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Articoli filtrati per data: Monday, 22 Febbraio 2021

Questo sabato nuove mobilitazioni sono partite nelle strade di diverse città in Spagna per chiedere la libertà di Pablo Hasel e di tutti gli arrestati durante le cariche della polizia di questi giorni. 

A Madrid la manifestazione è trascorsa senza incidenti, mentre a Barcellona si sono ripetuti scontri come nei giorni scorsi. Le forze di polizia hanno nuovamente dispiegato un enorme dispositivo repressivo in quasi tutte le città.

A Madrid, l'eccessivo dispiegamento di forze dell’ordine contro la manifestazione di protesta in Plaza Callao non ha disturbato il corteo che si è svolto in tono pacifico e giocoso, anche ballando e rappando di fronte all'accerchiamento di diverse centinaia di poliziotti antisommossa della UIP, che questa volta non hanno agito con la loro abituale forza repressiva.

A Barcellona, una grande manifestazione ha attraversato il centro della città, scandendo di nuovo slogan per la libertà di Pablo Hasel e delle persone arrestate durante le operazioni della polizia di questi giorni. Dalle 20.30 hanno cominciato a diffondersi immagini di negozi che venivano saccheggiati, così come di filiali di banche che ricevevano colpi e proiettili da alcuni manifestanti.

La Guardia Urbana ha chiuso alcune strade e il Comune ha rimosso i cassonetti della spazzatura in alcune strade del centro per evitare che venissero usati come barricate o bruciati.

Una volta iniziati gli scontri, sono state costruite barricate con sacchi di macerie per escludere la polizia dalle strade centrali della capitale catalana. Un falò è stato incendiato davanti all'edificio della Borsa di Barcellona.

L'intervento del BRIMO ha prodotto diversi feriti. A Gràcia hanno accerchiato centinaia di manifestanti pacifici e si sono scatenati contro di loro, causando decine di feriti.

Tradotto da https://kaosenlared.net/ del 22/02/2021

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I locali di via San Luca 15 a Genova, dove era la sede della segreteria del Genoa Legal Forum e dove si è svolto tutto il lavoro processuale di difesa dei manifestanti imputati per devastazione e saccheggio, diventeranno a breve gli uffici di una banca. E forse è giusto così. Ci sembra una fine emblematica per l’ultimo luogo vivo per molti anni dopo il 2001: ben rappresenta la parabola di un movimento che aveva le istituzioni finanziarie tra i propri bersagli, ma che non ha saputo dare alcuna risposta collettiva al più feroce episodio di repressione, poliziesca prima e giudiziaria poi, degli anni 2000.

Nel luglio 2001, in concomitanza con gli incontri del G8, a Genova si è svolto uno dei molti controvertici del Movimento no global, espressione di presa di coscienza popolare che è riuscita finalmente a smontare la favola per cui il liberismo assoluto sarebbe l’unica strada percorribile e soprattutto propone alternative praticabili. Genova fu il culmine di un movimento fluido e contraddittorio che, con un paradosso stimolante, si estendeva in tutto il globo contro la globalizzazione, che metteva insieme preti e anarchici, pratiche pacifiste e azioni dirette, generazioni diverse, partiti e cani sciolti e che vedeva finalmente non solo élite colte occidentali prendere parola, ma anche e soprattutto una critica economica e politica che veniva dagli strati delle popolazioni del sud del mondo più colpite dal liberismo.

A Genova il movimento no global incontrò la ferocia del potere impersonificato da orde incontrollabili di agenti delle forze dell’ordine che invece di contenere la protesta dichiararono la città zona di guerra, una guerra in confronto alla quale anche le azioni intraprese dal discusso blocco nero furono poco più che marachelle. Senza voler scendere in tediose discussioni su chi fosse l’uomo di turno in cabina di regia, su quali fossero le responsabilità di ogni singolo dirigente delle forze dell’ordine, sul ruolo della stampa nei giorni precedenti, la storia di quei giorni è una sola: centinaia di migliaia di persone in poco più di 48 ore si scontrarono con il prezzo vero dei propri sogni e delle proprie convinzioni politiche. E ne furono in buona parte spazzati via. Carlo Giuliani pagò più di tutti, con una pallottola in un occhio sparata da un carabiniere e un sacco di infamità sul suo conto dette da bocche troppo larghe. Le immagini del suo corpo violato furono riprese da mille telecamere e immediatamente trasmesse da Indymedia, per raccontare una verità che in quel momento la stampa mainstream aveva solo il coraggio di balbettare.

Un breve passo indietro, perché è facile dire Indymedia, ma sono passati due decenni e le cose vanno spiegate. Nel 2001 Indymedia è un gigantesco network internazionale di comunicazione indipendente la cui parte più importante è una colonna di notizie totalmente autogestite dagli utenti. Chiunque poteva pubblicare qualsiasi cosa senza nessuna censura, anonimamente e in forma scritta, video o audio. Una libertà infinita e inebriante. Una sorta di gigantesco libero e anarchico social ante litteram che vede nei social attuali una distorsione di quell’idea di libertà di comunicazione non mediata da interesse monetario, commerciale o censorio: dove Indymedia era un luogo in cui ognuno esercitava la libertà di parola assoluta, Facebook è un luogo in cui qualsiasi parola può essere censurata per motivi che nessuno ha il dovere di spiegare visto che è un luogo assolutamente privato e regolato da interessi finanziari.

Lo slogan di Indymedia era «Don’t hate the media, become the media» («Non odiare i media, diventa i media»), e lo siamo diventati, nel bene e nel male. Gli eventi del G8 di Genova e dei mesi precedenti, a partire da Seattle, sono stati forse i più documentati in assoluto da parte di telecamere private, non organizzate e totalmente autogestite. Durante le giornate di Genova sono state girate migliaia di immagini e anche e soprattutto in questo è stata evidente una delle contraddizioni di quel momento: senza le immagini dei videomaker indipendenti, riuniti sotto il network di Indymedia, avremmo tutti potuto vedere molto poco di quanto acceduto a Genova e sicuramente avremmo visto questa storia raccontata solo dai giornalisti embedded al di là delle grate che delimitavano la zona dove si svolgeva il G8. Invece, la storia di Genova l’ha scritta chi c’era attraverso le immagini che improvvisamente esplodevano sui computer e sulle tv di tutto il mondo. Contemporaneamente però, queste immagini erano anche il pane di cui la procura genovese si è nutrita per costruire una teoria (diventata poi verità processuale) secondo la quale le azioni e le reazioni dei manifestanti erano inscrivibili all’interno del reato, allora praticamente sconosciuto, e ora invece fin troppo noto, di devastazione e saccheggio. Dagli 8 ai 15 anni di galera. Abbiamo amaramente imparato che il numero terribile qui non è 15. È 8. Perché se ti processano per devastazione e saccheggio forse 15 anni non te li danno, ma 8 di sicuro sì, perché meno di 8 nemmeno il giudice più clemente può deliberarli senza un’assoluzione.

