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Articoli filtrati per data: Saturday, 27 Febbraio 2021

In molte città italiane ieri si sono svolte iniziative di lancio verso lo sciopero globale femminista e transfemminista dell’8 marzo. 

A Torino l’appuntamento era nel pomeriggio di ieri in piazza Castello con un focus ben preciso: rispondere insieme alla spirale di femminicidi che di giorno in giorno non tende a diminuire. Iqualche giorno fa, in un quartiere della città, San Salvario, una ragazza di vent’anni è stata accoltellata dal suo ex partner ed è ancora in gravi condizioni in ospedale. Da piazza Castello moltissime donne di ogni età si sono mosse in corteo bloccando le vie del centro per lasciare un segno proprio nel luogo in cui è avvenuta la violenza. La violenza maschile sulle donne si riproduce in ogni aspetto dell’esistenza e negli ultimi tempi in tutto il mondo dalla Polonia, all’Argentina sono accresciuti momenti di protesta, dagli scioperi alle manifestazioni, per ribellarsi alla violenza e ai femminicidi.

Il prossimo 8 marzo Non Una Di Meno organizza lo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. In un momento particolare come quest’anno lo sciopero assume un significato ancora più forte: l’essenzialità del lavoro produttivo e riproduttivo a scapito della salute e della tutela dell’esistenza di chi si trova stretta in questo ricatto è ciò che la pandemia ha svelato con violenza. Le donne hanno vissuto il lockdown sotto il segno di uno sfruttamento ancora più feroce, le lavoratrici del comparto sanitario, le lavoratrici delle pulizie e della sanificazione hanno avuto un ruolo fondamentale nella crisi generale. Il livello di violenza e sfruttamento è andato intensificandosi, scaricando il peso di tutta la riproduzione sociale, del lavoro di cura e di assistenza sulle spalle delle donne, precarie, migranti, povere.

Di seguito pubblichiamo l’appello di lancio allo sciopero : 

8 marzo 2021: Sciopero globale femminista e transfemminista. Essenziale è il nostro sciopero, essenziale è la nostra lotta!

Negli ultimi anni abbiamo vissuto lo sciopero femminista e transfemminista globale come una manifestazione di forza, il grido di chi non accetta di essere vittima della violenza maschile e di genere. Abbiamo riempito le piazze e le strade di tutto il mondo con i nostri corpi e il nostro desiderio di essere vive e libere, abbiamo sfidato la difficoltà di scioperare causata dalla precarietà, dall’isolamento, dal razzismo istituzionale, abbiamo dimostrato che non esiste produzione di ricchezza senza il nostro lavoro quotidiano di cura e riproduzione della vita, abbiamo affermato che non siamo più disposte a subirlo in condizioni di sfruttamento e oppressione.

A un anno dall’esplosione dell’emergenza sanitaria, la pandemia ha travolto tutto, anche il nostro movimento e la nostra lotta, rendendoli ancora più necessari e urgenti. Lo scorso 8 marzo ci siamo ritrovatə allo scoccare del primo lockdown e abbiamo scelto di non scendere in piazza a migliaia e migliaia come gli anni precedenti, per la salute e la sicurezza di tutte. È a partire dalla consapevolezza e dalla fantasia che abbiamo maturato in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo iniziato a ripensare le pratiche di lotta di fronte alla necessità della cura collettiva, che sentiamo il bisogno di costruire per il prossimo 8 marzo un nuovo sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi. Non possiamo permetterci altrimenti. il prossimo 8 marzo sarà sciopero femminista e transfemminista, della produzione, della riproduzione, del e dal consumo, dei generi e dai generi.

Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo. Non abbiamo bisogno di spiegare l’urgenza di questa lotta. Le tantissime donne che sono state costrette a licenziarsi perché non potevano lavorare e contemporaneamente prendersi cura della propria famiglia sanno che non c’è più tempo da perdere. Lo sanno le migliaia di lavoratrici che hanno dovuto lavorare il doppio per ‘sanificare’ ospedali e fabbriche in cambio di salari bassissimi e nell’indifferenza delle loro condizioni di salute e sicurezza. Lo sanno tutte le donne e persone Lgbt*QIAP+ che sono state segregate dentro alle case in cui si consuma la violenza di mariti, padri, fratelli. Lo sanno coloro che hanno combattuto affinché i centri antiviolenza e i consultori, i reparti IVG, i punti nascita, le sale parto, continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di personale e di finanziamenti pubblici aggravata nell’emergenza. continuassero a funzionare nonostante la strutturale mancanza di fondi.

Lo sanno le migranti, quelle che lavorano nelle case e all’inizio della pandemia si sono viste negare ogni tipo di sussidio, o quelle che sono costrette ad accettare i nuovi turni impossibili del lavoro pandemico per non perdere il permesso di soggiorno. Lo sanno le insegnanti ridotte a ‘lavoratrici a chiamata’, costrette a fare i salti mortali per garantire la continuità dell’insegnamento mentre magari seguono i propri figli e figlie nella didattica a distanza. Lo sanno lə studenti che si sono vistə abbandonare completamente dalle istituzioni scolastiche, già carenti in materia di educazione sessuale, al piacere, alle diversità e al consenso, sullo sfondo di un vertiginoso aumento delle violenze tra giovanissimə. Lo sanno le persone trans* che hanno perso il lavoro e fanno ancora più fatica a trovarlo perché la loro dissidenza viene punita sul mercato. A tuttə loro, a chi nonostante le difficoltà in questi mesi ha lottato e scioperato, noi rivolgiamo questo appello: l’8 marzo scioperiamo! Abbiamo bisogno di tenere alta la sfida transnazionale dello sciopero femminista e transfemminista perché i piani di ricostruzione postpandemica sono piani patriarcali.

