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Articoli filtrati per data: Thursday, 25 Febbraio 2021

La sostenibilità è un tema centrale ormai da diversi anni. Qualcosa con cui anche il capitalismo ha dovuto fare i conti, coniando il mito dello sviluppo green e sostenibile.

La rinnovata sottoscrizione da parte di Joe Biden, all'indomani della sua elezione, degli Accordi di Parigi ha occupato e permeato immediatamente il discorso pubblico. Un evento che può cambiare molto le carte in tavola nel panorama mondiale ed europeo.

Anche il nuovo scenario politico italiano pare andare nella direzione di volersi assumere il comparto dell'ecologismo come nodo irrimandabile, chiaramente nella prospettiva liberale basata sull'accumulazione che contraddistingue i personaggi chiave di questo neonato Governo.

A pochi giorni dal suo insediamento, Draghi si è impegnato a ricevere tre rappresentanti dell'ambientalismo più o meno d'antan, ha dichiarato l'intenzione di questo Governo di mettere al centro del proprio programma politico l'ambiente e ha istituito un ministero per la transizione ecologica. L'iniziativa, che ha destato il pubblico plauso, condensa in un solo scranno il ministero dell'ambiente e, ça va sans dire, il settore energetico del ministero per lo sviluppo economico. Di nuovo, il mito di un possibile sviluppo sostenibile, l'ipotesi di conciliare crescita economica – in termini di crescita del PIL – e sostenibilità, tornano sulla scena. E lo fanno con l'intenzione di restare.

Emblematicamente, il governo italiano si è affrettato ad affidare la gestione della crisi climatica a uno dei più illustri manager di Leonardo, Cingolani: à la guerre comme à la guerre. Siamo pronti ad affrontare la partita che ci si pone davanti?

Secondo gli accordi, nei prossimi due anni, ogni Stato membro dell'UE dovrà destinare il 37% dei fondi del Recovery Fund in investimenti verdi non meglio specificati: non sono state poste condizioni, né indicate chiare linee guida in merito.

Il risultato è che ciascun Paese potrà scegliere in autonomia come spendere quei fondi, e dovrà farlo in fretta. Non ci sarà quindi il tempo, in ambito istituzionale, di ripensare profondamente al modello di sviluppo che ha così severamente minacciato la vita sul pianeta. Ci si accontenterà di pescare dal mare magnum in cui nuotano i pescecani, diventati il punto di riferimento delle politiche di sostenibilità dopo decenni di sfruttamento e devastazioni impunite. Via libera quindi a ENI, Enel, Snam, A2A, Erg, Saipem, Falck, Terna, Hera, Italgas e ai loro progetti sulle rinnovabili. Poco importa se la maggior parte di loro ha iniziato a concepire una parziale riconversione solo negli ultimi anni, quando la crisi climatica si è imposta con urgenza nel dibattito pubblico e nelle mobilitazioni sociali e solamente con lo scopo di continuare ad esistere e guadagnare. Poco importa se la storia di queste compagnie è una storia di inquinamento, di violenze, di sottrazione di risorse: ora promettono l'oro verde.

Sono promesse vane: sappiamo come agiscono le multinazionali del fossile. Spendono in marketing più di quanto investano nei settori delle rinnovabili, così da dare l'impressione di un'inversione di rotta, ma alla prova dei fatti si riconfermano le principali artefici delle emissioni climalteranti. Nel caso ad esempio di ENI, la voce spesa legata all'upstream rappresenta ancora il 70% degli investimenti, con un aumento del solo 0,8% degli investimenti nel rinnovabile. Come dichiara la stessa azienda, «La nostra strategia a lungo termine resta invariata e la nostra trasformazione è irreversibile»: non ci sarà mai l'interesse a ridurre l'estrazione di petrolio, lo sforzo green sarà teso semmai a progettare strategie di cattura di CO2, con infrastrutture pericolose come quelle in progetto a Ravenna, per poter continuare a inquinare.

Ma c'è di più: pur ammettendo la capacità di queste multinazionali di investire i fondi del Next Generation UE nelle rinnovabili, ci troveremmo di fronte a due ordini di problema.

