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Articoli filtrati per data: Tuesday, 02 Marzo 2021

Lavoro, martedì 2 marzo.

La polizia in antisommossa è tornata, dopo l’intervento fallito di ieri mattina, davanti ai cancelli di Texprint, azienda tessile di Prato dove da giorni va avanti la lotta e il picchetto di Si Cobas e lavoratori. Ieri cariche e 2 operai, feriti, portati in Questura, ma il blocco è andato avanti.

I motivi sono gli stessi, da giorni: turni di 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana, infortuni gravi, negazione del diritto al riposo, alle ferie, alla malattia, lavoro nero. Nonostante questo, la polizia cerca di spezzare la lotta, assieme al padronato. Per questo rinnovato l’appello solidale a raggiungere via Sabadell 109 a Prato per supportare lo sciopero.

Luca, Si Cobas Prato. Ascolta o Scarica.

Da Radio Onda d'Urto

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Antefatti

A novembre, durante il Black Friday, è stata inaugurata la nuova Amazon Delivery Station a Montacchiello (Pisa), le ditte appaltatrici per le consegne sono quattro.
Nel picco di consegne autunnale hanno lavorato circa quattrocento corrieri, nel gergo tecnico drivers. Nel mese di dicembre a circa 150 corrieri non sono stati rinnovati i contratti. Attualmente in questo enorme magazzino lavorano circa 250 drivers.
Finisce il 2020 con meno corrieri e tantissime consegne. Inizia il 2021 e le consegne non diminuiscono, anzi. Amazon decide di distribuire in modo diverso il lavoro, dividendolo però sullo stesso numero di drivers.
Un esempio: tre drivers con 100 consegne a testa, in tutto 300 consegne. Dal 1 gennaio 2021 vengono date 150 consegne a un driver, 150 a un* altr* e il terzo non c’è più, non gli/le hanno rinnovato il contratto. Quindi le consegne vengono accorpate sui drivers rimanenti, dalle 150 alle 170 consegne a testa. Questo comporta dei carichi di lavoro pesantissimi e delle conseguenze diversificate: carichi di stress, lavoro sotto pressione - i responsabili incitano al “fare presto, fare di più”, incidenti, multe, dagli autovelox ai parcheggi. Per Amazon il driver deve parcheggiare in modo smart, peccato che questo nella realtà corrisponda a multe per divieto di sosta, per sosta in parcheggi blu senza aver pagato o messo il disco orario - l’azienda non lo fornisce, per sosta sui marciapiedi. Tutte azioni che comportano multe per chi lavora e stress urbano per chi vive in città.

Drivers...

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Negli ultimi mesi è iniziata l’insubordinazione di chi lavora...ma a ben guardare le radici sono più profonde.
Chi sono questi drivers?
Sono persone consumate dai ritmi del cosiddetto “lavoro di piattaforma”. Ragazzi e ragazze giovani che però fanno i corrieri da diversi anni. Amazon è a Pisa da circa 4 anni ma tanti hanno lavorato anche per il corrierato classico, per esempio BRT, SDA, TNT.
La loro è una vita qualunque, prima della pandemia frequentavano le discoteche, le piazze, studenti o ex studenti universitari, mamme giovani, coppie con figli, tifosi del calcio, persone che hanno voluto conquistarsi un’autonomia economica dalla famiglia.
Come hanno fatto a consumarsi così presto?
E’ colpa di questo lavoro che costringe a rincorrere algoritmi, software, dispositivi tecnologici, cercare i pacchi sul furgone, pianificare la loro disposizione, pensare alle possibili strade o percorsi. Correre, correre sempre. E’ un lavoro che impegna la mente quando sei alla guida del furgone ma anche quando sei a casa, quando sei a letto e cerchi di prendere sonno, quando ti squilla il telefono per le costanti ed assidue comunicazioni da parte dei responsabili: turni da seguire, targhe dei furgoni da imparare, strade da conoscere.
Il blocco e la rabbia di questi scioperi affonda le radici in anni di umiliazioni, sofferenze, solitudine.

