che contribuire a disperdere ulteriormente le energie minoritarie che si sono espresse nell’impianto di Bessmer votando si per avere un sindacato che li tutelasse nel loro posto di lavoro.

Mentre la campagna nazionale per la sindacalizzazione in Amazon procedeva frenetica, entusiastica negli Stati Uniti ma anche in Italia ed in Europa, questo blog scriveva “Le luci fosche sulla lotta dei lavoratori Amazon negli Stati Uniti”. Si perché niente di avanzato poteva emergere se questa iniziale spinta veniva poi orientata all’interno del corporativismo e collaborazionismo sindacale con lo Stato e col Capitale. Le prese di posizione di Biden, i ringraziamenti del presidente della RWDSU Stuart Applbaum non lasciavano presagire nulla di buono su quanto stesse bollendo nella pentola di Bessmer. Ancora più netti di questo blog sono stati i commenti di chi in Amazon negli Stati Uniti ci lavora e lotta senza aspettare che dall’esterno si formalizzi una union e senza richiedere un riconoscimento formale da parte dello Stato per agire e sentirsi una forza autorganizzata dei lavoratori. I lavoratori Amazon di Chicago, che tre giorni fa hanno interrotto il lavoro contro i turni massacranti del megaciclo, forti della loro esperienza, sono stati facili profeti di una sonora sconfitta già preannunciata: “RWDSU ha fatto una cazzata sin dall’inizio. E’  un peccato che RWDSU stia conducendo una campagna il cui unico risultato può essere il fallimento” (Zamo, attivista dei comitati dei lavoratori di Amazonians United Chicagoland).

Allora cosa ha consentito a Jeff Bezos di sbaragliare le pretese di sindacalizzazione nel suo stabilimento in Alabama, nonostante avesse contro una delle campagne nazionali ed internazionali così diffuse da far addirittura schierare Biden a fianco della necessità dell’esistenza di un sindacato nei posti di lavoro, capace di assumere, orientare e ricomporre le necessitò dei lavoratori, senza che queste confliggano fragorosamente con gli interessi capitalistici?

Perché i lavoratori sono fessi, perché sono gravemente minacciati dalla repressione nei posti di lavoro, spiati, impauriti dalla ritorsioni del padrone o infine illusi dai bonzi sindacali?

Essenzialmente queste motivazioni sono balle, una spiegazione che rifugge dalla realtà.

Perché Amazon, a differenza degli opportunisti sindacali e delle iene democratiche, ha saputo dimostrare che la strategia del padrone ha più chiara quali siano le necessità ed i problemi che affliggono i lavoratori. Amazon ha saputo rivendicare a sé di aver applicato per i suoi lavoratori l’aumento delle paghe orarie intorno ai 15$ l’ora nell’ultimo anno – seppure, cosa non da poco, triplicando i carichi e lo sfruttamento del lavoro, mentre le promesse democratiche sono naufragate nella conta dei voti al Congresso. Amazon ha fatto presente che mentre la sua corporate migliorava le paghe, 40 milioni di lavoratori americani sono inchiodati intorno alla paga minima oraria federale di 7,25$.

Perché Jeff Bezos ha usato la dura realtà nei confronti dei lavoratori che la ristrutturazione dei carichi e ritmi di lavoro ed il super sfruttamento è necessario per l’espansione di Amazon costretta da una agguerrita concorrenza Cinese, in sostanza ha saputo mettere in evidenza che le necessità del padrone sono quelle che meglio possono tutelare il lavoratore trascinato suo malgrado nella tempesta della concorrenza globale. Le chiacchiere di RWDSU, dei Sanders (con le sue campagne al cittadino “make Amazon pay”) e dei Biden di un prossimo New Green Deal idilliaco per padroni e lavoratori non ha fatto presa. E non ha fatto presa perché l’abitudine corporativa e collaborazionista con le forze del Capitale tipica dei sindacati di oggi, nemmeno si è preoccupata di fare una campagna ed organizzare dall’interno dei posti di lavoro gli operai di Bessmer. In sostanza la campagna per la sindacalizzazione in Amazon è stata tutta rivolta all’esterno e verso il quadro consociativo e corporativo nazionale, dimostrando davvero di quanto le lobby sindacali siano lontane dal sentimento dei lavoratori che cominciano ad avere una sensazione di insopportabilità delle condizioni generali di vita, dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Certamente Amazon ha attivato un sito interno dal titolo “fallo senza pagare” (la tessare sindacale) dal sapore squisitamente forcaiolo, descrivendo per i lavoratori Amazon di poter fare appelli ai Manager aziendali e di stabilimento per “migliorare” i processi ma senza pagare un soldo, una tassa al sindacato. Bezos ha vinto perché ha saputo mettere a confronto la dura realtà economica delle necessità del capitale, con le idilliache fandonie di un capitalismo democratico dove profitti e diritti (e salari) crescono di pari passo per tutti.

