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Articoli filtrati per data: Saturday, 10 Aprile 2021

In Argentina stiamo passando momenti complicati: la pandemia e la povertà crescono, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ci fa pressione per i debiti che vogliono riscuotere e gli aggiustamenti che chiedono. Questo governo di Alberto Fernández e Cristina Fernández in Kirchner vive un momento dell’economia mondiale che ha similitudini con i tempi di Néstor e Cristina Kirchner, ma si osservano anche grandi differenze.

Nell’aspetto economico la maggior similitudine è che si ripete il fenomeno di governare in tempi di picco dei prezzi internazionali dei prodotti primari. Questo, per un paese agro-esportatore, anche se è pericoloso sul lungo periodo è buono nella congiuntura. Il suo risultato è che per una economia con necessità di divise le entrano dollari.

In questi giorni, i prezzi internazionali della soia e del mais, due delle principali coltivazioni che mantengono viva la nostra economia, registrano i valori più alti degli ultimi anni. Ma lì terminano gli aspetti positivi dell’economia macro e ci rimangono i dati duri di quello che ci chiede il FMI in mezzo ad una realtà socio-economica e sanitaria che si sta facendo critica.

Povertà e entrate

Questa settimana sono stati resi pubblici i dati dell’Indagine Permanente delle Famiglie (EPH), elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistiche e Censimenti (INDEC), con le cifre del secondo semestre del 2020. Il dato più globale e significativo è la crescita di 6,6 punti della povertà rispetto al medesimo periodo del 2019.

Questa arriva al 42% della popolazione che ammonta a 19,4 milioni di persone, 3 milioni di più dell’anno addietro. Quando la si misura riguardo ai minori di 14 anni, la cifra sale al 57,7%. Non sono migliori i dati salariali dove si osserva, comparando gennaio 2021 con dicembre 2020, una crescita del 3,3%, mentre l’inflazione è salita del 4%, per cui si sommano 35 mesi consecutivi di caduta delle entrate.

Prendendo tutto l’anno 2020 risulta che i salari sono cresciuti del 29,6% e l’inflazione del 38,5%. Da ultimo, ricordiamo che il PIL dell’anno 2020 è andato indietro del 9,9%.

Da parte dell’Osservatorio Sociale dell’Università Cattolica Argentina (UCA) vengono integrate le informazioni dell’INDEC. Stimano che la povertà sia al 44% e che, nei minori di 17 anni, giunga al 60%, aggiungendo che più del 50% del conurbano bonaerense è sotto la linea di povertà.

Mirando la profondità di questi numeri, aggiunge che l’aggottamento dell’economia negli ultimi tre anni ha raggiunto il 15%. In questo senso evidenziano che il trasferimento di entrate, che permetta una creazione di posti di lavoro, verso i settori più poveri avviene attraverso l’aiuto statale e non la produzione.

Segnalano anche che tornare allo stato di pre-pandemia non sarà facile. Che c’è un nucleo duro di povertà che si aggira intorno al 38%, circa 15 milioni di persone in povertà, cifra dalla quale sembra difficile scendere.

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Pandemia: la seconda ondata spunta all’orizzonte

La seconda ondata sta già spuntando. Sebbene gli specialisti valutino che mancano varie settimane per l’arrivo dei momenti critici (che si aspettano tra la seconda e la quarta settimana di maggio) stiamo già passando cifre che indicano una notoria crescita.

Gli infettati sono cresciuti più del 60% rispetto ai dati di due settimane addietro; il numero dei morti è cresciuto -nel medesimo periodo- del 5%.

In materia di vaccinazioni si continua ad andare avanti in modo costante, anche se lento. I vaccinati con la prima dose giungono al 7,6% della popolazione e l’1,5% ha ricevuto la seconda.

L’approvvigionamento di vaccini continua ad essere deficiente, nonostante che, dai laboratori di Astra-Zéneca, siano uscite all’estero le quantità di prodotti di base più che sufficienti per 22,4 milioni di dosi che lo stato argentino ha comprato dall’impresario Hugo Sigman.

Per questo crescono le proteste affinché non si permetta che continuino a portar fuori dal paese detti componenti.

Il governo si trova di fronte a un complesso problema. Dovrebbe preparare ferree restrizioni alla circolazione ma inciampa su due difficoltà. Una che -ora- dà la priorità per mantenere l’attività economica, di fronte alla gravità della situazione sociale. L’altra, avverte che la popolazione è poco disposta a rispettare nuove restrizioni per le andate e i ritorni proposti dal governo.