A fronte di uno stanziamento di risorse economiche per la ripresa, il Recovery Plan non rompe la disciplina dell’austerità sulle vite e sui corpi delle donne e delle persone LGBT*QIAP+. Da una parte si parla di politiche attive per l’inclusione delle donne al lavoro e di «politiche di conciliazione», dando per scontato che chi deve conciliare due lavori, quello dentro e quello fuori casa, sono le donne. Dall’altra non sono le donne, ma è la famiglia – la stessa dove si consuma la maggior parte della violenza maschile, la stessa che impedisce la libera espressione delle soggettività dissidenti ‒ il soggetto destinatario dei fondi sociali previsti dal Family Act. E da questi fondi sono del tutto escluse le migranti, confermando e mantenendo salde le gerarchie razziste che permettono di sfruttarle duramente in ogni tipo di servizi. Così anche gli investimenti su salute e sanità finiranno per essere basati su forme inaccettabili di sfruttamento razzista e patriarcale. Miliardi di euro sono poi destinati a una riconversione verde dell’economia, che mira soltanto ai profitti e pianifica modalità aggiornate di sfruttamento e distruzione dei corpi tutti, dell’ecosistema e della terra.

Poco o nulla si dice delle misure contro la violenza maschile e di genere, nonostante questa sia aumentata esponenzialmente durante la pandemia, mentre il «reddito di libertà» è una risposta del tutto insufficiente alla nostra rivendicazione dell’autodeterminazione contro la violenza, anche se dimostra che la nostra forza non può essere ignorata. Questo 8 Marzo non sarà facile, ma è necessario. Lo sciopero femminista e transfemminista non è soltanto una tradizionale forma di interruzione del lavoro ma è un processo di lotta che attraversa i confini tra posti di lavoro e società, entra nelle case, invade ogni spazio in cui vogliamo esprimere il nostro rifiuto di subire violenza e di essere oppressə e sfruttatə. Questa è da sempre la nostra forza e oggi lo pensiamo più che mai, perché ogni donna che resiste, che sopravvive, ogni soggettività dissidente che si ribella, ogni migrante afferma la propria libertà fa parte del nostro sciopero.

da https://nonunadimeno.wordpress.com/

 

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 Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Mirco Di Sandro sulla situazione sanitaria in Molise. Cittadini, giovani, associazioni hanno deciso di incontrarsi per denunciare la malagestione della sanità pubblica che, come in altre regioni, è oggetto di speculazioni a favore delle strutture sanitarie private. La sanità regionale molisana è commissariata da decenni e l'insostenibilità di questo sistema è emerso pesantemente con l'epidemia da Covid19. Alcuni Comuni della Provincia di Campobasso (Campobasso, Larino, Termoli, Ururi, Petacciato, Guglionesi, Portocannone) hanno accolto la proposta della pagina facebook Qui Si Muore Sos Molise, di dichiarare lutto cittadino come forma di protesta e in solidarietà alle vittime mentre, ieri 26 febbraio, allo stabilimento FCA di Termoli è stato indetto uno sciopero di 8 ore dal Sindacato Operai Autorganizzati Soa.

Qui si muore – SoS Molise. Buone ragioni per parlare del Molise

Sentirmi dire che “Il Molise non esiste” mi ha sempre fatto sorridere. Da molisano, ci ho anche scherzato su: “sono una prova dell’esistenza” ho risposto talvolta. Due pensieri ho sempre avuto a riguardo. Il primo è legato al quel confuso sentimento di appartenenza e identificazione comune a chi, come me, è da tempo lontano dal Molise e da quel flusso della vita tanto distante e quieto, quanto lontano, escluso, tormentato. Il Molise esiste e forse, ho sempre pensato, rinnegarne l’esistenza accomoda e facilita il “progetto dello scarto”, la costruzione simbolica ma altrettanto reale del margine, della zona d’ombra liminare.

Il secondo pensiero negli ultimi mesi si è rivelato sempre più vero e si rivolge alle forme dell’estrattivismo contemporaneo. “Il Molise non esiste” è diventato un attrattore, un dispositivo del marketing territoriale. Detesto altrettanto l’espressione “Il Molise ha tanto da offrire”, perché risponde alla medesima provocazione: il Molise che si fa mercato, che si vende, pur di dimostrare che esiste.

Con l’emergenza pandemica il Molise ha conosciuto un significativo impulso del fenomeno turistico. In particolare la scorsa estate, quando oltre al Molise pareva che non esistesse nemmeno il Covid. La regione a contagio 0 si è ben prestata ad essere la meta ideale per trascorrere le vacanze estive, attraendo migliaia di viaggianti ed esploratori, senza che nessuno avesse pianificato le loro giornate, senza un piano di contenimento e di accoglienza adeguato.

Da Regione Resistente per lunghi mesi, il Molise prende consapevolezza del Covid solo verso la fine dell’anno, nel modo più drastico e drammatico. Non si può dire che non fosse prevedibile. Molisani, Meridionali, Marginali – quelli delle 3M – dicevano da tempo “è una fortuna che il virus non è ancora arrivato. Negli ospedali, qui si muore!”.