Il sindacato sin dall’inizio è apparso come un alieno esterno e lontano agli occhi della maggioranza dei lavoratori di Bessmer. Quando circa un centinaio di lavoratori dell’impianto di Bessmer si sono rivolti alla RWDSU, questa nemmeno sapeva o aveva chiara cognizione del numero dei lavoratori impiegati. I bonzi sindacali hanno avviato le operazioni preliminari per vedersi autorizzare dal NLRB un referendum per la sindacalizzazione, firmato le carte e raccolto le prime firme dei lavoratori (che devono essere almeno per il 33% della forza lavoro impiegata) per avviare l’operazione “referendum”. Il sindacato quindi ha formalizzato la richiesta a realizzare una unità di contrattazione per 1500 lavoratori. Ma RWDSU non aveva la minima idea che i lavoratori di Bessmer in realtà non sono 1500 bensì 5800: che figura meschina!

Con questa presentazione è stato facile per i manager aziendali deridere l’organizzazione sindacale venuta da fuori, dimostrare quanto queste burocrazie fossero all’oscuro delle vera situazione dei lavoratori Amazon e su quali basi poterne migliorare le condizioni di lavoro.

C’è da aggiungere, che sin dai mesi di giugno e luglio 2020, Amazon ha dovuto verificare che tanti dei suoi lavoratori, una volta staccato il turno, partecipavano convinti nelle piazze e nelle strade in rivolta per l’uccisione di George Floyd, ed ha sospeso temporaneamente la distribuzione software di riconoscimento facciale ai vari dipartimenti di polizia ed alle agenzie del FBI. Sempre nell’ottica di una strategia con un occhio attento alle relazioni interne e alle possibili crisi esterne, Amazon ha aumentato quote di consulenti black all’interno delle sue linee manageriali, facendo offerte per posizioni trasversali e di comando a personale della black middle class. Questo processo organizzativo delle linee di comando si è poi rafforzato con l’evidenza della partecipazione dei lavoratori della logistica e di Amazon nella giornata di scioperi del Juneteenth e del 20 Luglio a New York e nella Bay Area della California. Attualmente, secondo i dati ufficiali Amazon, negli Stati Uniti circa il 42,8% dei manager della corporate di Seattle sono non bianchi (neri, asiatici, latini ed altri) mentre il 56.4 sono bianchi. E’ ovvio, il razzismo nei magazzini Amazon degli Stati Uniti e la discriminazione e lo sfruttamento secondo le linee del colore non è mai diminuita, ma questo processo evidenzia la sussunzione dei ceti medi non bianchi (neri e latini primi fra tutti) agli interessi della proprietà privata del capitalismo razzializzato e di come questa sussunzione sia funzionale all’offensiva antiproletaria.

In sostanza la multinazionale si è attrezzata non solo per fronteggiare la possibile insorgenza del proletario all’interno delle sue warehouse, ma anche per articolare una risposta all’insieme delle relazioni capitalistiche, dentro e fuori il posto di lavoro, cui un operaio nero si trova sottoposto stretto dal giogo di un capitalismo razzializzato ed in cui settori di nuovi proletari bianchi giovanili cominciano a schierarsi incondizionatamente al fianco della lotta dei neri.

I lavoratori di Bessmer di fronte ad una scelta così drastica, continuare individualmente le relazioni col padrone o delegarle ad un sindacato esterno, si pongono domande diverse cui il sindacalismo tradizionale, anche quello più genuino non è abituato a rispondere. Il lavoratore si domanda come cambierà all’immediato la mia vita, se questa scelta comporta rischi sul posto di lavoro, poi come mi protegge al di fuori di esso, quando devo pagare l’affitto, saldare i miei conti? Che cibo metto in tavola per me ed i miei figli? Come mi protegge il sindacato dalle discriminazioni razziali e dal razzismo sistemico del capitalismo?

Oggi è la condizione generale operaia che vacilla e che costringe questo nuovo proletariato meticcio ad interrogarsi. Il sindacalismo tradizionale ritiene che basta rafforzare la posizione dei lavoratori sul posto di lavoro, ed è incapace di vedere che fuori, oltre la fila degli alberi vi è una foresta che sta andando a fuoco. Il nuovo proletariato avverte la puzza di bruciato, temporeggia e preferisce, per deficit di forza e mobilitazione generale, temporaneamente lo “status quo”.

Dunque per le premesse della campagna per la sindacalizzazione in Amazon Bessemer e per come essa è stata impostata, non poteva che essere sconfitta facilmente, con ampio margine e senza troppo costringere Amazon ad azioni antisindacali ritorsive evidenti. Perché questa campagna mai è stata incentrata sulla forza, sulla iniziativa diretta e sulla autorganizzazione dei lavoratori, bensì è stata tutta incentrata in una azione politica verso l’esterno per la democratizzazione delle relazioni sindacali ed alla ricerca della protezione di sua maestà lo Stato del Capitale.

Non sarebbe stato differente il risultato con la giusta dirigenza e strategia sindacale in assenza di una auto attività e collaborazione dei lavoratori sul posto di lavoro. I lavoratori di Smithfield, la più grande industria di macellazione della carne degli Stati Uniti, nonostante un lungo percorso pregresso di battaglie ed iniziative dal basso, hanno impiegato 16 anni e raggiunto solo sotto Obama l’ottenimento della costituzione formale di una Union. Nell’anno della pandemia, però, i lavoratori che si sono ammalati e morti a centinaia, hanno dovuto ricorrere alla loro azione diretta, prendere nelle loro mani il sindacato, perché la Union formale, dal canto suo, non prendeva alcuna iniziativa a difesa della salute dei lavoratori che rappresenta.

