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Articoli filtrati per data: Monday, 08 Febbraio 2021

di E.A.S.T. (Essential Autonomous Struggles Transnational)

 

Siamo le donne che sono essenziali per la guarigione dalla pandemia del mondo intero. Facciamo un lavoro essenziale eppure ci troviamo in condizioni miserabili: il nostro lavoro è sottopagato e sottovalutato; siamo sovraccariche di lavoro o senza lavoro; siamo costrette a vivere in luoghi sovraffollati e a rinnovare continuamente i nostri permessi di soggiorno. Affrontiamo una lotta quotidiana contro la violenza maschile, a casa e sul posto di lavoro. Siamo stufe di queste condizioni di violenza e sfruttamento e ci rifiutiamo di rimanere in silenzio! Abbiamo iniziato ad organizzarci in una rete che collega donne in lotta, migranti e lavoratrici dell’Europa centrale, orientale e occidentale: si tratta di Essential Autonomous Struggles Transnational (E.A.S.T.). L’8 marzo chiamiamo tutti coloro che lottano contro la violenza capitalista, patriarcale e razzista a unirsi al nostro sciopero!

L’8 marzo scioperiamo contro lo sfruttamento del nostro lavoro produttivo e riproduttivo. Con il nostro lavoro essenziale come infermiere, addette alle pulizie, insegnanti, lavoratrici dei negozi di alimentari, lavoratrici stagionali o impiegate nel settore logistico, lavoratrici domestiche pagate e non, impiegate nella cura di bambini, anziani e malati, siamo noi che teniamo a galla la società. Specialmente con scuole e asili chiusi, il peso della cura dei bambini e del lavoro domestico è sulle nostre spalle. Durante la pandemia molte di noi hanno perso il lavoro, anche perché a casa avevamo bambini da accudire e lavoro domestico da fare. Il nostro lavoro è essenziale, a casa e nei luoghi di lavoro, eppure è costantemente squalificato.

L’8 marzo scioperiamo contro l’intensificazione della violenza patriarcale! I governi nazionali stanno usando la pandemia come un’occasione per rafforzare la presa del patriarcato: in Polonia, con il tentativo di limitare ulteriormente la libertà di aborto; in Turchia, con la proposta di ritirarsi dalla convenzione di Istanbul; in Ungheria, con le restrizioni dei diritti delle persone transgender e un’agenda anti-LGBTQ. Mentre ci è stato detto di “stare a casa, al sicuro”, molte e molti di noi non hanno affatto una casa. E per molte altre le loro case sono tutto tranne che uno spazio sicuro, perché vivono con partner violenti, lottando contro la violenza domestica aumentata durante il lockdown. Un attacco diretto è stato sferrato per farci rimanere nel ruolo di serve della società, subordinate in casa e sfruttate nel mondo esterno.

L’8 marzo scioperiamo contro i regimi razzisti e di sfruttamento della mobilità! Come lavoratrici e lavoratori migranti dell’Europa dell’Est, impiegati nei lavori di cura e stagionali, ci è stato “permesso” di raggiungere i paesi occidentali per svolgere qui il lavoro essenziale, ma abbiamo dovuto farlo a nostro rischio e pericolo, senza protezioni o sicurezza sociale. Il nostro lavoro sostiene l’assistenza – sanitaria e non – in Europa Occidentale, mentre a Est i sistemi sanitari stanno crollando sulle spalle di lavoratrici e lavoratori sovraccarichi di lavoro e sotto-equipaggiati. Migranti e rifugiati all’interno e all’esterno dell’UE vengono lasciati in dormitori sovraffollati, o nei campi, o a lavorare in ambienti non sicuri, mentre viene loro negato il diritto agli stessi aiuti economici che vengono dati alle popolazioni locali. Nella mappa ineguale dell’Europa, i e le migranti stanno pagando il prezzo più alto della pandemia, come di solito pagano il prezzo più alto dello sfruttamento.

Ci rifiutiamo di essere considerate essenziali solo per essere sfruttate ed oppresse! Ispirate dalle lotte precedenti e in corso, ci basiamo sulle esperienze dello sciopero globale delle donne, dello sciopero delle donne polacche e delle lotte femministe in Argentina per il diritto all’aborto. Guardiamo alle proteste e agli scioperi delle infermiere, dei medici, di chi lavora con minori, dei lavoratori e delle lavoratrici stagionali o impiegati nella logistica in Bulgaria, Georgia, Austria, Romania, Regno Unito, Spagna, Italia, Germania e Francia. Impariamo dalla lotta contro la legge rumena che vieta la discussione sul “genere” nell’istruzione, dalle mobilitazioni transnazionali dei migranti e dalle manifestazioni di Black Lives Matter. Partendo da queste esperienze collettive di lotta, e dal loro potere di sfidare lo status quo, chiamiamo donne, lavoratrici e lavoratori, migranti e persone LGBTQI+ a unirsi a noi in uno sciopero essenziale l’8 marzo. Il nostro sciopero mira a ribaltare le attuali condizioni della nostra oppressione e a rivendicare la nostra voce nella fase di ricostruzione. Con il nostro sciopero avanziamo le seguenti richieste:

Libertà dalla violenza patriarcale in tutte le sue forme! Noi vediamo la violenza contro le donne non come un evento isolato, ma come una parte dell’intero sistema patriarcale che vuole imporci un determinato posto nella società. Ci rifiutiamo di sopportare il peso del lavoro essenziale che ci viene imposto attraverso la violenza e le molestie. Ci opponiamo agli attacchi dei governi ultraconservatori e chiediamo aborto e contraccezione sicuri, legali e gratuiti in ogni paese. Chiediamo la fine immediata degli attacchi politici contro le comunità LGBTQI+.

Salari più alti per tutte e tutti! La nostra lotta femminista sui salari non è semplicemente contro il gender-gap, ma contro le condizioni capitalistiche che producono e riproducono tante altre gerarchie salariali tra sessi, secondo il coloro della pelle, tra regioni geografiche e tra nazionalità. Mentre i ricchi hanno cercato la pandemia come un’opportunità per accumulare più ricchezza, noi siamo rimaste indietro a sopportare il peso dell’austerità. Basta! Non rivendichiamo semplicemente la parità salariale, ma salari più alti per tutte e tutti! Esigiamo la redistribuzione transnazionale della ricchezza! Cominciamo a riprenderci ciò che è nostro!

Un welfare transnazionale ben finanziato e inclusivo! Rifiutiamo i piani di ricostruzione che continuano a scaricare su donne e migranti i costi di decenni di tagli al welfare. Vogliamo creare connessioni transnazionali tra le lotte per il welfare, gli aiuti e la sicurezza sociale. Anche se i sistemi di welfare sono diversi da paese a paese, si basano tutti sulla divisione sessuale e razzista del lavoro e sulle differenze salariali che creano gerarchie tra donne di diverse nazionalità. Noi vogliamo trasformare queste gerarchie in una lotta comune contro l’organizzazione patriarcale del welfare a livello transnazionale!

Permesso di soggiorno europeo incondizionato per migranti, rifugiati e richiedenti asilo! Rifiutiamo il modo in cui i governi e i padroni ricattano i e le migranti imponendo impossibili requisiti economici e istituzionali necessari per ottenere e rinnovare i permessi di soggiorno. Questo costringe i migranti, specialmente se provengono da fuori l’Unione Europea, a condizioni di lavoro altrimenti inaccettabili.

Un alloggio sicuro e migliore per tutte e tutti! Già da marzo 2020, versavamo in una profonda crisi abitativa. Nel corso della pandemia le nostre case sono diventate ancora più politicizzate al di là della nostra volontà e del nostro consenso! Esigiamo un alloggio adeguato ed economicamente accessibile per tutte e tutti, libero dal sovraffollamento e da condizioni precarie! Chiediamo sistemazioni abitative per le persone che hanno subito violenza domestica!

Con il nostro sciopero essenziale vogliamo dimostrare che le nostre vite e le nostre lotte sono essenziali! Per questo, dobbiamo unire le nostre forze al di là delle frontiere. L’8 marzo vogliamo chiamare tutte e tutti a unirsi per rendere visibile la forza del lavoro essenziale e usarla come arma per imporre le nostre condizioni per la ricostruzione post-pandemica!

Chiediamo a tutte e tutti di organizzare scioperi dentro e fuori dai luoghi di lavoro, manifestazioni, marce, assemblee, flashmob, azioni simboliche, pañuelazos, ruidazos! Spingiamo i sindacati a sostenere lo sciopero delle donne! Immaginiamo insieme i modi per rendere visibili le nostre diverse lotte e collegarle attraverso le frontiere.

