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Articoli filtrati per data: Wednesday, 03 Febbraio 2021

La settimana scorsa, l'Alta Corte spagnola ha ordinato a Pablo Hasel di entrare volontariamente in prigione per scontare due condanne per un totale di due anni, nove mesi e un giorno.

"Mi hanno dato dieci giorni per entrare in carcere”. Lo ha scritto sui propri canali social il rapper comunista catalano Pablo Hasel.

L’Audiencia Nacional spagnola ha dato dieci giorni di tempo al 32enne rapper militante per entrare in carcere, a seguito di una condanna per “apologia di terrorismo” e “vilipendio della Monarchia e delle istituzioni dello Stato.” Un vero e proprio reato di opinione, dal momento che in realtà si parla dei testi delle sue canzoni e delle sue prese di posizione pubbliche contro il Re e lo Stato spagnolo.

Hasel è tra le decine e decine di persone che, nell’ultimo decennio, sono state perseguitate da norme sempre più repressive del codice penale spagnolo, come l’articolo 578, che prevede che le persone considerate responsabili di “apologia del terrorismo” o che avrebbero “umiliato le vittime del terrorismo o i loro parenti” siano passibili di sanzioni pecuniarie, divieto di assunzione e persino di reclusione. Ne hanno fatto le spese, oltre ai cantanti, anche studenti, attivisti, giornalisti e persino burattinai che si sono espressi pubblicamente contro lo Stato spagnolo e le sue autorità. A sostegno del rapper comunista, più di mille persone si sono riunite a Barcellona sabato sera, i manifestanti si sono diretti alla delegazione del governo spagnolo in Catalogna scandendo slogan come "Libertà per Pablo Hasel" o "la nostra migliore arma è la solidarietà". Si sono verificati scontri con i Mossos (polizia catalana).

 Pablo hansel 2

In solidarietà con Pablo Hasel, decine le manifestazioni antifasciste sono previste in tutta la Spagna.

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Movimento. La polizia di Firenze ha messo in campo all’alba di mercoledì 3 febbraio una vasta operazione repressiva contro compagne e compagni, di area anarchica, in relazione alle proteste popolari dello scorso 30 ottobre, quando centinaia di persone scesero in piazza nel capoluogo toscano contro la mancanza di risposte economiche e sociali alla crisi generata dalla pandemia da Covid19.

37, in totale, le persone indagate, 20 le perquisizioni effettuate, alcune nelle quali all’interno dell’occupazione di viale Corsica, 81. 7 persone sono ai domiciliari, altre 7 hanno l’obbligo di dimora con divieto di allontanamento da casa dalle 20 alle 7, e 5 all’obbligo di firma. I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di danneggiamento di beni pubblici e privati, resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale, fabbricazione e lancio di ordigni incendiari. Come prima risposta solidale, in mattinata c’è stato un presidio in piazza Indipendenza, mentre alle ore 18 assemblea all’occupazione di viale Corsica.

Da Firenze Alessio, uno dei compagni indagati e dell’occupazione di Viale Corsica.

 

Per ricostruire la piazza del 3 ottobre l’intervista a Dmitrij Gabriellovic Palagi, consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune a Firenze.

 

 

Da Radio Onda d'Urto

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Un nome evocato decine di volte negli anni, con plauso tra le fila dei confindustriali e terrore tra quelle di chi lavora per vivere. E' questo l'uomo del destino della borghesia italiana?

Le consultazioni della Presidente della Camera Roberto Fico sono fallite. Le quattro forze di governo non hanno trovato un accordo sul Conte-Ter. Renzi ha ottenuto ciò che voleva: la testa di Conte. Ieri sera Mattarella al fine di evitare le elezioni ha convocato Mario Draghi.

Renzi aveva fatto bene i conti. La crisi da lui innescata nell’ultima finestra possibile per minacciare le elezioni anticipate ha prodotto la cacciata di Conte.

