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Articoli filtrati per data: Tuesday, 09 Febbraio 2021

È ormai un anno che la nostra quotidianità è stata stravolta a causa della pandemia.

Se prima era normale vivere l’università non soltanto come luogo di apprendimento ma anche come zona di socialità e confronto tra giovani, nonostante ci fossero già numerosi problemi, ora la trasmissione del sapere è ancora più vuota, asettica. Gli spazi che ci rendevano qualcosa di più di dei numeri di matricola, che ci rendevano persone con voglia di imparare, conoscersi e crescere insieme ci sono stati tolti. Negli ultimi mesi Unito ha dimostrato che non ha interesse per i reali bisogni degli studenti: nonostante in molti abbiano difficoltà a portare avanti il proprio percorso di studi per problemi economici e difficoltà legate al covid, il consiglio di amministrazione è rimasto indifferente di fronte alla richiesta di ridurre le tasse. Nonostante si continuino a pagare cifre esorbitanti non riceviamo nessun servizio. Anche se spesso durante gli esami il sito si blocca, la connessione non funziona, anche se le lezioni a distanza non sono sufficienti, o non è possibile portare avanti i percorsi di tirocinio, l’università non offre nessun aiuto.

Nemmeno degli spazi in sicurezza dove poter studiare: se va bene dobbiamo aspettare in coda al freddo per poter entrare in quelle poche aule studio che sono rimaste aperte, mentre i contributi che paghiamo sono usati per applicare un modello fallimentare che ci vede più ore davanti ad uno schermo che davanti ad una persona. Siamo ormai in una situazione emergenziale non soltanto dal punto di vista sanitario ma anche scolastico, e come sempre siamo no istudenti a dover trovare le soluzioni che le istituzioni non ci propongono: è per questo che abbiamo deciso di aprire un’aula studio. Nel nostro piccolo scegliamo di non contribuire alla passività che corrode le infrastrutture del nostro sapere, ma di riprenderci i nostri spazi, riattivare quelle reti di condivisione e socialità che rendono meno asfissiante la vita universitaria. Scegliamo di costruire una valida alternativa alle privazioni che ci sono state imposte. Per questo abbiamo deciso di aprire un aula studio autogestita. L'aula studio è completamente gestita da studentesse e studenti che hanno deciso di mettere il loro tempo a disposizione per creare un luogo che ci permetta di studiare tranquillamente e di incontrarci in sicurezza. Questa alternativa non può risolvere però tutti i problemi e le mancanze dell’università: dobbiamo pretendere che Unito offra i servizi che ci spettano, che metta a disposizione spazi e strumenti e non continui ad addossare tutte le responsabilità agli student*. L'università deve essere accessibile e non un privilegio, l'università deve darci la possibilità di stare insieme e socializzare condividendo dei momenti.

Ci troverete in Corso Regina 47 per studiare, mangiare in compagnia, bere un caffè e fare due chiacchiere, tutto questo in sicurezza!

Stay Tuned!

Collettivo Universitario Autonomo - Torino

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in SAPERI

Un’altra barbarie dei Carabinieri che assassinano il giocoliere Francisco Martínez.

Sono i medesimi assassini dell’epoca di Pinochet, quelli che brindavano di fronte alla morte di Allende, quelli che si mimetizzavano nella Concertazione e che ora uccidono in lungo e largo il Cile per soddisfare la sete di sangue di Sebastián Piñera.

In un’altra delle loro codarde “prodezze” hanno sparato al giovane giocoliere Francisco Martínez Romero fino ad ucciderlo. Lo hanno fatto in piena luce del giorno, alla presenza di molti testimoni, ma l’assassino sa che la corporazione fascista lo proteggerà al di là delle esibizioni del Governo, questo nuovo crimine rimarrà impunito.

Per questo e per non credere più ai partiti borghesi, alle istituzioni e continuare nella Rivolta fino a quando cadrà Piñera, questo sabato le strade di tutto il Cile sono state inondate da manifestanti, da barricate di fuoco, da grida contro il tiranno e il suo corpo di mercenari armati. Migliaia di giovani con il volto simile a quello di Francisco si sono lanciati nelle strade e hanno fatto ardere il fuoco della protesta. Il grido predominante si trasformava in un avvertimento: “i proiettili che tu tirerai, torneranno indietro”.

 

7 febbraio 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

 

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Questa domenica, 7 febbraio 2021, un costone del ghiacciaio dell’Himalaya si è staccato precipitando in una gola dello stato settentrionale indiano dell’Uttarakhand.