Il nostro lavoro è essenziale, la nostra vita è essenziale, il nostro sciopero è essenziale!

Chiamiamo tutte le donne, migranti, lavoratrici e lavoratori che condividono le nostre posizioni e le nostre richieste a unirsi a noi per un’assemblea pubblica il 21 febbraio dove discuteremo gli orizzonti del nostro sciopero essenziale!

Invitiamo tutte e tutti coloro che si identificano con questo manifesto a firmarlo, condividerlo o tradurlo nella propria lingua affinché possa raggiungere più persone possibili!

Firma qui: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSe54jfiPrI-dlGN9a_D9b30tVlZuL9Q7nPp5cs3RJv-tWIevw/viewform

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Traduzione a cura di connessioni precarie

 

Informazioni aggiuntive

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di Davide Gallo Lassere

[Nel contributo precedente pubblicato da LPLCprecedente pubblicato da LPLC, Davide Gallo Lassere ha ripreso le analisi di Andreas Malm a proposito del Capitalocene e dei legami tra capitalismo ed energia fossile a partire da una prospettiva operaista. In questo contributo prosegue il confronto con le tesi di Malm, e in particolare con il suo ultimo testo, pubblicato recentemente, La chauve-souris et le capital [Il pipistrello e il capitale]. Vengono discusse in particolare le ipotesi strategiche che l’autore svedese presenta nella seconda parte del testo e che sintetizza nella formula del «leninismo ecologico». La traduzione è di Andrea Moresco].

Qui il precedente contributo.

Chiariamolo sin da ora: la diagnosi tracciata da Malm della pandemia in corso è illuminante ma, seppur stimolante, la proposta/provocazione di un leninismo ecologico che avanza nel suo entusiasmante pamphlet sul Covid-19 ci sembra alquanto discutibile. Lo sembra, per giunta, alla luce dei presupposti epistemologici e delle analisi storiche elaborate dallo stesso Malm nei suoi precedenti lavori, ruotanti attorno alla centralità politica delle lotte sociali. Essa pare anche in contrasto con l’esame dello spazio globale che Malm conduce nel suo saggio. A tal proposito, le letture operaiste dei classici del pensiero rivoluzionario e delle geografie contemporanee del capitale offrono, a nostro avviso, un buon vaccino contro quel febbrile «desiderio di Stato» che emerge da alcune pagine de Il pipistrello e il capitale.[1][1]

Procediamo con ordine. I percorsi della genealogia e della critica del Capitalocene ci hanno portato in Cina – luogo di intensa concentrazione di molteplici tendenze globali. Ed è proprio da questa regione che occorre ripartire se vogliamo comprendere i processi che sconvolgono da cima a fondo il nostro presente. Le logiche temporali all’opera dietro il cambiamento climatico ci mostrano che più il pianeta si surriscalda, più altre dinamiche complesse e multiscalari retroagiscono sugli ecosistemi, surriscaldandolo ancor più a loro volta. Da qui la necessità vitale di intervenire con rapidità per invertire la situazione prima che essa sfugga definitivamente a qualsiasi possibilità di controllo sociale e politico – vale a dire, prima che il dark side dell’autonomia della natura prenda il sopravvento.

Anche se su scala minore, un’urgenza analoga è posta dai fattori sociali che hanno generato e diffuso il Covid-19. Se questo fenomeno non ha lo stesso potere del riscaldamento globale di scalfire i fondamenti della vita umana (ed anche di molte altre specie), la spirale mortifera che il Covid-Sars-2 ha provocato ci chiama ad agire con un grado analogo di velocità e radicalità. Prima ancora di discutere le prospettive politiche dischiuse da questo instant book così situato nella congiuntura attuale, concentriamoci dunque sulla fase che stiamo attraversando, passando sotto esame i processi socio-economici e le coordinate spazio-temporali che hanno innescato la crisi pandemica.

Horror vacui, deforestazione e zoonosi

La logica dell’accumulazione capitalistica impone di conquistare e occupare incessantemente lo spazio geografico. Lasciare vuoto uno spazio significa non metterlo a valore. L’allargamento senza sosta dei circuiti della riproduzione del capitale innesca una tendenza espansiva votata a saturare il mondo, a invadere ogni luogo e ogni ambiente, a colonizzarlo ulteriormente e a trasformarlo sempre più per intrattenere la dinamica dello sviluppo. Diffondere e approfondire in continuazione la presenza di dispositivi che stimolano i processi di accumulazione: ecco la fine senza fine dello slancio perpetuo alla crescita illimitata.

A questo proposito le foreste vergini costituiscono un terreno da disboscare; esse invitano a essere penetrate e sottomesse alle dure leggi del mercato. Dal punto di visto della cartografia del capitale, il vuoto di profitto che esse manifestano deve essere colmato. Ma quali sono le costrizioni sistemiche che spingono per far avanzare le frontiere del capitale sino a questi luoghi vergini e per cancellare dalle mappe questi spazi vuoti insopportabili per la logica del valore? All’inizio del nuovo millennio, la distruzione delle foreste tropicali è fondamentalmente determinata dalla produzione di merci. Più precisamente, quattro beni la fanno da padrone: in ordine decrescente, la carne di manzo, la soia, l’olio di palma e il legno.

Considerati assieme, questi quattro circuiti sono responsabili del 40% della deforestazione tropicale, la quale ha subito un’accelerazione senza precedenti tra il 2000 e il 2011, distribuita tra sette Paesi del Sud-est asiatico e dell’America Latina.[2][2] L’appropriazione compulsiva di territori remoti e l’estrazione brutale di risorse rare non hanno portato all’addomesticamento della natura selvaggia; anzi, hanno messo in circolo micro-organismi patogeni, i quali sono stati rapidamente assorbiti all’interno dei circuiti del capitale, rendendo necessario il blocco o il rallentamento di molti settori dell’economia e il confinamento domiciliare di varie settimane per tre miliardi di persone nel mondo. E così, l’apprendista stregone dell’accumulazione capitalistica, alle prese con il demone della natura profonda, ha liberato un mostro difficile da domare.

 

Rebus sic stantibus, dobbiamo aspettarci l’emergenza di altre pandemie negli anni a venire. E in effetti, è già da due decenni che assistiamo alla comparsa sulla scena globale di numerose malattie virali. Anche se i loro picchi epidemici non hanno toccato le vette del Covid-19, l’influenza aviaria in molti paesi del mondo, la SARS prevalentemente nel Sud-est asiatico, la MERS in Medio- Oriente o l’Ebola in Africa sub-sahariana risultano tra le più funeste. Al di là dei differenti tassi di contagiosità, dei gradi di mortalità, del numero assoluto e della composizione sociale delle morti, all’origine di queste infezioni opera il cosiddetto «salto di specie».

Di cosa si tratta e perché il cambiamento climatico e i processi di deforestazione giocano un ruolo così decisivo nei fenomeni di spillover? Per salto di specie, si intende il passaggio di un agente patogeno da un animale ad un altro appartenente a una specie differente. Il nuovo animale può rivelarsi ostile alla riproduzione del virus o presentarsi, per molteplici ragioni, come un ospite più accogliente, un «ospite amplificatore» – fattore che permette il rilancio della diffusione del virus su più vasta scala. Come è stato detto, troppo spesso «le grandi fattorie fanno le grandi influenze».[3][3]

Il biologo Robert Wallace ha in effetti dimostrato che gli allevamenti industriali di animali destinati ai macelli costituiscono dei pericolosi crogioli di contagio. Gli allevamenti intensivi, come i recinti di ingrasso dei maiali o le batterie di pollame – dove le bestie subiscono dei processi di selezione alquanto dubbi – offrono un ambiente propizio all’evoluzione di agenti patogeni aggressivi a causa dell’alta densità degli organismi ospiti, dei loro deboli sistemi immunitari e dei lor brevi cicli di vita. Quando il salto di specie si effettua tra un animale e l’essere umano – con la possibilità di animali intermediari che veicolano il virus dall’uno all’altro facendolo evolvere – si parla allora di zoonosi… «una parola del futuro – scriveva Quammen nel 2012 – destinata a diventare più comune nel corso di questo secolo».[4][4]

Nel caso del Sars-Covid-2, il luogo che ha svolto la funzione di trasmissione del virus non è stato un allevamento industriale – come era accaduto con l’influenza aviaria alla fine del XX secolo, e probabilmente anche l’influenza spagnola del 1918 – bensì un mercato dell’umido – così definito a causa dei frequenti risciacqui che si svolgono dopo la macellazione delle carni – dove decine di specie animali differenti coesistono le une al fianco delle altre.