Primo: l'investimento in forme di energia "verdi" non cancellerebbe il portato di decenni di estrazione, lavorazione e distribuzione del fossile. Un portato che si misura in inquinamento dell'aria, dell'acqua e della terra, in espropriazone di terreni (soprattutto nel Sud Globale, ma non solo), in soppressione dei diritti umani, in manipolazione e ricatto da parte delle istituzioni.

Secondo: l'investimento in forme di energia "verdi" non è un processo né verde né tantomeno sostenibile. Una delle parole-chiave del Recovery Fund pare essere "idrogeno", una risorsa che ad oggi deriva per più del 99% da fonti fossili. Per essere precisi, dal processo di lavorazione del gas, che infatti negli ultimi anni è stato celebrato come una risorsa verde rispetto al petrolio, e sul quale ENI ha fatto grossi investimenti ad esempio in Mozambico e nell'Artico.

Oltre al settore del fossile, più immediatamente riconducibile alle emissioni climalteranti, nel dibattito intorno all'esigenza di coniugare crescita del PIL e sostenibilità si continua a parlare di cantieri e grandi opere. Dunque, i fondi che dovrebbero essere messi a disposizione della messa in sicurezza dei territori, che dovrebbero essere impiegati nelle piccole opere di prossimità, nelle bonifiche, nelle misure di abbattimento dell'inquinamento, vengono invece usati per finanziare mega-progetti inutili e con impatti devastanti sui territori e sui diritti di chi li vive.

Quella che ci si staglia di fronte non è la nostra transizione: è una manovra tutta estetico-finanziaria che punta alla sopravvivenza del business as usual. Non risolve affatto la crisi ecologica che abitiamo e che peggiora di giorno in giorno assumendo forme note e inedite. Non elimina alla radice i fattori che hanno reso possibile lo sfruttamento, le disuguaglianze, le malattie. Così come quando si parla di riparazione dei danni coloniali si chiede che siano gli Stati imperialisti a ripagare le comunità colonizzate, allo stesso modo dovremmo esigere che a pagare la riconversione – reale ed equa – sia chi per decenni ha avvelenato l'aria, l'acqua, la terra. Non dovremmo esultare perché le stesse compagnie riceveranno miliardi di euro di debito pubblico con cui ripulirsi faccia e coscienza intavolando misere opere di "compensazione" dei danni.

Rise Up 4 Climate Justice è nata con un obiettivo chiaro: creare mobilitazioni larghe e radicali per la giustizia climatica ed è questo il momento di farlo.

Ci troviamo nel pieno di una pandemia che ha stravolto qualsiasi equilibrio, che ha mostrato i limiti del capitalismo estrattivista ma che allo stesso tempo sta fornendo ad esso la possibilità di ristrutturarsi, cambiando volto ma mantenendo la tossicità che lo ha sempre contraddistinto. Forzare il cedimento di questo mortale sistema di cose tocca a noi.

I mesi che ci attendono ospiteranno appuntamenti emblematici: il summit degli azionisti di ENI, durante il quale verrà discusso e approvato il piano investimenti dell'azienda, gli appuntamenti del semestre italiano del G20, ma ancora la COP giovani di Milano, la COP di Glasgow etc. Non per rincorrere un'agenda già dettata, ma per costituirsi granello di sabbia nella ruota dentata, indicare con chiarezza i momenti in cui muove l'avversario, immaginare mobilitazioni direttamente in queste occasioni, o in vista delle stesse, è fondamentale. Fare luce sulle responsabilità della crisi climatica, rivendicare il diritto a un ecosistema sano, appare urgente.

Le resistenze territoriali sono esperienze fondamentali in questo momento di forzato polarismo: il rapporto che ciascuna comunità ha intrecciato con il territorio che abita è l'unica garanzia per la tutela dell'ambiente e della sua salvaguardia. Negli ultimi mesi abbiamo visto la forza con cui i comitati hanno affrontato la partita sui depositi di scorie nucleari, coinvolgendo e schierando le comunità per la salvaguardia dei propri territori. È fondamentale dare voce e sostegno a queste esperienze, anche alle più di nicchia, perché i piani di sviluppo non mettano ulteriormente a repentaglio gli ecosistemi.

Oggi più che mai, non possiamo considerare la questione politica dell'ecologia – che Rise Up ha scelto di assumere come campo di battaglia – slegata dalla delicata fase sociale che ci si presenta.