Inizia lo sciopero

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Circa dieci giorni fa una delle ditte appaltatrici, Trasline, comunica ai suoi drivers, tre giorni prima dell’emissione degli stipendi, che sono stati messi in cassa integrazione retroattiva. Questo significa che la busta paga di febbraio, in cui si riscuote gennaio, sarà più bassa (la cassa integrazione viene pagata all’80%). Inoltre in busta paga mancano altri soldi: un integrativo regionale di circa 57€, la franchigia (il risarcimento se il furgone viene danneggiato; non dovrebbe superare i 250€ ma questa azienda chiede 500€).
Queste sono le motivazioni per cui lo sciopero è durato quasi una settimana.
Sabato 27 si sono aggiunt* allo sciopero anche i/le drivers di un’altra ditta appaltatrice, Loed.
Lo sciopero è iniziato da pochi giorni ma la tensione e la rabbia nel magazzino ci sono da molti mesi. Si esprimevano in sfoghi, lamentele nelle chat o nei parcheggi dopo il turno.
Era sempre rabbia individuale, e quando un* singol* risponde a tono al suo responsabile riceve sicuramente una lettera disciplinare. Quando, insieme e organizzandosi, si inizia uno sciopero cambia la sinfonia. Ci si rende conto che il proprio problema, quello di fare fatica, di non riuscire a finire la rotta (la zona di consegna assegnata) non è solo il tuo ma è il problema di tutt*. Viene socializzata una condizione: invertire la rotta, ed è proprio una mentalità a cambiare. Nello sciopero e nel blocco spontaneo dei cancelli i driver disgregati tra di loro fino a quel momento, assumono la consapevolezza di avere una forza collettiva: “finchè non saremo ascoltati da qui non esce nemmeno un pacco! Siamo dalla parte della ragione!”

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Trattative
Le trattative tra i sindacati confederali e l’associazione che tutela gli interessi dei servizi Amazon, Assoespressi, sono in corso da mesi. Questo perché Amazon tenta, e in molti casi già riesce, ad andare in deroga ad alcuni punti del Contratto Collettivo Nazionale Lavoro (CCNL) Logistica e Trasporti, cui afferiscono i drivers. I punti principali della contrattazione in atto da mesi sono:

Non accettazione dell’articolo 42 CCNL che prevede l’obbligo, per Committenti e appaltatori subentranti, di integrare tutt* i/le lavorat* alle stesse condizioni contrattuali, con il mantenimento dell’anzianità pregressa, con uguale salario e diritti normativi. Aumento della flessibilità cioè di lavorat* a tempo determinato e flessibile, assunti tramite agenzia interinale. Questa soglia già non è rispettata sul totale della forza lavoro. Aziende smart 2.0: l’inserimento di queste aziende rappresenta un’altra deroga al CCNL. Sono ditte fornitrici dove tutto è a noleggio e che fanno bandiera della soppressione e umiliazione dei diritti di chi lavora. Il loro nome è staff leasing - lavoro in affitto.

Questa contrattazione non è prerogativa di Pisa ma si sta svolgendo in tantissime altre città d’Italia: è in gioco la modifica del CCNL, con netti peggioramenti. Oltre ai punti sopra elencati c’è in ballo la riduzione del trattamento economico per malattia, l’ampliamento della stagionalità e del lavoro a chiamata, modifica del regolamento relativo al diritto di sciopero.

contrattazione sindacati

In questi giorni di sciopero la trattativa con Assoespressi, la Confindustria delle ditte in appalto dell’e-commerce, ha riguardato anche la diminuzione dei ritmi di lavoro. Nell’incontro svoltosi l’1 marzo Amazon e Assoespressi hanno ignorato ogni richiesta de* lavorat*.
I sindacati confederali, abituati a contrattare unicamente per gestire a ribasso le condizioni de* lavorat*, rimbalzano sul muro di Amazon che non intende cedere un millimetro dello sfruttamento che impone a chi lavora.
La multinazionale intende peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro, e quindi aumentare la sofferenza di decine di migliaia di persone, e non è disposta ad accettare nessuna rivendicazione de* lavorat*: la più grande paura di Amazon è costruire un precedente. Crearlo è l’obiettivo di chi lavora in condizioni disumane, lottando anche contro i sindacati gestori dell’ordine aziendale.