Il nostro umile apparato sanitario è commissariato da oltre un decennio e tra tagli e ridimensionamenti conta oggi poche decine di posti in terapia intensiva (39 secondo i suoi amministratori; solo 12 destinati a pazienti Covid). Le strutture sanitarie private hanno preso il sopravvento operativo in regione, favorite da quella strategia di riduzione del debito che pesa come un macigno sulla sua spesa pubblica: circa l’80% è destinato a ripagare le speculazioni del passato. Ciascun molisano sa bene che, anche solo per accertamenti e visite di routine è sufficiente prima un’impegnativa del medico di base, poi una telefonata all’amico dell’amico - un favore che prima o poi si è costretti a ricambiare – per accelerare i tempi di attesa presso una delle sue eccellenze specialistiche. Private ovviamente. Quelle stesse che, a fronte della generalizzata consapevolezza del danno, fanno schizzare le statistiche sull’attrattività sanitaria regionale.

In Molise il diritto alla cura non è assolutamente garantito a tutti e tutte, specie se non si hanno agganci forti e contatti coi potenti, se non si è sussunti alla logica del favore, del consenso e del ricatto. Se prima la barca vacillava a tenerci tutti denti, figuriamoci con il covid. Negli ultimi mesi le dighe di contenimento sono tracimate. Manca l’ossigeno e i posti letto sono finiti. Intanto i contagi aumentano a dismisura (ne abbiamo parlato ai microfoni di radio ondarossa).

Qui, in Molise, si muore. Di covid. Di malapolitica. Di privatizzazioni. Di indifferenza. Qui, in Molise, dall’altro lato della frontiera, muore ancora un po’ la democrazia.

Abbiamo deciso di incontrarci e riunirci, organizzandoci per far fronte all’attacco che quotidianamente, da decenni, subiamo. Abbiamo creato una pagina facebook e lanciato una petizione, che inviamo a sottoscrivere e far circolare. Una richiesta di sostegno e solidarietà, un SOS per salvare il Molise dalla sua estinzione.

Mirco Di Sandro

 

 

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Pubblichiamo il progetto elaborato dall'Assemblea Riapriamo il Maria Adelaide di Torino che chiede la riapertura dell'ospedale in risposta a una mancanza di servizi sanitari di prossimità e alla necessità di una migliore sanità territoriale. 

"È un documento di otto pagine redatto e discusso in mesi di assemblee che vuole rappresentare un punto di partenza e non di arrivo per la campagna.

Intendiamo raccogliere non solo adesioni ma anche commenti e modifiche dal confronto con la popolazione che da mesi chiede una nuova sanità: pubblica, universale, gratuita, diffusa sul territorio e attenta alla prevenzione.

Se hai suggerimenti, osservazioni o modifiche puoi scriverle a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo."

Di seguito riprendiamo l'introduzione al documento, al fondo il link con il testo completo:

L’assemblea permanente “Riapriamo il Maria Adelaide”, propone alla discussione pubblica una bozza di proposta per dar nuova vita alla struttura dell’ex ospedale ormai abbandonato da anni. Sottolineiamo una strutturazione di proposta non definitiva e ancora in divenire, allo scopo di includere la cittadinanza di Torino su un percorso progettuale partecipato, inclusivo e orizzontale.

Relazione introduttiva

L’emergenza pandemica COVID-19 ha drammaticamente messo in luce come l’attuale modello di assistenza sanitaria, centrato prevalentemente sulla rete ospedaliera di secondo e terzo livello e fortemente carente nella sua rete assistenziale primaria e territoriale, oltreché insufficiente nell’integrazione tra livelli di cura e tra servizi, sia profondamente inadeguato e inefficiente nella presa in carico degli attuali bisogni di salute della popolazione.
Tale inadeguatezza si manifesta nel massiccio ricorso, spesso inappropriato, da parte della popolazione generale al servizio di emergenza-urgenza (DEA, 118) in quanto ritenuto l’unico servizio facilmente accessibile e in grado di dare una risposta rapida.
A questo segue, anche in condizioni non emergenziali, una pressoché persistente saturazione dei setting ospedalieri per acuti che, peraltro, si rivelano in numerosi casi non risolutivi di fronte a bisogni che sempre più frequentemente sono, oltre che sanitari, assistenziali e sociali e richiederebbero, pertanto, una presa in carico integrata, continuativa e longitudinale sul territorio, ovvero nei luoghi più prossimi al contesto di vita delle persone.

L’attuale modello di assistenza sanitaria infatti non si è adeguato al mutamento delle caratteristiche e dei bisogni di salute della popolazione, principalmente determinati dalla transizione demografica, epidemiologica e sociale in atto nel nostro paese da diversi decenni: l’Italia è il secondo paese al mondo per vecchiaia della sua popolazione; il 60% degli ultra-sessantacinquenni è affetto da almeno una malattia cronica; l’8% di questi da più di tre; l’incidenza di malattie croniche non trasmissibili è in costante aumento, determinando il 90% di tutti i decessi; a questo si aggiunge un progressivo impoverimento delle reti familiari e informali su cui ogni persona può contare, che diminuiscono all’aumentare dell’età.
In questo contesto si è inserita l’emergenza COVID 19 con le drammatiche conseguenze in termini di salute fisica, psichica, sociale ed esistenziale, determinando peraltro un incremento di mortalità maggiore per le fasce più vulnerabili, e confermando, ancora una volta, come la salute si distribuisca in modo disuguale nella popolazione se mancano efficaci strategie di azione sui determinanti sociali e ambientali.