L’enorme massa d’acqua che si è sollevata in pochi secondi dai fiumi della zona, insieme a rocce e detriti, ha travolto una diga, due centrali elettriche, ponti e strade. Si rischia una strage, sopprattutto dei lavoratori che stavano lavorando nelle centrali: i morti accertati sono al momento 18, con i corpi recuperati dai soccorritori, 200 i dispersi. Alcuni sono rimasti intrappolati in due gallerie sommerse dall’acqua, dal fango e dai detriti. Ancora in corso ricerche e soccorsi.

Con noi Riccardo Scotti, glaciologo e responsabile del servizio glaciologico lombardo. 

La causa esatta del disastro rimane ancora incerta e in queste ore gli scienziati hanno raggiunto l’area. Oltre agli effetti del cambiamento climatico, gli attivisti locali hanno denunciato le numerose costruzioni di dighe e infrastrutture idroelettriche lungo i fiumi e le montagne dell’Uttarakhand, che sostengono stiano destabilizzando la fragile regione dell’Himalaya dal punto di vista ecologico e provocando eventi meteorologici più estremi. Nell’area ci sono 550 dighe e impianti idroelettrici, un altro centinaio sono in costruzione. «Questo disastro richiede ancora una volta un serio esame della frenesia della costruzione di dighe idroelettriche in questa regione eco-sensibile», ha detto Ranjan Panda, un volontario del Combat Climate Change Network che si occupa di questioni relative all’acqua, all’ambiente e al cambiamento climatico.

Nel giungo del 2013 ci furono almeno 6 mila morti nello stesso stato indiano dell’Uttarakhand a causa di quello che venne soprannominato ‘tsunami himalayano’: violenti monsoni che provocarono frane e inondazioni, spazzando via interi villaggi, strade ponti. Tra i morti molti fedeli indù in pellegrinaggio alla sorgente del Gange.

Da Radio Onda d'Urto

 

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C’è un uomo chiuso da 21 anni in una cella di isolamento di una fortezza su un’isola, le uniche voci umane autorizzato ad ascoltare sono quelle dei suoi carcerieri. Si chiama Abdullah Ocalan e deve essere un uomo speciale perché pur sottoposto a tortura quotidiana (questo è la sostanza dell’isolamento) non è impazzito.

O forse sì, visto che, in quelle condizioni estreme, ha saputo immaginare e proporre un futuro di pace in questo pianeta dove i cosiddetti sani sembrano impegnati soprattutto a distruggerlo. Ocalan dal carcere parla a tutti noi di convivenza democratica tra etnie diverse, del ruolo essenziale delle donne nel costruire pace e libertà, di ecologia, di etica ed estetica come categorie fondanti della politica. Alcuni si chiederanno, ma non era il capo di una banda di terroristi nazionalisti denominato PKK? Dal 1984 al 1999, Ocalan è stato a capo del movimento di liberazione nazionale Pkk a ispirazione marxista del popolo curdo. Una “insurrezione” che nel tempo ha cambiato fisionomia, nel 2013 c’è stata la dichiarazione unilaterale di cessate il fuoco e un cambio di paradigma. Ocalan dal carcere ha continuato ad elaborare pensiero sino a ipotizzare una soluzione politica alla questione curda all’interno del Confederalismo democratico.

Qualcuno potrebbe cinicamente pensare : “Il carcere gli ha fatto bene, ha smesso di volere una nazione curda sulla canna del fucile”. Il carcere non fa bene, solo pochi riescono ad usarlo per capire di più invece di odiare di più, forse ci sono riusciti solo Antonio Gramsci e Abdullah Ocalan. In tempi e modi diversi hanno saputo ribaltare le logiche del presente e prefigurare spicchi di futuro. Ocalan ha intuito una via per la dignità umana capace di andare oltre la guerra. Ma c’è voluto la caduta dell’Unione sovietica e la fine del bipolarismo per capire la tossicità del concetto di Stato-nazione e del patriarcato. Ha, insomma, intravvisto e teorizzato una idea di pace e tolleranza al di là della brutalità e l’arroganza espressa dei potenti d’Occidente che, dopo la prima guerra mondiale, avevano rilegato un popolo, i curdi (e non solo), a cittadini di secondo ordine (i cosiddetti turchi di montagna) scorporandolo dentro i confini di quattro stati differenti (Turchia, Siria, Armenia, Iraq). Confini inventati e tracciati con il righello al solo scopo di garantire in quell’area una instabilità permanente.

Si, è vero, al tempo in cui gli ultimi stati coloniali si prendevano la loro libertà con le armi anche il popolo curdo sotto il comando di Ocalan ha preso le armi e chiesto una patria. Il PKK era allora un esercito di librazione nazionale che agiva soprattutto in Turchia e con basi di sicurezza in Siria. Poi nel 1998 i rapporti tra Siria e Turchia si sono fatti più precari e i due paesi si sono trovati sull’orlo del conflitto. La Turchia chiede alla Siria la consegna di Ocalan che non lo consegnerà ma gli intimerà di lasciare il paese. Inizia così una oscura sequenza di tradimenti e vigliaccherie perpetrati da vari stati: dalla Russia che prima lo accoglie e dopo pochi giorni lo caccia, dall’Italia dove approda il 12 dicembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione comunista, alla Germania che non ne chiede la estradizione per non molestare Erdogan e i milioni di turchi che vivono in Germania.