Torniamo a Genova, nei giorni caldissimi di fine luglio 2001.

L’urto del massacro poliziesco è devastante. Nei giorni immediatamente successivi al G8 il movimento non regge la pressione e non trova una voce sola e una sola verità che possano tenerlo unito; si sgretola in una pletora di opinioni, accuse, marce indietro, giustificazioni e infamie che lo rendono fragile e incoerente. La discussione, invece che incentrarsi su come difendere tutti coloro che nei mesi successivi si sarebbero trovati sotto inchiesta, si incastra sulla dicotomia violenza/non violenza, perdendo lucidità ed efficacia a ogni frase.

Intanto, la procura lavora velocemente: la possibilità di un processo rapido e simbolico è un’opportunità succulenta e una delle operazioni più brillanti è il sequestro, all’interno del centro sociale TPO a Bologna, di un nutrito tesoro di video di Indymedia, inediti e soprattutto incriminanti.

Si struttura il processo ai 25 manifestanti e il Genoa Legal Forum, cioè il gruppo di avvocati attivisti che tenevano le fila della difesa del movimento durante e dopo il G8, si trova davanti a un problema davvero importante: affrontare una mole di lavoro documentale enorme nel breve tempo concesso. Così, in quegli uffici di via San Luca 15, quello che poi diventerà SupportoLegale è entrato nel 2004 come costola di Indymedia proprio per rispondere alla richiesta di aiuto della segreteria legale.

La prima grande difficoltà fu mettere a confronto i tempi dilatati del consenso e i metodi assembleari di Indymedia da un lato, e la necessità di essere una macchina efficace e veloce dall’altro per rispondere a ogni colpo della procura. Il progetto, inizialmente ampio e fluido, si asciuga; dopo un’assemblea difficile e lunghissima si separa da Indymedia e individua i propri obiettivi e i propri metodi. Il gruppo che già da mesi lavorava a regime serrato sulla trascrizione di decine di faldoni, sull’analisi di migliaia di ore di video, sull’ascolto di centinaia di file audio, si solidifica e si struttura per non fermarsi più: nasce SupportoLegale.

La condanna di un gruppo di attivisti che lavora sui processi è evidentemente quella di arrivare quando i giochi sono fatti, quando l’unica via percorribile è confrontarsi con una struttura come il tribunale che per molti di noi nemmeno dovrebbe esistere, giocare un gioco che hanno inventato altri con una mano di carte spesso perdente in partenza. Ci vogliono nervi saldi per continuare a lavorare sapendo che il massimo della vittoria che puoi ottenere è uno sconto di pena, ma il lavoro che SupportoLegale ha fatto fuori e dentro le aule di tribunale in realtà ha percorso due binari paralleli: certamente in primis la difesa degli imputati, ma anche, altrettanto fondamentale, il tentativo di scrivere una storia che non si riducesse alla verità processuale.

La storia di Genova 2001 non è mai stata raccontata dai processi, e il nostro sforzo in tutti questi anni è stato quello di raccontare ciò che accadeva dentro le aule dei tribunali e darne un’interpretazione lucida, cercando di far conoscere una versione dei fatti di Genova il più possibile vicina a quello che avevamo visto e vissuto e che era realmente accaduta: una storia collettiva che fosse patrimonio per tutti e che permettesse anche a chi non c’era di avere un quadro chiaro, documentato e coerente di quelle giornate.

SupportoLegale si è sempre sottratto alla pietosa discussione violenza/non violenza. Sicuramente nessuno di noi può pensare che una vetrina infranta o una macchina bruciata possano valere anni di galera o la vita di una persona. Nessun oggetto può valere questo. Ma come detto, noi, come collettivo, arriviamo dopo: non proponiamo azioni, raccogliamo i cocci. Riguardo alle diverse provenienze, alle diverse azioni, alle diverse situazioni in cui erano rimasti coinvolti gli imputati del processo ai 25 la nostra posizione è sempre stata una e una sola: noi difendiamo tutti. Senza voler azzerare le differenze tra le varie anime di quello che era il movimento no global, SupportoLegale ha comunque scelto di difendere chiunque si fosse trovato schiacciato nel meccanismo giudiziario. Di più. Nell’assenza di un collettivo degli imputati e spesso degli imputati stessi, nella progressiva sparizione di un movimento che anno dopo anno si faceva sempre più flebile, il nostro sforzo è stato dedicato a fare in modo che anche i collegi difensivi seguissero questa linea.

Avremmo voluto che anche il movimento italiano facesse lo stesso, per molti motivi: avrebbe reso più facile il nostro lavoro, avrebbe costruito un muro di solidarietà a difesa degli imputati che invece sono stati lasciati completamente da soli prima e dopo la condanna (salvo gli ambiti locali di ognuno di loro), avrebbe aperto una discussione sulle pratiche non appiattita sulla dicotomia violenza/non violenza, avrebbe favorito una riflessione necessaria sul ruolo, le pratiche, la mentalità delle forze dell’ordine che invece non c’è stata (solo la vicenda Cucchi sembra aver aperto qualche spiraglio e fatto sorgere qualche ragionevole dubbio) e, chissà, forse avrebbe evitato l’implosione del movimento più iconografico e potente degli ultimi decenni.

Sono stati molti i momenti in cui abbiamo pensato che era giunto per SupportoLegale il momento di chiudere i battenti, ma la verità è che non ci siamo mai riusciti. Alla fine dei processi, poi alla sentenza, infine due anni fa. Dopo la fine del nostro lavoro processuale abbiamo capito che non avremmo potuto non sobbarcarci anche il resto, ovvero il sostegno di chi era finito in carcere con pesantissime condanne e a volte davvero pochi mezzi per rendere sopportabile la vita carceraria. Quando le condanne sono andate finalmente ad esaurirsi per la maggior parte dei condannati abbiamo nuovamente pensato che era giunto il momento di salutarci e che farlo prima del ventennale ci avrebbe preservato da un momento storico in cui nuovamente su Genova sarebbero venute a galla migliaia di parole inutili e ipocrite.

Ma alla fine c’era un pezzo di storia che ancora non avevamo raccontato ed era la nostra. Una storia che narra non solo la ristretta cerchia degli attivisti di SupportoLegale, ma anche il raggio più allargato di tutti coloro che in questi anni hanno seguito i processi, i pezzi di storia, di verità che sono scaturiti dal nostro lavoro, le centinaia di serate di aggiornamento sulle vicende processuali, le condanne, gli anni in carcere delle persone.

La storia che vogliamo raccontare è la NOSTRA storia, quella per cui sono nati i due slogan cui siamo più affezionati: «la memoria è un ingranaggio collettivo» e «in ogni caso nessun rimorso».