Il giro di consultazioni fatte dal 5S Fico è stato l’ennesimo circo di trattative. Niente di nuovo ma il tutto è reso ancor più grottesco ed insopportabile dal fatto che il paese sia travolto da una crisi sanitaria e socio-economica senza precedenti.

I dati Istat sulla perdita di 101 (99 mila sono donne) posti annuali nel mese di dicembre ne è la riprova empirica.

Renzi ha scommesso sin dall’inizio che la sua sortita non avrebbe prodotto le elezioni anticipate che, come ha ricordato ieri sera Mattarella, sono pressoché improponibili dato il contesto pandemico e l’urgenza di provvedimenti quali il piano vaccinale, la stesura del Recovery Plan e la fine del blocco dei licenziamenti di fine marzo.

La soluzione? “Un governo che non debba identificarsi con alcuna formula politica” parola di Presidente della Repubblica.

I dibattiti sulla democrazia sostanziale vs formale li lasciamo ad altri, quello che è sicuro è che dalla crisi finanziaria globale (07-08) l’esercizio democratico in Italia ha perso ogni parvenza di realtà.

Nessuna “formula politica” torniamo al “tecnico” e dopo mesi di preghiere e invocazioni il tecnocrate per eccellenza è stato convocato al Quirinale.

Oggi H 12:00 Mario Draghi the floor is yours.

Le lobby di potere infiltrate in tutto l’arco parlamentare hanno talmente osannato tale figura che sarebbe difficile immaginare un altro tecnico con lo stesso ritratto di salvatore della patria.

Berlusca, Giorgetti per conto di Salvini, e Renzi sono schierati da tempo.

Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 ore e Corriere brindano e bevono più di quelli di Confindustria.

Dall’inizio della pandemia abbiamo cercato spesso di sottolineare come il governo Conte, nonostante si sia tenuto ben distante da ogni politica sociale effettivamente redistributiva, non andasse bene ad un certo establishment italiano, Confindustria in primis.

Troppo ‘individualista’, troppo mediatore di interessi (sigh!), in tempo di pandemia con i profitti che si sgretolano serviva qualcosa di diverso, più malleabile e gestibile, insomma serviva un governo di tutti per tutti, dove i tutti sono i ricchissimi di questo paese.

Tuttavia è giusto ricordare che i giochi non sono fatti.

PD e 5S devono decidere il da farsi, se i primi quando si parla di ‘responsabilità’ hanno un curriculum da primi della classe, i secondi sono più imprevedibili. Un’imprevedibilità dettata dal caos delle loro file parlamentari più che da una traccia politica della quale si è persa notizia da tempo.

Ma torniamo al nome forte del momento.

Draghi ha fatto tutto il cursus honorum dell’establishment. Laureato alla Sapienza con Federico Caffè, incarichi in Goldman Sachs, una vita da tecnico del tesoro fino al gradino più alto: la Presidenza di Bankitalia. Il resto è storia recente, Presidente della BCE dove si è contraddistinto per aver capito che senza una politica monetaria fortemente espansiva (Quantitative Easing, stessa politica adottata gli anni precedenti da USA, Regno Unito e Giappone) la stessa Unione avrebbe rischiato l’implosione.

Alcuni ricorderanno la sua lettera al Financial Times del 25 marzo 2020 a poche settimane dallo scoppio della pandemia in Europa.

In quel testo l’ex Presidente BCE struttura la proposta di un vero e proprio ‘keynesismo di guerra’, invita l’Europa e i governi (del nord) a non avere paura di nuovo debito che è un male necessario per evitare il tracollo.

“Much higher public debt levels will become a permanent feature of our economies and will be accompanied by private debt cancellation. It is the proper role of the state to deploy its balance sheet to protect citizents and the economy against shocks that the private sector in not responsible for and cannot absorb.”

(Livelli di debito pubblico più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e ciò sarà accompagnato dalla cancellazione del debito privato. E’ propriamente il ruolo dello stato mettere a disposizione il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro gli shock per il quale il settore privato non è ne responsabile ne il grado di assorbire, AMEN).