Gli equilibri di tenuta del sistema vacillano e gli eventi ci impongono di prendere in carico un'analisi del reddito e del lavoro, irrimandabile se vogliamo porci a un livello avanzato di contrapposizone alla deriva green che sta assumendo la ristrutturazione del capitalismo e del lavoro.

La sfida in questo senso è soprattutto quella di rendere dialettico il rapporto tra lotta ambientale e lotta sociale, senza limitarci a lasciare le nostre analisi in un limbo di incomunicabilità, ma piuttosto traducendole in pratica quotidiana di contrapposizione ecologica di classe.

Prepariamoci ad attraversare i mesi che verranno costruendo mobilitazioni e alleanze: domenica 7 marzo, alle ore 15:30, partecipa anche tu all'assemblea di Rise Up.

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Argomento: Rise Up 4 Climate Justice

Ora: 7 mar 2021 03:30 PM Roma

Entra nell'incontro in Zoom

https://unive.zoom.us/j/82883597934

ID riunione: 828 8359 7934

Passcode: riseup4

Da Rise Up 4 Climate Justice

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Il 7 aprile 1926 una donna irlandese uscì dalla folla a Roma e sparò un colpo a uno dei dittatori più famigerati del XX secolo. Un proiettile ha sfiorato il naso di Benito Mussolini, ma il leader italiano è sopravvissuto al tentativo di omicidio. Tra i molti atti di coraggio individuale contro il fascismo in Europa nel 20esimo secolo, quello di Violet Gibson è andato in gran parte perso nella storia. Delle quattro persone che hanno tentato di assassinare Il Duce, lei è stata quella che c’è andato più vicino.

Ora, quasi un secolo dopo, le iniziative per appendere una targa a Dublino si stanno intensificando. Il suo attentato alla vita di Mussolini è arrivato tre anni dopo il suo governo, mentre stava facendo un discorso. Ha sparato tre colpi prima che la pistola si inceppasse e poi è stata attaccata dai sostenitori di Mussolini, salvata solo dalla polizia intervenendo e arrestandola. Dopo un po’ di tempo speso in una prigione italiana, è stata deportata in Inghilterra, cosa che si sospetta possa essere accaduta per risparmiare l’imbarazzo di un processo pubblico in Italia. Successivamente è stata detenuta al St Andrew’s Hospital, un manicomio a Northampton, fino alla sua morte nel 1956.

Violet Gibson proveniva da una ricca famiglia anglo-irlandese di Dublino. Nei giorni successivi al tentato omicidio, il presidente del Consiglio esecutivo dello Stato libero irlandese W.T. Cosgrave, scrisse a Mussolini per congratularsi con lui per la sua sopravvivenza. La sua storia è resa ancora più improbabile dalle circostanze della sua nascita. Figlia dell’aristocratico anglo-irlandese Baron Ashbourne, Lord Cancelliere d’Irlanda (l’ufficio legale più alto del paese all’epoca), era una debuttante alla corte della regina Vittoria. Il Consiglio comunale di Dublino ha ora approvato una mozione che ha dato il primo consenso per affiggere una targa a lei dedicata in città. La mozione afferma che “l’antifascista impegnata” dovrebbe essere portata “agli occhi del pubblico e dato il suo giusto posto nella storia delle donne irlandesi e nella ricca storia della nazione irlandese e del suo popolo”. “Era conveniente, all’epoca, sia per le autorità britanniche che per la sua famiglia vederla come ‘pazza’ piuttosto che come politica”, aggiunge la mozione. ‘Per il suo coraggio ha sofferto atrocemente’. Il consigliere comunale indipendente di Dublino Mannix Flynn, che ha presentato la mozione, ha detto che Violet Gibson era una persona che “per qualche strana ragione, l’establishment irlandese, e in effetti l’establishment britannico, l’hanno completamente ignorata”. “Come la maggior parte delle persone, e in particolare le donne, che hanno fatto cose straordinarie, vengono sempre messe in secondo piano”, ha detto. “Se guardi alla prima o alla seconda guerra mondiale, le donne erano proprio lì con gli uomini. Qua e là ora tiriamo fuori dalla borsa le cose strane per riconoscerne il debito con la storia, ma è una cosa rara. Per alcune strane ragioni, Violet Gibson è diventata una sorta di imbarazzo, è stata evitata, hanno cercato di dire che era pazza per nascondere la vergogna”. Benito Mussolini governò l’Italia dal 1922 al 1943.