Al primo è dedicata la riedizione del fumetto uscito nel 2006 e che è stato parte delle tantissime iniziative che SupportoLegale ha intrapreso per raccogliere fondi per sostenere i processi. L’edizione curata da Coconino sarà anche questa volta in Creative Commons e vedrà la partecipazione di Gipi, Alessio Spataro, Claudio Calia, Giuseppe Palumbo, Ratigher, Maicol & Mirco e tanti altri. Con l’aggiornamento di SupportoLegale sullo stato dell’arte dei processi genovesi, un’introduzione di Erri de Luca e una storia inedita di Zerocalcare. SupportoLegale ha inoltre collaborato alla stesura del numero 54 di Zapruder, in uscita a marzo, dedicato a Genova, dove sarà possibile leggere anche gli scritti di alcuni dei manifestanti imputati.

Al secondo slogan è in qualche modo invece dedicato il documentario che SupportoLegale sta girando per raccontare la storia politica e umana di questo piccolo e testardo collettivo che per combinazione proprio nei primi mesi del 2021, a vent’anni esatti dal G8 di Genova, vede smantellare la vecchia sede della segreteria legale e insieme nascere l’archivio che accoglierà tutti i materiali su cui SupportoLegale (insieme alla segreteria legale e agli avvocati del GLF) ha lavorato in questi anni. Ancora una volta un progetto ambizioso, ma mai quanto costruire la difesa di 25 persone accusate di un reato senza senso, cercare di comprendere l’esatta dinamica dell’omicidio di Carlo Giuliani, seguire la débâcle della residua dignità delle forze dell’ordine italiane nei processi per le violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Se siamo arrivati fin qui è perché non eravamo da soli, perché negli anni abbiamo sentito la vicinanza e la forza di moltissime persone.

Vent’anni fa ognuno di noi ha preso quello che aveva vissuto a Genova e ha deciso di reagire. Reazione è indubbiamente il termine che maggiormente ci rappresenta: non abbiamo resistito, abbiamo deciso prima autonomamente e poi collettivamente di reagire e abbiamo potuto farlo perché tanti lo hanno fatto con noi. Per noi e per loro, ancora una volta diciamo la nostra (https://www.supportolegale.org/2021/rapsodia-di-una-rivolta-19-anni-di-supportolegale-1/).

di Supporto Legale per volerelaluna

 

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Dal disarmo nucleare ai diritti dei palestinesi, Noam Chomsky discute della necessità di interrompere le alleanze autoritarie e il consolidamento del “Grande Israele”.

Fonte: English Version

Lilach Ben David – 17 febbraio 2021

Immagine di copertina: Noam Chomsky all’Università di Toronto, 7 aprile 2011 (Andrew Rusk / Flickr)

Il professor Noam Chomsky, linguista di fama mondiale e uno dei più importanti pensatori politici dell’ultimo mezzo secolo,  avrà pure festeggiato il suo 92esimo compleanno alla fine dello scorso anno , ma la sua intelligenza e il suo acume sono più brillanti che mai. Tra le molte aree delle sinistra globale  su cui ha avuto un grande impatto, è sempre rimasto un feroce critico dell’imperialismo americano, del capitalismo globale e delle politiche di Israele nei confronti dei palestinesi.

Mi sono  incontrata con Chomsky per una conversazione su Zoom nel dicembre 2020, solo pochi mesi dopo che Israele aveva firmato gli accordi di normalizzazione con Emirati Arabi Uniti e Bahrain, e poche settimane dopo che Joe Biden aveva sconfitto Donald Trump nelle elezioni statunitensi. Abbiamo discusso degli effetti degli accordi di Abraham, di cosa Biden può fare per fermare le politiche di apartheid di Israele e della possibilità di un movimento di solidarietà diffuso a sostegno del popolo palestinese.

L’intervista è stata modificata e abbreviata per maggiore scioltezza e chiarezza. La versione più lunga è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump, abbiamo assistito ad accordi di normalizzazione tra Israele, Bahrein e Emirati Arabi Uniti, e sono previsti ulteriori accordi sia con il Sudan che con l’Arabia Saudita (il Marocco ne ha firmato uno a dicembre). Questi accordi sono, in larga misura, anche accordi relativi alle armi. Come dovremmo considerare questi accordi e i loro effetti sulle prospettive di una giusta soluzione per il popolo palestinese?

I palestinesi sono stati letteralmente scaricati. Non c’è nulla per loro in questi accordi, che stanno in realtà  facendo emergere tacite interazioni e accordi che già esistevano e sono esistiti da molto tempo.

Israele e Arabia Saudita sono tecnicamente in guerra, ma in realtà sono alleati sin dal 1967. La guerra del ’67 fu un grande  regalo per l’Arabia Saudita e per gli Stati Uniti, per ragioni molto semplici: nel mondo arabo c’era un conflitto tra Islam radicale, con sede in Arabia Saudita, e nazionalismo laico, con sede in Egitto. Gli Stati Uniti sostenevano l’Islam radicale, proprio come gli inglesi avevano fatto  quando erano la potenza dominante. Nessuna delle potenze imperialiste vuole il nazionalismo laico, questo è pericoloso; con l’Islam radicale invece possono convivere, e possono controllarlo.

Negli anni ’60 l’Arabia Saudita e l’Egitto erano in guerra. La grande vittoria di Israele distrusse il nazionalismo laico e  lasciò al potere l’Islam radicale. Fu allora che le relazioni degli Stati Uniti con Israele cambiarono sostanzialmente nella loro forma moderna. Dopo il ’67, Israele divenne una base per il potere americano nella regione, e si spostò molto a destra.

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La guerra dei sei giorni. Il ministro della Difesa Moshe Dayan, il capo di stato maggiore Yitzhak Rabin, il generale Rehavam Ze’evi (a destra) e il generale Uzi Narkiss attraversano la Città Vecchia di Gerusalemme, 7 giugno 1967 (Ilan Bruner / GPO)

Arabia Saudita, Israele e Iran, che allora era sotto lo Scià, erano considerati i tre pilastri su cui poggiava la politica degli Stati Uniti nella regione. Tecnicamente, tutti e tre erano in conflitto, ma in realtà avevano rapporti molto stretti; questo è venuto alla luce dopo la caduta dello Scià. Si scoprì che i leader laburisti (il partito politico dominante di Israele fino al 1977) e altri avevano viaggiato in Iran e avevano rapporti molto stretti con esso.

Ora che ciò è ormai noto, cosa significa? L’amministrazione Trump aveva un piano geostrategico per costruire un’ “internazionale reazionaria”:  gli stati più reazionari del mondo, controllati dalla Casa Bianca, come base del potere globale degli Stati Uniti. In Medio Oriente, questa base è rappresentata dalle dittature familiari del Golfo, in particolare il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman; l’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi, con la dittatura più dura nella storia dell’Egitto; e Israele, che si è spostato così a destra che è necessario un telescopio per trovarlo. Con Biden in carica, questa alleanza probabilmente si ridurrà di una certa misura, a seconda del livello di attivismo.