Qui la proposta dei cittadini dell'Assemblea Permanente "Riapriamo il Maria Adelaide".

 

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Il Coordinamento Arauco Malleco (CAM) e le comunità mapuche autonome hanno denunciato un nuovo attacco repressivo dello stato cileno contro la resistenza più conseguente del Wallmapu. 

In un momento in cui la lotta per l’autonomia territoriale del Wallmapu sta avanzando contro le grandi imprese capitaliste, promuovendo azioni di sabotaggio contro l’industria forestale, la strategia dello stato cileno per combattere la resistenza dal popolo mapuche si manifesta di nuovo come “bastone e carota”.

Esempio di questo sono i fatti avvenuti giovedì 7 gennaio: mentre il Tribunale di Angol faceva conoscere il verdetto del processo per il caso di Camilo Catrillanca (comunero mapuche assassinato nel 2018), condannando due ex sergenti del Gruppo delle Operazioni Speciali di Polizia (GOPE) per “omicidio semplice compiuto” e “spari ingiustificati”, e quattro poliziotti e un avvocato per aver ostacolato le indagini del caso. Intanto sono state perquisite più di sei comunità mapuche che andavano nella città di Angol per essere presenti alla lettura della sentenza del caso. Nella località di Temuco, la Polizia Investigativa (PDI) ha arrestato la stessa famiglia di Camilo Catrillanca (la sua vedova, sua madre e sua figlia di 7 anni).

Questo fatto di violenza istituzionale dello stato cileno contro la famiglia di un comunero mapuche assassinato ha potuto essere captato e portato alla luce dal fotografo indipendente Camilo Tapia, che lo scorso 27 gennaio è stato localizzato nel suo domicilio dalla medesima PDI e portato nella caserma di polizia per fare una dichiarazione come testimone per le fotografie che prese il giorno dell’operazione con la quale si cercava di impedire la mobilitazione delle comunità mapuche.

Ciò che resta chiaro è che, mentre si porta avanti il processo costituente, il popolo nazione mapuche torna ad essere il nemico interno da distruggere per uno stato terrorista e coloniale, che non solo utilizza il proprio apparato repressivo, ma mette in atto anche montature giuridico-poliziesche per cercare di legare la resistenza mapuche al narcotraffico. Così ha dichiarato il CAM nel suo ultimo comunicato, pubblicato il 18 gennaio di quest’anno: “Queste operazioni politico-poliziesche si inquadrano in una forte campagna istituzionale di carattere razzista che vuole legare la causa mapuche al narcotraffico e al crimine organizzato. Uno scenario dove si intravede, oltre che la stigmatizzazione sociale dei mezzi di comunicazione, l’emergere delle voci della classe imprenditoriale, del latifondo e delle autorità di governo, che sostengono che la lotta mapuche è illegittima, terrorista e delinquenziale. Una strategia che combina diverse forme di funzionamento; da un lato, la politica-repressiva e, dall’altra, la politica-interventista-integrazionista. Nonostante ciò, ambedue hanno come asse centrale quello di cercare di disarmare i nostri progetti e mettere da parte le espressioni del weichan (guerra) mapuche”.

Questo grottesco coinvolgimento persegue l’obiettivo di imporre in modo artificiale la realtà del narcotraffico nel territorio mapuche, per, in questo modo, legittimare una futura azione dello stato e del suo apparato repressivo “contro le reti criminali” che operano nella zona.

Nel comunicato, il Coordinamento Arauco Malleco e le comunità in resistenza hanno messo in allerta sulla presenza e influenza di agenti esterni alle comunità, che cercano di introdurre le droghe, principalmente nei weche (giovani), allo scopo di trasformarli in consumatori e organizzare bande dedite al narcotraffico. Nel comunicato, sono state identificate le droghe come un flagello del sistema capitalista che si abbatte sui settori popolari e che, introducendosi nella vita delle comunità in resistenza, distruggerà il modello sociale, politico e culturale del popolo nazione mapuche: “Intendendo che questo sistema e il suo ordine giuridico, militare e istituzionale vuole in qualunque modo sterminare fisicamente e politicamente il nostro popolo, non esita ad introdurre tutti i mali che sono a sua disposizione. Far fronte a questo flagello è anche far fronte al sistema di sottomissione winka (bianca) e a tutte le sue espressioni che hanno destrutturato la nostra realtà”.

Dall’altra parte, l’organizzazione autonomista mapuche ha manifestato la propria indignazione verso certi “dirigenti subdoli”, “operatori politici” e “pseudo-intellettuali mapuche” che vogliono “tingere di multiculturalismo il processo costituente che i cileni hanno installato”. Hanno identificato il processo costituente e i suoi seggi riservati ai popoli indigeni come l’espressione della dinamica di cooptazione che le istituzioni capitaliste hanno montato per la continuità coloniale. I seggi riservati significano la quota di partecipazione indigena che lo stato cileno offre per la gestione del capitalismo nel paese, nell’ambito di un maggiore consolidamento della lotta rivoluzionaria mapuche, con la pratica del sabotaggio (distruzione di macchinari e camion) dell’industria forestale e lo scontro con le forze repressive come alcune delle sue manifestazioni di resistenza e di difesa del territorio ancestrale.