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Il Fmi: aggiustamenti in marcia e le contraddizioni del governo

Nessuno dubita che il FMI sia un protagonista in più della crisi che attraversa l’Argentina. Per un settore del governo, incluso il ministro dell’Economia Martín Guzmán, fa parte della soluzione. Mentre per altri, Cristina tra loro, fa parte del problema. Per il Presidente, può essere una cosa e l’altra, secondo i momenti.

La sintesi è che il negoziato con il Fondo, che doveva terminare a marzo, ora è congelato. Questo è così per due ragioni complementari: i tempi del processo elettorale e le contraddizioni all’interno del governo.

La relazione dell’Argentina con il FMI non è una relazione qualsiasi. Ambedue sono ostaggi di questo legame. Un solo dato spiega l’importanza di detta relazione: il debito che l’Argentina ha con il FMI è equivalente a quello che sommano i cinque paesi che lo seguono nell’ammontare dell’indebitamento (Egitto, Ucraina, Pakistan, Grecia e Sudafrica).

Il Fondo ha aiutato l’Argentina a chiudere il rapporto con i Fondi Avvoltoi. Loro concordano con ciascun paese il pagamento di quanto dovuto alla banca privata e il Fondo gli assicura che ciascuno di questi debitori rispetterà norme economiche che beneficeranno i creditori.

Questa è una vecchia storia. Secondo la medesima, gli indebitamenti sono il cammino verso la perdita di sovranità.

Un giorno il presidente Juan Domingo Perón affermò: “Prima di contrarre un prestito mi taglio la mano”. Alberto, poco prima di insediarsi, volle copiare quel gesto affermando che non avrebbe preso il denaro che il FMI doveva ancora consegnare per quel nefasto prestito al governo neoliberale di Mauricio Macri.

Ma ora va mendicando alcuni fondi per evitare una bancarotta che aggravi la situazione. Il FMI fa pressione e gli promette un piano di pagamento a 10 anni e il denaro che gli spetta per la parte proporzionale di un aumento del suo capitale. Questi fondi, qualcosa di più di 4.500 milioni di dollari, gli permetterebbero di evitare l’inadempimento dei pagamenti che scadono nel mese di aprile.

È chiaro che questo presuppone vari accordi che hanno l’impresentabile titolo di “aggiustamenti” (su tariffe e sussidi, per esempio) e “riforme strutturali” (sistema pensionistico e leggi sul lavoro, tra le altre). Questioni su cui il governo non è in condizioni di acconsentire e molto meno in un anno elettorale.

Per tutto questo il governo si rifugia nell’idea di “sovranità”, ma -finora- ha sempre finito con il pagare e molto caro. Axel Kicillof, quando fu Ministro dell’Economia, conobbe da vicino come e quanto fu pagato al Club di Parigi e allo stesso FMI per questa buona idea, ma debolmente applicata.

Un giorno, un governo intenderà che rendere effettiva la “sovranità” è molto di più che vantarsi e finire con il pagare. Questo implicherebbe di tagliare le relazioni con il FMI e di entrare in una nuova situazione che sarà difficile ma diversa e sicuramente il popolo lo accompagnerà.

*Juan Guahán: Analista politico e dirigente sociale argentino, associato al Centro Latinoamericano di Analisi Strategica (CLAE, www.estrategia.lawww.estrategia.la)

06/04/2021

Rebelión

Da Comitato Carlos Fonseca

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di FELICE MOMETTI per connessioni precarie

È stata sicuramente l’elezione sindacale più seguita nella storia recente americana. Tanto da diventare una partita politica che è andata ben oltre i diritti dei lavoratori del centro logistico di Amazon a Bessemer in Alabama. Una delegazione di lavoratori di Amazon è stata ricevuta dalla Commissione Bilancio del Senato, hanno espresso solidarietà giocatori di football e attori di Hollywood. Perfino il Presidente Biden è intervenuto dichiarando che i sindacati sono necessari per rilanciare la classe media, ma che non tocca a lui dire ai lavoratori di aderire a un sindacato, anche se non dovrebbero esserci pressioni aziendali per impedirlo. Il conteggio finale dei voti è stato trasmesso in diretta streaming a duecento tra giornalisti, avvocati, osservatori, funzionari sindacali e manager Amazon.