In ogni caso, è la penetrazione degli interessi capitalisti negli angoli poco esplorati delle foreste tropicali che ci fa entrare in contatto, direttamente o indirettamente, con degli animali selvaggi che trasportano dei virus rispetto ai quali i nostri sistemi immunitari sono disarmati. A questo proposito, America latina, Africa centrale e il Sud-est asiatico costituiscono le regioni più esposte. Con la messa al pascolo di aree boscose, l’espansione di monocolture (olio di palma, soia, caffè, tabacco, canna da zucchero, prodotti frutticoli) rappresenta il fronte più avanzato dell’infiltrazione e della devastazione di ambienti naturali fino a quel momento (quasi) intatti. La deforestazione aumenta dunque il rischio di incontro, contagio e trasmissione di quei virus che colpiscono le specie animali e gli esseri umani.

Ma ciò non è tutto. Bisogna mettere sul conto della deforestazione anche altre due questioni. In primo luogo, il disboscamento libero e deregolamentato fa da traino alla perdita della biodiversità, la quale non soltanto innesca numerosi effetti a cascata che destabilizzano l’ecosistema, ma è anche intimamente collegata allo spillover. La varietà di specie aumenta infatti la probabilità per i virus di finire su un ospite cattivo, producendo un effetto di diluizione che ostacola il “salto”: in altri termini, più è ricca la biodiversità, minore è la possibilità di zoonosi.

In secondo luogo, il disboscamento frammenta le zone forestali, e questo implica l’accelerazione dell’evoluzione degli agenti patogeni per due ragioni: anzitutto, perché gli animali che ospitano un virus sono così rinchiusi in habitat di dimensioni ridotte, dove i contatti sono più frequenti; e inoltre perché queste condizioni di stress cronico li spingono a compiere lunghe migrazioni, favorendo così la diffusione globale del virus. Insomma, «i punti caldi per le zoonosi sono i luoghi di più intensa deforestazione, ed entrambi si trovano sotto i tropici».[5][5]

Ebbene, tra i candidati al premio del miglior trasmettitore di virus, il pipistrello è senza dubbio il favorito. O meglio: è il campione della zoonosi. Con le sue 1.200 specie nel mondo, il pipistrello ha dietro di sé circa 65 milioni di anni di speciazione che gli hanno permesso di modificare il suo genoma e di sviluppare un sistema immunitario molto potente. È così che, insieme ai roditori, è diventato un portatore sano di un’enorme quantità di virus. E il fatto di essere un mammifero facilita ancor più la trasmissione – molto spesso tramite un ospite amplificatore – all’essere umano.

Al di là della sua storia ancestrale, le sue formidabili capacità di adattamento e di resistenza al virus derivano da almeno altre due caratteristiche specifiche. Il pipistrello è il solo mammifero in grado di volare, ed è un animale gregario. Il rovescio della medaglia del primo fattore è una temperatura corporea di circa 40°, poiché per prendere il volo e planare in aria il pipistrello è costretto a battere freneticamente le ali. Tale temperatura non sembra turbare il mammifero, ma rende i virus più forti e più capaci di resistere a quel meccanismo di auto-difesa che è lo stato febbrile. Inoltre, i pipistrelli vivono in delle colonie che possono contare fino a molte migliaia di unità, con i ripari nascosti fra le grotte e gli anfratti. Una tale concentrazione in ambienti così chiusi è una formula eccellente per l’immunità di gregge.

Tutte queste ragioni spiegano che il pipistrello sia un prodigioso ospite-riserva di virus.[6][6] E in effetti, i pipistrelli ospitano più di 3000 tipi di coronavirus differenti. Certo, non tutti questi virus hanno la capacità di saltare da una specie all’altra, di atterrare sugli esseri umani e di proliferare tra di noi. È tuttavia chiaro che fenomeni così sconvolgenti per gli ambienti naturali come le deforestazioni e il riscaldamento climatico obbligheranno i pipistrelli a migrare per cercare degli habitat più confortevoli. Ed è altrettanto chiaro che il volo permette agli sciami di questi animali di attraversare lunghe distanze e di aumentare così le possibilità di intercettare un alto numero di ospiti potenziali.

Detto altrimenti, i fondamenti della vita dei pipistrelli infrangono le due principali regole delle limitazioni del 2020: non spostarsi e non assembrarsi.[7][7]

Ecco perché proteggere gli spazi della vita naturale dal cambiamento climatico e dalla deforestazione significa intervenire sulle cause stesse della pandemia e salvaguardare così l’abitabilità del pianeta – fenomeni che implicano un’inversione drastica e immediata dei binari su quali la globalizzazione è avanzata fino ad oggi.

E la globalizzazione va

Le tendenze sistemiche dell’accumulazione capitalista hanno generato come contro-effetto il disastro del Covid-19:

Stipate gli animali selvatici l’uno presso l’altro e il vaso di Pandora pandemico si aprirà presto o tardi, conseguenza prevedibile del trattamento riservato alla vita naturale.[8][8]

Benché alcuni settori del grande capitale, come i GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) o i giganti della sicurezza, stiano accumulando quantità straordinarie di ricchezza, ci troviamo nel pieno di una delle più devastanti crisi economiche della storia del capitalismo. Ma com’è strutturata su scala globale la complessa rete di rapporti finanziari, produttivi e commerciali che si appropria degli animali e mette in circolazione nuovi virus, connettendo tra loro le differenti regioni del pianeta? Che cosa ci insegna la cronologia globale delle vittime del Covid-19 e l’impatto socialmente differenziato della crisi sanitaria ed economica? Quali sono le lezioni politiche che possiamo ricavare dall’insieme di questi processi?

Per comprendere gli effetti eco-pandemici della globalizzazione sfrenata, Malm forgia l’espressione «scambio ecologicamente ineguale e patologico».[9][9] Questa formula identifica, in origine, il legame indissolubile che persiste tra le risorse bio-fisiche incorporate nei beni destinati ai mercati occidentali, e la generazione di condizioni favorevoli allo sviluppo di malattie virali nel/dal Sud globale. L’apparente equità delle transazioni monetarie che regolano il commercio internazionale si fonda su un’asimmetria radicale: i consumi dei Paesi del Nord del mondo assorbono infatti la biodiversità e il suolo di tutti gli altri continenti. Dietro l’equivalente universale della moneta si nasconde perciò, tra le varie, la specifica disuguaglianza nel drenaggio di materie prime.

In questo senso, l’Europa, l’America del Nord e il Giappone costituiscono gli epicentri dei flussi globali di merci che caratterizzano lo «scambio ecologicamente ineguale e patologico». Per soddisfare i loro bisogni, non soltanto quelli alimentari, queste regioni dipendono come tutte le altre dalle importazioni. Se fosse contabilizzato per consumo della terra e perdita della biodiversità e non in dollari, il bilancio generale degli scambi internazionali sarebbe pesantemente squilibrato in favore dei paesi del Sud globale. Un altro modo, altresì convincente, di calcolare il debito ecologico del Nord globale.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, al di là delle profonde divergenze interne tra i paesi del centro e quelli della periferia, le sue esportazioni commerciali totali con i paesi del sud del mondo registrano un surplus monetario più o meno importante, mentre si stima che nel 2007 il consumo di suolo e risorse naturali incorporato nei consumi dell’UE corrispondeva alla superficie dell’India.[10][10] È  sulla base di una tale sproporzione ecologica che si creano le condizioni oggettive per l’espansione delle infezioni virali. Lo scambio ecologico ineguale non è allora soltanto una delle principali ragioni che mantiene i paesi e le popolazioni del Sud globale in uno stato di dipendenza e di miseria economica rispetto al Nord, ma anche un motore importante dei processi «di deforestazione, dunque di perdita della biodiversità e di salti zoonotici».[11][11]

Quest’eredità sempre presente dall’epoca coloniale si sta tuttavia trasformando in un insidioso cavallo di Troia. In un’epoca tormentata dal divenir-cronico delle epidemie, essere un centro nevralgico dei flussi globali di merci costituisce un’arma a doppio taglio. Per quanto riguarda la Sars-Cov-2, i luoghi di più alta diffusione del virus – almeno in una prima fase – sono stati molti dei nodi cruciali della circolazione mondiale del capitale: la Lombardia, l’Ile-de-France, le aree metropolitane di Londra, Madrid e Bruxelles, New York e il suo hinterland…

Questi snodi, oltre che focolai di diffusione del Covid-19 e luoghi centrali degli interessi del grande capitale, sono anche tra i cuori pulsanti della mobilità delle persone su scala mondiale. Ciò definisce la chiusura del cerchio, vale a dire, la coincidenza quasi-perfetta tra la circolazione delle merci, la circolazione degli esseri umani e quella dei virus. La rete dei trasporti planetari si è così rivelata non soltanto un catalizzatore della pandemia, ma anche la sua vera e propria conditio sine qua non. Tuttavia, l’esistenza di questo fenomeno non rappresenta una novità in sé. Già durante precedenti episodi pandemici, le malattie si spostavano da un centro a un altro del mercato globale, prima ancora di raggiungere le campagne.

