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Articoli filtrati per data: Sunday, 07 Febbraio 2021

Riprendiamo dal profilo Facebook di Comitato Cittadini Alluvione Nonantola questo report della prima azione a Modena del comitato nato in seguito ai danni dell'alluvione dello scorso 6 dicembre

Oggi abbiamo fatto la prima manifestazione pubblica a Modena.

Abbiamo deciso di ritrovarci davanti alla sede modenese di Aipo. È tutto iniziato due mesi fa quando, per colpa della mancata gestione e tutela del nostro territorio, l'acqua ha rotto gli argini ed è entrata nelle nostre case. Abbiamo conservato quell'acqua e gliela abbiamo portata in casa: 80 litri di acqua e fango.

Eravamo qua stamattina per comunicare ufficialmente l'avvio della class action nei confronti di Aipo. Sono intervenuti diversi comitati del territorio modenese che già avevano subito la medesima emergenza. È intervenuto anche un giornalista che da diversi anni studia le contraddizioni in seno alla gestione del nodo idraulico del nostro territorio.

Il presidio è poi continuato denunciando le problematiche che la comunità sta vivendo in questa fase come ad esempio il raddoppio delle utenze di luce e gas e le mancate agevolazioni promesse dall'Amministrazione rispetto alla possibilità di accedere ai prestiti necessari senza alti tassi di interessi. Il costo sociale dell'emergenza non può essere pagato da noi!

‼️Appuntamento a domani sera per la nostra assemblea.

Che dire ancora...buona la prima!

 

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Condividiamo quanto riportato dall’azienda vincola ‘Granja Farm’ in merito a quanto accaduto nella giornata di ieri al cantiere della Maddalena. 

“Chiomonte 5/02/2021

Oggi è stato l’ennesimo capitolo nero nella storia della viticoltura chiomontina, dopo l’oidio, la filossera, lo svuotamento delle campagne, infine arriva il TAV.

Il grande progetto di allargamento del cantiere TAV portato avanti da TELT e finalizzato al passaggio dei camion carichi di detriti, non ha considerato che sulle terre apparentemente incolte passano strade centenarie che conducono alle vigne.

Quest’oggi è stato impedito l’accesso dei vignaioli alle loro vigne; forze di polizia in tenuta antisommossa bloccavano il passaggio tenuti buoni da dirigenti che accampavano scuse. Scuse provocatorie e offensive, come dubitare che là sul Pòi ci fossero vigne, o che fosse veramente il tempo di portare il letame alle viti o potare in questo momento dell’anno…

Abbiamo contattato il Sindaco Garbati ma si è dichiarato all’oscuro di tutta la situazione e ha promesso di fare alcune telefonte per informarsi meglio…

Siamo rimasti là due ore ad aspettare un capocantiere che non è mai arrivato, abbiamo visto sfilare camion carichi di prezioso legname, ruspe enormi distruggere terrazzamenti centenari.

Torneremo ancora e ancora fino a che non ci faranno accedere liberamente, senza presentare nuovamente i documenti per andare ad esercitare il nostro diritto al lavoro, alle passeggiate nel bosco e a tener d’occhio un progetto di distruzione ambientale venduto ogni giorno come oasi della biodiversità.”

Da: https://www.notav.info

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La promessa di un futuro radioso è sempre dietro l’angolo. Al tempo della crisi ambientale si sfoga nella speranza che dal cappello del soluzionismo tecnologico esca il magico coniglio salvifico che possa traghettare la carcassa della rivoluzione industriale verso un orizzonte tutto green e digitale. Il sottofondo di questo sogno è l’allegro motivetto del business as usual, una coperta troppo corta che ormai si è ridotta ad un fazzoletto logoro.

Questa promessa l’abbiamo conosciuta bene con la sbornia dei TAV, MOSE, TAP e tutto il caravan serraglio di grandi opere che avrebbero dovuto riportare l’Italia e l’Europa ad accarezzare il proprio passato coloniale.

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Ed ecco che troviamo titoli nuovi come “Stanno per arrivare i primi treni a idrogeno in Italia, saranno un orgoglio piemontese!al fianco dei soliti sospetti: Eni e Snam. La prima portata a processo insieme all’attuale amministratore delegato, Claudio Descalzi, e l’ex numero uno del gruppo, Paolo Scaroni. Cuore del processo una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari che sarebbe stata versata da Eni e Shell per aggiudicarsi la concessione da parte del governo della Nigeria dei diritti di esplorazione sul giacimento petrolifero offshore Opl24. La seconda, snam, vera protagonista della millantata corsa all’idrogeno in Italia.