Se così sono andate le cose è perché gli elementi entusiastici che il sindacalismo di sinistra di mezzo mondo in realtà erano infondati. In sostanza da Bessmer arrivava un vagito, e non una prima presa di posizione dei lavoratori. La campagna democratica per la sindacalizzazione ha dipinto i lavoratori di Bessmer come delle vittime, quindi impossibilitati di difendersi se non grazie ad un intervento esterno regolatore. Nel dipingerli come vittime questa campagna ha troppo enfatizzato anche la condizione svantaggiata dei lavoratori di Bessmer in quanto neri (cosa verissima), utilizzando però gli stereotipi di un antirazzismo democratico e del sindacalismo bianco (e tutto sommato che protegge la supremazia bianca immaginando un capitalismo possibile senza razzismo). Ha presentato i lavoratori Amazon al resto dei proletari come delle povere vittime, e nel loro posto di lavoro facilmente alla mercè del management Amazon della black middle class. Le testimonianze dall’interno che questo blog ha ricevuto, ci dicono che nei meeting organizzati da Amazon – sicuramente obbligatori – i manager che spiegavano ai lavoratori l’utilità di votare no all’ingresso del sindacato, sono stati proprio questo nuovo ceto manageriale black, che si è messo faccia avanti ai lavoratori, evitando sapientemente alcun atteggiamento di ostilità e con fare “cool” (ossia fico ed amichevole), ha dimostrato sulla base dei numeri dell’espansione Amazon, le sciocchezze di una democrazia sindacale che non ha conoscenza alcuna conoscenza della realtà, riuscendo facilmente a mostrare che i politicanti ed i bonzi sindacali al di fuori dell’impianto non conoscessero affatto le condizioni di un operaio o di una operaia nera.

povero amazon

Il comportamento della RWDSU, unito a questa schizofrenica campagna politica democratica, ha trasformato quella che sarebbe stata una semplice sconfitta della sindacalizzazione come tante altre, in una sorta di sconfitta dal sapore “epocale” per i lavoratori.

Non c’è alcun dubbio che la sconfitta sia reale e non va minimizzata. Essa non è solo per i bonzi sindacali democratici, per i Sanders, Ocasio-Cortez e soci e per il progetto della Presidenza Biden di rinnovare una unità nazionale degli Stati Uniti d’America in guerra sui mercati mondiali e contro la Cina, coinvolgendo passivamente pezzi strategici del nuovo proletariato americano. Non è solo questo progetto che trova fatica a costruire le sue basi materiali. E la cosa se da un lato ci fa piacere per le sciagure delle serpi democratiche, dall’altro non possiamo non notare che questa passivizzazione possa transitoriamente passare attraverso altre forme economicistiche.

La sconfitta è anche per i lavoratori.

Prima di tutto per quei 738 lavoratori che non hanno avuto la forza di uscire dal rapporto di delega ad una entità esterna corporativa e le cui energie verranno sicuramente disperse. E’ una sconfitta che seppure demoralizza la concertazione democratica dei sindacati corporativi e concertativi d’oltre oceano e di tutta Europa, all’immediato farà addensare ancora più luci fosche sulla ripresa del nuovo movimento operaio e proletario meticcio, perché alla vittoria di Bezos, costoro risponderanno con un più di piagnisteo e con una più forte invocazione dell’intervento dello Stato del Capitale a garanzia delle regole “democratiche” e della concertazione che il padrone non vuole riconoscere, mentre i lavoratori saranno sempre più relegati e fatti sentire come vittime indifese e senza possibilità alcuna per una azione diretta sul campo dello scontro sociale.

Non è quanto anche qui da noi sentiamo dire da Filt-CGIL, FIt CISI e UILTrasporti per quanto concerne la situazione dei lavoratori Amazon in Italia. Lo Stato, il governo, le istituzioni dovrebbero intervenire per ricondurre a più miti consigli Amazon.

Non è quanto anche qui talvolta purtroppo anche il sindacalismo più ribelle ritiene, nella difficoltà, nell’isolamento e nella repressione, ed in un deficit di rapporti di forza generali, di tentare la carta “tattica” della contraddizione apparente tra Stato padrone cattivo (Procura e Questura di Piacenza e Fedex) con la sua versione più democratica rappresentata dalla Prefettura di Piacenza – che si fece garante mediatore delle trattative tra lavoratori e padrone – e degli amministratori locali di Piacenza contro l’arroganza della multinazionale americana Fedex?

Ecco, in questo senso non è scontato che la sconfitta di Bessmer possa immediatamente aprire al preludio della consapevolezza delle vere ragioni della sconfitta (che solo secondariamente è spiegabile con l’azione antisindacale in senso stretto di Amazon), e mettere a frutto gli insegnamenti dell’esperienza appena conclusa. Non sarà all’immediato che i lavoratori comprenderanno che non è attraverso la delega, tantomeno la sindacalizzazione dall’alto corporativa e concertativa che potranno organizzare utilmente la propria difesa immediata. E soprattutto questo piagnisteo anti proletario aggiunge nebbia e foschia impendendo di vedere chiaramente che oltre gli alberi, la foresta dell’insieme complessivo delle relazioni capitalistiche è in fiamme.