Una città «business friendly»

Bessemer è una piccola città di circa trentamila abitanti nell’area metropolitana di Birmingham in Alabama. Il 70 per cento sono afroamericani e una persona su quattro vive al di sotto della soglia della povertà. È un feudo del Partito Democratico che elegge un sindaco afroamericano e un consiglio comunale, con una maggioranza di donne, composto da cinque afroamericani/e e due bianchi/e. Nel luglio del 2018 viene approvato all’unanimità il piano di insediamento di un centro logistico di Amazon, che inizialmente prevedeva 1.500 posti di lavoro, dopo una lotta furibonda con altre città a colpi di «pacchetti di incentivi» al colosso del e-commerce. La campagna business friendly promossa dall’amministrazione locale di Bessemer ha progressivamente coinvolto la contea di Jefferson e lo Stato dell’Alabama. Tra città, contea a Stato gli incentivi alla costruzione del centro logistico sono stati valutati attorno ai 60milioni dollari. Riguardano consistenti riduzioni delle imposte, delle licenze commerciali, forti agevolazioni nell’acquisto dei terreni e nell’ottenimento dei permessi per costruire. Sono state messe a disposizione di Amazon le strutture pubbliche della High School di Bessemer e del Lawson Community College per la selezione e la formazione della forza-lavoro. Sono stati attivati dei corsi curricolari che riguardano la robotica, in patnership con Amazon, e programmi ready to work nella logistica. Il centro logistico è entrato in funzione alla fine di marzo dello scorso anno e nel giro di pochi mesi, con il fortissimo incremento del e-commerce dovuto alla pandemia, i previsti 1.500 dipendenti sono diventati 5.800. Mettendo insieme i pacchetti di incentivi, le modifiche delle pratiche istituzionali e dei contenuti dei sistemi educativi, gli effetti sull’organizzazione del territorio e sul mercato immobiliare ne è risultato una specie di tsunami che ha investito gli assetti produttivi, istituzionali e urbani dell’intera area metropolitana di Birmingham.

Il potere della logistica

A livello mondiale, nel 2020 Amazon ha assunto 430mila lavoratori e ha fatturato 390 miliardi di dollari con un profitto di 22 miliardi. Attualmente ha un milione e 300mila dipendenti e 500mila corrieri inquadrati come lavoratori autonomi. Negli Sati Uniti ci sono 900mila dipendenti in ottocento tra centri logistici e magazzini. La pandemia ha reso ancor più evidente la centralità della logistica nel capitalismo contemporaneo come spina dorsale delle reti globali della produzione di valore. Una posizione e un ruolo che Amazon sta sfruttando anche come soggetto politico dotato di un potere che va oltre la stessa attività di lobbying aggressivo svolta ai vari livelli istituzionali. I 20milioni di dollari spesi lo scorso anno dal centinaio di lobbisti alle sue dipendenze fanno parte di una pratica ormai di seconda importanza. Amazon è un attore politico a tutto campo, anche se ancorato al Partito Democratico, è uno dei principali player finanziari a Wall Street, un gigante economico a livello globale, un importante operatore sociale nei territori in cui localizza centri e magazzini, un media mainstream con la proprietà del «Washington Post». Una tale concentrazione di potere non ha più bisogno della mediazione politica o rappresentativa per essere esercitata negli ambiti della governance statale e federale. Per implementare e mantenere questa strategia di potere multilivello Amazon ha la necessità di avere la completa libertà e flessibilità nell’organizzazione del lavoro, nella appropriazione e nella gestione dei big data, nella definizione dei rapporti gerarchici del comando interno alle proprie strutture. Il flusso della cooperazione sociale per estrarre plusvalore dal lavoratore complessivo di Amazon si fonda su una divisione del lavoro e su una gerarchia del comando capitalistico che combinano l’impersonalità degli algoritmi, la videosorveglianza e concrete mansioni di controllo e disciplinamento della forza-lavoro. Ogni inciampo, rallentamento, blocco del flusso ha effetti che si ripercuotono immediatamente sull’intero processo. Sta qui il motivo per cui Amazon si oppone a qualsiasi forma organizzata della forza-lavoro che possa esprimere del potere sul luogo di lavoro. Questo modello, quasi una filosofia, negli ultimi mesi è entrato in contraddizione con l’amministrazione Biden. Non certo perché al presidente Usa stiano a cuore i diritti dei lavoratori. Amazon si è svincolata dai meccanismi tradizionali della rappresentanza politica e istituzionale, che Biden vorrebbe invece riprodurre con qualche aggiornamento, giocando così un ruolo autonomo e riconosciuto nei prossimi assetti del capitalismo post-pandemico. Se Biden arretra sul salario minimo di 15 dollari all’ora togliendolo dall’American Rescue Plan Act, Amazon intensifica la campagna mediatica per l’estensione del salario minimo di 15 dollari dai propri centri e magazzini a tutto il territorio nazionale. Se Amazon non può permettere la sindacalizzazione di un solo sito logistico per non avere possibili crepe nel proprio modello di formazione, gestione e sfruttamento della forza-lavoro, Biden si appella alla libertà di scelta dei lavoratori. La partita è aperta e gli esiti non sono scontati.