Per trovare una bussola tra queste storie vecchie e promesse nuove abbiamo intervistato Elena Gerebizza di Recommon che ha collaborato alla traduzione in italiano del rapporto “La montatura dell’idrogeno: favola dell’industria del gas o racconto dell’orrore sul clima?

Da Radio Blackout

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Era il 31 gennaio 2020 quando in Italia venne dichiarato formalmente lo stato di emergenza pre-pandemica, ma per tutto il mese di febbraio poco si fece per prepararsi e per indagare circa la possibile presenza del virus sul territorio nazionale. Purtroppo, alla fine di febbraio alcuni cluster individuati in Lombardia (Codogno) e in Veneto (Vo’) dimostrarono che il virus aveva già raggiunto il nostro Paese e i primi accertamenti epidemiologici confermarono che nei primi epicentri epidemici una parte consistente della popolazione era ormai infetta.

Un anno dopo i dati ci dicono che in Italia abbiamo raggiunto i due milioni e mezzo di casi, di cui due milioni guariti e superato gli 88.000 decessi. In tutto il mondo abbiamo 103 milioni di contagi, di cui 57 guariti, e 2 milioni e 230.000 decessi.

I governi a livello mondiale hanno messo in atto strategie differenti per contrastare la pandemia: ne escono bene gli stati con una medicina territoriale diffusa (Cuba) e quelli che hanno attuato confinamenti prolungati e totali ( Vietnam, Giappone, Nuova Zelanda, Australia).

Molte le aspettative che risiedono ora sui vaccini per contrastare la pandemia, ma molte anche le incognite legate agli stessi vaccini su efficacia e campagne vaccinali su capacita’ di diffusione e tempistica. Le incognite maggiori sono pero’ legate alla riproduzione del virus e alla  “sequenzialita’ delle varianti”, gia’ oltre 400.000 quelle conosciute.

In Italia intanto si prosegue con la politica dei colori. Finalmente, a livello nazionale, l’indice Rt è sceso sotto il valore 1. Il Governo ha quindi firmato un decreto con cui assegna il colore giallo a 16 Regioni e l’arancione alle altre 5, sulla base dell’“algoritmo” che determina i colori utilizzando 21 indicatori. Tuttavia i dati pubblicati giornalmente sul sito della Protezione Civile sembrano disegnare un altro quadro.

“Se, invece dell’indice Rt, si prendesse in considerazione l’indice RDt, utilizzato in Germania dall’Istituto Robert Koch (che lo chiama reproduction number), calcolato sui dati dei nuovi positivi, avremmo potuto verificare che, nello stesso giorno in cui è stato firmato il nuovo decreto, il valore è tornato sopra l’unità, dopo 13 giorni in cui era stato costantemente al di sotto” sottolinea l’Associazione Italiana Epidemiologia in un comunicato aggiungendo “In questo momento in cui l’andamento dell’epidemia sembra contenuto ma, contemporaneamente, si manifestano i primi segnali di una nuova crescita dei contagi, preoccupa una decisione che potrebbe dare alla popolazione l’ennesima falsa impressione che tutto sta finendo”.

Il punto della situazione sull’andamento epidemico con il Dott. Ernesto Burgio esperto di Epigenetica e Biologia Molecolare Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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L’occasione non è stata, purtroppo, di quelle felici. Due settimane fa è arrivata la sentenza di appello del processone No Tav per i fatti del 27 Giugno e del 3 Luglio 2011. Questo però ha fatto nascere la voglia di strappare al racconto delle carte, stampate o di tribunale, alcuni frammenti di un’esperienza condivisa così forte e intensa, che riverbera tutt’ora. Qualcosa che abbiamo attraversato insieme, sospendendo il tempo e cancellando le distanze.

Le trame di un vissuto collettivo restano troppo spesso impigliate in ricordi personali, privati, ricordi dei bei tempi che furono, panacea per i cattivi tempi che sono. Come fare a liberare le esperienze passate da questa maglia di utile intimità, dalla patina polverosa del memoriale dei reduci?

Amore, coraggio, paura, morte, calore, lotta, vicinanza, solidarietà o altre astrazioni non riuscirebbero ad evocare quello che sono stati questi anni. Meglio lasciar risuonare le immagini, le voci, gli odori, la materialità sensibile. La determinazione di un no, detto per sempre, senza ripensamenti, apre uno spiraglio. Quando le sorti di una specie e di un pianeta sembrano oramai compromesse, alcuni eventi danno un messaggio a chi non crede che una vita sia ancora possibile. Vivere tra noi, con tutto ciò che ci circonda. Lontani dalle mediazioni.