Nel comunicato, hanno precisato che “i seggi riservati e la partecipazione alla costituente rappresentano nient’altro che la stessa cosa; sorgono dal potere winka e per il potere winka. E vediamo con rabbia e dolore come di nuovo in questa congiuntura si installa questo marchingegno nella politica volendo convincerci che è la via per raggiungere i nostri diritti fondamentali. Una volta di più, certa dirigenza, che non ha prerogative guadagnate nella lotta territoriale, assetata di potere, cerca di incanalare il movimento mapuche attraverso la via istituzionale, non riconoscendo una lotta che ha significato la morte dei nostri weichafe (guerrieri), il carcere politico, la tortura e la repressione delle comunità in lotta”.

“Facciamo un appello al nostro popolo nazione a dare continuità alla lotta autonomista e rivoluzionaria rafforzando la resistenza al capitalismo, esercitando il vero controllo territoriale, lottando e combattendo contro i nostri veri nemici -hanno terminato-. Questa è l’unica via per ricostruire la nostra nazione nel suo modello culturale sostenuto dai nostri spazi territoriali e politici, una volta liberati. Dobbiamo rompere con le strutture di potere coloniale, sollevandoci contro la cultura winka e la sua immondizia alienante”.

Rubén Pedro Bonet, “Chile: sigue la represión y el hostigamiento contra el pueblo mapuche” pubblicato il 18/02/2021 in La tinta, su [https://latinta.com.ar/2021/02/chile-sigue-la-represion-y-el-hostigamiento-contra-el-pueblo-mapuche/

Tradotto da https://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/ 

 

 

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Nella notte raid aerei al confine con l’Iraq contro postazioni delle milizie sciite filo-iraniane, in risposta al lancio di missili su basi Usa a Erbil e Baghdad. Per Washington una risposta proporzionata e necessaria a calmare la tensione, ma che giunge nel mezzo di un braccio di ferro con Teheran sull’accordo nucleare del 2015

 

Roma, 26 febbraio 2021, Nena News - Il primo concreto atto di politica estera di Joe Biden è un bombardamento. Ieri notte gli Stati Uniti hanno lanciato raid aerei su postazioni di gruppi militari legati all’Iran nella Siria dell’est al confine con l’Iraq, in risposta – dice il Pentagono – al lancio di missili contro basi Usa nel Kurdistan iracheno.

“Bombardamenti difensivi di precisione”, li ha definiti il dipartimento della Difesa americano che hanno preso di mira “infrastrutture” e che avrebbero provocato 17 morti tra i miliziani, secondo quanto riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, associazione basata a Londra e vicina alle opposizioni al governo di Bashar Assad: “I bombardamenti hanno distrutto tre camion che trasportavano munizioni – dice il direttore Rami Abdul Rahman all’Afp – Ci sono molte vittime. Le indicazioni iniziali parlano di almeno 17 miliziani uccisi, tutti membri delle Forze di mobilitazione popolare”.

Sarebbe stata colpita anche la base aerea Imam Ali, vicino Al Bukamal, zona di frontiera tra Siria e Iraq. Più specifico il portavoce del Pentagono, John Kirby, che parla di distruzione di “diverse strutture al confine usate da gruppi sostenuti dall’Iran, tra cui le Kataib Hezbollah e le Kataib Sayyid al-Shuhada”, parte delle Pmu, l’ombrello di milizie sciite irachene legate a Teheran. E Teheran reagisce con una telefonata alle autorità siriane e una nota online in cui fa sapere che insieme alla Siria “chiede all’Occidente di rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”.

Fonti americane definiscono l’attacco la risposta più limitata a disposizione e diversa dalle operazioni condotte dal predecessore Donald Trump (il riferimento è all’uccisione, il 3 gennaio 2020, del generale iraniano Qassem Soleimani), necessaria a “calmare la tensione sia nell’est della Siria che in Iraq”, dopo il lancio di razzi su una base americana a Erbil del 15 febbraio scorso  (un contractor straniero ucciso e nove feriti, tra cui un soldato americano) e quello di domenica a Baghdad, contro l’ambasciata statunitense in Zona Verde. Di certo Baghdad era stata avvertita: Joe Biden aveva telefonato martedì al premier iracheno Mustafa al-Khadimi, primo leader arabo a ricevere una chiamata dal neo presidente.

Il luogo colpito non era collegato ai due lanci di missili, ma il segretario alla Difesa Austin si è detto “certo” che fosse usato dalle stesse milizie responsabili degli attacchi a Erbil e Baghdad per contrabbandare armi alla frontiera: l’obiettivo era dunque quello di ridurre le capacità militari dei gruppi considerati responsabili.

Sembra però difficile che la decisione di Biden possa stemperare le tensioni con l’Iran, che da parte sua ha sempre negato ogni responsabilità diretta e indiretta nel lancio di razzi nel Kurdistan iracheno e a Baghdad. Una convinzione che aleggia anche tra i Democratici con il deputato Ro Khanna, membro del Comitato della Camera per gli affari esteri, che dà voce alle perplessità: “Il presidente non ha alcuna giustificazione per autorizzare un attacco militare che non sia di auto-difesa contro una minaccia imminente, serve l’autorizzazione del Congresso”.