Un’azienda in crisi chiamata sindacato

Nemmeno la definizione di business unionism è ormai sufficiente per descrivere la situazione in cui si trova la grande maggioranza dei sindacati americani. La parabola del sindacalismo imprenditoriale della United Automobile Workers (UAW) può essere presa come caso paradigmatico del sindacato americano. Dall’immagine di sindacato radicale costruita con le lotte tra la fine degli anni ‘60 e la prima metà degli anni ‘70 del secolo scorso, all’attuale commissariamento ‒ da parte del tribunale federale ‒ per corruzione in combutta con la Fiat-Chrysler di Marchionne. Dallo sbandieramento dell’indipendenza dalle imprese, se non di classe almeno sindacale, a essere il primo azionista della General Motors, delegando la gestione del proprio pacchetto azionario a BlackRock, considerata la più grande «banca ombra» del mondo. Fino ad arrivare a un corto-circuito a dir poco paradossale. Durante i contratti del settore dell’auto del 2011 e 2015, l’UAW mentre negoziava con General Motors, di cui allora era il secondo azionista, percepiva tangenti dalla concorrente Fiat-Chrysler per firmare accordi che la favorissero rispetto alla Ford e alla stessa General Motors. La crisi finanziaria dei sindacati americani deriva dagli enormi costi di gestione delle strutture, dal numero esorbitante di funzionari e dai mancati rendimenti di Borsa dei fondi pensione e dell’assistenza sanitaria. Per limitare i passivi dei bilanci il sindacato imprenditore ha aumentato le quote di adesione e allargato la platea dei «clienti». Ora l’UAW non è più solo il sindacato dei lavoratori del settore dell’auto ma anche degli agricoltori, dei ricercatori universitari, del personale sanitario, del pubblico impiego, non perché si sia convertito all’intercategorialità ‒ i vari settori funzionano come compartimenti stagni ‒ ma per scongiurare il tracollo finanziario. L’UAW è un caso limite? Sì, perché la combinazione di una corruzione endemica con una gestione aziendale della struttura sindacale ha determinato il collasso organizzativo. No, perché, per restare solo agli ultimi dieci anni, le condanne per corruzione o appropriazione indebita di fondi sindacali hanno riguardato i gruppi dirigenti dei Teamstears, della SEIU, della Federazione degli Insegnanti per citare solo i sindacati con più iscritti. Da tutto questo non è esente la Retail Wholesale and Department Store Union (RWDSU), il sindacato che ha richiesto il referendum tra i lavoratori del centro logistico di Bessemer per rappresentarli nei negoziati con Amazon. La RWDSU è un sindacato che dichiara 100mila iscritti ‒ più della metà nello Stato di New York – in crisi di adesioni e in difficoltà finanziarie con un presidente, Stuart Appelbaum, padre-padrone da ventitrè anni. Stuart Appelbaum fa parte del Comitato nazionale del Partito Democratico, è stato delegato a tutte le Convention democratiche dal 1996 al 2020. È un sostenitore di Biden e di Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York, dal quale è stato nominato nell’esecutivo del Consiglio regionale per lo sviluppo economico di New York City. È vicepresidente della AFL-CIO, la maggiore federazione sindacale degli USA. Per la sola carica di presidente della RWDSU percepisce uno stipendio annuo che supera i 300mila dollari. Gli altri membri dell’esecutivo nazionale, ma sarebbe più corretto parlare di consiglio di amministrazione, hanno uno stipendio annuo medio di 250mila dollari.  La quota di adesione alla RWDSU si aggira attorno ai 950 dollari annui, ma in base a un accordo informale con i lavoratori Amazon non avrebbe superato, per i primi anni, i 500 dollari. Il tesseramento di alcune migliaia di lavoratori Amazon sarebbe innanzitutto una boccata di ossigeno alle casse di un sindacato in crisi finanziaria. Il crollo del tasso di sindacalizzazione, nel settore privato, al 6% della forza lavoro non è solo dovuto alle pratiche discriminatorie e antisindacali delle imprese, alle leggi che le favoriscono, ma anche alla percezione che hanno molti lavoratori di trovarsi in mezzo a due aziende: quella del datore di lavoro e quella sindacale.

