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Articoli filtrati per data: Tuesday, 02 Febbraio 2021

Ormai da marzo dell’anno scorso, dopo lo scoppio della pandemia, un'ondata di proteste è esplosa nelle carceri di tutta Italia. Le condizioni assurde e disumane che si vivono al loro interno si sono palesate, anche a chi fa finta di non vedere, proprio con il diffondersi del covid. L’inizio della pandemia è coincisa, per le detenute e i detenuti, con un ulteriori violazioni dei propri diritti. In un attimo sono stati bloccati i colloqui con i parenti, sono stati sospesi i permessi premio e il regime di semilibertà. A tutto ciò si è unita la paura del contagio, in strutture sovraffollate in cui già di norma la salute non viene tutelata.


Così da venerdì 7 marzo 2020 in tutta Italia sono scoppiate decine e decine di rivolte che si sono susseguite per giorni in circa 100 carceri italiane su 189. In un solo weekend decine di istituti penitenziari subiscono incendi, ci sono stati scontri con la polizia e reparti distrutti, evasioni, battiture. In alcuni casi, come a Napoli e Bologna, i detenuti hanno preso possesso di alcuni reparti. Purtroppo come sappiamo ci sono stati anche dei morti tra la popolazione carceraria.


Nonostante la repressione che ne è conseguita ancora oggi le proteste non si sono fermate ed hanno portato a delle conquiste.
Proprio sabato scorso, a Torino, Roma, Vicenza, Pisa, Padova, Bologna, Treviso, Venezia, Pavia e Milano, sono stati organizzati presidi e manifestazioni in solidarietà a Dana, Fabiola, Stefania e Manuela che avevano interrotto da pochi giorni lo sciopero della fame.

Uno sciopero durato sei giornate, e interrotto quando l’amministrazione carceraria ha accolto importanti rivendicazioni delle detenute per quanto riguarda il diritto alla salute e quello all’affettività. Infatti sono state ripristinate le ore settimanali per le videochiamate coi parenti. Inoltre è stata garantita, entro l’inizio di marzo, l’attuazione delle misure di prevenzione del covid, compresa la possibilità di vaccinarsi, che non erano ancora state applicate. Questi infatti sono stati i motivi che hanno portato alla decisione dello sciopero della fame. Una lotta sostenuta anche dalle altre detenute, dal movimento notav e dai tantissimi e tantissime solidali dall’esterno. L’importanza di questa vittoria mette in evidenza che da un lato la lotta paga, e dall’altro quanto sia importante sostenerla e darle voce. Ovviamente questo non è un arrivo, bisogna continuare a rivendicare le istanze che in questo ultimo anno sono state portate avanti con forza e determinazione. Sostenerle e portarle al di fuori di quelle mura è una questione imprescindibile.
Bisogna continuare a lottare per spingere l’apparato repressivo a mollare la corda: non possono continuare a negare l’applicazione delle misure alternative al carcere. Ci sono ottomila persone con meno di un anno di residuo pena e altrettante devono scontare ancora da uno a due anni. Con le misure alternative si eviterebbe di intasare le carceri e di rendere ancora più difficile l’emergenza sanitaria. E’ disumano che i tribunali di sorveglianza neghino gli arresti domiciliari o altre misure, nonostante pandemia e sovraffollamento. Così come nel caso delle Notav Dana e Fabiola, punite perché da sempre lottano per un mondo giusto, dove il carcere non avrebbe motivo di esistere.

L'attualità impone un ripensamento radicale della società in cui viviamo e questo ripensamento non può che comprendere luoghi come il carcere, invisibili e nascosti all'opinione pubblica, dove si consuma continuamente la sopraffazione della dignità umana.

 

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Tensione, cariche, lacrimogeni e tanta resistenza operaia stanotte, tra martedì 1 e mercoledì 2 febbraio, fuori dal magazzino FedEx-Tnt di Piacenza.

Dalla tarda serata gli operai hanno iniziato a presidiare i cancelli della multinazionale Usa contro l’annunciata volontà di eliminare 650 lavoratori. nell’ambito di un più generale piano di tagli del personale che a livello europeo, ha annunciato la stessa multinazionale del settore logistico, prevede il taglio di 6.300 posti di lavoro.

Per questo da tempo è in corso una mobilitazione, guidata dal Si Cobas, fuori gli stabilimenti FedeEx-Tnt. A Piacenza però, poco prima delle ore 23 la polizia ha caricato, facendo largo uso di lacrimogeni.

“Diversi operai – spiegano i Si Cobas Piacenza in un comunicato stampa – hanno riportato ematomi evidenti al cranio e tagli dovuti al meccanismo esplodente dei lacrimogeni. Numerose anche le ustioni”.

Il presidio non ha comunque mollato ed è tornato, fino a notte, con l’arrivo di  altri operai e solidali dalle realtà più vicine, a bloccare nuovamente FedEx-Tnt di Piacenza e impedendo l’uscita della quarantina di camion previsti.

Dal presidio fuori FedeEx-Tnt la voce di un compagno Si Cobas da Piacenza

Da Radio Onda d'Urto

Di seguito il comunicato stampa del SI COBAS:

Nella notte fra lunedi e martedi violento pestaggio dei lavoratori FedEx-TNT da parte dei reparti celere.