Corriere della sera, 6 Dicembre 2005

Tav, blitz notturno della polizia: venti i feriti

Intorno alle 3.30 le prime cariche contro i manifestanti per sgomberare il presidio.

Una situazione che non scalfisce però la posizione del ministro delle Infrastrutture Lunardi che rivolto ai manifestanti dice: «Mi auguro che si mettano il cuore in pace tutti perché tanto l’opera si fa, i cantieri sono aperti».

Da quanto si è appreso dalla questura di Torino, l’operazione è stata compiuta per prendere possesso degli 82 lotti di terreno su cui la società CNC, per conto della LTF, dovrà compiere lavori per la costruzione di un tunnel di servizio, opera propedeutica alla realizzazione della galleria da 52 chilometri tra Venaus e S. Jean de Maurienne, uno dei punti più strategici della futura linea ferroviaria Torino-Lione. L’opposizione dei manifestanti che sono contrari alla Tav aveva finora consentito l’ occupazione di soli 5 lotti. Da martedì scorso forze dell’ordine e manifestanti si fronteggiavano in una situazione di stallo.

Corriere della sera, 8 Dicembre 2005

Giornata di scontri e violenze in Val di Susa.

 I tanti manifestanti che protestano contro l’avvio dei lavori per l’Alta Velocità Torino-Lione hanno raggiunto il loro obiettivo: rioccupare i cantieri dopo il blitz della notte del 6 dicembre e di fatto bloccare il lavoro delle ruspe.

«Opera irrinunciabile» – Sulla vicenda dell’alta velocità in Val di Susa mercoledì mattinata era intervenuto il premier Berlusconi, secondo cui «la Tav è un’opera cui non si può rinunciare e che ha tutte le garanzie dal punto di vista ambientale. Forse – ha aggiunto – su questo non c’è stata sufficiente comunicazione»

Nell’abitacolo del pandino 4×4 una coltre di fumo denso annebbia la vista; fuori scivolano una serie infinita di appezzamenti di terreno coltivato, cascine in rovina a fianco dell’autostrada. Il vecchio finestrino si abbassa cigolando ed entra finalmente l’aria fresca. Ora i ricordi sbiaditi si fanno più nitidi…Benvenuti a Susa, recita un cartello, mentre convengono persone e le bandiere occupano tutto lo sguardo.

E’ dicembre, l’aria è pungente ma il sole scalda gli animi. Non si marcia né si cammina, siamo come trasportati da una marea di suoni, voci e volti sconosciuti. Da un’indicazione stradale si deduce che Venaus è in fondo, sulla destra, nel frattempo la folla spinge contro file di celerini che bloccano la strada. Qualcuno, in piedi sulla cima di una collinetta opposta alla strada, urla per farsi sentire: “venite di qua, scendiamo dai sentieri!” Ed ecco la stessa folla che premeva sulla celere voltarle le spalle e incamminarsi con astuzia dalla parte opposta, giù per i sentieri, aggirando il blocco. Le chiome fitte degli alberi e il pendio scosceso richiedono concentrazione. La testa è bassa, la vista è limitata. Non si sa dove si arriverà, l’adrenalina monta, ci si fida di chi sta davanti. Giunti al fondo della discesa alberata si apre una grande spianata erbosa macchiata da piccoli cumuli di neve. Dal terreno si innalzano i piloni di cemento armato di un viadotto autostradale: il progresso ci ricorda che è già arrivato, è qui, inutile resistergli. Altri limiti si parano davanti, ben più fragili: un nastro arancione e una schiera di uomini in divisa che proteggono i macchinari di un proto-cantiere. Per difendersi non sono ancora riusciti a fare uso del cemento e dell’acciaio che gli permetterà di tracciare un solco profondo tra ciò che è possibile insieme e il moloch dello sviluppo.

Caduto il nastro, gli sbirri impauriti indietreggiano, trovandosi scoperti davanti alla carica di migliaia di gambe e braccia decise a riprendersi la terra dove qualche giorno prima erano state violate nel sonno da bastoni e manganelli. Sparano dei colpi, volano i candelotti e per qualche istante la vista si annebbia, il fiato si fa corto. Ma l’aria fresca fa il suo dovere, schiarendo occhi e respiro. D’altronde oggi è l’otto dicembre 2005, Venaus è riconquistata. La bandiera che ritrae un treno sbarrato viene piantata su un pezzo di terra che resterà in mani amiche.