Quello che è successo negli Stati Uniti negli ultimi 10-15 anni è piuttosto importante. Se torniamo indietro, diciamo, di 20 anni, Israele era il beniamino dei settori liberali e istruiti. Ora ciò è cambiato. Ora il sostegno a Israele si è spostato all’estrema destra: cristiani evangelici, ultranazionalisti e militaristi. L’estrema destra del partito repubblicano è ora la principale base di appoggio per Israele. Oggi, molti liberal-democratici sostengono i diritti dei palestinesi più di Israele, specialmente i giovani, inclusi i giovani ebrei, che si stanno spostando verso il sostegno ai palestinesi.

Finora, questo non ha avuto alcun effetto sulla politica degli Stati Uniti. Ma se negli Stati Uniti i gruppi di attivisti passassero  a un autentico movimento di solidarietà con i palestinesi, come è stato fatto per altri gruppi nazionalisti del Terzo mondo, potrebbe avere effetto.

Una cosa critica sono le relazioni con l’Iran. Come sapete, Elliott Abrahams ,il rappresentante speciale di Trump per l’Iran, è stato in Israele cercando di rafforzare la coalizione anti-iraniana, saudita-israeliana-emiratina.  Sono state annunciate nuove e dure sanzioni contro l’Iran. Questo è praticamente un atto di guerra, che equivale a un blocco. Ad esempio, l’Iran ha appena ordinato milioni di vaccini antinfluenzali,  essenziali ora che  con il coronavirus c’è una doppia epidemia, ma gli Stati Uniti li hanno bloccati.

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Ali Khamenei e capi ufficiali del governo iraniano, 29 dicembre 2015 (sito ufficiale del leader supremo Ali Khamenei / via Wikimedia)

La base di questa politica dovrebbe essere la ricerca da parte dell’Iran di armi nucleari … Supponiamo di essere d’accordo sul fatto che le armi nucleari iraniane siano un problema. In realtà, non lo sono: l’unico problema con un Iran che sviluppasse  armi nucleari sarebbe che  costituirebbe un deterrente per i due stati canaglia, Stati Uniti e Israele, che vogliono scatenarsi liberamente nella regione.

Ma facciamo finta che siano un problema. La soluzione è molto semplice: istituire una zona priva di armi nucleari nella regione, con ispezioni frequenti. Israele afferma che non funzionano, ma anche i servizi segreti statunitensi concordano sul fatto che le ispezioni, ai sensi dell’accordo congiunto, hanno funzionato molto bene.

C’è un ostacolo a questa idea? Beh si. E l’ostacolo non sono gli stati arabi: lo chiedono da 30 anni. Non è l’Iran, che lo sostiene apertamente. Non è il Sud del mondo, il G-77, o circa 130 paesi, ad essere fortemente a favore. Persino l’Europa è favorevole.

Perché questa idea è ferma? Perché ogni volta che viene presentata in una riunione internazionale, gli Stati Uniti vi pongono il veto. L’ultimo presidente a farlo è stato Barack Obama nel 2015. Perché? Non vuole che le armi nucleari israeliane vengano ispezionate. In effetti, gli Stati Uniti non riconoscono nemmeno ufficialmente che Israele abbia armi nucleari, perché se lo facesse, occorrerebbe applicare  la legge statunitense in vigore, quella legge che vieta aiuti economici e militari ai paesi che hanno sviluppato armi nucleari al di fuori del quadro del regime internazionale di controllo degli armamenti, esattamente come ha fatto Israele.

Né i Democratici né i Repubblicani vogliono aprire quella porta. Ma se ci fosse un movimento di solidarietà negli Stati Uniti, allora sì potrebbe essere aperta. Se gli americani sapessero che stiamo affrontando una potenziale guerra per proteggere le armi nucleari israeliane, sarebbero infuriati. Questo sarebbe il lavoro di un movimento di solidarietà, se esistesse. Sfortunatamente non è così, ma è una possibilità reale.

In quella nota, lei ha menzionato sia lo spostamento estremo e senza precedenti di Israele a destra, sia la possibilità di un movimento di solidarietà all’interno degli Stati Uniti, che includa non solo palestinesi esiliati ma anche ebrei americani, che sono prevalentemente liberali e che  ormai da decenni hanno cessato di essere  innamorati di Israele. Ha anche menzionato nei suoi scritti la totale dipendenza di Israele dal supporto degli Stati Uniti, come esemplificato dall’affare  dei caccia F-16 Falcons. 

Dati questi tre fatti, la società israeliana è una causa persa? Gli attivisti israeliani dovrebbero rinunciare a cercare di far cambiare idea agli altri israeliani e  adoperarsi  invece per una pressione internazionale contro Israele?

Penso che la prima cosa che dovrebbero fare sia prestare attenzione a quello che è successo. A metà degli anni ’70 Israele, sotto il governo laburista, prese una decisione fatale: aveva una scelta molto chiara tra pace e integrazione nella regione, o espansione. C’erano forti opportunità per un accordo politico: l’Egitto stava spingendo molto per ottenerlo, e  Siria e Giordania vi si unirono. L’OLP aveva posizioni contrastanti: in sottofondo lo chiedeva, ma non lo diceva pubblicamente.

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Veduta dell’insediamento ebraico di Efrat, a Gush Etzion, West Bank. 6 gennaio 2020 (Hadas Parush / Flash90)

Questo è venuto alla luce più volte. Uno dei momenti più importanti ,quasi cancellato dalla storia,è stato nel gennaio 1976. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite discusse una risoluzione che chiedeva un accordo a due stati sulla linea verde,il confine riconosciuto a livello internazionale, e qui sto citando : “Con garanzie per il diritto di ogni stato di esistere in pace e sicurezza, entro confini sicuri e riconosciuti.”

Israele era furioso. Si  rifiutò di partecipare alla sessione. Yitzhak Rabin, il primo ministro, denunciò la proposta e  disse che non avrebbe  mai  discusso nulla con nessun palestinese e che uno stato palestinese non sarebbe mai esistito. Chaim Herzog, il rappresentante delle Nazioni Unite, in seguito affermò, falsamente, che la risoluzione era stata  proposta dall’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina)nel tentativo di distruggere Israele. Queste  erano le “colombe”. Non volevano averci niente a che fare.

Gli Stati Uniti  posero il veto alla risoluzione. E quando gli Stati Uniti pongono il veto a una risoluzione, si tratta di un doppio veto: la risoluzione viene bloccata e viene cancellata dalla storia. Succede ancora e ancora.

C’erano altre opportunità dello stesso tipo e la posta in gioco per il partito laburista (Mapai) era principalmente l’espansione nel Sinai. Stavano seguendo i protocolli della Galilea, costruendo la città tutta ebraica di Yamit, distruggendo villaggi e città beduini, creando kibbutzim e altri insediamenti nel Sinai. Il presidente egiziano Anwar Sadat  disse molto chiaramente che costruire Yamit significava guerra. Questo fu lo sfondo della guerra del Yom Kippur del 1973. Ma Israele continuò.