 

... e Amazon
“Amazon ti resetta il cervello, ti induce a lavorare infrangendo ogni limite fisico, delle capacità umane. Ti fa sostenere velocità e ritmi disumani, che non avresti mai nella vita. Ti inducono a lavorare così: infrangendo i limiti, della strada e del corpo, e le stesse procedure che dà. Amazon ci dice: devi aspettare il cliente e che il pacco sia nelle sue mani. Ma non puoi aspettare il cliente perché altrimenti non finirai mai il giro delle consegne, la rotta.”
Nello sciopero sta accadendo un cambio di mentalità de* drivers. Una liberazione dalla schiavitù dell’algoritmo e dell’intelligenza artificiale. Uno degli slogan dello sciopero è “Noi non siamo un algoritmo, noi non siamo dei robot”.

corteo contro amazon

Tant* lavorat* hanno scioperato nonostante i contratti a scadenza, e nonostante quello stipendio sia l’unica fonte di reddito per sé o per la propria famiglia.
La forza di questi scioperi è il sorgere di una mentalità nuova, che sfida il ricatto economico e psicologico della multinazionale del sorriso forzato. La volontà e il bisogno di dare un esempio, di creare una comunicazione con le altre migliaia di drivers. C’è la consapevolezza delle possibili ripercussioni ma la forza di voler iniziare a liberarsi è più forte, e lo è anche perché rivolta a tutte le altre persone che lavorano soffrendo negli altri magazzini.
L’aspirazione de* scoperant* non è solo quella di comunicare l’apertura di una trattativa con Amazon per abbassare il numero delle consegne. E’ quella di iniziare a guardarsi negli occhi, contarsi, dire “io sciopero” e potersi fidare l’una dell’altro. Iniziamo noi, le altre persone lo faranno poi.

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Posso sopportare di non uscire di casa a causa della pandemia o di non spendere soldi per le serate. Posso anche accettare di non completare i miei studi post-laurea. Quello che non posso accettare è la mia impossibilità, e quella di tutti gli altri, di acquistare i beni di prima necessità, in particolare il cibo

Fonte: english version

Nagham Charaf – 23 febbraio 2021

“La vita è cambiata in modo tale che mi mancano le parole. Il cambiamento non è avvenuto dall’oggi al domani, non è venuto da un solo lato. Vi assistiamo quotidianamente attraverso molti eventi, tutto è capovolto e dovremo accettarlo. Un giorno mi sono svegliata e non ho trovato il mondo in cui vivevo e, in qualche modo irrazionale, lo sto ancora cercando “.

Prima del 2020, Lina, 28 anni, aveva una vita normale, un lavoro stabile che le pagava l’alloggio e le spese quotidiane. Lina stava anche completando gli studi post-laurea in scienze biologiche e pagava  gli studi con i propri guadagni. La vita di Lina così come l’ha vissuta si è conclusa con il totale collasso economico del Libano: “Ebbene, il crollo ha colpito tutti; non è stato solo il mio collasso. Posso sopportare di non uscire di casa a causa della pandemia, o di non spendere i miei soldi per le serate e le feste. Posso persino accettare il fatto che non completerò i miei studi post-laurea – mi limiterò a considerare che questo mio obiettivo non è essenziale nella vita, sebbene avrebbe dovuto garantire il futuro che avevo sempre sognato. Ma quello che non posso accettare è la mia impossibilità – insieme a quella di tutti gli altri – di acquistare i bisogni di base, in particolare il cibo: ho dovuto effettivamente cambiare la mia alimentazione a causa del collasso finanziario “.

 Posso sopportare di non uscire di casa a causa della pandemia o di non spendere soldi per le serate. Posso anche accettare di non completare i miei studi post-laurea. Quello che non posso accettare è la mia impossibilità, e quella di tutti gli altri, di acquistare i beni di prima necessità, in particolare il cibo.

L’ora del giudizio

La scorsa settimana il tasso di cambio del dollaro ha raggiunto le 9.400 lire libanesi. A loro volta, i prezzi degli alimenti essenziali hanno cominciato a salire insieme a tutto il resto. Ogni volta che il valore della valuta libanese si indebolisce, i negozianti aumentano i prezzi. Le persone  scelgono un prodotto, leggono un prezzo specifico, ma quando arriva il momento di pagare, sono sorpresi dal fatto  che il prezzo non sia come indicato sullo scaffale o sull’articolo stesso. Allora  il cassiere inizia a spiegare cosa è successo: “Il prezzo del dollaro oggi è salito, quindi abbiamo cambiato i prezzi. Non ha niente a che fare con me. ”