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La Stampa, 22 giugno 2011

Oltre il confine della terra dei “No Tav”

Sentinelle, barricate, posti di blocco e bastoni. I cronisti della “Stampa” fermati dai manifestanti.

«Martedì la leader di Confindustria Emma Marcegaglia aveva detto che «Le barricate dei No Tav non sono degne di un paese civile». Ieri mattina abbiamo provato a verificare qual è – davvero – la situazione all’interno del compound ribattezzato «Libera Repubblica della Maddalena».

La voce gira, si fa curiosa, hanno occupato dei terreni in valle dove dovrebbero scavare il tunnel, è nato un nuovo presidio, lo chiamano Libera Repubblica della Maddalena. Bisogna andare a vedere, bisogna esserci.

Un altro viaggio, ancora campi e cascine abbandonate. Oltrepassa il “checkpoint”, sali lassù, lascia il camper a fianco ad un edificio che sembra una cascina e invece è un museo archeologico, e più avanti sarà il futuro avamposto dei nemici.

Le giornate ribollono di un’energia contagiosa, tra odori della cucina da campo, battere di martelli, e ronzii di saldatrici che provengono dalle barricate. Ogni giorno infervorano discussioni sulla tattica da adottare quando arriverà lo sgombero. Non pensiamoci troppo, dice qualcuno, godiamoci questi quarantacinque giorni perché difficilmente li vivremo di nuovo. Non si tratta solo di un’occupazione collettiva, di una atto di protesta, di una resistenza attiva. Certo, il nome è suggestivo, allude alle repubbliche partigiane, ma come siamo stati insieme in questi giorni è difficile da paragonare. Si farà storia orale di generazione in generazione, si farà epica.

Le notti passavano insonni a presidiare, raccogliere pietre, perfezionare le barricate, in attesa dell’evento annunciato. Uno sgombero che passava di bocca in bocca ma che non arrivava e faceva crescere la tensione, pronti a difendere qualcosa di magico che era nato su quei pendii.

E poi il ventisette giugno, un po’ aspettata un po’ a sorpresa, arriva la notizia. Sgombero, sgombero violento. Voci si rincorrono: feriti, piogge di lacrimogeni, tende tagliate. La rabbia cresce e si aspetta una chiamata che non tarda ad arrivare: Il tre luglio si sale.

Notav.info: Appello per la manifestazione nazionale del 3 Luglio

Il coordinamento dei comitati No Tav riunito a Bussoleno il 29 Giugno indice per domenica 3 luglio dalle ore 9.00 una manifestazione di carattere nazionale in seguito allo sgombero del presidio della Maddalena. La manifestazione avrà carattere popolare con l’obbiettivo di assediare le zone di accesso alla Maddalena occupate illegittimamente dalle forze di polizia e dalle ditte incaricate di costruire un immenso campo militare, e non un cantiere, distruggendo il territorio senza alcuna considerazione per l’ambiente, la storia e la civiltà della nostra Valle.

Due luglio sera, capannelli che si assiepano a Venaus. Qualcuno si muove e va a riposarsi qualche ora tra le vie di un piccolo borgo. Sotto le case di pietra si insinua nell’oscurità un intricato bosco in discesa, il terreno di battaglia del giorno successivo.

La mattina si alza il sole caldo estivo e inizia la discesa, una frana che parte lenta a ritmo cadenzato e poi sempre più rapida si apre la strada tra nuvole basse e dense, scarica gragnuole di colpi a più riprese su un avversario in difficoltà.

Ora è giorno, anni dopo sarà notte, affiora un ricordo sempre teso ma buio e silenzioso: le torce è meglio spegnerle, bisogna sbattere le palpebre più volte per abituarsi a vedere, una fila ordinata pronta all’attacco improvviso. Due sole parole, ci guardiamo negli occhi e si va.

Adesso però è il tre luglio e c’è foschia tra le fronde degli alberi, i massi e le rocce sono postazioni di difesa e di attacco. Roteano le frombole e cadono le reti. Un celerino furbo inciampa e non sa ancora che così si guadagnerà imperitura memoria – un (brutto) quarto d’ora di celebrità. Grida, fumo, passano ore e la stanchezza tarda ad arrivare. Però quel museo e i terreni circostanti restano in mano nemica.