Il governo israeliano, la cosiddetta “sinistra” all’epoca, preferì l’espansione alla sicurezza. E quella fu una decisione fatale: una volta presa,  divennero completamente dipendenti dagli Stati Uniti. Negli anni ’70 era chiaro che questo avrebbe trasformato Israele in uno stato di paria. Prima o poi, l’opinione mondiale si sarebbe rivoltata contro la politica di espansione, violenza, aggressione e terrore nei territori occupati. E negli anni è successo … Era tutto inevitabile.

E poi arriva quello di cui lei stava parlando. Ogni volta che gli Stati Uniti  battono il pugno e dicono: “Devi farlo”, Israele lo fa, non importa quanto siano contrari. Ogni singolo presidente degli Stati Uniti , Reagan, il primo Bush, Clinton, il secondo Bush, ha imposto forti vincoli a Israele. A Israele non piaceva, ma doveva essere all’altezza. Il primo presidente degli Stati Uniti che non ha mai chiesto nulla a Israele è stato Obama: prima di Trump, è stato il presidente più filo-israeliano della storia Eppure per Israele, non era abbastanza schierato.

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama alla Casa Bianca a Washington D.C., 1 settembre 2010. (Moshe Milner / GPO)

In effetti, ciò che ha fatto Obama è piuttosto notevole. Di solito, i veti statunitensi non vengono mai segnalati, ma uno lo è stato: nel febbraio 2011, Obama pose il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva l’attuazione della politica ufficiale degli Stati Uniti, ovvero la fine dell’espansione degli insediamenti. Il vero problema non è l’espansione, sono gli insediamenti; ma anche su quel piccolo punto, Obama pose il veto. L’amministrazione Trump è stata ancora più estrema.

Biden probabilmente tornerà alle politiche di Obama. Potrebbe andare  a sinistra  se i movimenti di attivisti si organizzassero, premendo sulla questione delle armi nucleari, riducendo e di fatto ponendo fine alle minacciose prospettive di una guerra in Medio Oriente.

Ma c’è di più. La legge Leahy (così chiamata dal nome del senatore del Vermont Patrick Leahy) vieta gli aiuti militari statunitensi alle unità di qualsiasi Paese coinvolte in abusi sistematici dei diritti umani. Nessuno vuole aprire quella porta; ma un movimento attivista potrebbe farlo. Anche la minaccia o la discussione sull’eliminazione degli aiuti economici e militari avrebbe un’influenza significativa, soprattutto da quando Israele ha preso la decisione, anni fa, di essere completamente subordinato agli Stati Uniti.

Vorrei sottolineare un altro punto sulla normale discussione sul Medio Oriente. Su Israele-Palestina, ci vengono di solito presentate due opzioni. La prima è il consenso internazionale di lunga data su una soluzione a due stati; l’altra è l’opzione di un solo stato, in cui Israele assumerebbe il controllo della Cisgiordania,  e per la quale forse ci sarebbe una lotta anti-apartheid  a favore dei palestinesi. Ma quelle non sono due opzioni, un unico stato non è un’opzione, perché Israele non accetterà mai di diventare uno stato a maggioranza palestinese con una minoranza ebraica.

La seconda opzione, a parte i due stati, è quella che abbiamo visto svilupparsi sotto i nostri occhi per 50 anni: il Grande Israele. Israele prende tutto ciò che vuole nei territori occupati, ma non nei centri abitati; Israele non vuole Nablus o Tulkarem. Ha diviso le altre aree in quasi duecento enclavi circondate da soldati, posti di blocco, oltre a escogitare vari modi per rendere la vita dei palestinesi ancor più miserabile. Quando nessuno sta guardando, distrugge un altro villaggio, come è appena successo nella Valle del Giordano sotto la copertura delle elezioni americane: passo dopo passo, dunam dopo dunam, in modo che i goy non se ne accorgano o fingano di non accorgersene. Poi mette una torre di guardia, poi un recinto, poi un paio di capre e ben presto  ci sarà un insediamento. Questa è la storia del sionismo.

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Guardia della polizia di frontiera israeliana mentre i coloni si trovano su un tetto nel quartiere ebraico di Netiv HaAvot a Gush Etzion, 12 giugno 2018 (Yonatan Sindel / Flash90)

Ora, Israele ha quasi completato  il Grande Israele… Questa è la seconda opzione, ed è di questo che dovremmo parlare. Questo progetto del Grande Israele risolverà il famoso “problema demografico”: troppi non ebrei in uno stato ebraico. Le aree integrate con Israele non avranno molti palestinesi, ma avranno molti coloni. E quando quel progetto verrà stabilito e formalizzato, ci sarà uno stato ebraico a larga maggioranza. Questo è ciò che si sta sviluppando davanti ai nostri occhi, visibilmente, ed è di questo che dovremmo parlare, non l’illusione di un unico stato. Penso che potrebbe essere un’ottima idea, ma non è una scelta.

Per concludere forse con una nota più leggera: lo scorso anno ha segnato il 20 ° anniversario del ritiro dell’occupazione indonesiana da Timor Est. Nel suo libro “Una nuova generazione traccia la linea”, sostiene che la fine dell’occupazione di Suharto di Timor Est è arrivata prima come risultato di una nuova ondata di massacri contro i civili,  poi con il presidente Bill Clinton che sostanzialmente annunciò a Suharto che  stava per porre fine all’occupazione sostenuta dagli Stati Uniti.

Considerando che Israele è almeno altrettanto , se non molto di più ,dipendente dal sostegno degli Stati Uniti  nella sua continua occupazione della Cisgiordania e nel suo assedio della Striscia di Gaza, vede un futuro in cui un movimento di solidarietà negli Stati Uniti potrebbe portare a una tale fine dell’occupazione della Palestina?

Questa è un’analogia molto interessante. Dopo la seconda guerra mondiale Timor Est è stato il Paese dove si è andati più vicino a un vero genocidio: orribili atrocità, gran parte della popolazione spazzata  via da una  vera e propria aggressione indonesiana. Gli Stati Uniti sostennero fortemente Suharto   fino al settembre 1999. Un paio di settimane dopo, Clinton ordinò silenziosamente il ritiro dell’esercito indonesiano, che si ritirò immediatamente. Questo è ciò che viene chiamato potere. Il sistema internazionale  e gli studiosi amano scrivere belle parole al riguardo,  ma è fondamentalmente come la mafia: il Padrino ti dice cosa fare, e tu lo fai.

Lo abbiamo appena visto in modo drammatico al Consiglio di Sicurezza un paio di settimane fa (fine 2020). Gli Stati Uniti volevano che il Consiglio di Sicurezza ripristinasse le sanzioni contro l’Iran. Il Consiglio di Sicurezza si rifiutava; non un solo alleato degli Stati Uniti era d’accordo. Allora, cos’è successo? Il Segretario di Stato Mike Pompeo è andato al Consiglio e ha detto loro: “Spiacente,  ma dovete ripristinare le sanzioni”. E lo hanno fatto. È così che funziona il mondo.