Nemmeno a dirlo che per lui il privato è tutto uguale che tu sia un lavoratore precario o un ricco imprenditore non fa alcuna differenza. La famosa storia che se si alza la marea si alza per tutti.

La risposta neoliberista alla crisi del neoliberismo: socializzare i costi e salvare i profitti.

Il governo Conte non è stato accantonato da Renzi, se il ducetto di Rignano è l’utile idiota Draghi è il garante, entrambi al servizio degli interessi intoccabili dei ricchi di questo paese.

I giochi non sono fatti ma la strada sembra delineata.

E in basso cosa provocherà questa manovra? Già insiste sui social la domanda su che fine farà il reddito di cittadinanza, e questo al solo sentirlo nominare.

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Enric Llopis

Lo scrittore uruguayano ha avvalorato la sua passione per il calcio in “El fútbol a sol y sombra” (Siglo XXI) [Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer].

Il football come affare? Le cinque principali leghe europee hanno generato entrate di 16,700 miliardi di euro nella stagione 2018-2019; la Premier League guida la classifica (5,851 miliardi di euro), seguita dalla lega spagnola (3,375 miliardi) e la Bundesliga (3,345 miliardi), secondo la Deloitte. Un’altra società di revisione contabile, la KPMG, calcola che a febbraio due calciatori del Paris Saint-Germain –Mbappé e Neymar- avevano un valore di mercato di 225 milioni e 175 milioni di euro; allo stesso tempo con quest’ultima cifra era valutato Lionel Messi; la KPMG valuta anche i principali club dell’Europa per il loro “valore imprenditoriale”: Real Madrid, Manchester United e FC Barcelona guidano il ranking nel 2020.

Ma la mercificazione e il football come spettacolo non sono fenomeni nuovi. Il potere del presidente della FIFA tra i 1974 e il 1998, Joao Havelange, “si nutre soprattutto dell’associazione con alcune imprese gigantesche, come Coca-Cola e Adidas”, scrisse Eduardo Galeano in El fútbol a sol y sombra, editato per la prima volta nel 1995 e ristampato da Siglo XXI due decenni dopo (dell’autore uruguayano Siglo XXI ha anche pubblicato Cerrado por fútbol [Chiuso per football]).

Galeano pone l’esempio dell’impresa svizzera International Sport and Leisure (ISL), che in cambio di bustarelle a dirigenti della FIFA ottenne contratti televisivi e diritti come sponsor sui mondiali negli anni 90. All’epoca, il gruppo Peugeot era proprietario del francese Sochaux; l’elettronica Philips, del PSV Eindhoven; il magnate delle televisioni Silvio Berlusconi, dell’AC Milan; e la famiglia Agnelli (Fiat), della Juventus di Torino. Messico-86 “fu il mondiale di Televisa”, ricorda l’autore di El fútbol a sol y sombra.

Tifoso del Nacional di Montevideo, lo scrittore uruguayano si definiva un mendicante del buon football, della gioia che implica giocare senza un perché. Forse per questo si entusiasmava anche per calciatori dell’eterno rivale, come il centrocampista Juan Alberto Pepe  Schiaffino e l’attaccante Julio César pardo Abbadie, ambedue giocatori del Peñarol e della selezione nazionale durante i decenni centrali del XX secolo. Un romantico del gioco del calcio? “La tecnocrazia dello sport professionista è andata imponendo un football di pura velocità e molta forza, che rinuncia all’allegria, atrofizza la fantasia e proibisce l’audacia; tra il mondiale del 1954 e quello del 1994 la media dei gol si è ridotta della metà”, scriveva l’autore di Las venas abiertas de América Latina [Le vene aperte del’America Latina].

Il football si mescola con la politica. Nel mondiale del 1938 celebrato in Francia, i giocatori della selezione italiana -vincitori della Coppa del Mondo dopo aver sconfitto l’Ungheria- effettuavano il saluto fascista; nelle ore precedenti alla finale, Mussolini inviò ai trionfatori un telegramma con il motto “vincere o morire”; e nei festeggiamenti del titolo, i calciatori si fecero fotografare con indumenti militari insieme al duce.