A questo proposito i lavoratori di Amazon di Chicago, che hanno sospeso il lavoro il 7 aprile durante i turni con un walkout spontaneo, dicevano una cosa suggestiva ed interessante. Alla domanda della redazione di Rampant se la chiusura del vecchio magazzino di DCH1 di Chicago e la riorganizzazione del lavoro nei nuovi hub sotto il regime del megaciclo (ossia quello che si lavorava tra due turni notturni di 12 ore, ora si lavora in un unico turno di 10 ore) fosse per un senso di rivincita e di ritorsione di Amazon per la loro lotta e la loro conquista del riconoscimento di giorni di ferie pagate, Zama un rappresentante del comitato autorganizzato dei lavoratori degli Amazonians United Chicagoland risponde:

“penso che abbia un ruolo, ma la ragione principale di questi cambiamenti è l’attenzione di Amazon sull’espansione…”, il che vuol dire che è la necessità di una continua ristrutturazione per rispondere alla concorrenza Cinese di Alibaba il fattore determinante oggettivo, cui poi anche un sindacato annacquato ma incapace di coinvolgere passivamente i lavoratori nella guerra sui mercati è puramente di intralcio. Come nota l’operaio chicano Zama ed attivista dei Chicagoland di Amazon “… quando ho iniziato la maggior parte dei pacchi veniva consegnata tramite USPS ed UPS..”, ora sempre meno perché l’espansione di Amazon spezza le catene logistiche prima date in appalto a US PS ed a UPS per le spedizioni dell’ultimo miglio. Ora vengono internalizzate per esercitare un maggiore controllo dell’intero processo di estrazione del plusvalore e della realizzazione del profitto: briciole per gli altri, piccoli e grandi che siano non ci sono (figuriamoci in Italia).

E di fronte all’offensiva che l’espansione di Amazon comporta sui lavoratori, loro non sono interessati alla forma dell’organizzazione sindacale attuale che necessita di essere formalmente riconosciuta, “perché non ci interessa giocare a un gioco con regole che i nostri oppressori hanno creato per limitare la nostra capacità di combattere”.

In questi giorni, ogni lavoratore che si batte per rafforzare la collaborazione, la fiducia, l’unità dei lavoratori e l’agire come una sola entità, e per ostacolare che le vicende come Bessmer pesino come durature sconfitte, meditare, riflettere, confrontare la propria esperienza con quella dei lavoratori negli Stati Uniti e condividerle con i propri compagni e compagne di lavoro, rifuggendo a semplicistiche spiegazioni (Amazon è oppressivo ed i bonzi sono sempre più bonzi), aiuta a comprendere le reali difficoltà di questa fase iniziale di ripresa di un nuovo movimento di lotte proletarie che negli USA è impossibile contenere a lungo sotto la cappa delle luci fosche.

chicacoland wallout

 

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Minneapolis (Minesota) ore 14, 11 aprile. La polizia ha sparato a Daunte Wright, ventenne afroamericano che durante un controllo di polizia alla sua auto avrebbe tentato di scappare. Un agente ha quindi sparato al ragazzo che risalito in auto si è schiantato a poche centinaia di metri.

Minneapolis è la stessa città dove 9 mesi fa l’agente Chauvin aveva ucciso George Floyd soffocandolo con un ginocchio sulla gola.

Appena la notizia è circolata migliaia di persone si sono radunate presso la centrale di polizia del quartiere Brooklyn Center dove hanno trovato la guardia nazionale a fronteggiarli.

Il sindaco ha indetto il coprifuoco cittadino fino all’alba.

Gli Stati Uniti si svegliano con l’ennesimo omicidio poliziesco di un afroamericano da parte della polizia.

A pochi kilometri dai fatti è in corso da tre settimane il processo al suddetto agente colpevole della morte di George Floyd.

Seguiranno aggiornamenti.

Di seguito la trasmissione di Radio Onda d'Urto sull'accaduto:

Ennesimo omicidio di polizia negli USA, ancora una volta a Minneapolis, ancora una volta di un afroamericano, nella stessa città dove venne ucciso George Floyd e dove si sta tenendo in questi giorni il processo contro l’agente Derek Chauvin, che lo soffocò durante quel fermo di polizia del maggio 2020.

La vittima è stata identificata dai familiari come Daunte Wright, un ventenne afroamericano. I fatti sono avvenuti questa domenica poco prima delle 14, quando un agente ha fermato il veicolo dove viaggiava Wright in seguito ad una presunta violazione del codice stradale. La polizia ha dichiarato che l’autista è rientrato nel veicolo mentre gli agenti tentavano di arrestarlo e un poliziotto ha aperto il fuoco, tanto sarebbe bastato secondo gli stessi poliziotti perchè uno di essi aprisse il fuoco uccidendolo.

Ieri sera la reazione non si è fatta attendere: in centinaia sono scesi in strada e hanno marciato fino alla sede del locale dipartimento di Polizia dove ad aspettarli c’erano agenti in assetto anti sommossa che hanno lanciato lacrimogeni contro la folla. Scontri si sono registrati fino a tarda serata.