L’attacco giunge in un periodo denso di botta e risposta tra Washington e Teheran, in pieno tentativo di ricucire gli strappi della precedente amministrazione intorno all’accordo sul nucleare iraniano del 2015 da cui Trump uscì riattivando le sanzioni alla Repubblica islamica e inserendone di nuove. Da settimane i due paesi giocano un pericoloso braccio di ferro che sembrava essere giunto a una soluzione in questi giorni con la decisione di Washington di tornare al tavolo del negoziato.

Ma diverse sono le posizioni di partenza: se Teheran insiste che nessun dialogo è possibile se permangono le sanzioni, gli Stati Uniti vogliono prima ottenere dagli iraniani il rispetto completo dell’accordo (che Teheran ha in parte violato tornando ad arricchire l’uranio in risposta alle picconate di Trump), sanzioni o no. L’intervento dei paesi europei coinvolti nell’accordo – Germania, Francia e Gran Bretagna – aveva riaperto la partita diplomatica. Nena NewsNena News

 

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Ancora tante parole sull’ambiente, pochi fatti.

I Settantacinque paesi al mondo, che producono il 30% delle emissioni globali di gas serra, avevano preso impegni per ridurle. Ma il loro impegno porterà nel 2030 ad un taglio complessivo di appena l’1% rispetto al 2010: per mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali (obiettivo ottimale dell’Accordo di Parigi sul clima) servirebbe invece un taglio del 45%. Lo rivela un rapporto preliminare della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’Unfccc.

Secondo il presidente della COP26 Unfccc, Alok Sharma, «Questo rapporto dovrebbe rappresentare un urgente appello all’azione e chiedo a tutti i Paesi, in particolare ai principali emettitori, di presentare ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2030. Dobbiamo riconoscere che la finestra per poter agire per salvaguardare il nostro pianeta si sta chiudendo rapidamente», riporta Greenreport.

Umberto Mazzantini Direttore di Greenreport quotidiano di economia ecologica. Ascolta o Scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Il consiglio dell’università degli studi di Torino segue il politecnico e molti altri atenei nella scelta di adottare dei programmi specifici per la somministrazione degli esami online. Software estremamente discussi che hanno portato diversi collettivi universitari a mobilitarsi e metterne a critica l’utilizzo. Ma i mesi di lockdown portano grande confusione nelle amministrazioni e nei collettivi politici. Le prime hanno tentato con affanno di salvarsi la faccia di fronte al ridicolo della loro incapacità a mettere in campo soluzioni tecniche efficaci per la didattica.

Con grande confusione i consigli universitari hanno promosso ad indispensabili attrezzi messi a disposizione da fornitori privati (principalmente con sede in USA). In questo pasticcio la critica spesso si è arenata in battaglie vaghe per la difesa della privacy o di una non ben definita sicurezza dei dispositivi, nel caos si rischia di perdere la bussola e gridare al grande fratello mentre la didattica muore sull’altare della sempre più florida università-azienda.

Da Radio Blackout

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in SAPERI

Quasi nelle stesse ore in cui una sonda spaziale partita dalla terra si posava dolcemente sul suolo polveroso di Marte alla ricerca delle origini della vita i marziani si davano appuntamento in un cratere lunare della Val di Susa per il più lungo convegno della storia.

Era il 22 febbraio 2021, la sonda spaziale era partita dalla terra mesi prima, i marziani si trovavano in Val di Susa ormai da anni. In realtà i marziani convenuti a Chiomonte, un piccolo paese della valle, appartengono a due specie diverse e quella autoctona non gradisce l’invasione dell’altra che si era insediata da quelle parti con la forza. Questa, da parte sua, ogni tanto finge di deporre le armi pesanti facendo ricorso alle vie legali ma tenendosi pronta a sferrare nuovi attacchi su un territorio i cui abitanti da trent’anni ormai dimostrano di non avere alcuna intenzione di arrendersi e soccombere. Mentre i generali dei marziani invasori tramano preparando nuove invasioni armate a San Didero, un paese pochi chilometri più a valle di Chiomonte, i loro azzeccagarbugli si giocano la carta degli espropri di piccolissimi appezzamenti di terreni boschivi per costruire improbabili raccordi autostradali che dovrebbero venire utilizzati per i mezzi di un cantiere che violenterà una montagna già violentata anche troppo. Ma vale la pena di fare un passo indietro, a quando i marziani autoctoni avevano interrogato gli stregoni per conoscere il futuro.

Che il futuro non fosse roseo, ci avevano messo poco a capirlo. Era il 2012, i marziani invasori si erano già impadroniti con le armi di una bella fetta di bosco e avevano iniziato a recintarlo. Che avessero intenzione di allargarsi i marziani no Tav non ci avevano messo molto a capirlo e avevano deciso di mettere i bastoni tra le ruote. Avevano comprato un pezzo di bosco grande poco più di un appartamento e si erano messi in attesa. Non che nel frattempo se ne stessero con le mani in mani, anzi; da allora molti di loro sarebbero finiti addirittura in carcere accusati ingiustamente dei crimini più orrendi: dall’attentato con finalità terroristiche all’uso di megafoni. L’accusa per il reato più leggero (terrorismo) era poi stata riconosciuta infondata dai giudici ma per l’uso di un megafono una marziana no Tav si era beccata due anni da scontare in carcere ed ora, dietro le sbarre, cercava di immaginarsi la scena nel cratere di Chiomonte.