Gli operai presidiavano pacificamente i cancelli della multinazionale statunitense per protestare contro l'annunciata volontà di eliminare 650 lavoratori.

Per la città di Piacenza, già duramente colpita dalla recessione dovuta al Covid-19, un colpo non sostenibille.

Sebbene gli oltre 300 operai presenti fossero del tutto pacifici, intorno alle 22:30 la polizia ha attaccato il presidio con lancio di lacrimogeni CS (vietati dalle convenzioni internazionali) e con violente cariche dei lavoratori rimasti storditi a terra.

Diversi operai hanno riportato ematomi evidenti al cranio e tagli dovuti al meccanismo esplodente dei lacrimogeni. Numerose anche le ustioni, di cui purtroppo molte ai volti.

Questa logica di gestione delle emergenze sociali quali problemi di ordine pubblico è del tutto inaccettabile per un paese civile.

Prefettura e questura dovrebbero preoccuparsi di non permettere alle multinazionali americane di umiliare e sbattere in mezzo alla strada i cittadini della loro città, piuttosto che di operare come loro guardie private.

Gli operai somo tornati davanti ai cancelli senza paura, e continueranno la loro lotta sino ad ottenere le opportune garanzie.

COORDINAMENTO PROVINCIALE SI COBAS PIACENZA

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Venerdì scorso, il rifugiato politico Ebrahim Abdi JenekanloEbrahim Abdi Jenekanlo è stato espulso dalla Germania. In Iran rischia ora di subire sia la tortura, sia la condanna a morte.

A nulla sono servite le campagne e le proteste di alcune ONG (tra cui anche Amnesty International) che erano intervenute per impedirne l’estradizione, paventando appunto per la stessa vita del fuoriuscito curdo.

Jenekanlo, nato 33 anni fa in un villaggio del Rojhilat (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione di Teheran), viveva e lavorava in Germania ormai da dieci anni e qui aveva depositato diverse domande d’asilo.

Come ha precisato Katharina Merk (di Amnesty International) “prima di fuggire dall’Iran era stato arrestato e torturato per aver preso parte una manifestazione”.

Da tempo la famiglia di Jenekanlo era sotto osservazione da parte del regime iraniano in quanto alcuni suoi membri vengono considerati oppositori e dissidenti. In passato un fratello di Ebrahim Abdi era stato ucciso per aver rivendicato la propria identità curda e anche il padre ha subito minacce e ritorsioni.

Younes Bahram, esponente del Forum tedesco-curdo di Dresda, ha ricordato come anche recentemente si sia parlato del caso di Jenekanlo alla televisione curdo-irachena e anche sui media curdi. Trasmissioni che – involontariamente – potrebbero aver fornito alle autorità iraniane un pretesto per accusare il richiedente asilo di tradimento (reato che prevede anche la condanna a morte).

D’altra parte forse bisognava aspettarselo. Tra il 2019 e il 2020 la Germania ha espulso verso l’Iran ben 48 rifugiati. E questo nonostante le ripetute violazioni dei diritti umani e le numerose esecuzioni capitali qui eseguite (in particolar modo contro cittadini curdi).

E LA FRANCIA?

E’ di questi giorni la notizia che Parigi avrebbe tutte le intenzioni di espellere – in questo caso verso la Turchia – un militante curdo che aveva combattuto in Rojava.

Originario del Bakur (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione di Ankara), Huseyin, aveva disertato dall’esercito turco dove avrebbe dovuto compiere una ferma di due anni di servizio militare (un reato il suo che potrebbe comportare la pena di morte) integrandosi nelle milizie curde che si opponevano a Daesh. Successivamente si era rifugiato in Francia dove da tempo vivono le sue sorelle. Dopo un primo arresto, aveva inoltrato varie domande d’asilo al tribunale di Perpignan. Ma tutte venivano rigettate con l’ordine – firmato dal prefetto dei Pyrénées-Orientales – di lasciare il Paese.

Nel dicembre dell’anno scorso era stato portato dalla polizia all’aeroporto. Riusciva tuttavia a rifiutarsi di salire a bordo venendo quindi nuovamente arrestato. La stampa locale doveva poi occuparsi di lui per aver appeso e fatto sventolare una bandiera curda dalla finestra della cella. Per questo rischiava pure l’accusa di tentata di evasione (alla maniera dei fumetti o delle barzellette, con la bandiera al posto del lenzuolo!).

In seguito aveva tentato il suicidio.

Un nuovo tentativo di espulsione- in gennaio – è stato ancora vanificato dal suo ripetuto rifiuto di sottoporsi al test per il Covid19 (propedeutico all’espulsione). Il tribunale lo ha condannato a tre mesi di prigione, ma rischiava anche l’interdizione dal territorio francese per dieci anni.

Per il suo avvocato Huseyin dovrebbe essere rimesso in libertà in quanto l’articolo L224-1 stabilisce che non si può sottoporre una persona al test contro la sua volontà.

Fermo restando che sul suo capo incombe sempre la spada di Damocle di una improvvisa espulsione verso la Turchia.

di Gianni Sartori da  Osservatorio RepressioneOsservatorio Repressione

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