Quattro decenni dopo -nell’edizione del 1978 disputata in Argentina- il dittatore Videla affermò nel giorno dell’inaugurazione: “Chiedo a Dio, Nostro Signore, che questo avvenimento sia realmente un contributo per consolidare la pace”; la partita d’apertura e la finale furono effettuate nello stadio Monumentale del River Plate, molto vicino al centro di sterminio della Scuola di Meccanica della Marina (ESMA). La dittatura (30.000 scomparsi) contò, durante il mondiale, sull’appoggio dell’ex segretario di Stato nordamericano, Henry Kissinger.

Ma Galeano menziona anche dei contro-esempi. I giocatori della selezione olandese si rifiutarono -nel mondiale dell’Argentina- di ricevere dalle mani dei gerarchi della Giunta Militare il trofeo che li accreditava come secondi classificati (il difensore dell’arancia meccanica, Wim Rijsbergen, visitò in bicicletta le Madri di Plaza de Mayo). L’11 novembre 1973, due mesi dopo il golpe militare di Pinochet, la selezione dell’URSS si rifiutò di viaggiare in Cile per affrontare nello Stadio Nazionale di Santiago (all’epoca un centro di detenzione e tortura) la selezione cilena, che vinse la partita senza un rivale nel campo.

“Chiedendo libertà, i giocatori francesi si unirono alle giornate di maggio del 68 (…). Li guidava Raymond Kopa” (ex centrocampista del Real Madrid), rileva il poeta e giornalista di Montevideo. Anche la II Repubblica spagnola e la guerra civile lasciarono testimonianze di impegno. Promossa nel 1937 dal primo presidente del Governo basco, José Antonio Aguirre, la selezione dell’Euzkadi ebbe come scopo la propaganda e raccogliere fondi all’estero per gli aiuti umanitari (l’Euzkadi giocò delle partite in Francia, Cecoslovacchia, Polonia, Messico, Cuba e URSS).

Allo stesso tempo nel 1937 il FC Barcelona fece un giro attraverso il Messico e gli Stati Uniti per sanare i conti del club anche se, puntualizza la pagina web del gruppo, “il Barça fu visto più come un ambasciatore del legittimo regime repubblicano che come una semplice squadra di football in un giro sportivo”; nell’agosto del 1936 il presidente del FC Barcelona, Josep Suñol, dirigente di Esquerra Repubicana de Catalunya (ERC), fu fucilato dall’esercito franchista nella Sierra de Guadarrama.

Il passato 25 novembre è morto Diego Armando Maradona. Il giorno seguente il quotidiano argentino Página 12 ha titolato nella prima pagina, a caratteri cubitali, “Io non voglio questa pena nel mio cuore”; e il 27 novembre, “Un Dio senza atei” (nel 1998 fan del pelusa eressero nella città di Rosario la chiesa maradoniana, che conta su migliaia di soci in tutto il mondo). Nelle reti sociali sono immediatamente circolate fotografie dell’astro insieme ai capi latinoamericani come Hugo Chávez, Fidel Castro, Evo Morales o Cristina Kirchner. Eduardo Galeano ricorda le origini del pibe nella squadra dei Cebollitas, a 12 anni: “Di notte dormiva abbracciato al pallone e di giorno con quello faceva prodigi. Viveva in una casa povera di un quartiere povero e voleva diventare un tecnico industriale”.

El fútbol a sol y sombra passa al setaccio gli inizi di altri idoli. Nato nella colonia portoghese del Mozambico, Eusebio – la perla nera– vinse 11 leghe con il Benfica, club nel quale militò tra il 1960 e il 1975 e con il quale vinse la Coppa d’Europa del 1961-1962. Segnò, inoltre, 41 gol con la selezione del Portogallo. Nonostante ciò, sottolinea il saggista uruguayano, la Pantera “nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o rubare ai distratti (…); figlio di madre vedova, giocava con i suoi molti fratelli negli arenili dei sobborghi, dall’alba fino a notte”.