Arrivato in Italia Ocalan si consegna alla autorità italiane e chiede asilo politico al governo italiano. In Turchia è in vigore la pena di morte e questo vieterebbe all’Europa democratica di concedere l’estradizione. Ma chi osa mettersi contro il dittatore turco? Il 16 gennaio 1999 Ocalan viene convinto a partire per Nairobi dove sarà trafugato dagli agenti dei Servizi segreti turchi del Milli Istihbarat Teskilati, fatto salire su un aereo privato, portato in Turchia e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Imrali, un’isola del mar di Marmara. Condannato a morte, la pena verrà commutata dopo qualche anno in ergastolo rafforzato, di fatto all’isolamento perpetuo.

Il Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT) che ha potuto visitarlo una prima volta nel 2016 e la seconda nel 2019 ha rivelato che i quattro prigionieri, nel frattempo se ne sono aggiunti altri tre tutti in isolamento: “Sono stati tenuti in isolamento 159 ore su 168 a settimana, comprese 24 ore al giorno nei fine settimana” affermando che “un tale stato di cose non è accettabile”. Il CPT ha lamentato inoltre l’assenza quasi totale di visite familiari negli ultimi anni a Ocalan e il rifiuto delle richieste di visite dei suoi avvocati dal 2019.

Eppure Ocalan continua a parlare di confederalismo democratico, di rivoluzione delle donne e di ecologia invece che di guerra. In un contesto come quello medio orientale tartassato dai conflitti propone un orizzonte di pace e di tolleranza e depone le armi. La patria che ipotizza non ha più confini territoriali ma confini morali, ed è per questo che è veramente pericoloso nei confronti del potere assoluto, delle smanie di espansione sulla terra e sul mare di Recep Tayyip Erdogan. Un personaggio oggettivamente pericoloso ma che le democrazie europee trattano con i guanti bianchi per paura che milioni di migranti resi tali della prepotenza economica e neocoloniale di cinesi, statunitensi, emirati arabi ed europei, ci invadano per sfuggire la fame, le guerre, le carestia e i loro governi corrotti tenuti in piedi a forza di sovvenzioni straniere.

Sebbene in galera da 21 anni, il più lungo isolamento al mondo, la sua gente non ha dimenticato Ocalan, è la loro bandiera. Il popolo lo segue come la speranza di un mondo in divenire dove la forza non sia la sola legge e la solidarietà prevalga. Sono un popolo strano i curdi, hanno attraversato mille sofferenze cercando rispetto, vita, libertà. Non odiano ma sono impegnati a smascherare la tossicità del modello patriarcale capitalista.

Ocalan è in carcere in isolamento totale perché ce lo ha messo Erdogan ma tenercelo e anche l’interessata indifferenza dell’occidente che lo vuole in galera a marcire da solo perché quel suo modo di porsi e di pensare è antagonista all’egoismo dell’occidente. Un Occidente che ha usato i curdi come carne da macello quando servivano per difenderlo dalla jihad sunnita per poi mollarli appena non erano più utili. Anche per questo non lo lasciano uscire e per questo noi lo vogliano libero.

Ho imparato a conoscere i curdi poco alla volta, dal 1981, ed è stata per me un modo di apprendere cosa sia la vera resistenza. La prima volta che mi sono trovata a contatto con i curdi è stato nel 1981, l’anno dopo l’ennesimo colpo di stato in Turchia. Con Luigi Vinci, mio marito, avevamo intrapreso un viaggio organizzato che ci aveva portato in quei luoghi splendidi per la natura bellissima e le testimonianze archeologiche. Dei curdi allora non sapevo nulla. Di quel viaggio conservo due ricordi molto precisi. Mentre viaggiavamo in quella zona chiamata Kurdistan il nostro pullman veniva spesso fermato dall’esercito, salivano due o tre militari con i mitra in mano, non chiedevano i documenti ma venivamo squadrati uno ad uno anche tre volte al giorno. Un volta ci siamo fermati a mangiare in una trattoria su una collina appena sopra Van. Uno spettacolo stupendo. Ci serviva un uomo sui trent’anni al quale avevo chiesto ad alta voce: “Ma qui siamo in Kurdistan? “. Ricordo che Luigi mi aveva dato un calcio sotto il tavolo e quell’uomo (credo fosse proprietario della trattoria) era diventato pallido, avevo guardato prima a destra, poi a sinistra e infine aveva appoggiato il dito indice sulla bocca facendomi capire di stare zitta.