È la rapidità del processo ad essere inedita. In passato, i virus e i parassiti viaggiavano al ritmo dei velieri e delle carovane, dei treni e dei battelli a vapori. Con l’invenzione degli aerei e la democratizzazione del loro uso, i patogeni hanno avuto accesso in pochissimo tempo a territori e fette di popolazione molto vaste. La compressione spazio-temporale resa possibile dallo sviluppo delle forze produttive – per recuperare un vecchio concetto sempre d’attualità – ha scatenato un effetto domino paradossale. In effetti, se tutte le regioni del mondo e tutte le fasce della società hanno subito il Covid-19, in un primo momento sono state le zone e le classi ricche ad incassare il colpo, e solo in un secondo momento quelle povere. Man mano che la crisi sanitaria e quella economica si inasprivano, sono state poi le classi subalterne a pagare il prezzo più salato. Ancora una volta, coloro che hanno avuto una minor responsabilità nel provocare le cause del disastro ne subiscono le conseguenze più pesanti.

Per tracciare una diagnosi delle catastrofi climatiche e pandemiche in corso, dobbiamo dunque riconoscere il carattere sociale e storico non solo di quelle condizioni che favoriscono l’esposizione di fronte a eventi tragici, ma anche delle dinamiche che ne determinano l’emergenza. Nella fase attuale della globalizzazione, l’impronta capitalista permea i processi stessi che causano gli choc, e non si limita a intervenire post festum. Tradizionalmente la critica dei disastri naturali attribuisce ai rapporti sociali una funzione di amplificazione dei danni. Dalla lettura roussoviana del terremoto di Lisbona alle teorie critiche della vulnerabilità, l’accento è giustamente messo sulla dimensione sociale dei disastri più che su quella naturale: se la società non fosse così diseguale, allora il bilancio di questo o quel cataclisma sarebbe stato meno drammatico.

Al contrario, l’epidemiologia critica o la biologia marxista mostrano che non soltanto le conseguenze, ma anche le cause profonde e i processi dinamici all’origine delle catastrofi naturali sono sempre più marcatamente sociali. La combustione di fonti fossili, l’emissione di CO2, per quanto riguarda il riscaldamento climatico; la deforestazione, le estinzioni di massa, per quanto riguarda le epidemie/pandemie: ecco che ciò che provoca sempre più siccità, incendi, ondate anomale di calore, inondazioni, tempeste e uragani da un lato, e sempre più zoonosi dall’altro. Di conseguenza, la critica della violenza neoliberale – governance securitaria e sanitaria incluse – non può più restare separata dalla messa in discussione radicale delle tendenze profonde della dominazione e mercatizzazione della natura.[12][12]

Capitalocene, contropoteri e transizione socio-ecologica

Il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19 costituiscono due espressioni eterogenee della crisi ecologica in corso. A differenza delle crisi sociali, economiche e politiche che colpiscono in modo ricorrente le società capitalistiche, la crisi ecologica non segue una tendenza ciclica ma esponenziale. La sussunzione sfrenata della natura produce sempre più effetti virulenti di ritorno, i quali stanno compromettendo i presupposti stessi su cui si fonda la ricerca del profitto. Il teorico eco- marxista James O’connor definisce tale processo come “seconda contraddizione”, vale a dire, quella costrizione che spinge l’accumulazione di capitale a distruggere le condizioni materiali che assicurano la sua riproduzione.[13][13]

Secondo Malm, che condivide tale impostazione, siamo entrati in un’epoca di emergenza cronica, in cui gli Stati saranno obbligati a intervenire massicciamente per farsi carico della salute della forza- lavoro e dei consumatori. A tal proposito, la pandemia è stata una circostanza emblematica che mostra che cosa possano fare i governi quando la sopravvivenza delle popolazioni è minacciata, arrivando persino a prendere delle decisioni che hanno determinato delle crisi pesanti tanto della domanda quanto dell’offerta. Purtroppo, le misure straordinarie adottate per limitare le perdite – qualcosa di letteralmente mai visto in tempo di pace – sono intervenute sui sintomi della crisi, distogliendo l’attenzione dalle sue cause più profonde.

Per uscire dalla gravità della situazione in corso, noi abbiamo invece bisogno di una strategia opposta, che assuma come obiettivo i fattori che alimentano la crisi ecologica, e non la semplice gestione più o meno efficace delle sue conseguenze deleterie. Per Malm, un intervento di questo tipo sarebbe autenticamente rivoluzionario e rimetterebbe all’ordine del giorno il gesto tipico dei bolscevichi, i quali, nel bel mezzo della Grande Guerra, ebbero la capacità di trasformare la crisi dei sintomi in crisi delle cause, vale a dire, la forza di rovesciare la guerra imperialista tra le grandi potenze mondiali in guerra civile rivoluzionaria.

La singolarità della rivoluzione del 1917 è in effetti consistita in un intervento che ha tentato consapevolmente di arrestare la civilizzazione così come si era manifestata sino a quel momento, mettendo così fine all’imperialismo e allo sfruttamento di classe. Questo è il lascito filosofico- politico e storico-universale ancora riattivabile dell’Ottobre sovietico. Al di là delle sue conquiste concrete e della sua degenerazione stalinista, la presa del Palazzo d’Inverno ha innescato un processo di auto-trascendimento immanente della modernità; ha inaugurato una dinamica di autosuperamento, segnata sia da rotture che da riprese della sua eredità.

Il «leninismo ecologico» che Malm si auspica deve allora essere compreso come un archivio dove reperire delle fonti d’ispirazione, e non come una «affiliazione partigiana».[14][14] Ciò implica, in primo luogo, uno spiccato senso della congiuntura. Nell’epoca del Capitalocene realmente dispiegato, dice Malm citando il collettivo inglese Salvage, «la politica deve divenire interamente una politica del disastro».[15][15] Sebbene le sue ricadute negative affliggano in modo combinato e ineguale le differenti regioni del mondo e le differenti fasce della società, la crisi attuale è già eminentemente tragica ed è destinata a diventarlo sempre di più. È questo senso dell’urgenza che spinge Malm a dichiarare due necrologi[16][16] – per la social-democrazia e per l’anarchismo – e che orienta la sua prospettiva politica verso il «comunismo ecologico di guerra», anziché verso un semplice Green New Deal.

Per il ricercatore e attivista svedese, gli anni ’10 del nostro secolo hanno seppellito ogni sorta di variante riformista come ogni pretesa di rinunciare alla leva statale, spalancando le porte a un realismo politico intransigente che considera il potere dello Stato come uno strumento imprescindibile per la trasformazione sociale. Quanto all’abbandono dei progetti social-democratici, il gradualismo e la progettualità di lungo periodo fanno infatti parte di un’epoca superata. Ci troviamo ormai all’interno di un orizzonte temporale che rende ingenua e obsoleta la speranza in un lento miglioramento delle condizioni di vita sulla base del dialogo sociale e del compromesso tra i poli antagonisti della società. L’esaurimento dei governi progressisti latino-americani, le esperienze di Syriza e Podemos e il fallimento delle campagne elettorali della sinistra socialista nel Regno Unito e negli Stati Uniti ne sono la prova. Ciò non significa che queste formazioni non abbiano più alcun ruolo possibile; al contrario, esse devono semplicemente andare oltre sé stesse se vogliono sopravvivere all’inasprimento dello scontro in atto a partire dal 2008.