Il caso Indonesia-Timor è stato molto eclatante. È stata una lunga lotta, 25 anni di duro lavoro, soprattutto in Australia e negli Stati Uniti. Nessuno aveva mai sentito parlare di Timor Est: la stampa non ne parlava, né mentiva, e così via. Alla fine, ha sfondato. Poi Clinton, con una sola  parola, disse tranquillamente ai militari indonesiani: “Su,il gioco è finito “.

Non credo che sarebbe esattamente così in Israele, ma qualcosa del genere  potrebbe essere possibile. Qualcosa del genere accadde quando George W. Bush disse ai massimi ufficiali militari israeliani: “Non vi sarà permesso entrare negli Stati Uniti finché non farete quello che diciamo, e non vi sarete scusati “, e naturalmente lo fecero… Non appena gli Stati Uniti  dissero loro” È finita “, fecero marcia indietro. Quelle sono relazioni di potere.

Quindi potrebbe succedere. Non esattamente in questo modo, ma qualcosa di simile. Di nuovo, penso che ciò che si sta muovendo sia un movimento di solidarietà congiunto USA-Israele che lavora per questi fini. Potrebbe fare la differenza.

Lilach Ben-David è un’attivista transgender e femminista residente ad Haifa.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” –Invictapalestina.org

 

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Il seguente articolo è stato pubblicato a puntate da La bottega del Barbieri. Per comodità di lettura abbiamo accorpato le prime quattro puntate in un unico articolo, nei prossimi giorni pubblicheremo le seguenti quattro. Buona lettura!

Qui la seconda parte.

di Giorgio Ferrari (*)

1- Capitani, cavalieri, maghi e magheggi

Tanto tempo fa, ma non così tanto, in Italia, un ingegnere napoletano di nome Felice Ippolito si mise in testa di fare buon impiego dell’energia nucleare per usi civili, sotto il controllo dello Stato. Come “capitano di ventura” raggiunse una notevole fama essendo a capo, prima del CNRN (Comitato nazionale ricerche nucleari) e poi del CNEN (Comitato nazionale energia nucleare che nel 1960 ne prese il posto) per mancare poi di un soffio la presidenza del neonato ENEL. Ma, proprio come nelle favole e nelle storie avventurose, si fece molti nemici e finì in disgrazia per trenta lunghi anni fino a quando, nel 1996, fu chiamato a risolvere il problema delle “scorie”. Parola ambigua questa, e nello stesso tempo magica, perché pur riferendosi a un indistinto residuo di lavorazione (la scoria), nel campo nucleare evoca poteri spaventosi e sconosciuti ai più. Ippolito fu messo a capo della Sezione rischi nucleari della omonima Commissione della Protezione civile, che attraverso il Gruppo di lavoro appositamente formato aveva il compito di occuparsi delle scorie radioattive a cominciare dalle modalità di smaltimento e dall’individuazione dei criteri per selezionare un luogo dove metterle. Nel 1997 Ippolito morì e a capo del Gruppo di lavoro subentrò Carlo Bernardini e così nel 1999 vide la luce il primo rapporto ufficiale sulla sistemazione dei rifiuti radioattivi in Italia. Ma un oscuro sortilegio ne avrebbe di lì a poco condizionato il destino. Durante la XIII legislatura infatti, i maggiorenti Prodi e D’Alema strinsero un patto con dei capitani coraggiosi, ma non così tanto coraggiosi, quanto piuttosto avidi di certi tesori che c’erano in Italia, di cui fecero ingente bottino. Tutto fu razziato, e il poco che restava di quei tesori, fu venduto all’incanto per il tramite di esperti banditori come Franco Tatò (anche detto Kaiser Franz), chiamato a liquidare l’ENEL. Costui era molto noto tra i tagliatori di teste (una razza padrona che non conosce estinzione), e avendo in gran dispetto lo Statuto dei lavoratori voleva liberarsi di tutta quella gente impiegata nelle attività di ricerca, studio e progettazione che erano state il vanto dell’ENEL, ivi compreso il nucleare. Ed ecco che come per magia, nacque Sogin, e da quel momento la sorte dei rifiuti nucleari fu segnata. A nulla valsero gli sforzi dell’ENEA che tra il 2001 e il 2003 finalizzò lo studio del Gruppo di lavoro di Carlo Bernardini, definendo la mappa dei siti e il progetto del Deposito Nazionale: tornato Berlusconi a Palazzo, si perse ogni traccia di questi lavori finché, dopo l’ennesimo straripamento della Dora Baltea che minacciò il deposito di rifiuti nucleari di Saluggia, fu proclamata l’emergenza nucleare e nominato un commissario straordinario nonché presidente di Sogin nella persona del generale Carlo Jean. Al pari del Genio della Lampada, costui esaudiva i desideri del suo padrone Berlusconi, che s’era messo in testa di riuscire là dove i più potenti maghi del mondo avevano fallito: scaraventare nelle viscere della Terra il malefico potere delle scorie. Forte del parere di Sogin, nel 2003, Jean indicò senza tentennamenti il luogo dove scavare: Terzo Cavone, comune di Scanzano Jonico. Ma sottoterra rischiò di finirci lui, se solo lo avessero raggiunto le incazzate genti lucane che costrinsero Berlusconi a rinunciare ai suoi deliri di potenza, ma non del tutto, ché nell’emendare la legge del 2003 si insediò una nuova commissione di studio e si stabilì che il deposito nazionale era opera di difesa militare e che sarebbe stato ultimato entro il 2008! Viceversa, nel 2008, cambiato il governo e con Bersani Ministro dello sviluppo economico, si ricominciò da capo nominando un nuovo Gruppo di lavoro per il Deposito a cui Sogin non fu chiamata a partecipare. Neanche il tempo di redigere la sua prima relazione che il Gruppo fece fagotto dato che il “Cavaliere di Arcore” era tornato assetato di vendetta e nel 2010, con un magheggio, assegnò a Sogin tutte le attività di localizzazione, costruzione, gestione del Deposito nazionale (a cui si era aggiunto un Parco Tecnologico) nonché l’erogazione degli indennizzi alle popolazioni locali. Da allora dieci anni sono passati invano, e commissioni, e progetti falliti, mentre le scorie sono sempre là dov’erano agli inizi di questa incredibile storia, che però non è più incredibile di quella che racconta della mappa dei siti; ma, come diceva l’accorta Shaharazàd, per ascoltarla bisognerà attendere un’altra notte.