La circostanza, meramente estrinseca, che gli agenti feriti non siano stati in grado di identificare gli autori dei singoli lanci offensivi che li attinsero è irrilevante: tutti gli imputati che effettuarono lanci contro le forze dell’ordine devono rispondere del risultato lesivo complessivo di quei lanci (…) Ciò perché l’azione violenta di ciascuno andò a fondersi con quella degli altri che gli stavano a fianco, rafforzando (sul piano psicologico) la determinazione volitiva di tutti gli esecutori e accrescendo (sul piano materiale) l’efficacia lesiva dell’azione comune.

Con passi pesanti e vestiti stracciati si ritorna verso un meritato riposo. Le nonne sono state avvisate e le cotolette sono in padella. Alcune domande curiose cercano conferme, ma è stato come hanno detto in TV? No, certo che no ma si sa, meglio non entrare nei dettagli. Il caldo umido della campagna asciuga le stanche membra, oltre ai K-way e le maschere antigas che pendono dai fili del bucato.

Anche in questo caso, come già in relazione ai fatti del 27 giugno, si tratta di una linea difensiva che non può essere seguita: anche a voler ipotizzare che il primo lancio in assoluto fu quello di un lacrimogeno da parte di un agente di polizia, ciò è del tutto ininfluente, perché la polizia – diversamente dai manifestanti violenti – aveva il diritto di difendere con forza le posizioni occupare il 27 giugno. (…) una volta constatato che un gran numero di manifestanti si staccava dai cortei prestabiliti e deviava dagli itinerari comunicati alla Questura; una volta verificato che molti di tali manifestanti indossavano caschi da motociclista, foulard, maschere antigas, occhiali da nuoto ed altri mezzi di travisamento, davvero non si vede cos’altro le forze di polizia dovessero attendere prima di attuare un meccanismo di dissuasione che potesse avere una qualche tempestività ed efficacia. Il tutto sul presupposto che, così come le forze di polizia avevano il potere-dovere di usare la forza per occupare l’area de qua, allo stesso modo esse avevano il potere-dovere (la norma di riferimento è sempre quella dell’art.5 T.U.L.P.S.) di usare la forza per mantenere il controllo di un’area che continuava ad essere assegnata alla loro disponibilità.

L’estate si campeggia. Se qualcuno vi dirà che non c’erano anche giochi, non credetegli. Nei boschi, alla baita, a Chiomonte, scivolando nella Clarea gelata e in cima agli alberi. In carovana tra presidi e la locuzione misteriosa di centro polivalente. La scena si fa musical, evocazione di film, parodia di videogiochi – Call of Susa, Age of Presidios. Dentro ogni lotta c’è, ci deve essere, tanta leggerezza. Aglio olio e peperoncino.

Fa caldo ma ogni notte sembra l’ultima dell’anno, con i fuochi d’artificio che escono dal fogliame, urla, risate e corse invisibili tra le fronde. Una sera tra i festeggiamenti qualcuno si fa un po’ male. Per fortuna è uno dei loro, quello con le mostrine in divisa che farà carriera. Anche lui trova menzione in un coro fortunato, e anni dopo quando il Corriere della Sera annuncerà che Giuseppe Petronzi è il nuovo questore di Milano tanta gente leggendo la notizia si scoprirà a canticchiare sta frignando per terra, come un bambino…

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La Valsusa, 22 Luglio 2013

Notti di violenza a Chiomonte: Valle di Susa ingovernabile?

La tensione aumenta venerdì 19 luglio, quando viene annunciata l’ennesima “passeggiata notturna” nei dintorni del cantiere di Chiomonte . “Secondo voi che cosa succederà – si domanda il senatore Stefano Esposito -:  raccoglieranno i funghi spuntati dopo la pioggia, discuteranno dottamente sul pensiero gandhiano e di nonviolenza, oppure si daranno al tiro al poliziotto?”

Gira voce che un treno Castor che trasporta scorie nucleari passerà dalla valle. Ci si organizza per bloccarlo e la polizia fiuta i propositi: alla stazione di Bussoleno la celere interviene, tutti bloccati sopra il treno. Tirando la tendina del finestrino per sbirciare fuori è tutto un brulicare di divise incazzate che minacciano cariche. Riflesse dal vetro si accendono una serie di immagini simili: spintoni per salire su un regionale senza pagare il biglietto, un treno che non riparte alla stazione di Novara, cariche a Torino Porta Nuova. Nel frattempo il presidio di Chiomonte è in fibrillazione, c’è aria di sgombero. L’attesa snerva e per tutta la notte divampano le fiamme dai bidoni di legna al confine del campeggio. Questa volta sono i presidianti a temere un sgombero, le parti si invertiranno quando un jersey che protegge il cantiere verrà tirato giù mentre infuria una fitta sassaiola. Altre volte i tentativi sono vani, c’è solo il sapore acre del gas che spegne ogni velleità.