Parimenti condannate all’irrilevanza sono l’orizzontalismo e l’antistatalismo oltranzista e della sinistra extra-parlamentare, relegati al dimenticatoio della storia non solo dal rafforzamento e dalla radicalizzazione post-crisi del neoliberalismo, ma soprattutto dalle sfide poste dal Covid-19 e ancor di più dal riscaldamento climatico. Il bilancio delle primavere arabe, delle occupazioni delle piazze durante il ciclo di occupy, degli scioperi femministi, dei movimenti antirazzisti e per la giustizia ambientale e climatica, o dei numerosi sollevamenti popolari del 2018-2019, è fatto di luci e ombre, e ci invita a rivedere le posizioni che prendono fermamente le distanze dalla macchina statale. Un certo grado di hard power appare infatti necessario per fermare rapidamente la deforestazione selvaggia, proibire l’estrazione brutale di risorse naturali o riconvertire le multinazionali del capitale fossile; un grado minimo di centralizzazione e di verticalità sembra inevitabile per provvedere ai bisogni di società complesse e differenziate, a partire dalla salute. In altri termini, il pubblico non può essere immediatamente e interamente sostituito dal comune.

Senza commentare tutte queste prese di posizione che meriterebbero una discussione approfondita, ma tenendole sempre a mente sullo sfondo, ci limiteremo nelle righe che seguono ad analizzare le tesi di Malm dalla prospettiva di un confronto costruttivo. Vorremmo rivolgergli due critiche che intendono concludere su una messa in tensione dialettica del suo leninismo ecologico.

Anzitutto, ci sembra che la sua ricerca di una via maestra verso il realismo politico manchi di interrogare quella forma-Stato che dovrebbe mettere in campo delle misure così radicali. Di quale Stato stiamo parlando? Dello Stato nazione come l’abbiamo conosciuto nel XIX e XX secolo? Soltanto di una grande potenza statale, o di qualsiasi Stato in generale? Anche di uno Stato isolato, che procede in un processo solitario, o forse il comunismo ecologico di guerra in un solo paese è una contraddizione in termini? Bisogna prendere in considerazione una sorta di coalizione o alleanza interstatale? Se sì, su quali basi: geografiche, politiche, o le due insieme? E a quale scopo, un Green Comintern green, un Green Bretton Woods? In questo caso, che ruolo potrebbero giocare le istituzioni internazionali, transnazionali o sovrannazionali?

Il potenziale dell’arsenale di Stato e la sua autonomia relativa rispetto agli interessi immediati del capitale sono stati sotto i riflettori durante le prime fasi della pandemia. Se soltanto le sfere statali detengono il potere di realizzare rapidamente e su scala planetaria gli obiettivi macro-economici e macro-politici di una vera transizione socio-ecologica, le questioni della governance globale, della sovranità nel XXI secolo, della cosiddetta violenza legittima in un mondo multipolare, della pianificazione/allocazione delle risorse all’epoca delle piattaforme digitali globali, non possono restare senza risposta.

Per amore del realismo, l’abbozzo di una teoria dello Stato appare allora necessario per ancorare un tale proposito a una prospettiva che si voglia realmente strategica. Tanto più che l’instaurazione di uno stato d’emergenza cronico può sfociare nell’istituzione di un Leviatano, o peggio ancora di un Behemoth climatico.[17][17] Lo Stato non può essere trattato come una forma data così com’è, omogenea e transtorica, altrimenti si incappa in una «impolitica» della trasformazione sociale. E su tale punto, il filo rosso sotterraneo che attraversa la terza parte de Il pipistrello e il capitale mostra alcuni cedimenti a più riprese.

Malgrado la sua grande attenzione e la sua partecipazione attiva ai movimenti ecologisti,[18][18] il realismo politico del Malm di quest’opera pare oscillare tra due scogli, opposti ma speculari. Da un lato, egli sembra scommettere teleologicamente su un punto di rottura storico determinato dalla crisi climatica. Come la nuvola porta con sé la tempesta, il global warming porta con sé la forza d’urto necessaria per imprimere una svolta radicale al corso della storia. Laddove ci si aspetterebbe un abbozzo di una teoria del soggetto, Malm delega tutto il “lavoro sporco” all’autonomia della natura e non a quella delle soggettività che si oppongono al business as usual. Al suo culmine, l’avanzamento oggettivo del cambiamento climatico finirà per garantire il superamento – più o meno sincronizzato ai quattro angoli del pianeta, come accaduto con la pandemia – di quel limite che minaccia la riproduzione della specie, obbligando lo Stato a intervenire. La crescita inesorabile delle esternalità negative prodotte dal dominio feroce della natura costituisce la contraddizione ultima, decisiva, di questa particolare variante ecologica della teoria del crollo, la quale non apre però meccanicamente (come l’autore sa fin troppo bene) a degli orizzonti rosei.[19][19]

Dall’altro, Malm pare scivolare verso il volontarismo. In nessun punto ci dice chi saranno coloro che manovreranno le leve del comando statale per condurci sul lato giusto della storia. Quando ci si aspetterebbe di addentrarsi in una teoria dell’organizzazione, ci si ritrova invece nelle mani di un’autonomia indeterminata del politico: come un deus ex machina, un’avanguardia alimentata dalla lezione bolscevica comparirà un bel giorno per condurre l’assalto finale al cuore stesso dello Stato. Malgrado la sua forza evocativa, il riferimento alla Rivoluzione russa resta qui limitato all’esperienza del comunismo di guerra, vale a dire, a quella fase bolscevica già successiva alla presa del potere da parte del partito comunista. Tuttavia, non solo ci troviamo ben distanti da una situazione come quella, ma l’insurrezione dell’Ottobre 1917 non fu di certo un fulmine a ciel sereno; essa fu anzi preparata dalla sconfitta del 1905 e dagli avanzamenti segnati dalla sollevazione del febbraio 1917, dalla crescita dei movimenti di auto-organizzazione di massa nelle fabbriche, nei quartieri, ecc…

Ciò che sorprende nell’esposizione di Malm non è quindi la sua insistenza anti-idealista sul fatto che there can be no clean break, ma l’assenza evidente di una teoria politica della trasformazione sociale, i cui germi hanno tuttavia arricchito i suoi studi storiografici sul capitale fossile e sul Capitalocene. Paradossalmente, l’approccio ultra-politico di questo brillante pamphlet sul Covid-19 non coglie i tre pilastri di qualsiasi politica: una teoria dello Stato, una teoria del soggetto e una teoria dell’organizzazione. Quale ipotesi politica radicata su questi tre punti possiamo però ricavare da una diagnosi storica analoga a quella dello stesso Malm? Forse una zoonosi o il cambiamento politico finiranno per seppellire il capitalismo (e l’umanità con lui); eppure l’insegnamento più prezioso di Lenin consiste proprio nel non affidare tutto il potere alle crisi, e nel non trasporre atemporalmente i contenuti della sua politica in un altro contesto. Come Malm stesso suggerisce con la sua valorizzazione della prospettiva leninista, ciò che è ancora vivo di Lenin è piuttosto il suo metodo.

Lenin come metodo, secondo la lettura operaista, significa adattare sempre la linea politica a un’analisi concreta della congiuntura concreta e uno studio minuzioso della composizione sociale e politica delle classi subalterne. Lenin diventa allora il nome della forma organizzativa attraverso cui i soggetti potranno interrompere la continuità dello sfruttamento e del dominio capitalista in una situazione specifica. In questo senso, non possiamo non fare riferimento a Lenin senza un incessante aggiornamento, vale a dire, senza portare costantemente «Lenin al di là di Lenin».[20][20] A questo proposito, mi sembra che la moltiplicazione e il consolidamento di contro-poteri ci permettano di declinare la prospettiva politica del leninismo ecologico in modo più coerente 1) con la fase storica che stiamo attraversando, 2) con la forma-Stato oggi dominante, 3) con la composizione sociale e politica emersa durante il ciclo di mobilitazioni post-2008.

1) La composizione spazio-temporale dei processi di accumulazione è profondamente eterogenea. Il multiverso capitalista produce in effetti una geografia e una temporalità storico-sociale assai variegate. Ben lungi dall’uniformare gli spazi, i periodi di grandi crisi, come quello che ha caratterizzato gli anni ’10, determinano degli effetti centripeti che gerarchizzano ancor più le differenti regioni del mondo. Se l’esplosione della pandemia ha creato un allineamento parziale di certe condizioni oggettive su scala planetaria, essa ha soprattutto fatto scoppiare le asimmetrie sociali già vigenti.