Il signor Flynn ha aggiunto che la famiglia di Violet Gibson aveva dato il loro sostegno per la targa e si aspettava che la proposta passasse alla fase successiva della commissione nelle prossime settimane. Ha detto che mentre dipenderà dall’ottenere il permesso del proprietario dell’edificio, un luogo probabile per la targa sarebbe la sua casa d’infanzia nella zona di Merrion Square a Dublino. Nel 2014, la storia di Violet è stata portata a un pubblico più ampio da un documentario radiofonico trasmesso da RTÉ, realizzato da Siobhán Lynam, e attingendo al libro “The Woman Who Shot Mussolini”, di Francis Stoner-Saunders. Il documentario successivamente è servito come base per il film “Violet Gibson, La donna irlandese che ha sparato a Mussolini”, diretto dal marito della signora Lynam, Barrie Dowdall, e attualmente proiettato in festival cinematografici internazionali. “La gente andava in pellegrinaggio per cercare di uccidere Mussolini”, ha detto la signora Lynam.

Il signor Dowdall ha spiegato che una “cosa fondamentale” nella storia è stata una serie di lettere che Violet ha scritto facendo appello per il suo rilascio dal St Andrew’s Hospital a potenti figure della società britannica, tra cui la principessa Elisabetta – l’attuale regina – e Winston Churchill, che è possibile abbia trascorso del tempo con lei quando era in Irlanda da bambino. La sig.ra Lynam e il sig. Dowdall hanno potuto visionare le lettere a Northampton, dove non sono state inviate ai destinatari previsti. “È stata rilasciata [dall’Italia] a condizione che fosse rinchiusa per il resto della sua vita”, ha detto la signora Lynam. Come parte della loro ricerca, il team di marito e moglie ha esaminato i materiali d’archivio in Italia e ha affermato che la più grande raccolta di informazioni su qualcuno degli individui che hanno tentato di assassinare Mussolini si trovava su Ms Gibson. “Se questo fosse stato fatto da un uomo, probabilmente ci sarebbe stata una statua o qualcosa di simile. Poiché era una donna, è stata rinchiusa. Siamo così felici di essere in grado di raccontare questa storia e di tirarla fuori per il pubblico”, ha detto il signor Dowdall. Ha detto che la targa era una buona cosa in quanto riconosce il valore di Violet Gibson e ha contribuito a portare la sua storia a un pubblico più ampio. “Violet Gibson era una persona molto coraggiosa nel fare quello che ha fatto, e tra lei e Benito Mussolini, e tutte le cose che ha fatto, chi era davvero pazzo?” Il Partito Nazionale Fascista di Mussolini salì al potere in Italia all’indomani della prima guerra mondiale, sostenuto da gruppi armati noti come camicie nere che intimidirono gli oppositori. I fascisti presero il potere all’inizio degli anni ’20, smantellando le istituzioni democratiche e Mussolini divenne il dittatore italiano nel 1925. Ha sostenuto il generale Francisco Franco nella guerra civile spagnola e ha sostenuto Adolf Hitler nella seconda guerra mondiale. Mussolini adottò alcune delle politiche di Hitler, in particolare le leggi antiebraiche del 1938 che spogliarono gli ebrei italiani dei loro diritti civili. Più di 7.500 ebrei italiani sono morti nell’Olocausto. Mussolini fu giustiziato dopo la sua cattura da parte dei partigiani italiani nel 1945, mentre tentava di fuggire dall’avanzata alleata.

Da lesenfantsterribles

 

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in CULTURE

In un’intervista a Sterk TV, Murat Karayılan, membro del comitato esecutivo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ha condiviso i dettagli sull’operazione militare dello stato turco a Gare. Karayılan ha condiviso le informazioni secondo cui quando le forze della guerriglia curde avevano completamente circondato le forze militari turche, le forze armate turche hanno usato gas chimici per poter fuggire dall’area.