Naturalmente, è qui che inizia la discussione: alcuni clienti chiedono che il negozio venda loro il prodotto in base al prezzo di listino, mentre altri si limitano a lasciare il prodotto alla cassa. In un’occasione, un padre ha dovuto lasciare le caramelle che stava per acquistare per i suoi figli, per poter tenere i pacchetti di riso e di zucchero nel carrello. Un’altra volta, ho visto una donna chiedere alla cassiera di smetterla di conteggiare i suoi articoli non appena il suo conto avesse raggiunto le 300.000 lire. Questo è stato dopo che aveva disposto i suoi articoli dal più importante al meno importante. La donna ha dovuto lasciare più della metà dei suoi acquisti nel carrello, per portare il poco che poteva permettersi di comprare e lasciare il negozio con evidente rabbia.

In uno degli ipermercati  ho fatto un accordo segreto con i dipendenti. Quando vado al negozio per acquistare le mie necessità settimanali, mi danno il “coupon” che di solito ottengono dal loro  negozio in modo che io possa usarlo e in cambio dia loro  i soldi di cui hanno bisogno per altre cose, come l’acquisto di medicine o per il trasporto. Di recente, un dipendente mi ha detto: “Ieri ho ricevuto la bolletta dell’elettricità, quindi per favore acquista due buoni da me invece di uno e ti aiuterò a ottenere i migliori prodotti alimentari”. In effetti, è quello che è successo, ed è allora che ho scoperto i segreti della carne, della frutta e della verdura nascoste che non vengono offerte a tutti, acquistandole a un prezzo inferiore  di quello  riservato a tutti gli altri. Così è iniziata una guerra segreta tra me e i dipendenti contro l’establishment che deruba le persone. I prezzi possono essere fissati in base ai suoi capricci poiché non vi è alcuna protezione dei consumatori e nessun controllo , proprio come la maggior parte delle altre istituzioni  sta sfruttando la crisi per fare soldi velocemente.

I dipendenti e io dividiamo il processo di acquisto e vendita del “coupon”. Ogni settimana è  il turno di uno dei dipendenti e l’intero processo è in base al bisogno,alla necessità, all’offerta e alla domanda: una settimana per la carne e un’altra per la frutta e la verdura. Mi trovo di fronte al responsabile del reparto frutta e verdura e chiedo un chilogrammo di pomodori, per esempio. Lui  li pesa e incolla il prezzo di 700 grammi su una borsa che pesa invece un chilogrammo. Compro il buono da lui, e lui mi dice che userà i soldi per uscire con i suoi amici, mentre io gli dico che sono un  disastro quando si tratta di cucinare e quindi non so usare i pomodori se non per preparare un’insalata! Quindi vado alla  cassa senza il minimo senso di colpa. Sto in fila, osservando le persone intorno a me consumate dallo stress e dalla tensione, e sento che siamo tutti  in piedi nel giorno del Giudizio.

Questo paese in cui viviamo ci ha trasformati in persone che devono essere selettive anche nel cibo che vogliamo mangiare e che hanno paura del processo di acquisto dei bisogni primari. Le donne in piedi davanti a me si scambiano ricette che non richiedono carne, mentre un’altra dice a suo marito: “Restituiamola, quando la banca ci darà la nostra prossima quota in contanti, torneremo a prenderla”.

In una conversazione all’angolo della strada, una donna mi dice: “Ho lavorato tutta la vita come professore universitario, anche mio marito. Siamo una famiglia finanziariamente benestante, ma al momento non siamo in grado di ottenere i nostri soldi dalla banca. Ora, mentre siamo negli ultimi anni della nostra vita, dobbiamo calcolare i pasti e gli ingredienti che possiamo acquistare, perché i prezzi sono impazziti. Perché un limone costa 1.500 [lire libanesi]? ” Continua dicendo: “Con i soldi che otteniamo, dobbiamo comprare le nostre medicine, di cui metà non sono nemmeno disponibili nel paese. Così, abbiamo rinunciato ai buoni cibi e abbiamo iniziato a mangiare solo per sostenerci. L’unica cosa che posso dire è grazie a Dio, poiché  vedo persone indigenti della nostra fascia di età che cercano cibo nella spazzatura “.