La mappa (pubblicata su “Ilsole-24ore”) è ripresa dalla rete

 

2 – La “falsa” mappa dei siti

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Se voi foste un pirata come Long John Silver o un avventuriero come Indiana Jones e aveste tra le mani la mappa di un tesoro, desiderereste ardentemente che quella mappa fosse autentica. Ma se foste un sindaco di un comune nel cui territorio è stata individuata una delle 67 aeree ritenute idonee ad ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti nucleari, fareste di tutto per dimostrare che la mappa dei siti è sbagliata e che il punto dove scavare non si trova nel vostro comune. In effetti la CNAPI resa pubblica da Sogin il 5 gennaio scorso, sembra essere frutto di un altro e più complicato “magheggio”. Per comprenderlo occorre mettere a confronto i criteri di esclusione per la definizione dei siti messi a punto dall’ENEA in un documento del 2003 con quelli della Guida Tecnica 29 pubblicata dall’ISPRA nel 2014. Dal raffronto emergono due aspetti: da un lato la GT 29 è più dettagliata nel definire le caratteristiche del suolo ed in particolare la sismicità, il cui valore di picco è fissato a 0,25 g mentre nel documento ENEA era di 0,3 g; dall’altro ci sono numerosi criteri di esclusione che nella GT 29 risultano meno stringenti di quelli individuati dall’ENEA, come l’altitudine massima consentita che è passata da 600 a 700 m; la pendenza massima del terreno che è stata raddoppiata dal 5% al 10%; la distanza minima da autostrade e superstrade che è stata invece dimezzata da 2Km a 1Km; inoltre non sono più quantificate le distanze minime da centri abitati rispetto alla numerosità della popolazione e le isole maggiori Sicilia e Sardegna non sono più escluse a priori. Questa rimodulazione dei criteri di esclusione, apparentemente, non ha avuto impatti significativi sulla individuazione dei siti, salvo che per il loro numero: erano 33 nel documento ENEA, sono 67 in quello della CNAPI con l’ulteriore differenza che quelle individuate dall’ENEA avevano un’area minima di 300 ettari ciascuna, mentre per quelle della CNAPI l’area minima è fissata da Sogin in 150 ettari. Dunque per la stessa quantità di rifiuti, nel 2003, secondo l’ENEA serviva un’area di 300 ettari, mentre nel 2020, secondo Sogin, ne basta la metà: anzi molto meno perché l’area del deposito vero e proprio è stimata in 110 ettari, essendo i restanti 40 destinati al parco tecnologico. Una così marcata differenza non ha motivazioni tecniche (né Sogin le fornisce) per cui, se c’è una spiegazione, questa va ricercata in un altro ambito che è quello della promozione e accettabilità tra l’opinione pubblica della scelta del sito per il Deposito. Si dà il caso che le 33 aree individuate dall’ENEA nel 2003 sono tutte comprese nella rosa delle 67 individuate oggi da Sogin perché, dati alla mano, sono i siti tecnicamente più adatti ad ospitare il Deposito. Ma riproporli tal quali avrebbe significato due cose: ammettere di fronte all’opinione pubblica che già 17 anni fa si sapeva tutto, per cui il ruolo assegnato a Sogin nel 2010 sarebbe risultato superfluo e, nello stesso tempo, occorreva evitare che un numero limitato di candidature desse l’impressione che tutto fosse già prestabilito. Di qui la “costruzione” in sede normativa (GT 29) di criteri di esclusione più elastici e dell’introduzione dei criteri di approfondimento, allo scopo di poter disporre di “giustificazioni” tecniche per includere più aree: basti pensare che Sogin ha stimato inizialmente in 200 ettari la superficie necessaria per il Deposito, ma siccome la disponibilità delle aree risultava ancora lontana dal numero magico di 67, ha ridotto la superficie minima a 150 ettari per includerne di più. La CNAPI è dunque una mappa artefatta costruita su una mappa vera (quella dell’ENEA) a cui sono stati aggiunti dei siti “civetta” che nella cosiddetta fase di approfondimento, molto probabilmente, spariranno e precisamente: i 18 siti di Sicilia e Sardegna, 10 siti con area inferiore a 200 ettari, più altri 6-7 siti che presentano pendenze superiori al 5% o che hanno una superficie utile di poco superiore a 200 ettari. Non c’è che dire, forse in Italia mancherà il senso dello Stato e delle istituzioni, ma quanto a maghi e magheggi non ci batte nessuno come appare da questo intricato racconto; che però è ancora poco se lo si raffronta con quello che narra dell’”ordine di idoneità delle aree potenzialmente idonee”. Ma per meglio ascoltarlo bisognerà attendere un’altra notte.

 

3 – Ordine di idoneità: vedere il Comma 1

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Ricordate il «Comma 22» – del romanzo di Joseph Heller – che sconvolse la vita del tranquillo capitano John Yossarian?: «Chi è pazzo può chiedere di essere esonerato dalle missioni di volo, ma tutti quelli che chiedono di essere esonerati dal volo attivo non sono veramente pazzi». Un rovello inesplicabile questo del Comma 22, al limite dell’inganno concettuale (del resto la traduzione letterale del titolo originale del libro, Catch 22, sarebbe «Tranello 22») che si ripropone nel Comma 1, Articolo 27, Dlgs. 31/2010 laddove si stabilisce che la Sogin definisca una proposta per assegnare un ordine di idoneità alle aree individuate dalla CNAPI sulla base di caratteristiche tecniche e socio-ambientali. Considerato che la CNAPI identifica di per sé le aree (potenzialmente) idonee ad ospitare il Deposito nazionale, il loro inquadramento secondo un “ordine di idoneità” non può che significare una loro classificazione (graduatoria o preferenza) ai fini della scelta definitiva del sito. E invece no, secondo Sogin, tanto che nei suoi documenti ci tiene a precisare che: «l’ordinamento che viene chiesto per la CNAPI potrà essere fatto solo a valle di accurate indagini di caratterizzazione dei siti possibili in tutte le aree potenzialmente idonee individuate»; e che: «se l’idoneità viene intesa nella legge in un senso più generico rispetto a quello IAEA, allora si deve risolvere il problema di circoscrivere il significato del termine “idoneità” e di stabilire come graduare la “potenziale idoneità” della CNAPI dato che l’idoneità ad ospitare il Deposito Nazionale rimarrà comunque incerta fino alla conclusione delle verifiche in campo dei criteri IAEA e ISPRA». Dunque sembrerebbe che quest’ordine di idoneità non ha alcuna ricaduta sulla scelta del sito, ma allora a che pro è stato fatto? E soprattutto, a quali criteri ci si è ispirati nello stabilire questo ordine, visto che non ce n’è assolutamente traccia nella normativa internazionale? Al primo interrogativo, Sogin non potrebbe che rispondere così: perché stava scritto nella legge del 2010, mentre per il secondo la sua risposta è che se li sono giocoforza “inventati”. Sta di fatto che le 67 aree della CNAPI risultano ordinate secondo fattori di valutazione come “favorevole” e “meno favorevole” oppure con colori diversi che corrispondono a definizioni come “molto buone”, “buone”, “insulari”, “zona sismica 2” che hanno inevitabilmente scatenato l’ira delle amministrazioni locali. Ora è del tutto evidente che il Comma 1, Art. 27 del Dlgs 31/2010 risulta decisamente mal formulato, ma allora perché scoprirlo solo ora a dieci anni di distanza? Perchè Sogin e ancor più ISPRA – che ha redatto la GT 29 solo nel 2014 (vale a dire ben quattro anni dopo) – non ne hanno fatto presente a suo tempo le incongruenze, chiedendone la necessaria rettifica? Oggi i funambolismi di Sogin volti ad assicurare le popolazioni coinvolte nella scelta del sito, suonano come una beffa, l’ennesimo escamotage che nel tentativo di rimediare a un errore, peggiora la situazione. Prova ne è che nell’universo ambientalista si stanno moltiplicando gli atteggiamenti volti a rifiutare la soluzione del Deposito nazionale unico, sostenendo che i rifiuti radioattivi possono restare là dove sono migliorando le condizioni delle strutture che li contengono o costruendone di nuove, ma sempre sullo stesso sito. Non sanno però che anche questa storia è piena di incredibili avvenimenti e di tranelli, ma per ascoltarla dovranno pazientare ancora una notte.