“Non appena sono arrivati, hanno dovuto affrontare una resistenza eroica. I nostri amici li hanno colpiti molto duramente “, ha affermato. E con il tempo hanno capito che erano bloccati e quindi hanno usato gas chimici e sono scappati”.

Gare è stata un punto di rottura

Sottolineando che l’operazione fallita a Gare è stata un punto di svolta per l’esercito turco e il governo dell’AKP, Karayılan ha affermato: “Questa è una sconfitta così profonda, un punto di rottura. Tayyip Erdoğan ha dovuto ammettere per la prima volta di aver fallito “.

Karayılan ha anche condiviso informazioni dettagliate sui 13 prigionieri turchi, che il PKK ha sorvegliato come prigionieri di guerra per anni e che sarebbero stati uccisi alla fine dell’operazione a Gare.

“Questi attacchi operativi non sono stati lanciati per salvare e liberare quegli individui. Volevano stabilire la loro presenza militare nel mezzo della regione di Gare. Chiunque capisca la logica della guerra può capire che questa non è stata una mossa intelligente “, ha affermato.

“Stiamo parlando di un campo sotterraneo, dicono anche questo, che il campo aveva 7 accessi.Se attacchi un posto del genere con attacchi aerei e vari gas chimici, è possibile che qualcuno possa rimanere vivo all’interno?Questo è inconcepibile. La responsabilità della morte dei prigionieri è completamente delle autorità turche. La loro brutalità, la loro insensibilità hanno causato tutto questo.

Comitati indipendenti possono visitare l’area

Karayılan ha chiesto giustizia internazionale e un’inchiesta indipendente e ha invitato un comitato internazionale indipendente a visitare Gare e condurre un’indagine urgente sulle dichiarazioni dello Stato turco e del PKK.

“Siamo aperti. Comitati indipendenti possono visitare l’area e condurre un’indagine indipendente. Abbiamo i corpi deceduti dei nostri amici. Possono prelevare campioni da loro “, ha dichiarato.

Da Uikionlus.orgUikionlus.org

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La lotta dei riders non è mai finita in questo lungo anno pandemico, ma spesso è stata ignorata colpevolmente dai media. A volte addirittura le grandi testate italiane si sono spese in evidenti marchette alle piattaforme di delivering raccontando immaginarie vicende di riders ricchi e felici e tentando di leggittimare una narrazione individualista da libero mercato di cui le multinazionali si fanno vanto.

La dura verità di questo anno però è stata ben altra. I riders sono stati arruolati loro malgrado tra gli eserciti dei cosidetti "lavoratori essenziali" con scarsissime misure di sicurezza (aggravate naturalmente dal virus) e garanzie. Nei primi mesi del lockdown alcuni sono stati addirittura multati, prima che la discrezionale e arraffazzonata decisione su quali lavori fossero essenziali o meno venisse presa dal governo sulla spinta delle lotte operaie. Dopo è ripreso il quotidiano bollettino di incidenti sul lavoro, sfruttamento e scioperi.

La battaglia dei riders per la conquista di condizioni di lavoro dignitose è continuata dunque senza sosta arrivando a lambire le aule di tribunale. Diversi sono i processi intentati in varie città contro le piattaforme multinazionali da Torino a Milano. Particolare scalpore ha suscitato la maxi-indagine di Milano dove per la prima volta si è parlato esplicitamente di "schiavismo" e la procura ha richiesto l'assunzione di sessantamila dipendenti e ammende per l'ammontare di 733 milioni di euro. L'indagine è partita proprio dal lockdown e dagli incidenti stradali che hanno coinvolto i riders in questi mesi. Le aziende poste sotto la lente di ingrandimento sono Just Eat, Uber Eats, Glovo e Deliveroo.

Quanto portato alla luce dal processo non stupisce: si parla di "caporalato digitale", di vuoti legislativi in cui le piattaforme si sono mosse più o meno legalmente, di lavoro subordinato mascherato da lavoro autonomo, dell'assenza totale di garanzie in caso di incidenti o di astensione forzata dal lavoro.

Deliverance Milano sulla propria pagina facebook parla di "un colpo pesantissimo alla narrazione delle piattaforme, al loro modello di business basato sulla falsa autonomia e l'abuso del lavoro occasionale, sulla negazione di qualsiasi diritto e l'infrazione di leggi e contratti."