L’intervista all’americanista Martino Mazzonis:

 

 

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di Soe Lin Aung

Traduzione dell’articolo apparso il 5/2/21 sul sito della rivista Chuang a cura di Internazionale Vitalista

 

Scende la notte a Yangon, questa settimana all’imbrunire riecheggiano nella città i rumori degli abitanti che battono pentole e padelle e degli automobilisti che suonano i clacson; per scacciare gli spiriti maligni [è usanza in Myanmar produrre dei rumori del genere in funzione apotropaica, ad esempio prima di fare un trasloco in una nuova abitazione n.d.T.] A Mandalay i lavoratori della sanità si sono radunati compatti, volti coperti dalle mascherine illuminati dalle torce dei loro telefoni. Hanno cantato l’inno della rivolta del 1988, Kabar Makyay Bu, un titolo che è una promessa di una lotta senza fine contro il regime militare: “Non saremo soddisfatti fino alla fine del mondo”. I resoconti degli arresti si moltiplicano in questa settimana e gli attivisti e i leader studenteschi hanno fatto appello a scendere nelle strade. I militari hanno provato a chiudere Facebook – strumento chiave di comunicazione in Myanmar – mentre tra gruppi di amici ancora circolavano messaggi riguardo proteste, manifestazioni e altre forme di resistenza. Un amico è riuscito a contattarmi scrivendo che si dice: “combatteremo con tutte le nostre forze”.

Le notizie si sono accumulate lentamente, per poi affievolirsi e improvvisamente accelerare: Lunedì mattina, i militari birmani hanno lanciato un colpo di stato. In una serie di raid mattutini, i militari hanno arrestato il leader civile de facto del Myanmar, Aung San Suu Kyi; le figure di spicco del suo gabinetto e del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND); e un numero in costante aumento di artisti e attivisti che non facevano parte del governo o della LND. Alcune ore dopo, i militari hanno usato la loro rete televisiva per dichiarare lo stato di emergenza di un anno, durante il quale il generale Min Aung Hlaing, il comandante in capo dell’esercito, avrebbe governato. Il colpo di stato è arrivato solo poche ore prima che il nuovo parlamento eletto del paese si riunisse per la prima volta dopo le elezioni del novembre 2020, che la NLD aveva vinto in maniera schiacciante.

Le speculazioni su un colpo di stato sono aumentate prima di svanire. Per mesi, il partito politico birmano sostenuto dai militari, l’Union Solidarity and Development Party (USDP), ha sollevato dubbi sulle recenti elezioni, accusando circa 90.000 casi di brogli elettorali relativi alle liste di voto e ai documenti di identità degli elettori. Anche i partiti politici che rappresentano le principali minoranze etniche del Myanmar hanno sollevato obiezioni. Prima del voto, la Union Election Commission (UEC) ha annullato le elezioni in alcune parti della regione di Bago, così come negli stati Kachin, Kayin, Mon, Shan e Rakhine – tutte aree di minoranza etnica dove, secondo la UEC, il conflitto armato ha impedito elezioni libere ed eque. Il 26 gennaio, un portavoce militare è arrivato al punto di minacciare un possibile colpo di stato se le accuse sulle elezioni non fossero state risolte. Due giorni dopo, l’UEC ha respinto le accuse dei militari. L’ONU e diverse ambasciate occidentali hanno quindi espresso preoccupazione, in seguito alla quale i militari sono stati portati a ritirare la loro minaccia, giurando di sostenere la costituzione del 2008 e di “agire secondo la legge”. Una tregua breve. Nelle prime ore di lunedì, quando il colpo di stato è iniziato, il servizio telefonico e internet sono stati interrotti, i negozi hanno chiuso i battenti, le banche e gli aeroporti sono stati chiusi, e alcuni giornalisti si sono nascosti.

Amici e familiari descrivono un’atmosfera tesa: pregna di possibilità ma anche di pericoli. Come minacciò ignobilmente un generale la volta prima, nel 1988: “La tradizione dell’esercito non è quella di sparare in aria. L’esercito spara per uccidere.” ( E uccisero migliaia di persone all’epoca). Un parente anziano, raggiunto telefonicamente dalla Thailandia questa settimana dopo una serie di tentativi andati a vuoto, dice che non vogliono dire più di tanto—solo che con alcuni negozi chiusi hanno paura sia difficile reperire del cibo. Un amico impegnato in attività politiche mi ha scritto dicendo che si sono dati alla macchia ma sono al sicuro. Alcuni dei nostri amici sono stati arrestati, spiegano; altri stanno andando in clandestinità da quando la cerchia delle persone colpite dalla repressione e detenute si è allargata alla società civile e agli artisti. “Fa veramente male” dicono. I lavoratori della sanità si sono fatti avanti molto presto. Nelle ore immediatamente successive al golpe, impiegati dagli ospedali di tutto il paese hanno lanciato appelli alla disobbedienza civile di massa, che è iniziata con la loro serie di scioperi. Il loro gruppo Facebook Civil Disobedience Movement ha raggiunto centinaia di migliaia di membri poco dopo del lancio, prima che i militari chiudessero Facebook. Le aspettative sono ancora alte rispetto alla sollevazione nei prossimi giorni.