Johan Cruyff ottenne tre coppe d’Europa con l’Ajax e fece 330 gol tra la squadra olandese e il FC Barcelona. Emblema del cosiddetto football totale, guidò la selezione olandese che si proclamò vicecampione nel mondiale di Germania, nel 1974; il flaco entrò a 10 anni nell’Ajax: “Mentre sua madre serviva nell’osteria del club, lui raccoglieva i palloni che andavano fuori, puliva gli scarpini dei giocatori, collocava le bandierine agli angoli del campo e faceva tutto quello che gli avessero chiesto e nulla di quello che gli avessero ordinato”, ricorda l’autore di Cerrado por fútbol. Alle radici del gioco del calcio sono presenti, ugualmente, comportamenti come quello del negro Obdulio Varela, centrocampista della selezione charrúa e del Peñarol negli anni 40 e 50; si rifiutò di mostrare la pubblicità nella maglietta del club: “Prima, a noi negri ci portavano con un anello al naso. Questo tempo è già passato”.

La storia del football si intreccia, d’altra parte, con le guerre. Come quella del Chaco, che tra il 1932 e il 1935 sostennero la Bolivia e il Paraguay con circa 100.000 morti e il petrolio tra i motivi di fondo; una delle battaglie -quella di Cañada Strongest (1934)- deve il suo nome ad un club boliviano, The Strongest, i cui giocatori e dirigenti combatterono al fronte; un altro fatto da recensire è che la Croce Rossa del Paraguay formò una squadra che realizzò un giro -attraverso l’Argentina e l’Uruguay- per raccogliere fondi con cui curare i feriti. Anche la cosiddetta “guerra del football” mise a confronto per quattro giorni, nel luglio del 1969, l’Honduras e il Salvador; la coniazione risponde alle partite giocate tra le due selezioni durante le settimane precedenti al conflitto, anche se una ragione -strutturale- più importante fu la distribuzione disuguale della terra nei due paesi. “Ogni popolo credeva che il suo nemico fosse il vicino, e le incessanti dittature militari di uno e dell’altro paese facevano tutto il possibile per perpetuare l’equivoco”, termina Galeano.

5 dicembre 2020

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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Fascismo è una parola creata da noi, accettata da coloro che noi intendevamo rappresentare nell'idea che la parola stessa foggiava, e divenuta, poi, di dominio nazionale. Ma i fasci di combattimento, dai quali rampollarono i nuovissimi fascisti, ebbero, in origine, scopi sensibilmente diversi da quelli perseguiti dai fasci odierni, se pure gli uni e gli altri tendano naturalmente alla difesa degli istituti borghesi.

I primi fasci di combattimento volevano essere a programma rivoluzionario. Nel concetto di valorizzare la vittoria militare era assorbita ogni altra preoccupazione dei problemi sociali i quali - sotto determinate forme e con speciali soluzioni - erano un rafforzamento, nella pratica, di quel concetto originario e basale.

I combattenti, per il solo fatto di essere stati tali, avevano - secondo il programma dei fasci - molti diritti, primo fra i quali quello di dirigere ormai lo sviluppo politico ed economico della nazione. La sopravvalutazione del combattente, divenuto élite attraverso il sacrificio della trincea, fu lo spirito che animò coloro i quali foggiarono il primo programma dei fasci. Diremo più oltre quanto fosse errata tale concezione che la vita stessa italiana, nel successivo svolgersi, dimostrò assurda e non-sociale. Ci basti, per ora, dire che il programma politico dei fasci, senza pregiudizio nella forma del regime, s'imperniò sovra a due principii:

1) L'Italia, dopo la vittoria militare, deve acquisire forza tale nel consenso delle nazioni, per mantenere non solo il suo posto di grande potenza, ma per ottenere il riconoscimento di quegli altri diritti che il trattato di Versaglia le ha contestati;

2) I partiti che furono contrari alla guerra non dovranno aver ragione di intervenire nella formulazione del programma di ricostruzione del paese; i lavoratori, in associazioni sindacali apolitiche, potranno, sì, trattare dei loro interessi di categoria, ma senza trascendere all'intervento nei problemi politici che nascono dalle competizioni economiche.