La battaglia sul piano legale per quanto riguarda i diritti sul lavoro dei riders però è tutt'altro che conclusa. In questi giorni è in corso un altro processo importante, cioè quello sull'illegittimità del contratto di inquadramento dei lavoratori firmato da UGL ed Assodelivery. Il processo ha assunto caratteri farseschi quando l'azienda Deliveroo ha portato a testimoniare un falso rider. Non un falso rider qualunque, non un attore, ma una persona molto vicina all'azienda che per due anni è stata responsabile delle risorse umane delle aree Nord e Centro Italia e che in seguito ha fondato una società di corrieri che tuttora collabora con Deliveroo. E' evidente che queste aziende della distopia digitale non vogliono mollare l'osso e ridistribuire anche solo in parte i profitti astronomici che si acapparrano con il lavoro schiavistico dei ciclofattorini.

Ma la lotta dei riders non sta continuando solo nelle aule di tribunale. Nelle strade e nelle piazze di molti paesi ieri i lavoratori hanno scioperato e portato avanti iniziative per l'action day globale promosso dalla rete transnazionale Unidxs World Action che raduna esperienze di rider e driver da tutto il mondo. L'iniziativa ha avuto luogo in concomitanza con l'inizio al Parlamento Europeo della discussione e del giro di consultazioni per la promulgazione di una direttiva sui lavoratori delle piattaforme digitali.

Dunque i fronti aperti sono molti e c'è da scommettere che dalla vittoria o meno di queste battaglie dipenderà il modello del mondo del lavoro di domani. I riders per conto loro non sembrano volersi fermare di fronte a queste prime vittorie e rilanciano su uno sciopero e una mobilitazione nazionale per fine marzo.

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Grecia. Medici e personale marittimo in sciopero in Grecia per chiedere un aumento dei salari e indennità di disoccupazione, nonché la protezione dei diritti sociali, colpiti dalle misure del governo conservatore con la “scusa” della pandemia. I battelli hanno gettato l’ancora nei porti della Grecia continentale a causa di uno sciopero di 48 ore, martedì e mercoledì su indicazione dell’Unione dei meccanici navali (Pemen), paralizzando i collegamenti marittimi con le isole.

Centinaia di medici hanno poi ieri, martedì, manifestato ad Atene, dopo che il loro sindacato, Oenge, ha indetto uno sciopero di 24 ore. “Non approfittate della pandemia per compromettere i nostri diritti sociali”, hanno scandito i medici al governo conservatore greco. Chieste poi “assunzioni massicce” e “requisizione di cliniche private” per far fronte a “crescenti bisogni”, degli ospedali dell’Attica, la regione di Atene, la più colpita dal Covid-19.

Sempre in Grecia proseguono le mobilitazioni studentesche, dopo l’istituzione di un corpo di polizia ad hoc dentro gli atenei. Una mossa fortemente voluta dall’esecutivo di Nea Democratia, alle prese pure con una proposta di legge analoga al (tristemente) noto “ddl Pillon” in Italia, mentre è stato arrestato con l’accusa di abusi su minori dell’attore e regista Dimitris Lignadis, direttore artistico del Teatro Nazionale di Atene, legato a doppio filo all’entourage famigliare del premier Kyriakos Mitsotakis.

In carcere, dal 2002, c’è anche Dimitri Koufontinas, membro dell’organizzazione rivoluzionaria “17 novembre”. Koufountinas è dall’8 gennaio in sciopero della fame (ha iniziato ora anche quello della sete) contro la nuova legge sulla detenzione carceraria repressiva ad hoc contro di lui.  Koufountinas, dalla terapia intensiva, chiede che venga rispettato il suo diritto, concesso anche dall’ultima legge autoritaria, di essere trasferito nella prigione di Korydallos, vicino Atene, rispetto al penitenziario della Grecia centrale, quello di Domokos. Per ora l’unica risposta è stata quella della Procura di Lamia, che ne ha ordinato l’alimentazione forzata

L’intervista sull’attuale situazione in Grecia con Tonia Tsitsovitz, compagna greca. Ascolta o scarica

 

 

Da Radio Onda d'Urto

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