2) A partire dagli anni ’70, lo sviluppo del capitale ha largamente spossessato la forma-Stato del suo potere di regolazione. L’internazionalizzazione dei processi economici (delocalizzazione della produzione, globalizzazione degli scambi, intensificazione ed estensione delle filiere logistiche), l’emergenza di potenze multinazionali, le pressioni esercitate dai dispositivi finanziari, ecc., hanno rotto l’unità dello Stato: del suo territorio fisico, del suo apparato istituzionale, della sua modalità di funzionamento. È sullo sfondo di questo quadro socio-geografico ed economico-politico che una teoria e una pratica del doppio potere, incrociando una politica dell’autonomia e una politica istituzionale, possono farsi strada. Dentro e contro gli apparati di Stato, fuori e in alternativi rispetto ad essi, o fuori e contro.

3) Il radicamento, la diffusione e la riproduzione di centri di contro-potere in tutti i nodi vitali del sistema fa implodere le opposizioni rigide tra tattica e strategia, o tra riforma e rivoluzione, che hanno caratterizzato il movimento operaio. Doppio potere, dunque, come quadro di auto-organizzazione permanente dei movimenti e di auto-governo della società che si ramifica attraverso una fitta rete di contropoteri.[21][21]

Un tale approccio rinuncia allo Stato come terreno prioritario di una politica dell’emancipazione, ma non invita neppure a disertare questo campo di battaglia. Al contrario: esso mira ad articolare insieme orizzontalità e verticalità, radicamento sociale/territoriale e sfere istituzionali, nella prospettiva di una ripresa e aggiornamento della teoria e della pratica del doppio potere. Seppure in una forma embrionale, è quanto crediamo di aver visto all’opera dallo scoppio dell’epidemia, e quanto ci pare abbia caratterizzato, con i suoi punti di forza e di debolezza, gli anni ’10. Ma è anche la lettura che noi facciamo di un’altra opera recente di Malm, Come sabotare un gasdotto, in cui l’autore riflette nell’ottica di una pluralizzazione delle pratiche, intrecciando da un lato lotte ecologiste, lotte sociali e lotte decoloniali nel Nord e nel Sud globale, e dall’altro le differenti forme di azione diretta: manifestazioni, campeggi, occupazioni, blocchi, sollevamenti, scioperi, sabotaggi, ecc… È soltanto a partire da questo quadro che la questione del (doppio) potere può essere posta.

Considerazioni finali

La potenza della natura è passata al contrattacco. La violenta perturbazione della sua autonomia ha finito per scatenare una pandemia che ha innescato, a sua volta, una crisi sanitaria, sociale, economica e politica estremamente violenta. Di fronte a questa tragica situazione, gli Stati hanno proclamato la loro entrata in guerra: retorica bellica, leggi marziali e uso dispiegato delle prerogative regali. Il dispiegamento militare del potere sovrano è parso ai più come una pillola amara ma necessaria per fronteggiare l’emergenza nella quale eravamo sprofondati. Tuttavia, «le pandemie non devono essere considerate, in analogia con la guerra, come argomenti biologici a favore della centralizzazione del potere».

Sin dall’inizio della pandemia, gli Stati non sono stati capaci di pensare e di agire «come un epidemiologo». Un approccio in termini di doppio biopotere, per riprendere la bella espressione di Alberto Toscano e Panagiotis Sotiris, ci sembra fornire un’alternativa auspicabile al «desiderio di Stato» che è emerso in certe parti della sinistra radicale di tutto il mondo. Nei loro contributi, Toscano e Sotiris hanno messo bene in mostra il potenziale politico di una prospettiva radicata nella sfera della riproduzione (salute, educazione), che contiene in sé le tracce di una contro-strategia antagonista alla sovranità statale e alla governance neoliberale, e interamente fondata sulle lotte sociali e sui saperi democratici.[22][22] In che misura tale orientamento sarebbe trascrivibile sul piano della lotta contro il cambiamento climatico e più in generale contro la crisi ecologica? O, per porre in modo lapidario una questione decisiva a mo’ di conclusione: come declinare una teoria e una pratica del doppio potere ecologico all’altezza della catastrofe che viene?

Note

[1][1]   A. Malm, La chauve-souris et le capital, La fabrique, 2020, in particolare il terzo capitolo sul «comunismo di guerra ecologico», pp. 133-201. Sul covid-19 e il «desiderio di Stato», cfr. A. Toscano, http://www.historicalmaterialism.org/blog/beyond-plague-statehttp://www.historicalmaterialism.org/blog/beyond-plague-state.

[2][2]   A. Malm, La chauve-souris et le capital, op. cit., p. 64.

[3][3]   Cfr. R. Wallace, Big Farms make Big Flu, Monthly Press, 2016. Sul covid-19, sempre di R. Wallace, cfr. Dead Epidemiologists, Montlhy Press, 2020. In italia, due importanti testi di Rob Wallace simultanei allo scoppio della pandemia sono stati pubblicati da InfoAut nel corso della primavera: https://www.infoaut.org/approfondimenti/da-dove-e-arrivato-il-coronavirus-e-dove-ci-portera e soprattutto https://www.infoaut.org/global-crisis/covid-19-e-i-circuiti-del-capitale.

[4][4]   D. Quammen, Spillover, Adelphi, 2012, p. 21. La probabilità di eventi pandemici all’inizio del XX secolo era talmente elevata che gli epidemiologi e i virologi parlavano di NBO, il Next Big One. Quammen aggiungeva all’epoca che «la differenza tra HIV-1 e NBO potrebbe essere, per esempio, la rapidità d’azione: NBO potrebbe essere rapido a uccidere quanto l’altro è relativamente lento. La maggior parte dei nuovi virus lavorano a gran velocità» (p. 45). E poco dopo consigliava prosaicamente: «teniamo sotto controllo gli animali selvatici, perché mentre noi li assediamo, accerchiamo, sterminiamo e abbattiamo, loro ci passano le malattie» (p. 48).

[5][5]   Ivi, p. 61.

[6][6]   Ivi, pp. 51- 54.

[7][7]   Ivi, p. 54.

[8][8]   Ivi, p. 91.

[9][9]   Ivi, pp. 71- 78.

[10][10] Con ciò si intende la superficie necessaria a estrarre, coltivare e assemblare le parti che compongono il prodotto finito. Per quanto riguarda le asimmetrie di potere, possiamo estendere questa considerazione ai rapporti di classe: «essere molto ricco significa avere i mezzi per pagarsi le terre tropicali», ivi, p. 76.

[11][11] Ibidem. Come scrive Malm a proposito della malaria, è «la deforestazione [che] avvantaggia il vettore della malaria, la zanzara: la luce del sole raggiunge più facilmente il suolo dove le larve [di zanzara] si sviluppano; inoltre, quando la biodiversità diminuisce, le zanzare incontrano meno predatori. La Nigeria è il Paese che più patisce la diffusione di malaria a causa della deforestazione. Deforestazione che è principalmente legata all’esportazione del legno e del cacao. Queste merci sono destinate ai paesi del Nord: i consumatori che hanno l’impatto più forte sulla malaria sono allora i più grandi consumatori di cacao, gli Olandesi, i Belgi, gli Svizzeri e i Tedeschi. [Insomma], gli Europei hanno il cioccolato e i profitti, gli Africani le zanzare».

[12][12] Ivi, pp. 124- 132.

[13][13] Cfr. J. O’Connor, http://www.columbia.edu/~lnp3/second_contradiction.htmhttp://www.columbia.edu/~lnp3/second_contradiction.htm .

[14][14] Ivi, pp. 174-175.

[15][15] Ivi, p 189.

[16][16] Ivi, pp. 135- 140.

[17][17] Cfr. J. Wainwright, G. Mann, Climate Leviathan, Verso, 2018, un eccellente testo di filosofia politica che interroga le trasformazioni della governance globale sotto la lente dell’emergenza climatica.

[18][18] Cfr. A. Malm, Comment saboter une pipeline, La Fabrique, 2020, un saggio piuttosto accessibile e molto utile, che da un punto di vista interno ai movimenti ecologisti propone una critica della feticizzazione della non-violenza.

[19][19] Cf. Zetkin Collective (di cui Malm è membro), Fascisme fossile, La fabrique, 2020. Cfr. anche la splendida conferenza pronunciata d Malm a Soas appena dopo l’elezione di Trump, Violent Past, Hot Present, Extreme Future, https://www.youtube.com/watch?v=AcYMnVHzVWc.