Fino a pochi anni prima a Chiomonte non c’era alcun cratere anche se il paese appariva spesso un luogo lunare e quasi deserto. Fino agli anni ‘80 era molto diverso: turisti tutto l’anno, d’inverno a sciare sulle vicine piste da sci raggiungibili in seggiovia dal centro del paese, d’estate a fare passeggiate nei boschi. Poi il declino e le beghe tra amministrazioni comunali e proprietari degli impianti di sci restii a pagare le bollette; le olimpiadi del 2006 erano poi servite solo per finanziare lo smantellamento di impianti obsoleti e costruirne di nuovi ancorché inutilizzati a causa delle stesse beghe di prima. Le case dei turisti si erano chiuse una alla volta e i turisti si erano messi in viaggio alla ricerca di nuove piste da sci mentre migranti in arrivo dall’Africa e dai Balcani morivano sepolti dalla neve pochi chilometri più a monte nel loro unico viaggio della speranza. Poi nel 2011 per Chiomonte il colpo di grazia: con il cantiere TAV un bel pezzo di bosco lasciava spazio al cratere lunare con le sue polveri sottili che coprivano le strade, i tetti e i boschi intorno. Il vento che a Chiomonte spesso soffia impetuoso aveva spazzato via anche le speranze di chi aveva creduto alle promesse dei padroni della ferrovia del nuovo far west mentre i vignaiuoli dovevano penare ogni giorno per raggiungere le loro vigne bloccati ai check point per i controlli, quasi fossero palestinesi dei territori occupati dai coloni.

Chissà cosa avranno pensato i due avvocati che assistevano i primi due proprietari no Tav convocati il 22 febbraio per l’esecuzione dell’esproprio del loro terreno. La notte precedente il prefetto di Torino aveva emesso un’ordinanza che vietava l’accesso alla strada che dal centro del paese porta al luogo in cui i proprietari erano stati convocati, all’ingresso del grande bunker che circonda il cratere: l’ordinanza, emessa per ragioni di ordine pubblico, recita che possono accedere, a parte i vignaiuoli (ma solo nel caso che i funzionari di pubblica sicurezza non decidano il contrario), solo i «proprietari convocati dalla Soc. TELT per l’espletamento delle incombenze amministrative secondo modalità e orari indicati dall’autorità espropriante».

Un vero marziano cascherebbe dalle nuvole di fronte a tale ordinanza: TELT è una società di diritto francese, che si presenta in questa circostanza sia con l’abito di ente espropriante che di beneficiario degli espropri, che stabilisce modalità e orari di ordinarie procedure amministrative e il prefetto, anche in assenza di qualsiasi lontano segnale che le procedure possano essere turbate neppure dal vento della valle ordina di interdire «la circolazione dalle ore 00,00 dei lunedì 22 febbraio 2021 sino a cessate esigenze di giovedì 18 marzo 2021».

I marziani autoctoni della Val di Susa sono abituati a queste stranezze dei prefetti che si ripetono ormai da dieci anni e sistemano dunque un punto informativo no Tav al limite della zona rossa per accogliere i proprietari convocati per gli espropri e per assisterli in qualità di tecnici nel corso delle operazioni di esproprio. E non è esattamente un gioco da ragazzi il loro perché, altra anomalia di procedure che di normale hanno ben poco, le operazioni si protrarranno per oltre tre settimane, dalle 8.30 alle 16.30 di tutti i giorni feriali. Ma i marziani no Tav registrano anche questa anomalia al loro taccuino che si riempirà di altre osservazioni alla caccia di irregolarità procedurali che potranno invalidare gli espropri.

I due avvocati si avventurano dunque con i loro due assistiti nella zona rossa e al varco del recinto dove sono convocati vengono accolti da una trentina di carabinieri in tenuta antisommossa con caschi pronti per essere indossati e scudi pronti per essere imbracciati, con tanto di lancia-lacrimogeni ostentati e pronti per l’uso. Mescolati alle truppe in assetto da guerra decine di funzionari della Digos che scrutano, filmano e si sforzano di non mostrarsi aggressivi. Poco più in là, pronti a intervenire, numerosi blindati, auto della polizia e auto con targa civile con numerosi Digos in attesa di un lavoro meno saltuario, ufficiali dei carabinieri con tre stellette e altri desiderosi di stellette. Questo lo schieramento dei marziani della seconda specie.

I proprietari dei terreni no Tav tranquillizzano gli avvocati: «non abbiate paura, oggi sembrano tranquilli». E in realtà sono tranquilli e uno non può non chiedersi il perché di tale ostentazione di forza: nessuna manifestazione era stata programmata, nessun corteo, nessun presidio, nessun gesto dimostrativo, nulla di nulla. Il capitano dei carabinieri lo sapeva bene, ai funzionari della Digos poi non sfugge nulla. Eppure il prefetto aveva interdetto l’accesso prima di andare a letto, forse a sua insaputa.

A questo punto il clima diventa surreale: l’ingegnere di TELT responsabile degli espropri accoglie no Tav e avvocati con grandi sorrisi: roba da non crederci, mancano solo gli abbracci forse a causa delle norme anticovid. Il contrasto con lo spiegamento delle truppe è forte, i marziani no Tav si chiedono cosa possa celarsi dietro un atteggiamento inusuale per uno che in altre occasioni ha fatto dell’arroganza la sua bandiera.