Programma di conservazione e di reazione.

Se pure faceva grandi concessioni all'idealismo, mal celava preoccupazioni di difesa classista. Manteneva vivo e desto lo strumento militare per ausilio all'azione diplomatica e per i sogni egemonici in Dalmazia e in Albania, in Tripolitania ed in Asia Minore; scopriva il suo contenuto imperialistico, pure sotto le forme verbali ed ambigue della democrazia, ed il principio della Costituente e del Parlamento del Lavoro.

Intorno a questo programma si coalizzarono le forze conservatrici della nazione; la piccola borghesia intellettuale, incapace di comprendere il suo valore e la sua funzione storici, la quale domani passerà al partito socialdemocratico, al suo partito storico, secondo l'esperienza della rivoluzione mondiale; i grandi industriali ed i grandi agrari, gli ufficiali.

Di contro v'era un programma più antico, che ha un contenuto scientifico e molti anni di penetrazione sociale; che ha origine dalla interpretazione scientifica del processo storico ed il cui svolgimento trova ogni giorno più le sue ragioni logiche che ne fanno antivedere lo sbocco inevitabile.

La guerra non sorprese i marxisti, i quali - nei testi classici dei Maestri - l'avevano preveduta. La guerra non poteva modificare le grandi linee politiche della organizzazione e della economia attuali: accelerò il processo di maturazione del regime borghese. Il marxismo ancora una volta ebbe ragione dell'esperimento storico. La guerra fu un episodio della crisi capitalistica giunta ai supremi aspetti imperialistici. Fu detto che il combattente di guerra fosse un infortunato; e - sebbene tale attributo fatalistico abbia sapore umoristico - pur esso dice l'assenza reale d'ogni volontà a combattere nel soldato che fu condotto alle battaglie.

Ciò non escluse la sentimentalità e l'onestà di qualche mistico o di qualche idealista illuso; ma sarebbe stolto giudicare un grande fatto storico dall'animo di alcuni attori oscuri. E - salvo rare eccezioni ancor oggi fugate - l'artificiosa propaganda di sopravvalutazione del combattente nei confronti degli altri lavoratori rimasti nel paese durante gli anni di guerra, urtò contro l'anima stessa dei combattenti, i quali si sentirono eguali a coloro che avevano avuto la fortuna di conservare intatti le energie e lo spirito per la guerra di classe, per la guerra veramente sentita, e che oggi, finalmente, chiarifica il campo di battaglia in due ordini di trincee opposte dopo che la democrazia corruttrice è fallita nelle medesime premesse ideologiche che l'avevano giustificata alla borghesia più intelligente e scaltrita.

Dal primo aspetto del fascismo si staccò il ramo dannunziano che, nelle sue ragioni programmatiche, affermò e sostenne concezioni rivoluzionarie le quali portarono ad aperte rivolte di regolari contro il governo centrale, e poi contro lo Stato ed il regime. I legionari dannunziani vollero portare fino alle logiche conseguenze le premesse del primo fascismo. Può darsi ch'essi abbiano ancora a riapparire sulla scena politica italiana.

Ma l'aspetto nuovo del fascismo, quello che più interessa la vita odierna del paese, è quello sorto dall'adattamento dell'ideologismo alla difesa degli interessi materiali della classe borghese.

Certo, in tal modo, il fascismo ha più sinceramente mostrati gli scopi veri della sua esistenza. Questa verità dispiace a molti gregari dei fasci. Essi amerebbero essere considerati come gli assertori e i sostenitori di alcuni principii ideali: salvare la patria dal disordine, impedire il fallimento dello Stato, ecc.; ma l'opera ch'essi svolgono, anche se diretta a questi fini che non possono essere i nostri (anche noi siamo un partito di ordine e di disciplina sociale, ma dopo l'abbattimento violento del regime borghese) mostra in luce meridiana i rapporti esistenti fra la grande borghesia industriale e terriera ed i fasci. Se è naturale che la banca e la grossa industria alimentino la stampa, è più naturale ch'esse assoldino veri e propri battaglioni inquadrati in guardie bianche.