Comunicati di solidarietà sono giunti dalla Thailandia. Il Movimento Progressista, un gruppo importante nelle recenti proteste thailandesi, ha rilasciato una dichiarazione che condanna i colpi di stato come una “piaga” in Thailandia e Myanmar. Invocando un futuro in cui “il potere appartenga veramente al popolo”. Anche l’Unione degli studenti di scienze politiche dell’Università Chulalongkorn ha rilasciato una dichiarazione, chiedendo un immediato ritorno al diritto civile in Myanmar. Nel nord della Thailandia, si sono visti circolare sui social network striscioni con slogan di protesta thailandesi scritti in birmano: “La dittatura deve morire, lunga vita al popolo”. Nel nord-est della Thailandia, gli attivisti democratici sono stati più schietti con la loro campagna #SaveMyanmar, dando alle fiamme un’effigie di Min Aung Hlaing nelle strade. Il Myanmar è stato anche formalmente (ironicamente) invitato nella tanto decantata #MilkTeaAlliance, che collega approssimativamente i giovani attivisti di Hong Kong e Thailandia.

Nei campi Rohingya in Bangladesh, la situazione è meno diretta. Alcuni Rohingya credono che Aung San Suu Kyi stia essenzialmente ottenendo ciò che si merita – in quanto codarda che ha tradito i Rohingya nel momento del bisogno. Altri sono più generosi. Il poeta rohingya Mayyu Ali ha fatto appello alla solidarietà contro i militari, ricordando le lotte del 1988.

Con il Myanmar in subbuglio, i rapporti dei media si sono concentrati sul contesto immediato della disputa elettorale. Le analisi iniziali hanno suggerito poco più del fatto che i militari, insultati e allarmati dal loro risultato elettorale, stanno riaffermando il potere nell’unico modo che conoscono. Molto – troppo – dibattito si è concentrato sulla presunta razionalità o irrazionalità delle mosse di Min Aung Hlaing, speculando sulle sue macchinazioni segrete e sull’orgoglio elettorale ferito. Sfortunatamente, queste congetture psicologizzanti sono fin troppo tipiche dei presupposti liberali degli osservatori del Myanmar, che promuovono una modalità di analisi individuale, dall’alto verso il basso, a scapito dei fattori strutturali.

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Quattro linee di analisi potrebbero suggerire un approccio più produttivo.

In primo luogo, il colpo di stato è probabilmente una sorpresa. Da un certo punto di vista, i militari non avevano bisogno di lanciare un colpo di stato; detengono già un notevole potere politico ed economico, nonostante abbiano permesso a un governo formalmente civile di prendere forma nel 2011 dopo decenni di dominio militare assoluto. Nella situazione successiva al 2011, i militari si sono riservati un quarto dei seggi in parlamento, abbastanza per prevenire qualsiasi emendamento alla costituzione del 2008, che hanno scritto loro stessi per proteggere la propria posizione. Tre ministeri chiave sono rimasti sotto il solo controllo militare, compreso il principale organo amministrativo del paese fino a quando non è stato nominalmente posto sotto il controllo civile alla fine del 2018. E forse la cosa più importante è che la levatura economica dei militari è cresciuta sostanzialmente dall’inizio degli anni ’90, quando hanno gestito il passaggio verso un’economia di mercato in cui i generali, i loro amici e le holding militari hanno assunto posizioni sempre più forti nel settore privato.

Ho sostenuto (insieme a Stephen Campbell) che questa situazione è stata meglio interpretata non in termini di democratizzazione, ma come una diarchia civile-militare che mescola liberalismo e autoritarismo. Nel 2015, essenzialmente, i generali dipendevano meno dal controllo politico formale per esercitare il potere, dopo aver rafforzato la loro posizione economica. Da qui la loro disponibilità ad accettare – e persino ad anticipare – un briciolo di democrazia liberale, che ha ulteriormente arricchito i generali quando le aziende occidentali sono diventate più disposte a investire. Argomenti più ampi suggeriscono che un patto d’élite in evoluzione, o blocco egemonico, che unisce la LND e i militari si è dimostrato reciprocamente vantaggioso, non da ultimo economicamente.

Se queste affermazioni spiegano la ritirata strategica dei militari dal potere politico formale, devono ora essere riesaminate. La posta in gioco non è necessariamente un’improvvisa autonomia del politico, come se i militari si aggrappassero al potere politico in modo indipendente dalla loro forza economica. Tuttavia, la relazione precisa tra la politica e l’economia potrebbe dover essere rivalutata. In particolare, i generali ora reclamano il potere politico da una posizione di costante dominio economico. Allo stesso tempo, l’economia del Myanmar è in declino da diversi anni. Cifre in forte crescita hanno delineato il periodo post-2011 fino a circa il 2017, dopo di che la crisi dei Rohingya e la recrudescenza dei conflitti negli Stati Kachin e Shan hanno contribuito a determinare un marcato declino economico. Come si legge in un resoconto del 2019:

I turisti occidentali che spendono molto si allontanavano in massa, preoccupati per le violazioni dei diritti umani. La burocrazia stava intasando gli affari e gli investimenti, e il paese rimane un incubo logistico. […] È chiaro che la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi era sistematicamente impreparata per il governo e non è riuscita a controllare l’economia.