Una sconfitta purtroppo annunciata

Come si è giunti al coinvolgimento di un sindacato come la RWDSU? Alla fine dell’estate scorsa, pochi mesi dopo l’apertura del centro logistico di Bessemer, sono iniziate le riunioni di un gruppo di lavoratori che non sopportavano più i ritmi infernali dettati dall’algoritmo Amazon in piena pandemia. I 15 dollari all’ora e una serie di benefit per l’assistenza sanitaria non compensano un’organizzazione del lavoro e un comando gerarchico profondamente usuranti che stravolgono le vite. La scelta è stata di non praticare forme di lotta incisive, fino allo sciopero, come è avvenuto in modo autorganizzato nei centri Amazon di Chicago e New York a partire dalla fine di marzo.  Sulla spinta dei lavoratori più anziani, con un qualche trascorso sindacale precedente, viene deciso di seguire il percorso previsto dalle leggi in vigore. La preferenza accordata alla RWDSU avviene perché mantiene tra gli iscritti una quota di lavoratori del settore della vendita al dettaglio accanto a quelli dei settori dell’allevamento di polli, della sanità, del pubblico impiego, delle pulizie. Alla fine di dicembre si raggiungono le duemila preadesioni al sindacato che permettono di presentare la richiesta di referendum al National Labor Relations Board, che organizza il voto postale, a causa della pandemia, dal 8 febbraio al 29 marzo. Sono stati cinquanta giorni in cui Amazon ha mobilitato decine di consulenti e influencer, aperto siti web, inviato decine di messaggi antisindacali a ogni dipendente su Twitter e WhatsApp, convocato un centinaio di riunioni con partecipazione obbligatoria durante l’orario di lavoro. Ha pagato diecimila dollari al giorno una società di marketing per la campagna su giornali, radio e tv. Ha fatto presidiare per giorni l’intera struttura dalla polizia. La narrazione antisindacale si è concentrata su quattro aspetti. Il salario minimo di Amazon è il doppio di quello legale previsto in Alabama e i sindacati con le loro iniziative non sono mai riusciti ad aumentarlo. La corruzione presente nei sindacati è ormai fuori controllo. Le quote di adesione al sindacato sono eccessive rispetto ai servizi offerti e anche coloro che non aderiscono devono versare al sindacato una quota ridotta. Amazon non fa discriminazioni di razza, genere, e orientamento sessuale tanto che l’85% degli assunti a Bessemer è composto da afroamericani e in maggioranza donne.

Dall’altra parte il sindacato-azienda di Stuart Appelbaum ha evitato di mobilitare i propri iscritti con azioni pubbliche di protesta e ancor meno ha costruito momenti di solidarietà attiva con altri centri Amazon e altri sindacati. Ha sfidato Amazon sul terreno mediatico cercando di veicolare l’equazione che ottenere dei diritti sindacali in Amazon corrispondesse alla battaglia degli anni ’60 per i diritti civili degli afroamericani. Come se i rapporti che stanno alla base dell’organizzazione del lavoro e della riproduzione sociale non siano altro che un’estensione lineare della mancanza di diritti civili e non invece un’articolazione, sempre da indagare e mai definita una volta per tutte, tra rapporti di produzione, razzismo istituzionale e diritti civili. Un approccio, questo, che non ha avuto risultati apprezzabili nemmeno all’interno delle comunità nere dell’area di Birmingham. Il presidio e la carovana di auto indetti a Birmingham con il supporto di Black Lives Matter chapter Birmingham, che non è un movimento sociale ma una piccola associazione no-profit fondata da un paio attivisti di Our Revolution di Bernie Sanders, non hanno visto una significativa partecipazione. Amazon invece ha combinato la forte proiezione mediatica con una capillare azione di condizionamento e ricatto dei dipendenti sul luogo di lavoro. La RWDSU ha puntato principalmente su dichiarazioni di sostegno di esponenti politici, personaggi pubblici e dirigenti sindacali senza mai attaccare a fondo, con iniziative di contrasto e di lotta, il modello Amazon e i suoi rivolti politici, sociali, territoriali. Alla fine, i voti sono stati 3215, il 55% degli aventi diritto. Lo scrutinio è durato una decina di giorni per verifiche e contestazioni, soprattutto da parte di Amazon, della validità di più di 500 schede che non sono state conteggiate, come le 76 schede dichiarate nulle. Il no al sindacato ha vinto con 1798 voti. Il sindacato ha preso 738 voti, meno della metà delle preadesioni raccolte in dicembre. Una sconfitta pesante e purtroppo annunciata, visto come la RDWSU ha condotto la campagna di sindacalizzazione e i mezzi usati da Amazon per ricattare i lavoratori. Ora si aprirà la battaglia, che può durare molti mesi, dei ricorsi legali contro Amazon per ottenere una nuova votazione. Nel frattempo, però, la situazione al centro logistico di Bessemer cambierà: Amazon farà alcune concessioni e i lavoratori sindacalmente più attivi verranno licenziati. Una vittoria a Bessemer avrebbe avuto un forte significato simbolico e politico. Avrebbe costituito un precedente a cui riferirsi per intraprendere azioni simili in altri centri e magazzini Amazon. Avrebbe mostrato che nell’azienda di Jeff Besoz non è possibile solo la resistenza passiva, ma ci si può organizzare e lottare. Come del resto ha fatto e continua a fare, in forme e con contenuti diversi rispetto al sindacalismo imprenditoriale, la rete Amazonians United.