Va messo in evidenza un aspetto di fondamentale importanza per la comprensione del senso di quanto accaduto il 3 luglio: la sostanziale identità dei luoghi interessati dagli scontri si spiega con l’obiettivo che i manifestanti violenti si erano dati, e cioè “riconquistare” con la forza quelle stesse posizioni che erano state perdute il giorno 27 giugno 2011. L’aspetto militare assume il 3 luglio il sopravvento – e ciò non può non preoccupare – su ogni altro elemento di caratterizzazione dell’azione dei manifestanti.

Su questa conclusione nessun dubbio è possibile: il desiderio di rivincita dei facinorosi che erano stati “sfrattati” il 27.6.2011 dall’area adiacente al cantiere di prossima installazione, oltre ad essere testimoniato da più parti e riferito da varie testate giornalistiche (ciò che di per sé non costituirebbe ancora una prova certa del fatto), è documentalmente provato anche da uno scritto redatto da un imputato.

Il tempo vola, è già inverno. Un gennaio freddo, di quelli che irrigidiscono i piedi e fanno desiderare le coperte. Ma qualche giorno fa lo Stato ha presentato il conto: ventisei arresti per gli scontri in Val Susa del ventisette giugno e del tre luglio. Portare la valle in città, allora. Qualcosa è strabordato dalle montagne, oltre alle carte di tribunale: i giorni condivisi non sono rimasti recintati nella bella estate tra i boschi, e si riverberano giù giù fino alla selva metropolitana. Gli alberi adesso sono i muri da far parlare e i lunotti degli autobus da tappezzare. Non ci sono cantieri ma stazioni ferroviarie presidiate dalla celere, vie strette dove muoversi in corteo. Solidarietà, ovvio, e consapevolezza che ci sono eventi che risuonano, tagliano e riassemblano lo spazio: tengono vicino ciò che sembrava lontano, trasformano i luoghi e rimbalzano ovunque, oltre loro stessi.

Il terreno delle città è più ostile e al tempo stesso lo si conosce meglio, è il nostro quotidiano. La comunità della lotta si arricchisce di quelle figure così tipiche del contesto urbano, dai writers agli ultras. Ballare una musica su un nuovo spartito, variazioni sul tema. Per i compagni e le compagne in carcere, per chi continua a resistere su in Valle. E allora calano gli striscioni enormi dai ponti, dei Frecciarossa devono ritardare la loro partenza perché alcune uova di vernice volano sul parabrezza. Tra le piazze, gli spazi occupati e le università si susseguono i presidi, le assemblee, gli incontri. Per alcuni minuti, durante la partita di Champions League Inter-Marsiglia, dalla curva francese vengono sventolate decine di bandiere No Tav.

La Repubblica, 3 marzo 2012

Proteste spot dei No Tav a Avigliana e Chianocco

La paura dei blocchi su strade e autostrade della Valle di Susa per la protesta No Tav ha frenato il weekend del turismo sciistico. A Sestriere la società che gestisce il comprensorio della Via Lattea ipotizza per oggi una flessione del 15-20%. A Bardonecchia il calo è stimato del 30%, ma alcune attività lamentano una perdita del 50% di clienti e incassi. In tutte le stazioni invernali dell’Alta Valle di Susa la giornata è stata di pieno sole e le piste sono innevate.

Quando squilla il telefono e non si vede ancora il sole è indizio di pessime notizie. Hanno fatto cadere Luca da un traliccio, è rimasto folgorato, è in fin di vita. Difficile rimanere lucidi se il sangue ribolle e ottunde i pensieri. A Chianocco non ci si perde d’animo, le chiavi inglesi smontano i guard rail e l’A32 è occupata a oltranza su entrambe le corsie, l’asfalto cede sotto le cataste di legna che ardono. Quando arriva la notte la luna illumina una scena surreale: centinaia di persone accampate su un’autostrada vuota di auto e camion ma pulsante di vita, la stessa tenacia a cui si aggrappa qualcuno capace di resistere ad una scossa e alla caduta da quindi metri di altezza. L’appello è azzeccato, bloccare tutto, ovunque. Sotto i cavalcavia dell’autostrada rimbombano i cori contro tutto quello che dovrà tremare se arrivano i No Tav.

Se la valle è ovunque il tempo è sospeso e le distanze si annullano.