 Entrambi abbiamo lavorato come professori universitari per tutta la vita, siamo una famiglia benestante ma non possiamo prelevare contanti dalla nostra banca. Adesso dobbiamo calcolare gli ingredienti che possiamo permetterci, i prezzi sono pazzi. Perché un limone costa 1.500 LL?

Ogni  boccone costa 2.500 lire

“Mi sono isolato per molto tempo dalle notizie esterne e dalla situazione generale, e quando sono tornato a seguire gli eventi,  mi sono depresso. Credo ancora che ci sia una via d’uscita dalla situazione attuale e che il paese non sia ancora completamente finito, ma avremo bisogno di molto tempo. Tutto quello che voglio è che – fino al momento in cui usciremo dal fondo  del pozzo-  non si debba vedere più sangue “, dice Mansi, (uno pseudonimo che Mansi ha scelto e che significa il dimenticato).

La scorsa notte Mansi si è seduto di fronte a me ed ha espresso la sua gioia per un nuovo progetto che ha intrapreso. Gli avrebbe assicurato 100 dollari, che avrebbe usato per pagare l’affitto. Quando gli ho chiesto cosa lo avesse colpito di più dei prezzi elevati, in particolare quelli legati ai prodotti alimentari, ha risposto: “Formaggio. Questo paese non ha un’industria locale, ma pochi giorni fa ho comprato 10 fette di formaggio “ kashkaval ” e sono rimasto scioccato dal fatto che il loro prezzo fosse vicino a 25.000 sterline libanesi, ed è successo qualcosa di molto strano: quando ho mangiato un pezzo, non mi rendevo conto che, in quel momento, stavo masticando 2.500 lire. Il cibo si è trasformato da semplice cibo, da qualcosa che dai per scontato, un piacere e un bisogno , in una complessa transazione finanziaria  per ogni singolo boccone. ”

 Di recente ho acquistato 10 fette di formaggio Kashkaval e sono rimasto scioccato dal prezzo di 25.000 LL. Quando ne ho mangiato uno, mi sono reso conto che stavo masticando 2.500 LL. Per la maggior parte dei libanesi, il cibo è stato trasformato da un bisogno di base a una transazione finanziaria insostenibile

I residenti dello stesso edificio hanno iniziato a condividere i pasti. C’è chi non riesce più a  procurarsi  alimenti normali dati per scontati, e dietro a tutto questo c’è uno Stato che organizza banchetti e cerimonie d’onore all’interno dei suoi palazzi, mentre fa guerra alla sua gente per le strade.

Ogni giorno vediamo volti nuovi e indifesi che si protendono con i palmi aperti, chiedendo e chiedendo cibo, non denaro. Ricordo ora il professore universitario che raccontava i giorni della guerra civile e dei suoi guai. Oggi dice: “Neppure durante la guerra civile non abbiamo vissuto l’umiliazione che stiamo vivendo oggi”.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org

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La Commissione di Garanzia Sciopero vieta al comparto scuola la partecipazione allo sciopero generale dell’8 marzo 

Denunciamo una grave violazione del diritto di sciopero: la commissione di garanzia ha deciso di vietare la partecipazione allo sciopero dell’8 marzo all’intero comparto scuola, con la motivazione che l’1 marzo è stato indetto uno sciopero di categoria dal sindacato Sisa e il 3 marzo da Feder Ata.

Le limitazioni al diritto di sciopero nei servizi essenziali (e non solo) con la pandemia sono ulteriormente aumentate grazie  al protocollo d’intesa in merito alle procedure di raffreddamento nei servizi essenziali del 2 dicembre 2020, sottoscritto da CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA, ANIEF, cui va tutto il nostro sdegno.

La comunicazione della Commissione di Garanzia giunge a una settimana dall’8 marzo e  impedisce di fatto il diritto di sciopero in uno dei settori a altissima densità femminile –  l’80% del corpo insegnante è infatti composto da donne – e tra i più importanti e più colpiti dall’emergenza sanitaria, proprio in una fase in cui si discute, e localmente si sta già attuando, di una nuova chiusura delle scuole e il carico di lavoro delle insegnanti, in presenza e in Dad, è notevolmente aumentato in assenza di regolamentazione e tutele della salute.