Tale fenomeno non è originato da "residui" di mentalità o di volontarismo bellico, come alcuni socialdemocratici (Giolitti, Turati, ecc.) affermano sovente. È l'acutizzarsi della lotta di classe che provoca necessariamente il bisogno della difesa armata delle classi stesse. Quei socialisti i quali ammettono la violenza come mezzo "finale" per l'abbattimento del regime - che deve, cioè, essere usata solo nel momento decisivo del duello fra le classi, della guerra civile - dovrebbero convincersi, se fossero più accorti e meglio capaci di sentire le situazioni storiche, che il "momento finale", "l'ultimo cozzo", il "momento decisivo" lo stiamo attraversando; e storicamente "il momento" non è una piccola frazione di minuto, ma ha la durata di qualche mese o di qualche anno.

Di fronte, dunque, all'armamento della guardia bianca ed alla sua attività, è vero delitto verso il proletariato invitarlo a non rispondere al nemico con le armi che questi sceglie, o richiamarlo alla forza dell'organizzazione. La violenza - se non vogliamo girovagare nei campi del sofisma, della filosofia, della pura filologia - è forza dinamica. La violenza dei bimbi e degli inabili può suscitare riso e compassione; ma la violenza dei forti serve a scardinare le cento porte che precedono il simbolico arco, elevato ad onore della vittoria proletaria.

Tanto più risibile è l'"in alto le mani" di Filippo Turati che ha sapore brigantesco pur nell'intenzione francescana di colui che lo profferse, perché denota la più profonda incomprensione del fenomeno rivoluzionario che si svolge sotto i nostri occhi. Se esso provocasse, come pare, un decreto reale ordinante il ritiro dei permessi d'arme e sanzionante pene severissime per i possessori di armi, il proletariato dovrebbe ancora una volta ringraziare i suoi ciechi pastori per il sacrificio del proprio corpo cui sarebbero sottoposti dalla naturale applicazione del decreto stesso: esso, cioè, servirebbe a smobilitare la classe lavoratrice e metterla, inerme, contro l'armatissima classe dominante che ha il suo esercito mercenario ed il corpo dei franchi tiratori.

Noi non siamo affatto meravigliati del nascere e dell'affermarsi di codesta salda organizzazione controrivoluzionaria: diciamo, anzi, che essa si svilupperà e si rafforzerà sempre più, e si armerà e si inquadrerà con sempre maggiore perfezione. In tal modo la classe borghese si difende: armando i suoi giovani figli, assoldando i suoi sostenitori ai quali, oltre il soldo largisce razioni abbondanti di idealismo patriottico per eterizzarli nel combattimento antiproletario. Sarebbe stolto pensare che i signori Ansaldo, Pirelli, Perrone e compagnia muovessero di persona alla battaglia. Gli stati maggiori non devono scendere nella trincea.

Ma dinanzi al grande interrogativo che è l'esercito permanente, ed alla dubbia fedeltà che può ancora destare la regia guardia, eroica contro le folle inermi, ma chissà quanto eroica contro le mitragliatrici delle guardie rosse, è urgente e utile per la classe borghese irreggimentare l'elemento intellettuale piccolo borghese ancora aggrappato alle tradizioni, gli ufficiali, la parte incosciente del proletariato agrario e dei piccoli proprietari e armarli, e gettarli risolutamente contro le masse operaie comuniste.

Oggi, dunque, il programma dei fasci è divenuto precipuamente un programma di politica interna. Esso raccoglie non soltanto le vecchie adesioni ma le nuovissime di quanti alla guerra non parteciparono.