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Il gesto criminale e scriteriato ha messo in pericolo non solo l’incolumità degli operai che erano nella galleria, (…) ma anche quella dei poliziotti.

Ciò che non può essere consentito nell’ordinamento costituzionale è che uno o più soggetti appartenenti a gruppi di poche centinaia di persone possa interferire nella normale dialettica politica e nell’ordinato esercizio dei poteri costituzionali, mediante l’adozione di atti violenti diretti nei confronti anche solo di cose.

Costoro non agiscono seguendo i metodi democratici, attraverso i quali si esprime il dissenso verso le scelte statali. Proprio perché ritengono che le regole della democrazia non consentano di raggiungere lo scopo, non instaurano un dialogo con lo Stato, e si contrappongono in forma antagonista, con il solo modo che conoscono, quello del dialogo della violenza, l’unico ritenuto idoneo per impedire la realizzazione dell’opera, costringendo lo Stato ad abdicare ai suoi poteri.

Il gesto degli indagati si colloca quindi nell’antagonismo estremo, un atto di guerra, un atto punitivo verso il nostro Stato, per condannare le sue scelte di politica economica o condizionarlo nelle sue scelte future, posto che ogni punizione ha e deve sempre avere un valore intrinsecamente dissuasivo.

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Fluttuano le lanterne cinesi illuminate da piccole fiammelle, salgono lente e oltrepassano i muri e le torrette di guardia. Possono arrivare (speriamo) a chi ha la vista occlusa da una finestrella con le sbarre. E’ un presidio sotto il carcere (pardon, Casa Circondariale) San Michele di Alessandria, ma potrebbe essere l’Arginone di Ferrara, Rebibbia di Roma, le Vallette di Torino. Nomi diventati comuni, orecchiabili ormai. Il sabotaggio al cantiere del 14 Maggio 2013 ha conosciuto la più spettacolare riproposizione nei termini del codice penale: Art.270/sexies, finalità di terrorismo. Gli accusati sono quattro, nel giro di qualche mese diventano sette. Chiavistelli secondini vetri rinforzati dell’aula bunker, lettere, comunicazioni. Bisogna imparare a convivere con tutto quello che ci vorrebbe divisi, dobbiamo riuscire a stare vicini – come recita un manifesto di quei giorni – con ogni mezzo necessario. Tanto quanto è enorme l’accusa, altrettanto profonda la risposta. Attraversa animi, spazi e linguaggi così diversi tra loro, li mette a contatto. Più delle parole dei mesi febbrili vissuti fuori vale un ricordo del tempo trascorso dentro, in prima persona.

Il carcere di Cremona prende il nome dalla via in cui si trova: Cà del Ferro. Incredibilmente azzeccato per un posto dove cancelli, chiavi, serrature e recinti si trovano in sovrabbondanza. In effetti gli unici beni di cui un carcere non difetta mai sono proprio ferro, mura e tempo. L’enorme tempo vuoto della galera è qualcosa di difficilmente spiegabile a chi non lo abbia mai esperito su di sé. Giornate profondamente vuote, a cui fanno da contraltare le celle e le aree comuni straripanti di corpi. Ognuno si arrangia come può per riempire questo tempo, con i poverissimi mezzi che si hanno a disposizione. Io studio, ma non è una scelta maggioritaria… molto spesso le strade che vengono trovate sono anzi decisamente autodistruttive. Ma qui si divaga.

La Procura torinese ha deciso di far ricadere il sabotaggio al cantiere di Chiomonte sotto la definizione di terrorismo. All’atto di notifica dell’ordinanza mi venne in mente che in greco la parola che si usa per indicare l’accusa giudiziaria si potrebbe tradurre letteralmente come “categorizzare”. La battaglia giudiziaria di oltre 3 anni che ne scaturì potrebbe essere riassunta come un vivace dibattito tassonomico in cui da una parte si rivendicava la legittimità di opporsi -anche violentemente- ad una decisione devastatrice e dall’altra un tentativo di far passare in giurisprudenza l’idea che qualunque opposizione a delle decisioni dello Stato dovesse ricadere sotto la  categoria di terrorismo, e come tale trattato.

Questa, e nulla di meno, era la posta in gioco all’epoca.

Ma di tutto questo nulla sapevano gli altri compagni di sventura con cui condividevo quelle mura. Conoscevano il nome No Tav perché appariva spesso in televisione (e la televisione – perennemente accesa- è uno dei tanti modi con cui si cerca di far passare il tempo) e che io ero lì per faccende relative a quel movimento, ma niente di più. Anzi. Sapevano che spesso arrivava più posta per me che per l’intera sezione e che due-tre volte al mese passavano delle persone sotto il carcere a gridare il mio nome e a chiedere libertà per me e per tutti i prigionieri. Questi passaggi continui innervosivano gli agenti e galvanizzavano i detenuti che potevano sentirsi un po’ meno abbandonati a loro stessi sapendo che a qualcuno interessava la vita di chi sta recluso.