Lo sciopero femminista dell’8 marzo quest’anno assume un significato ancora più rilevante in un momento in cui la pandemia ha evidenziato le criticità e le fragilità delle istituzioni del welfare, in particolare della scuola, dovute a decenni di tagli e disinvestimenti e ha scaricato ulteriormente il lavoro di cura sulle donne. Nonostante il divieto di sciopero del comparto scuola, invitiamo insegnati, personale, ata e studenti a partecipare alle mobilitazioni organizzate nell’ambito dello sciopero femminista e transfemminista nelle piazze di decine di città italiane. Invitiamo le/gli studenti a fare propria questa giornata di sciopero e di lotta. 

Ribadiamo inoltre che il divieto non riguarda le lavoratrici degli asili nido e delle scuole materne comunali ed educatrici ed educatori dipendenti di cooperativa che possono scioperare.

Essenziali sono le nostre vite, essenziale è la nostra lotta, essenziale è il nostro sciopero! 

Non una di meno

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Che dire, ad un anno dall'esplosione dell'epidemia di Covid sembra di rivere continuamente lo stesso tempo sospeso. Cambiano governi, cambiano commissari, cambiano presidenti, arrivano i vaccini, arrivano le varianti, eppure ci sembra di girare sempre sulla stessa maledetta ruota da criceti. Pare un po' di essere come l'inquilino della stanza 1408 del racconto di Stephen King; si cercano mille modi per evadere, ma dopo sessanta minuti ci si trova di nuovo lì, più acciaccati e disperati.

Ed è in questa triste e a suo modo sorprendente circolarità tra un lockdown, una caccia all'untore, una falsa promessa di uscita dalla crisi, un ridicolo ristoro e un'impennata dei contagi che ormai scorre la nostra quotidianità. E' la crisi che si fa strutturale, permanente, fin nei piccoli dettagli delle nostre giornate.

Ma attenzione, il fatto che questa circolarità sia ormai "normalizzata" non vuol dire affatto che sia normale. E' il lento trascinarsi di un sistema di sviluppo inadatto ad affrontare questo genere di sfide, una classe politica completamente succube della più rozza versione del capitalismo europeo. Altrove, un altrove che ormai risuona lontano e fantascientifico, la crisi è stata affrontata in altri modi, con altri effetti ed altre conseguenze. Certo, esistono situazioni peggiori di quella del nostro paese e media e politica si affrettano a sottolinearle per darsi a vicenda una gratificante pacca sulle spalle, ma esistono anche dei modelli che almeno in parte mostrano cosa non ha funzionato e continua a non funzionare (nel continuo circolo infinito) alle nostre latitudini. Ernesto Burgio in un articolo molto interessante dal titolo "Dopo un anno di pandemia" non ci gira molto intorno: "Le vere ragioni di questi dati drammatici dovrebbero essere ormai evidenti a tutti: mentre nei Paesi occidentali la pandemia è quasi fuori controllo, praticamente fin dall’inizio tutti i Paesi asiatici, ma poi anche Cuba, Nuova Zelanda, Australia e Islanda l’hanno fermata organizzando sistemi di tracciamento e monitoraggio efficaci dei soggetti positivi e dei loro contatti, e ove necessario creando percorsi alternativi e aree di pronto soccorso e quarantena per isolare e curare tempestivamente i casi non gravi ed evitare l’ingresso del virus in ambulatori, ospedali e strutture parasanitarie e riservando l’accesso agli ospedali ai pochi casi gravi. Inutilmente anche in Italia abbiamo chiesto a più riprese che le stesse contromisure fossero prese in considerazione: a marzo per un più rapido controllo della prima drammatica ondata, ad agosto nel vano tentativo di scongiurare una seconda ondata e con il supporto di SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale) e SIP (Società Italiana di Pediatria) anche di recente. Ma questi appelli non hanno sortito alcun effetto e ancora oggi, dopo oltre un anno dai primi allarmi lanciati da Wuhan, mentre Cina, Giappone, Vietnam, Cambogia e tutti gli altri Paesi che hanno saputo rapidamente adattare e rafforzare la medicina territoriale sono tornati a vita normale, noi continuiamo a tremare e siamo costretti a sperare che siano i vaccini a fare il miracolo."