Seppi di più sul popolo curdo e su Ocalan grazie ai paginoni scritti da Laura Scrhader sul Quotidiano dei Lavoratori, articoli che mi entusiasmarono e che mi indussero a comprare tutti i libri della Scrhader e cominciai a farmi un’idea più precisa. Ma il coinvolgimento su questo popolo lo ebbi quando Vinci diventò parlamentare europeo e si occupò di seguire la revisione del procedimento imposto alla Turchia dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo in relazione al processo farsa contro Leyla Zana, Hati Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak, 4 deputati curdi in carcere da 10 anni. Su Leyla Zana avevo letto un capitolo in uno dei libri della Scrhader e sapevo che il Parlamento Europeo l’aveva insignita del Premio Sacharov per la pace.

Di Ocalan continuavo a sapere poco. Nel breve periodo in cui Ocalan rimase in Italia Luigi e altri Parlamentari lo andarono a trovare, Luigi si fece fare un autografo sulla tessera di Rifondazione Comunista che conserviamo ancora. Rimasi avvilita quando venne espulso dall’Italia e sconvolta quando lo arrestarono. Ho sempre davanti agli occhi le terribili immagini con Ocalan ammanettato e con il nastro adesivo incollato sulla bocca.

Nel febbraio 2000 fui invitata a Istanbul a un incontro internazionale di solidarietà organizzato dalle donne curde a turche. Ocalan era stato arrestato da pochi mesi e il clima che trovai era di guerra. Militari da tutte le parti, il convegno che si doveva tenere all’università fu proibito, credo che quelle compagne avessero bisogno di respirare, di solidarietà e di far arrivare fuori dalla Turchia lo stato d’assedio in corso. Avevo con me la tessera di Rifondazione comunista di Luigi con l’autografo di Ocalan. Durante una pausa feci vedere la tessera a un gruppo di donne, forse facevano parte delle Madri della Pace. Scoppiarono in lacrime, io ci rimasi malissimo, non aveva nessun senso quel gesto ma capii cosa Ocalan rappresentava per loro. E lo capii ancora meglio durante le 14 udienze del rifacimento del processo a Leyla Zana e agli altri tre deputati perché ebbi modo di vedere nel concreto come funzionavano le loro organizzazioni e il ruolo ricoperto dalle donne.

Il pensiero di Ocalan infatti viene alla luce con tutto il suo spessore nell’esperienza di autogestione del Rojava. La liberazione per via politica della donna dai gravami oppressivi e atroci delle società medio orientali viene sostituita dal protagonismo organizzato delle donne in tutte le sfere della vita sociale e politica anche nella forma del loro armamento e di reparti femminili. Ciò che abbiamo visto nei mesi scorsi e che vediamo della resistenza allo Stato Islamico da parte delle curde e dei curdi del Rojava è quanto già il PKK praticava da Tempo.

Oggi dai suoi scritti possiamo dire che il suo pensiero rappresenta il socialismo del ventunesimo secolo e anche dopo 21 anni di carcere Ocalan rimane sempre più il punto di riferimento del popolo curdo, ma anche un punto di riferimento per tutti quelli che lottano per una società diversa.

Oggi è compito di tutti i democratici chiedere la libertà di Ocalan. Le feroci condizioni di carcerazione a cui è sottoposto da 21 anni, l’isolamento più lungo della storia, devono terminare. Dopo ben 8 anni i suoi avvocati hanno potuto incontrarlo nel maggio del 2019 quando il governo turco aveva dovuto cedere di fronte a uno dei più grandi scioperi della fame che aveva visto in Turchia il coinvolgimento di più di 7000 persone.

Oggi è arrivato il momento di chiedere la LIBERTA’ DI OCALAN. Vi chiediamo di firmare e di far firmare la piattaforma CHANGE al link https://bit.Iy/3nXiGjK e di diffondere la campagna per la raccolta delle firme con tutte le iniziative possibili.

Il mondo intero si è entusiasmato per quei miliziani semidisarmati, per quelle ragazze e quei ragazzi del PYD curdi- siriani che hanno difeso l’Occidente dal terrorismo fondamentalista sunnita in nome di una idea di società democratica e comunitaria ispirata dal loro leader APO salvo poi abbandonarli non appena i governi di Russia, Unione Europea, Stati Uniti li hanno ritenuti non funzionali ai loro interessi geopolitici. Così come hanno abbandonato alla violenza dello stato turco i prigionieri curdi e i democratici turchi della Turchia.

Non abbandoniamoli anche noi. Firmate e fate firmare l’appello per la liberazione di Ocalan.

di Rossella Simone da Uiki OnlusUiki Onlus

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