Si va avanti così, con sorrisi e gentilezze elargiti a piene mani dagli altri addetti dell’ente espropriante. Avvocati e marziani espropriandi vengono fatti accomodare su un pulmino sanificato che, scortato da auto della polizia, si avvia verso il cratere/cantiere. Al chek point successivo militari in tuta mimetica aprono un varco tra i jersey sormontati da rotoli di quello che ha sostituito ormai da anni il vecchio filo spinato: si tratta delle cosiddette “concertine” di acciaio che lacerano inesorabilmente chi le sfiora, le stesse utilizzate anche ai check point israeliani per tenere in gabbia i palestinesi. Quando si dice globalizzazione…

Finalmente il cratere/cantiere si mostra alla vista dei marziani no Tav e dei loro avvocati!

Qualcuno ricorda quando nel 2015 una decina di alti magistrati, giudici di corte suprema, avvocati difensori dei diritti umani arrivati anche da altri continenti avevano subìto analoghi controlli osservati da vicino da militari a bordo di mezzi corazzati con cingoli e armamenti vari. Quella volta però ai giudici del Tribunale Permanente dei Popoli non era stato concesso l’onore di addentrarsi fin dentro il cratere/cantiere e avevano solo portato con sé una foto ricordo e il ricordo di una giornata che non avrebbero dimenticato. Avrebbero poi scritto nella sentenza in cui venivano riconosciute non poche violazioni di diritti fondamentali di un’intera comunità: «Nella loro visita alla zona, i membri di una delegazione del TPP sono stati trattati come potenziali delinquenti».

I nostri espropriandi a questo punto possono finalmente effettuare il sopralluogo sul terreno di cui (forse) verranno espropriati e iniziano a fare osservazioni, contestare le posizioni dei picchetti che delimitano i confini, rilevare anomalie varie, misurare, contare il numero degli alberi e le circonferenze dei tronchi ecc. ecc. Marziani sì, ma bene informati dei loro diritti e intenzionati a fare le pulci su ogni cosa. Il tutto si conclude con la firma dei verbali, i due (forse) futuri espropriati risalgono sul pulmino tra saluti e sorrisi ostentati a cui rispondono con un cenno soltanto, per pura educazione. Intorno a loro un pullulare di militari in tuta mimetica, funzionari Digos, auto della polizia, presunti tecnici di marziani invasori. I due marziani autoctoni non mancano di lasciarsi andare in amare considerazioni sull’enorme spreco di danaro pubblico utilizzato anche per questa messinscena. Sì, perché tra le spese accessorie varie un centinaio di marziani più o meno occupati per più di otto ore al giorno e per oltre tre settimane costeranno un bel po’, no?

Qualcuno si chiederà perché queste anomale operazioni si protrarranno così a lungo. La risposta è semplice: perché ai due primi marziani no Tav che hanno effettuato il primo sopralluogo ne seguiranno altri 1052, scaglionati di 15 minuti in fila per due, con il resto di zero. Fino al 17 marzo, l’esproprio più lungo della storia.

Ecco perché i marziani no Tav rischiano di vincere: perché al contrario degli altri marziani ci mettono il cuore e l’entusiasmo di chi sa di essere dalla parte della ragione. In un freddo autunno del 2012, sotto una nevicata si erano messi in fila in un prato vicino a Susa per entrare, uno alla volta, in un piccolo container dove un notaio registrava l’atto di acquisto di un terreno grande poco più di un alloggio. Erano 1054, arrivati anche da altre regioni, e del freddo non gliene importava nulla perché si scaldavano e si commuovevano alla vista di quello spettacolo in cui erano al tempo stesso spettatori e attori protagonisti. Avevano guardato lontano e avrebbero messo un granello di sabbia in un ingranaggio di una macchina infernale ed energivora. Ora siamo al dunque, le procedure di esproprio si stanno svolgendo regolarmente e così sarà nei prossimi giorni, nonostante i tanti marziani armati e i salamelecchi dei marziani vestiti da civili che su incarico della società espropriante distribuiscono ordini a quelli armati.

Poi si vedrà come andranno le cose.

Le anomalie sono tante, i marziani no Tav le mettono a verbale e le annotano sui loro taccuini. Quindi tornano al punto informativo ai margini della zona rossa interdetta del prefetto, si interrogano sulla stranezza dei troppi salamelecchi e valutano nuove strategie. Poi spillano dal thermos un po’ di caffè e si servono una fetta di torta portata da altri marziani, mettono gli appunti in bella copia, allegano i verbali firmati che passeranno agli avvocati. Sanno che c’è barricata e barricata, questa è una barricata di carta, come tante altre erette in passato in parallelo ad altre barricate. In ogni caso i marziani no Tav ci mettono sempre i loro corpi, non delegano nessuno e non si vendono.

Di questi marziani molti hanno un’immagine distorta: è solo perché non li conoscono, la paura dell’ignoto è grande, ci vuole un minimo di coraggio e un po’ meno fiducia cieca nei confronti di chi li dipinge a tinte fosche. Dovrebbero andare nella loro bellissima valle, parlare con loro, partecipare (Covid permettendo) alle loro feste e alle tante iniziative che promuovono per tenersi vivi. Vivi in tutti i sensi.

Di Ezio Bertok da volerelaluna

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