 

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Quanto sta succedendo nelle ultime settimane in Irlanda del Nord, in particolare a West Belfast è di estremo interesse. Se da un lato, come in altri territori, l'incedere della crisi e delle dinamiche geopolitiche e sociali che questa ha generato hanno riacceso conflitti sopiti, ma mai veramente superati, dall'altro lato questi stessi conflitti assumono nuove sembianze, proprio perchè vanno collocati all'interno di un ciclo storico fortemente confuso ed incerto.

Le lenti con cui storicamente guardiamo alla vicenda irlandese possono essere adeguate per rintracciare le continuità, le invarianze di un dominio coloniale e di una lotta di emancipazione lunga secoli, ma da sole non sono sufficienti a restituire la complessità del momento. Dicevamo geopolitica perchè sì, la questione dell'Irlanda del Nord si situa su una faglia della storia recente ricca di contraddizioni di ogni sorta. La Brexit ha aperto ad una possibilità storica di riunificazione dell'isola, tutta da conquistare e allo stesso tempo ha proposto nuove sfide tutt'altro che residuali. All'origine della rivolta due vicende correlate, lo spostamento del confine sul mare e la partita sui vaccini tra UK e UE che ha dato adito ai timori di alcune compagini unioniste sul rischio di un rapporto più serrato con l'Unione Europea. Per una ricostruzione più accurata delle vicende all'origine della rivolta rimandiamo a questa trasmissione di Radio Onda d'Urto:

Allo stesso tempo è necessario aggiornare le categorie con cui guardiamo alle composizioni sociali del Nord Irlanda. Le dinamiche demografiche da un lato, che vedono una crescente popolazione cattolica che si prevede presto supererà quella protestante ed allo stesso tempo le trasformazioni nelle gerarchie di classe, dove alcune compagini cattoliche ormai hanno generato una propria borghesia con una sua forza e degli interessi specifici, mentre allo stesso tempo consistenti settori della componente protestante sono andati in contro a processi di declassamento e proletarizzazione. L'equazione cattolici = proletari e protestanti = borghesia non risponde più alla realtà da diverso tempo. Questo nulla toglie alla causa indipendentista, ma ripropone la questione di quale indipendenza, di quale riunificazione. Se è evidente che lo scontro sul destino del Nord Irlanda si può dare sempre di più come uno scontro intracapitalistico, tra due borghesie con interessi e relazioni divergenti, allo stesso tempo è il portato sociale, in basso, che sta dietro a questi conflitti a sostanziare una possibilità alternativa. Ciò è evidente come scrivevamo tempo addietro tanto nelle campagne paraistituzionali per la riunificazione che vedono sempre più spesso partecipi anche alcuni settori protestanti (rarissimo fino a poco tempo fa), quanto nel suo doppio opposto, cioè la sostanziale crisi del fronte unionista e l'emersione dei sussulti di questi giorni. Il conflitto si misura sull'immaginario legato ai modelli di welfare, di sanità, di distribuzione della ricchezza, per lo più chimere di un passato che tanto in UK quanto in UE è stato fortemente ristrutturato, ma che parla del fatto che a sostanziare queste tensioni, ancora una volta, c'è la necessità di una rottura con i modelli esistenti di organizzazione del vivere sociale e dell'impoverimento generale. Per i giovani unionisti si tratta di resistere al declassamento, per alcuni versi un disperato grido alla madrepatria che, nei loro pensieri, li sta lentamente lasciando andare. Dall'altro lato si apre uno spiraglio irrinunciabile, tra le contorsioni della Brexit, un presidente degli Stati Uniti di origine irlandese e cattolica, ma il problema rimane come costruire una propria via alla riunificazione che non sia vittima di giochi più grandi della piccola isola.