Da qui una possibilità: il blocco egemonico post-2011 una volta arricchiva bene sia le élite civili che quelle militari, ma con una ratio economica in declino, la logica reciproca del patto non reggeva più. Sarebbe estremo elevare questo fattore al di sopra degli altri – almeno a questo punto – ma potrebbe comunque essere un fattore, uno importante, che ha reso più precario un accordo un tempo simbiotico. L’intuizione di fondo non deve essere controversa: la deroga post-2011 è stata semplicemente storica [una formula che devo a Ko Leik Pya n.d.A.]. Quando le condizioni materiali sono cambiate, sono cambiati anche i rapporti di forza di cui si nutrivano.

Una seconda linea di analisi è che se il colpo di stato provoca una certa sorpresa visto quanto potere i militari già detenevano, non sorprende proprio per questo motivo: era già chiaro che in ultima istanza, sono i militari a detenere il potere. Il colpo di stato semplicemente codifica, mentre consolida, i rapporti di potere esistenti. Questa posizione potrebbe essere più ovvia dalla prospettiva delle terre di confine del Myanmar, dove i gruppi di minoranza etnica sono stati soggetti a spietate campagne di controinsurrezione per decenni. Saw Kwe Htoo Win, vice presidente dell’Unione Nazionale Karen, ha dichiarato ha dichiarato: “Non importa se i militari mettono in scena un colpo di stato o meno, il potere è già nelle loro mani. Per noi nazionalità etniche, che la LND sia al potere o che i militari prendano il potere, noi non ne facciamo comunque parte. La nostra gente è quella che continuerà a soffrire di questo sciovinismo”.

Questa prospettiva ha un’altra angolazione. Il presunto collegamento tra apertura politica ed economica – l’argomento preferito dai think-tank della transitologia – non sembra più così chiaro. Piuttosto, assistiamo a una transizione capitalista lunga decenni intrecciata con una varietà di forme politiche, dalla dittatura alla diarchia alla dittatura di nuovo. Anche un breve sguardo ai vicini del Myanmar – Cina, Thailandia, Singapore – sottolinea la realtà che il capitalismo difficilmente garantisce la democratizzazione.

Si evidenzia qui una certa configurazione del potere borghese. Sia in Birmania che nella Grande Cina, per esempio, un apparato statale centralizzato – i militari da una parte, una burocrazia di partito dall’altra – ha navigato in una relazione tesa con frazioni borghesi separate, alcune delle quali sono politicamente liberali e più legate al capitale occidentale. Cosa significa rompere questo allineamento? In Myanmar, i militari non avranno più lo stesso accesso al capitale occidentale. Eppure, la lunga transizione capitalista del Myanmar è sempre stata alimentata molto di più dal capitale dell’Est e del Sud-Est asiatico, dal suo fluttuante settore dell’abbigliamento alle sue crescenti agro-industrie e alle principali forme di estrazione di risorse (in particolare petrolio e gas, specialmente le riserve di gas offshore che ora fluiscono verso la Thailandia e i doppi oleodotti e gasdotti che scorrono verso lo Yunnan, in Cina). Così, in molti modi, le condizioni di base dell’accumulazione del capitale rimangono al loro posto, anche se la borghesia liberale interna affronta una maggiore esclusione dal suo bottino. L’agricoltura di semi-sussistenza continuerà a erodersi nelle vaste aree rurali del Myanmar e nelle zone di confine montuose, mentre il lavoro precario e a basso salario si espande nei centri urbani [una serie di fenomeni che approfondirò in dettaglio nel terzo numero a venire di Chuang journal. n.d.A]

Tuttavia, anche le prospettive di investimento cinesi non sono del tutto chiare, anche se presumibilmente saranno soggette a meno perturbazioni rispetto ai più tenui progetti occidentali. Da un lato, la risposta sommessa del governo cinese al colpo di stato – annotando un “rimpasto di gabinetto” – riflette una tendenza costante a inquadrare i disordini politici semplicemente come una questione di affari interni. Gli investimenti cinesi sono sempre stati considerevoli durante gli anni della prima dittatura militare. Da parte cinese, non c’è motivo di aspettarsi alcuna seria esitazione a impegnarsi con la nuova. D’altra parte, il governo della LND è riuscito a sviluppare relazioni molto forti con la Cina, e i militari del Myanmar hanno visto a lungo la Cina sostenere le insurrezioni nelle zone al confine cinese del Myanmar, dagli oltre quarant’anni di ribellione del Partito Comunista della Birmania ai gruppi armati che sono emersi nella sua scia. C’è qualche possibilità (anche se minima) che la presunta dipendenza de facto dei militari dalla Cina non sia più del tutto garantita. Indipendentemente da ciò, la Cina è già pesantemente investita in diversi grandi progetti infrastrutturali, dalla diga di Myitsone nel nord del Myanmar – Pechino potrebbe fare pressione sui generali per riprenderla – al corridoio economico Cina-Myanmar nell’ovest del Myanmar, parte della Belt and Road Initiative (BRI). Il governo cinese presumibilmente mirerà a portare avanti questi progetti indipendentemente dalla leadership politica del Myanmar. Questa relazione sarebbe minacciata solo se i militari birmani si muovessero per interrompere i legami con la Cina (altamente improbabile), piuttosto che il contrario.