[20][20] Sulla lettura operaista di Lenin, cfr. M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., in particolare il capitolo «Lenin in Inghilterra», pp. 87- 93; A. Negri, La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin, Cleup, 1977. Di Negri su Lenin, sono apparsi su Euronomade alcuni interventi preziosi: Lenin dalla teoria alla pratica http://www.euronomade.info/?p=9675http://www.euronomade.info/?p=9675 e La questione Lenin in Italia anni ’70 http://www.euronomade.info/?p=9656http://www.euronomade.info/?p=9656

[21][21] Su questi tre punti, qui appena abbozzati, riprendiamo degli argomenti che sono stati più ampiamente sviluppati in D. Gallo Lassere, Penser le capitalisme global: multiplication du travail, opérations du capital et contre-pouvoirs, Actuel Marx (in corso di pubblicazione).

[22][22] Di Sotiris si veda https://criticallegalthinking.com/author/panagiotis-sotiris/; di Toscano si veda http://www.historicalmaterialism.org/blog/beyond-plague-statehttp://www.historicalmaterialism.org/blog/beyond-plague-state. Sulla teoria del doppio potere, si veda la stimolante cartografia di Toscano, After October, Before February: Figures of Dual Power, in F. Jameson, An American Utopia, Verso, 2016, pp. 211- 241 e S. Mezzadra, B. Nielson, The politics of operations, Duke University Press, in particolare pp. 209- 252.

Informazioni aggiuntive

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Alleghiamo questi due interessanti testi tratti da lesenfantsterribles che trattano la riemersione della questione dell'unità irlandese a fronte della Brexit. La nuova fase politica supera in parte la tradizionale divisione tra cattolici repubblicani e unionisti protestanti facendo emergere nuove importanti istanze nel conflitto. Tra gli interessi contraddittori della borghesia nordirlandese e le pulsioni popolari molto più trasversali si affacciano tempi interessanti. 

Heather Wilson si descrive come una “libera pensatrice”. Proveniente da una famiglia protestante a North Belfast, nel 2017 la 29enne è diventata la prima donna di origine unionista a candidarsi alle elezioni per l’SDLP, il partito nazionalista che ha contribuito alla firma dell’Accordo del Venerdì Santo. Potrebbe non essere sola. Una generazione fa, i nazionalisti protestanti erano quasi sconosciuti, ma un sondaggio di LucidTalk per il Sunday Times a gennaio suggerisce che alcuni altri “liberi pensatori” stanno sfondando. Oltre il 47% di tutti gli elettori ha sostenuto lo status quo contro il 42% che vuole un’Irlanda unita e l’11% che era indeciso. Tra i 18-44enni, un confine che estende il termine “giovane elettore”, il 47% ha sostenuto la riunificazione, mentre il 46% è convinto nel Regno Unito. Il restante 7 per cento è indeciso. “C’è un cambiamento in arrivo ed è molto eccitante”, dice Wilson. “Offre ai giovani in particolare la possibilità di far parte di qualcosa di più grande”. Sebbene una ristretta maggioranza abbia affermato di volere un referendum, i margini sono stretti e la maggioranza a favore della riunificazione, che sarebbe necessaria al segretario dell’Irlanda del Nord per attivare un referendum, come affermato nell’accordo del Venerdì Santo, rimane sfuggente. Ma è una tendenza incoraggiante per i nazionalisti come Wilson. E, mentre i leader politici tradizionali affrontano il coronavirus e le ricadute della Brexit, nuovi gruppi civici si stanno intensificando per corteggiare l’oscillazione.

Il futuro dell’Irlanda? Niall Murphy, il segretario di uno di questi gruppi civici, l’Ireland’s Future, sa meglio della maggior parte degli altri che al momento l’Irlanda del Nord deve affrontare problemi più urgenti. A marzo, ha trascorso 16 giorni attaccato ad un ventilatore per il coronavirus e altri sei mesi di assenza dal lavoro. “Non voglio un sondaggio al confine durante la Brexit o la pandemia”, dice. “Questo è irresponsabile. Ma vogliamo che la pianificazione inizi ora”. Il gruppo sta portando avanti le conversazioni sull’unità irlandese, guidate da accademici, uomini d’affari, senatori, giornalisti, storici e professionisti legali come Murphy, un rispettato avvocato di Belfast noto per rappresentare le famiglie delle vittime dei Troubles. L’immagine professionale proietta la competenza, rafforzata da la loro posizione al di fuori della scena politica irlandese del Nord. Fondato nel 2019, Ireland’s Future ha organizzato eventi di alto profilo a Belfast e altrove, mentre Murphy ha ottenuto il sostegno degli irlandesi americani a New York. Costretti online durante la pandemia, i loro incontri video, compreso uno con giovani nazionalisti protestanti come Wilson, hanno attirato “migliaia” di seguaci, dice Murphy. Il piano è accelerare i progressi verso uno scrutinio di frontiera e dare forma ai preparativi. “I movimenti civici sono spesso più avanti della politica”, spiega Murphy. ‘La Brexit ci ha dato uno slancio’ Il mese scorso, Ireland’s Future ha pubblicato un documento che chiede al governo irlandese di organizzare le assemblee dei cittadini, come ha fatto prima dei referendum sui matrimoni gay e sull’aborto nel 2015, e di condurre ricerche su una nuova Irlanda unita. Questo, dice Murphy, eviterebbe situazioni come la “bomba nucleare costituzionale che è la Brexit”. Piuttosto che andare in un referendum senza sapere cosa comporterebbe un’Irlanda unita, dice, “vogliamo che i modelli economici inizino ora, vogliamo che le proposte siano modellate in quella direzione in una campagna referendaria”. L’opposizione di tutti i nazionalisti alla Brexit, “ci ha fornito l’impulso per incoraggiare le conversazioni sull’Unità irlandese”, afferma un rappresentante di Think32, un gruppo nazionalista civico online. Istituito nel 2015, Think32 ha accolto nei loro blog relatori e collaboratori unionisti che, a seguito della Brexit e del crollo di tre anni del parlamento nordirlandese di Stormont, “ora vedono l’unità come un’opzione praticabile”. In base al protocollo dell’Irlanda del Nord, il paese continua a seguire alcune regole dell’UE e i controlli e le verifiche sulle merci che viaggiano dalla Gran Bretagna alla provincia, hanno contribuito a svuotare gli scaffali dei supermercati in Irlanda del Nord e alimentato aspri dibattiti a Stormont. Questioni come queste attirano gli elettori non politici nelle discussioni costituzionali. Wilson dice: “I miei amici normalmente non hanno alcun interesse, ma non appena il Protocollo interrompe la vita delle persone e non puoi ricevere il tuo pacco Amazon in tempo o mia sorella non può portare il suo cane a casa per Natale [dalla Gran Bretagna ], penso che coinvolga tutte le persone”. Le questioni culturali, nel frattempo, stanno allontanando gli elettori dall’unionismo politico. “Il DUP, l’UUP e il TUV non hanno nulla da offrire a me o a qualsiasi giovane che conosco”, ha scritto su Twitter questa settimana uno studente protestante di 22 anni. Nel mondo reale, Philip Smith, un consigliere dell’UUP, riconosce la sfida. “Il tradizionale messaggio unionista non sta atterrando in quel gruppo demografico. Dobbiamo passare dagli spitfire sulle immagini delle bianche scogliere di Dover a qualcosa che piacerà a una generazione più giovane”.