 

4 – La maledizione del Deposito unico

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Secondo il Dlgs 31/2010 per Deposito Nazionale si intende «il deposito nazionale destinato allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività … ed all’immagazzinamento, a titolo provvisorio di lunga durata, dei rifiuti ad alta attività e del combustibile irraggiato…». Basterebbe questa definizione a rendere l’idea di come sia stata resa incomprensibile la questione dei rifiuti radioattivi nel nostro Paese. Che vuol dire infatti «a titolo provvisorio di lunga durata» e i rifiuti (di bassa, media e alta attività) stanno tutti insieme oppure no? Come ammoniva Quelo in una delle sue gags: «La risposta è dentro di te. E però, è sbagliata».

Intanto occorre aver chiaro che nella normativa internazionale un sito di “smaltimento” è un luogo dove si effettua la definitiva sistemazione dei rifiuti, mentre in un sito di “immagazzinamento” i rifiuti permangono solo temporaneamente; ma mentre non è raccomandabile smaltire rifiuti in un sito le cui caratteristiche risultano adeguate per il solo immagazzinamento, niente impedisce il contrario, ovvero che in un sito di smaltimento siano immagazzinati temporaneamente rifiuti da destinare successivamente allo smaltimento.

In aggiunta a ciò va precisato che con la nuova classificazione dei rifiuti radioattivi del 2015, quelli a media attività sono stati suddivisi in due sottogruppi, il più “pericoloso” dei quali subisce lo stesso trattamento dei rifiuti ad alta attività e quindi non sarà smaltito ma immagazzinato insieme a questi.

Dove? Nello stesso sito destinato a ospitare tutti i rifiuti, ma in due edifici distinti: uno per quelli a bassa e bassissima attività, uno per quelli ad alta attività insieme alla parte più “pericolosa” di quelli a media attività. Il primo edificio è alto 10 metri e una volta pieno verrà ricoperto di terra e altri materiali; il secondo invece è alto 20 metri e resterà in funzione fino a quando non sarà disponibile un deposito geologico (dove non si sa) presumibilmente entro 50 anni.

Dunque il Deposito nazionale è da intendersi “unico” non solo perché è previsto di costruirne uno per tutto il territorio nazionale ma anche perché raggruppa nello stesso sito rifiuti a bassa, media ed alta attività. Questa “unicità” è oggetto di decise contestazioni: si sostiene, ad esempio, che invece di spostare tutti i rifiuti in un solo luogo, con l’evidente conseguenza di effettuare innumerevoli e rischiosi trasporti di materiali radioattivi, sarebbe meglio mettere in sicurezza i siti dove attualmente si trovano le scorie. Un’altra contestazione riguarda la soluzione ipotizzata che rappresenterebbe una anomalia nel panorama internazionale in quanto raggruppa insieme rifiuti di bassa attività con quelli di alta attività che invece, secondo le raccomandazioni IAEA, andrebbero sistemati in un deposito geologico. A parte il fatto che la soluzione del deposito di superficie unico per tutti i rifiuti era stata individuata fin dal 1999 – per cui appare singolare che alcune organizzazioni ambientaliste la critichino solo oggi – non si può dire che le succitate contestazioni siano prive di fondamento: purché tengano conto della situazione reale in cui si trovano i rifiuti radioattivi. Attualmente questi sono distribuiti in 18 località (comprese le 4 centrali nucleari) di cui più della metà ospita rifiuti di bassa e bassissima attività, mentre in 4 località, insieme a questi, sono presenti anche rifiuti di alta e media attività: Saluggia; Casaccia; Trisaia; Ispra (quest’ultimo in fase di decommissioning). Dunque quella situazione anomala che si verrebbe a creare con il Deposito unico è in realtà già operante in 4 località del nostro Paese da più di trenta anni e qualora si optasse per il prolungamento della loro attività significherebbe che Saluggia, Casaccia e la Trisaia diverrebbero i siti collettori di tutti i rifiuti radioattivi presenti in Italia. In questo modo è vero che si ridurrebbe il numero degli spostamenti dei rifiuti rispetto alla soluzione del Deposito unico ma si moltiplicherebbero per tre tutti gli altri problemi, cioè messa in sicurezza, sorveglianza e manutenzione degli impianti-depositi. In realtà le cose sono ancora più complicate perché queste località non sono state selezionate sulla base di quei criteri tecnici, scientifici e socio-ambientali che si applicano ai siti di stoccaggio e quindi sono costantemente a rischio di incidente: il sito di Saluggia, esposto agli straripamenti della Dora Baltea, ne è l’esempio più noto ma non tutti sanno che, oltre al problema della Dora, c’è quello delle acque di falda la cui quota massima riscontrata è di 170,60 metri sul livello del mare mentre il rilevato su cui poggiano i depositi dei rifiuti si trova a quota 171,80 m, vale a dire appena 1,2 metri più in alto! Tuttavia – si dice – si potrebbero migliorare le loro condizioni di sicurezza ma a ciò si oppongono tre ordini di motivi: il primo è che qualunque intervento di tipo ingegneristico non potrebbe modificare le loro caratteristiche idro-geologiche che ne fanno siti non adatti a ospitare rifiuti nucleari; il secondo è che gli eventuali nuovi depositi sarebbero comunque temporanei sia per i rifiuti di bassa attività (per i motivi suddetti) e sia per quelli ad alta attività che in ogni caso dovrebbero essere destinati a un deposito geologico; il terzo motivo è che in questi siti non c’è spazio per ospitare adeguatamente la massa di rifiuti proveniente da altri siti, né gli impianti necessari al loro trattamento. Maledetta dunque è la sorte di questi rifiuti, come maledette sono le loro origini, segnate dall’insidia e dal mistero che da sempre le accompagnano, come è il caso delle barre di Elk River che giacciono in Trisaia da quasi cinquanta anni. Chi le portò, perché e come son giunte fino a noi? Sarà un racconto da mozzare il fiato e perciò meglio riposare la mente, almeno per una notte.

 

 

 

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