Un organo fascista ammoniva perfino D'Annunzio, tempo addietro, a non mettersi in conflitto con le truppe regolari nei giorni che precedettero la liquidazione militare del problema fiumano, e ciò per non creare nuovi motivi di sedizioni nell'esercito, e perché premeva al fascismo che D'Annunzio venisse in Italia a mettersi a capo dei fasci per la importante battaglia contro il bolscevismo. A questa necessità ogni altra doveva essere subordinata. Alcuni esponenti del movimento dannunziano confessarono il proprio "schifo" per l'opera dei fascisti italiani. Dissero che le intenzioni dei legionari erano ben più alte ed ideali che non fossero quelle diuturnamente affermate dai fascisti nell'interno d'Italia.

Gli uni e gli altri, se credono, si mettano d'accordo. Può darsi che i primi, indispettiti dalla conclusione, per essi affatto soddisfacente, della commedia fiumana intendano momentaneamente spostare l'obiettivo della loro azione; e di ciò sarebbero conferma, oltreché molte notizie giunteci tacitamente, alcuni scritti di legionari nei quali si prevede che "il trionfo del regio governo è segnato di tale vergogna e di tanto delitto da autorizzare da parte nostra ogni più violenta vendetta". In tal caso non sappiamo fino a qual punto i fascisti potrebbero seguire i dannunziani nei disegni rivoluzionari, essi che si prefiggono di essere elemento... di ordine. Ma già vediamo i legionari far causa comune con i fascisti nelle varie imprese contro il proletariato ed i suoi istituti, ciò che avvalora il nostro convincimento - basato su profonde ragioni di principio - che la lotta della classe dominante contro i lavoratori comunisti unisce tutte le ideologie e gli interessi borghesi per l'unica sola comune battaglia.

Il fascismo non è soltanto fenomeno italiano. Abbiamo detto che questa parola, la quale interpreta un concetto programmatico, è stata creata da noi ed adottata dai componenti i fasci che la trovarono grezza ma buona; così come noi ci appropriammo della parola disfattismo coniata per noi e contro di noi e che trovammo eccellente per indicare il nostro punto di vista nel periodo bellico.

Ma il programma fascista accompagna la rivoluzione proletaria ove questa abbia iniziato il suo periodo: è il programma d'azione della borghesia; è la difesa istintiva e assoldata della classe che sta per essere spodestata. Se la rivoluzione non trionfa per il proletariato, il programma che noi italiani chiamiamo fascista allarga il suo campo di sviluppo: diventa potere; guida, in secondo piano, il potere; esercita il terrore bianco, la vendetta contro i vinti. Forse la parola fascismo precede il suo mutarsi in guardia bianca: ma il programma che esso oggi assolve rimarrà identico, perché storicamente esso non può svolgere un programma diverso.

Possiamo inseguire il fascismo sul suo stesso terreno? Dobbiamo accettare battaglia contro il fascismo con le medesime armi che esso impugna?

Noi diciamo che ciò non solo è possibile ma è inevitabile.

Il problema che il fascismo ci impone è, invece, un altro. Quello di preparare le organizzazioni di combattimento.

È vero: oggi la lotta per il proletariato ed i fascisti è una lotta impari. Dinanzi alla violenza rivolta fino alle conseguenze estreme, la forza proletaria è una ben triste ironia.

Piuttosto concordiamo, fino a quando ciò sarà possibile ed in senso relativo, che il proletariato non debba farsi trascinare ad azioni separate nelle quali, senza una sua specifica organizzazione, sarà il solo ad essere colpito; ma approntare mezzi ed accettare una disciplina i quali, uniti alla forza che proviene dalla sua potenza sociale, eserciterà opportunamente in un momento prossimo o lontano, contro il nemico destro ed attento. Economia di sforzi, dunque, ed organizzazione solida e disciplina di ferro.

Non consumare nelle piccole azioni separate le grandi riserve per la battaglia decisiva.

Organizzazione e disciplina.

Il Partito Comunista d'Italia è nato, oltreché per ragioni teoriche, storiche e tattiche, per la organizzazione e la disciplina delle masse lavoratrici comuniste per portarle al combattimento armato con tutte le probabilità di successo.

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