Smith ha co-fondato il suo nuovo gruppo civico, UnitingUK. Anche se non vuole un referendum, dice che l’unionismo non può “tenere la testa sotto la sabbia”. Vuole prendere di mira le “persone di medio livello che né in un modo né nell’altro si sentono particolarmente più forti”. Nei focus group con donne e giovani provenienti principalmente da ambienti unionisti, ha trovato un “conforto con la cultura irlandese” e un rifiuto dell’unionismo politico. “Non c’è bisogno di mettere un’etichetta su se stessi”, dice Scarlett Reid, una studentessa di Belfast di 19 anni che ha partecipato all’inizio di gennaio. “Mia madre parlava di crescere nei Troubles e di come fosse strano avere quella posizione allora, ma io sono solo nordirlandese”. Non puoi creare una nuova Irlanda con un’Irlanda del Nord distrutta. Se si dovesse tenere un referendum, Smith, un tempo consigliere liberaldemocratico a Wokingham, pensa che gli elettori come Reid apprezzerebbero una vendita “più liberale e internazionalista” dei valori britannici. Gli intervistati nei suoi gruppi di discussione hanno elogiato la diversità della Gran Bretagna, il suo ruolo nel contrastare il cambiamento climatico, l’energia delle proteste britanniche per Black Lives Matter e il suo aiuto internazionale come punti di forza britannici, sebbene questa risorsa finale sia stata spogliata dai recenti tagli dei conservatori. Pochi membri della squadra di Smith sono attivi politicamente e il loro stile è andato bene. Un partecipante ha detto: “Non vogliamo che uomini calvi di mezza età vengano a parlare con noi. Vogliamo persone che ci assomigliano, vogliamo vedere coinvolti giovani e persone più diversificate”. L’ex primo ministro del DUP Peter Robinson ha invitato gli unionisti a prepararsi per un sondaggio di confine e Smith è tra i primi a fare un passo in quella direzione con un altro gruppo, WeMakeNI, che verrà lanciato il 10 febbraio. Mentre i personaggi del DUP e dell’UUP si sono congratulati con lui in privato, gli attori politici del partito non saranno impegnati in conversazioni sull’unità irlandese per qualche tempo. “Sono abbastanza astuti da rendersi conto che, affinché una campagna come questa abbia successo, l’ultima cosa di cui hanno bisogno è il coinvolgimento dei parlamentari unionisti in prima linea”, dice Smith.

La “realpolitik” di un referendum

Per entrambi i lati della discussione, Wilson dice, “eliminare la politica è molto importante”. Invece, sono le questioni di “realpolitik” che possono influenzare una campagna referendaria. Chiede: “Le persone staranno davvero meglio in un’Irlanda unita? Sarà meglio crescere con la loro famiglia? Da giovane, come sarà crescere in una nuova Irlanda con le tasse universitarie? Devono rispondere a tutte queste grandi cose, che è ciò che Ireland’s Future sta iniziando a fare”. Ma il sistema sanitario nazionale, la NHS, rimane una carta vincente per gli unionisti, nonostante i suoi problemi in Irlanda del Nord. Un irlandese del Nord su 6 è in lista d’attesa, ma è probabile che l’assistenza sanitaria gratuita si riveli più allettante del sistema irlandese. Mentre Reid utilizza servizi gratuiti all’università di Glasgow, gli amici che studiano al Trinity College di Dublino hanno pagato 20 euro per una ricetta per un’infezione all’orecchio. I pazienti senza assicurazione – circa il 60% delle persone – pagano abitualmente fino a 60 euro per visitare il proprio medico di famiglia. Sebbene l'Ireland’s Future e altri desiderino un’assistenza sanitaria universale, gratuita al momento del servizio, questo rimane un “mito”, afferma Smith. “Le persone stanno avanzando proposte per un servizio sanitario nazionale irlandese, ma non è altro che una proposta”. Sull’economia, invece, le discussioni potrebbero rivelarsi più interessanti. L’Irlanda del Nord riceve fino a 10 miliardi di sterline all’anno in una sovvenzione dal Tesoro, ma la crescita è impallidita rispetto al successo del basso regime fiscale della Repubblica negli ultimi decenni. Conor Devine, un imprenditore di Belfast che sostiene l’unificazione, dice che il paese sta “entrando molto rapidamente nel ristagno economico”, incapace di autonomia fiscale. Al contrario, fa riferimento al modello del 2015 di una società di consulenza canadese, che ha scoperto che l’unificazione potrebbe aumentare il PIL pro capite dell’Irlanda del Nord a lungo termine dal 4 al 7,5%. Lo slancio si svilupperà dietro queste visioni in competizione. Per ora l’atmosfera è quasi collegiale e amichevole. Ireland's Future e Think32 hanno accolto con favore le voci unioniste che partecipano alle loro discussioni. Smith loda Ireland’s Future come "un'organizzazione seria”, anche se pensa che alcuni nazionalisti civici stiano “predicando al coro”. Alla fine, un approccio logico piuttosto che emotivo potrebbe vincere. Reid dice: “Mi piacerebbe vedere un sondaggio e vedere come va e come si sentono effettivamente le persone al riguardo. Non ho idea di come voterei, devo fare molte più ricerche”. Quel referendum, se dovesse accadere, potrebbe avvenire tra un decennio e, come dice Smith, l’Irlanda del Nord ha altri problemi da risolvere: sviluppo economico, riforma dei servizi pubblici e miglioramenti delle infrastrutture. Wilson, che intende candidarsi di nuovo alle elezioni, dice: “Non so da dove le persone stiano prendendo le info per un referendum a cinque anni. Far funzionare l’Irlanda del Nord dovrebbe essere la priorità assoluta per tutti. Non puoi creare una nuova Irlanda con un’Irlanda del Nord distrutta. Non funzionerà”.

Ian Johnston per Independent 

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Le esportazioni del Regno Unito verso l’UE sono diminuite del 68% dall’accordo con l’aggravarsi del caos della Brexit

Le esportazioni britanniche verso l’Unione europea sono diminuite di un incredibile 68% nel gennaio di quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, dice uno studio. Secondo la Road Haulage Association (RHA), il 65-75% dei veicoli in arrivo dall’UE tornava vuoto nel blocco europeo. L’organizzazione ha affermato che ciò era dovuto alla mancanza di merci, ai ritardi in Gran Bretagna e al fatto che le aziende britanniche avevano smesso di esportare nel blocco. L’amministratore delegato della RHA Richard Burnett ha dichiarato all’Observer che è stato “profondamente frustrante e fastidioso che i ministri abbiano scelto di non ascoltare l’industria e gli esperti” che hanno costantemente chiesto una maggiore deliberazione del governo. Le cifre, basate su un sondaggio tra i membri della RHA, sono state dettagliate in una lettera che la RHA ha inviato lunedì al ministro dell’ufficio di gabinetto Michael Gove chiedendo un “intervento urgente” per supportare le catene critiche di approvvigionamento. Burnett ha detto di non aver ricevuto risposta dal ministro Gove, nonostante le richieste di aiuto. “Michael Gove è maestro nell’estrarre informazioni da te e non restituire nulla”, ha detto. L’amministratore delegato che ha ampiamente incolpato la Brexit per il declino ha dichiarato al giornale: “Dalla transizione, abbiamo lavorato instancabilmente per dimostrare le conseguenze devastanti che questi cambiamenti stanno avendo, ma è molto chiaro che il governo non sta facendo abbastanza per affrontarli”. Ha tuttavia sottolineato che non credeva che la pandemia di coronavirus fosse responsabile del drammatico calo delle esportazioni. “Per chiarezza, la situazione attuale non dovrebbe essere considerata una conseguenza del coronavirus. Semmai, l’assenza della pandemia avrebbe peggiorato la situazione, perché i volumi sarebbero stati maggiori”, ha detto Burnett. Inoltre, l’organizzazione ha chiesto di aumentare il numero di agenti doganali per assistere le imprese con i documenti relativi alla Brexit. Ha detto che il numero attuale di circa 10.000 agenti è solo “circa un quinto” di ciò che è necessario. Negli scorsi quindici giorni,, la RHA ha affermato che un periodo di grazia di 12 mesi e un aiuto finanziario urgente sono necessari per appianare i problemi con il confine commerciale del Mare d’Irlanda post-Brexit. Ma il governo ha insistito sul fatto che “le merci fluiscono in modo efficace” tra il Regno Unito e l’Irlanda del Nord. L’accordo britannico sulla Brexit con il blocco – concordato la vigilia di Natale – assicura scambi senza dazi e quote tra la coppia. In base all’accordo, cibo e merci importati nel Regno Unito da paesi terzi e poi spediti nell’UE saranno soggetti a spese. L’accordo introduce anche nuovi controlli doganali e pratiche burocratiche alla frontiera. L’accordo commerciale UK/UE include una rinuncia di un anno alle dichiarazioni sulle condizioni di “regole di origine”, che stabiliscono la quantità di un articolo che deve essere prodotta localmente per evitare tariffe. Secondo i termini, le tariffe verranno addebitate sulle merci che non soddisfano i requisiti delle regole di origine. Ma si dice che il nuovo sistema Brexit e gli enormi volumi di scartoffie abbiano causato confusione e ritardi alle frontiere dal 1° gennaio. Le aziende britanniche dovranno presentare altri 215 moduli doganali un anno dopo la Brexit, il che potrebbe costare 12 miliardi di sterline (16,4 miliardi di dollari), secondo i calcoli governativi pubblicati lo scorso luglio.

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