Abbiamo tradotto questo interessante articolo di Action Antifasciste Paris-Banlieue che ci sembra centrare alcuni punti della questione:

 

I LEALISTI NON HANNO NULLA DA PERDERE SE NON LE LORO CATENE

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Per più di una settimana abbiamo potuto vedere in diversi media immagini di rivolte notturne nelle sei contee dell'Irlanda occupata (chiamiamo sei contee la parte dell'Irlanda ancora occupata dall'Inghilterra oggi, l'altro termine Irlanda del Nord è un nome inglese, confutato da repubblicani).

Sia a Belfast che a Derry, i giovani stanno attaccando le forze dell'ordine, dando fuoco ai veicoli, esprimendo la loro rabbia e impotenza. Sebbene queste immagini siano relativamente comuni nel nord, due dettagli rendono questo evento piuttosto unico. Innanzitutto l'ampiezza della protesta, ma soprattutto i protagonisti. Questa volta sono i lealisti ad attaccare le forze dell'ordine (la popolazione protestante che vuole che l'Irlanda rimanga inglese si chiama lealisti e unionisti, i lealisti sono il ramo "estremo" di questa corrente politica). Per capire perché i "fedeli alla corona" attaccano i suoi rappresentanti e i suoi "protettori" dobbiamo ricordare una lettera passata inosservata alla stampa francese poche settimane fa. Il "Consiglio lealista" dell'Irlanda del Nord, che riunisce le principali organizzazioni paramilitari dall'UVF all'UDA, invia una lettera a Boris Johnson all'inizio di marzo indicando che vedono l'applicazione delle misure Brexit come una minaccia alla loro identità e al loro attaccamento alla corona. Non volendo infatti rischiare una ripresa dell'ostilità da parte repubblicana con il ristabilimento di un confine fisico tra nord e sud, gli inglesi hanno deciso di lasciare il nord nel mercato europeo. Il termine "repubblicano" si riferisce alla popolazione cattolica che desiderava un'Irlanda unificata, libera dal dominio britannico, i loro principali rappresentanti erano l'IRA e la sua ala politica Sinn Féin.

 

Vengono quindi effettuati controlli doganali tra l'Irlanda del Nord e l'Inghilterra, anche se si suppone che ne faccia parte. I lealisti vedono qui un primo distacco della corona alla loro causa e al territorio che rivendicano, coloro che hanno seguito i partiti politici unionisti e hanno votato per una "hard Brexit" vedono il loro voto ignorato. Il consiglio ha quindi annunciato che gli accordi di pace del 1998 sarebbero diventati nulli se il governo non avesse cambiato la direzione degli eventi (gli accordi del Venerdì Santo del 1998 hanno posto fine a 30 anni di guerra tra l'IRA e l'Inghilterra ei suoi alleati lealisti).

Dovresti sapere che i quartieri lealisti sono poveri, tanto quanto i quartieri repubblicani. Fino ad ora il risentimento dei lealisti di fronte alla povertà che vivono era contenuto solo dalla loro lealtà ai partiti unionisti e all'Inghilterra, lealtà che si sta sgretolando con la Brexit ma anche per un semplicissimo motivo demografico. Mentre fino a pochi anni fa erano la maggioranza al nord, ora sono in minoranza e i cambiamenti si fanno sentire in ambito politico. Il partito "repubblicano" Sinn Féin ha fatto una svolta nelle ultime elezioni e l'angoscia di un futuro referendum che vedrebbe la creazione di un'Irlanda unita non è mai stata più presente. Inoltre, una settimana fa un evento apparentemente innocuo ha gettato olio sul fuoco, i membri dello Sinn Féin che avevano organizzato un funerale coinvolgendo più di duemila persone in tempi di Covid per un veterano dell'IRA sono stati assolti dai tribunali. Vedono in questa assoluzione una provocazione e un cambiamento nel potere dell'Irlanda del Nord. L'Inghilterra si trova nella posizione che ha cercato di evitare a tutti i costi, tra il fuoco dei repubblicani che vogliono la riunificazione e quello dei lealisti che si sentono traditi. Resta da sperare che i seguenti eventi vedranno una rivolta da entrambe le parti per chiedere migliori condizioni di vita e non un nuovo confronto tra le due comunità.