Qui mentre gli ospedali si riempiono ancora, mentre si continua a morire, mentre varianti più infettive attecchiscono e si diffondono si confida nella messianica attesa scientista che il vaccino (o meglio i vaccini) risolva tutto. Ma è un'attesa vana. La patetica e farsesca epopea che da mesi sta andando avanti tra le multinazionali del farmaco e gli stati europei è l'ennesima dimostrazione dell'inconsistenza politica non solo delle elites del nostro paese, ma di quelle dell'intero continente. E' la scoperta, già sperimentata a più riprese dalla crisi del 2008 che l'Europa a livello internazionale conta sempre meno e che chi la guida, con le sue incrostazioni ideologiche in favore del libero mercato e sulla presunta superiorità del Vecchio Continente, è succube di una mentalità decadente e idiota, che di riflesso, senza colpo ferire si riflette sul nostro paese attraverso il morbido "cambio di regime" a cui abbiamo appena assistito. Ora, ad un anno dalla pandemia, si è iniziato appena a parlare della produzione di un vaccino (pubblico, pubblico-privato, privato con sovvenzioni del pubblico: le ipotesi si sprecano) autoctono che non dipenda immediatamente dalle Big Pharma e dalla loro geopolitica. Eccolo che si strappa il velo delle fantasie sull'efficienza del libero mercato nelle allocazioni delle risorse, ecco che, malvolentieri, e di nascosto, un po' come con i tagli alla sanità territoriale, le autorità si trovano ad ammettere che la produzione dei farmaci andrebbe strappata alle multinazionali, che il capitalismo, almeno per noi, non sta funzionando. Ma naturalmente si tratta solo di concessioni d'emergenza, di riflessioni che verranno rimosse in fretta, di cortocircuiti dell'egemonia dominante che verranno ben nascosti sotto il tappeto.

Il punto è che se ci troviamo a respirare questa aria asfittica di già visto, se giriamo senza sosta sulla ruota pandemica non è perchè "non c'è alternativa", non è per colpa degli untori, nè in larga parte delle varianti, ma è perchè scelte politiche consapevoli sono state fatte, perchè si è deciso di gestire la sfida pandemica in un modo piuttosto che in un altro. Perchè in sostanza ancora una volta si sono ignorate le causa dell'evento e della sua diffusione. Prenderle in considerazione avrebbe significato un ripensamento radicale e globale del modo in cui è organizzata la nostra società, e questo per chi ci governa non è neanche lontanamente in cima all'agenda.

Tutt'altro, nel nostro paese la pandemia è l'occasione per le elites di riprendere il pieno controllo. L'insediamento di Draghi con la manovra a freddo di Renzi e Mattarella non rappresenta altro che questo. Dopo l'anomalia populista, la restaurazione. Tecnici di ogni sorta, provenienti da istituzioni finanziarie, grandi aziende e militari atlantisti riprendono il controllo del paese con i politici di quasi tutti i partiti a fare le scimmiette ammaestrate, naturalmente condizionati dalla Confindustria e dal favore dell'UE.

Ad accomunare in governo Draghi e quello Monti non è certamente l'austerità, quanto il continuo e latente commisariamento dei mercati e delle istituzioni internazionali della democrazia formale del nostro paese, sempre più evidentemente un puro spettacolo di facciata. La nomina del generale Figliuolo a commissario straordinario all'emergenza è l'ennesimo risvolto di questo spettacolo. La militarizzazione della pandemia che dalle strade delle città, dalle retoriche dei giornali si fa governo. No, non "stanno arrivando i colonnelli" si tratta solo dell'ennesima soluzione tecnocratica ad un problema politico, condita di un po' di patriottismo narcisista che fa alzare le penne ai (un tempo furono) sovranisti. Vedremo il piano vaccinale procedere al passo dell'oca o si trasformerà in una festa degli alpini?

Ci sia concessa un po' di ironia in questa asfittica circolarità capitalista dove una crisi rincorre un'altra e un governo tecnico rincorre la crisi, dove mentre i giornali passano il loro tempo a celebrare l'infanzia del piccolo Draghi che parlava agli animali di transizione ecologica e pareggio di bilancio si consumano tragedie negli ospedali, sui posti di lavoro, nel cosiddetto focolare domestico.

Tutto cambia, perchè nulla cambi, e anche tutto cambia purchè nulla cambi. Dunque come uscire da questa circolarità mortifera? Ricordate il finale del racconto di Stephen King?

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