Un bel giorno di fine estate scoppiò una rivolta proprio in quella sezione. Le rivendicazioni erano locali ed elementari: gli assistenti sociali, per difetto di numero o d’interesse (o più probabilmente una combinazione di questi due fattori), erano in enorme ritardo nel compilare le relazioni dei detenuti. Senza queste relazioni non è possibile accedere ad alcuna pena alternativa e di conseguenza persone che avrebbero potuto lasciare il carcere da mesi erano ancora lì, nella solitudine afosa di un’estate in cui anche solo l’arrivo del carrello del pranzo rappresenta un evento degno di nota.

Pretendemmo e ottenemmo di far aprire tutte le celle, e per alcune ore conquistammo il diritto di muoverci senza impedimenti. Quando salirono dalla direzione per parlamentare accadde uno strano evento che mi fece comprendere quanto peso avesse la determinazione della nostra lotta. Si dovevano scegliere dei delegati che sarebbero scesi dalla comandante a spiegare le ragioni della protesta e a pretendere che a tutti i definitivi venissero chiuse le relazioni. Una volta deciso questo il capannello di una quarantina di detenuti si trovava faccia a faccia con una dozzina di carcerieri. Alla fine di una conversazione di solito ci si saluta, ma non era quello il caso. Era il momento di farsi vedere uniti e determinati. Ci fu qualche secondo di silenzio, nessuno voleva chiudere la trattativa con un “d’accordo”. In molti si guardarono fra loro finché qualcuno si ricordò dell’ultimo presidio passato dal carcere solo qualche giorno prima e iniziò a gridare: NO TAV LIBERI! NO TAV LIBERI! Evidentemente la cosa funzionava, visto che nel giro di pochi secondi tutti cominciarono a scandire: NO TAV LIBERI! NO TAV LIBERI! NO TAV LIBERI! Con questo sottofondo il drappello di guardie si ritirò chiudendo il cancello dietro di sé, lasciandoci padroni di quel pezzo di carcere.  

Non furono solo le ragioni di quella lotta – che pure ne aveva e ne ha da vendere – a convincere ed animare me, altri o i detenuti della Cà del Ferro. Era l’automatico coinvolgimento in un sentimento di dignità, risolutezza, forza, determinazione e gioia che provava chiunque vivesse i momenti conviviali e conflittuali in cui quell’esperienza fu scandita. Anche chi ne aveva solo una vaga conoscenza, per le pagine dei giornali o le ignobili mistificazioni rappresentate dalla televisione, vedendo di persona i volti e le voci di chi ne faceva parte veniva travolto dallo stesso entusiasmo, riconoscendosi forza comune contro un oppressore che spesso non appare così sicuro di sé come vorrebbe far credere.

Questa accadde in Val di Susa, nelle strade di molte città e in quel lontano pezzettino disgraziato di Cà del Ferro.

Ogni racconto è sempre parziale, taglia e cuce, lascia punti ciechi e non esaurisce mai nulla. Non può dirsi esatta narrazione di fatti, tanto meno spiegazione di ciò che essi hanno rappresentato. Può fare qualcosa di semplice e temerario, tentare di mettere in circolazione un piccolo frammento per riunirlo ad innumerevoli racconti orali o scritti, in forma intima o pubblica, per comporre una storia collettiva. La lotta No Tav non finisce dove finiscono queste righe – tutt’altro. E’ anzi quando la memoria rischia di soffocare sotto la polvere delle carte o del privato che vale la pena ossigenarla, per ricordarle quanto sta accadendo adesso e porla come cosa viva al presente. Ma adesso ci sono troppe parole e astrazioni come si era detto di non fare, ed è molto meglio una dedica:

A coloro che hanno subito condanne nel processone No Tav e in tutti gli altri processi, si trovano in attesa di giudizio o in carcere o ai domicilari

A Dana e Fabiola che erano in sciopero della fame alle Vallette

A chi sta lottando adesso ai mulini, a chi ci si troverà in futuro, lì o da qualsiasi altra parte

A chi non c’è più, a chi continua ad esserci, a chi ci sarà

A Guccio.

Da teatrodioklahoma.netteatrodioklahoma.net

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