Il progetto repubblicano ha un posto per gli unionisti nelle sue aspirazioni, se la riunificazione è un passo necessario nel loro progetto è solo l'inizio della strada. Un'Irlanda unita non apporterà alcun cambiamento significativo alla terribile situazione sociale nel nord se non sarà seguita dall'istituzione di una repubblica socialista. Questa è la battaglia dei nostri compagni nelle sei contee, e il progetto socialista ovviamente intende cambiare le condizioni di vita sia dei repubblicani sia dei lealisti e degli unionisti che vivono nella stessa regione, a condizione che vogliano partecipare.

Infine alleghiamo da Les enfants terribles la cronaca dell'ultima notte di scontri che ha visto scendere in piazza anche i repubblicani a West Belfast.

 

Ancora una sera di scontri a West Belfast

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Giovedì sera i ragazzi delle due comunità si sono nuovamente confrontati nella zona di West Belfast e la polizia ha utilizzato i cannoni ad acqua.

I giovani si sono radunati a Springfield Road intorno alle 16.30 e la PSNI, presente nell’area, ha avvertito di “disperdersi immediatamente o verrà usato il cannone ad acqua”.

I rivoltosi hanno lanciato oggetti, bottiglie incendiarie, mattoni e fuochi d’artificio contro la polizia e nel corso della sera è stato riferito che la PSNI ha avvisato dell’imminente utilizzo di “proiettili di gomma”.

Uomini e donne radunatisi ai cancelli dell’interfaccia vicino Lanark Way, dal lato di Springfield Road, hanno detto di non volere una nuova notte di violenze.

Il ministro delle Infrastrutture Nichola Mallon ha confermato che questa mattina si terranno ulteriori colloqui sulle recenti violenze nelle Sei Contee.

Ha detto: “È inquietante vedere un’altra notte di violenza e attacchi alla polizia da parte di giovani. In qualità di leader, abbiamo tutti il ​​dovere di ridimensionare questa situazione e dare a tutti i nostri giovani un futuro verso cui possono guardare”.

Il ministro della Giustizia Naomi Long ha lanciato un ulteriore invito alla calma dopo quelle che ha definito scene “deprimenti e spericolate”.

Ha detto: “Altri attacchi alla polizia, questa volta da parte di giovani nazionalisti. È assolutamente sconsiderato e deprimente vedere altra violenza nelle zone di interfaccia.

“I miei pensieri vanno a coloro che vivono tra paura e disordini. Tutto questo deve finire subito, prima che si perdano delle vite”.

Il deputato di West Belfast Paul Maskey era sul campo insieme agli attivisti della comunità e ha detto: “Chiedo calma e faccio appello alle persone affinché stiano lontano dalle aree di interfaccia”.

Gerry Carroll, parlamentare di People Before Profit, ha chiesto ai giovani di astenersi da attività violente.

Ha detto: “Questa sera [giovedì] e ieri, insieme ad altre persone, stiamo cercando di fare tutto il possibile per incoraggiare le persone a stare alla larga, a non farsi coinvolgere in rivolte spericolate, a non farsi coinvolgere in rivolte divisive.

“Quello che vogliamo vedere è l’unione tra le persone delle varie comunità”.

 

Mercoledì pomeriggio un autobus della Translink è stato dirottato e dato alle fiamme all’incrocio tra Lanark Way e Shankill Road a seguito di una manifestazione di protesta, durante la quale c’è stato un attacco contro i poliziotti e un fotografo.

Gli autisti degli autobus hanno protestato fuori dal municipio.

“A seguito dell’incidente di ieri sera che ha comportato un attacco contro un autobus, chiediamo a tutti coloro che hanno influenza all’interno delle comunità di utilizzarla per calmare la situazione attuale. Come sindacati la nostra prima priorità è la sicurezza e il benessere dei conducenti e dei passeggeri.

“A tal fine, abbiamo chiesto di rivedere il calendario delle corse per i prossimi giorni. Questo senza dubbio arrecherà disturbo al pubblico in generale, ma riteniamo che non ci sia altra opzione in questo momento”, hanno detto i sindacalisti di Unite e GMB.

 

 

 

 

 

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