La terza linea di analisi è già emersa: la vista dalle terre di confine. La discussione sulle accuse di frode elettorale da parte dei militari – generalmente considerate infondate – ha largamente messo in ombra il fatto che l’UEC ha semplicemente cancellato le elezioni in molte aree di minoranza etnica. La questione è la relazione delle terre di confine con il conflitto, il capitale e le trasformazioni politiche degli ultimi decenni. Dagli anni ’90, il capitalismo di frontiera nelle vaste aree di confine del Myanmar – investimenti in miniere, legname e agroindustria come le piantagioni di olio di palma, principalmente da parte di capitalisti thailandesi, cinesi e delle pianure del Myanmar – ha incorporato le élite economiche e politiche delle minoranze etniche nella transizione capitalistica del paese, ponendo fine in gran parte alla minaccia un tempo esistente dei gruppi etnici armati allo stato.  Questa è stata probabilmente la dinamica decisiva che ha reso possibile le riforme politiche ed economiche del periodo post-2011. È possibile che, con così tanta attenzione alla disputa elettorale dei militari, stia incombendo un più ampio disvelamento della traiettoria politica ed economica del paese? Se l’incorporazione delle terre di confine etniche attraverso il capitalismo di frontiera ha in ultima analisi messo fine alle minacce di esistenza per lo stato del Myanmar, allora il disconoscimento nelle terre di confine – una rottura con quella dinamica di incorporazione – suggerisce una potenziale chiusura di un ciclo storico che ha sostenuto la possibilità stessa dello stato attraverso una lunga transizione capitalista. Mentre il colpo di stato andava avanti, sono emersi anche rapporti su scontri militari che prendevano forma negli Stati Shan e Kayin del Myanmar orientale, segnalando un possibile ritorno al conflitto aperto. D’altra parte, nonostante le cancellazioni delle elezioni, sarebbe un errore sopravvalutare il grado in cui le minoranze etniche, a parte le loro élite politiche ed economiche, si considerano affrancate in primo luogo. Inoltre, l’estrazione delle risorse e l’agroindustria nelle terre di confine – perni del capitalismo di frontiera – affrontano poche minacce nel contesto del colpo di stato, essendo più legate alle frazioni militari che alle frazioni borghesi liberali della classe dirigente birmana. La dinamica incorporativa che essi guidano sembra destinata a continuare.

In quarta istanza, bisogna aggiungere che Aung San Suu Kyi sembra aver fallito, in modo decisivo, nel suo tentativo di costruire e mantenere relazioni con i militari. Il fatto più noto è che Suu Kyi è apparsa alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per difendere il Myanmar dalle accuse di genocidio commesse dai militari contro i Rohingya del Myanmar. Gli osservatori esterni hanno visto la sua apparizione come una mossa politicamente opportuna – persino cinica – per proteggere i militari dalla condanna internazionale, al fine di guadagnare il favore dei generali. Il suo obiettivo, in ultima analisi, era quello di costruire relazioni abbastanza forti con i militari in modo che il suo partito potesse far passare gli emendamenti alla costituzione del 2008 che avrebbero costretto i militari fuori dalla politica formale. Invece, si ritrova ancora una volta loro prigioniera.

Le ragioni del suo fallimento saranno discusse ad nauseam. Le discussioni fino ad oggi suggeriscono superficialmente che i militari sono semplicemente diventati gelosi della sua continua popolarità e del suo successo elettorale. Si dice che li abbia “surclassati“, per esempio, sui social media quando si è trattato di esprimere il sentimento anti-Rohingya. Saranno necessarie analisi più sofisticate. Provvisoriamente, comunque, si nota che il fascino delle relazioni civili-militari (leggi: relazioni Suu Kyi-Min Aung Hlaing), astratte da forze politiche ed economiche più grandi, troppo spesso si riduce al vecchio palace-watching che riduce la politica alla personalità, la struttura alla contingenza individuale. Il punto non è che questi leader non contano, ma semplicemente che anche quando i leader fanno la storia, non è in condizioni di loro scelta. Il tempo della psicologizzazione di palazzo è finito. Il tempo della resistenza è qui. E non saremo soddisfatti fino alla fine del mondo.

Nota a margine del Comitato Corrispondenza e Traduzione:

L’articolo risale ai primi di febbraio. Di lì in poi una vera e propria insurrezione generalizzata si è scatenata nel paese con scontri di piazza di coraggiosə frontliners (le foto qui riprodotte ne ritraggono alcunə), diserzioni, atti di disobbedienza civile nelle città e scontri armati nelle campagne dove sono presenti formazioni di guerriglia delle minoranze etniche. Tra i vari slogan, un hashtag recita #AntifascistRevolution. In questo articolo Soe Lin Aung descrive come i militari abbiano il controllo di risorse economiche consistenti in tutto il paese: una conoscenza che i/le rivoltosə hanno mostrato di avere ben chiara con l’incendio di due centri commerciali di proprietà dei militari a Yangon nelle prime ore di giovedì 1 Aprile.

Per ulteriori informazioni rimandiamo al canale telegram L.M.3  e all’ottima intervista di Jake Hanrahan a Aye Min Thant nel poadcast di popularfront.co

Le forze del regime hanno ucciso 640 persone, ad oggi (5 Aprile).

 

 

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