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Articoli filtrati per data: Friday, 19 Febbraio 2021

Pubblichiamo la seconda delle quattro tranche di «Rosso» (1974-1975). La prima è disponibile qui. Seguiranno «Rosso dentro il movimento (nuova serie)» e «Rosso per il potere oparaio»

«Rosso» si stampava nell’hinterland milanese, quando ancora c’era la bruma che oggi non c’è più. La galaverna rivestiva di bianco i campi dove sfrecciava la metropolitana. La verde.

Neograf, Cartotecnica, Il Registro: alcuni dei nomi. Magari ci sono ancora. Gli stampatori: tutta gente che pensava alla lira. Cataloghi di bagni e docce, dépliant di fiere e mercati, giornalini dei commercianti locali, qualche rivista pornografica e «Rosso». L’importante erano i danè. Le cambiali non le volevano.

Capitava anche di finire adottati. Uno di questi, con un nome indimenticabile, si chiamava Tresoldi, mi veniva a prendere alla stazione del metrò di Cologno, mi portava a pranzo con lui e alla sera mi riaccompagnava a Milano. Aveva una casa molto grande e nella sala un angolo bar tutto di marmo. A lui devo la conoscenza, ahimè tardiva visto che non ero più un ragazzino, di quel dono degli dei che va sotto il nome di Campari shakerato col gin. Con lui sono entrato per la prima volta in vita mia a San Siro. Mi portava nel pomeriggio a vedere le partire di Coppa Italia del Milan.

«Rosso dentro il movimento» era curato sostanzialmente dal sottoscritto che raccoglieva i contributi degli organismi operai e studenteschi e quelli provenienti dai movimenti femminista e omosessuale. Non esisteva un menabò fisso. Ma non potevano mancare i contributi delle principali realtà dell’autonomia di fabbrica, dei servizi (Alfa, Sit Siemens, Face Standard, Fiat di Cassino, Petrolchimico di Marghera, Policlinico di Roma, ecc.) e dei collettivi studenteschi. Come non potevano mancare le cronache del movimento di autoriduzione che stava dilagando e le pagine sulla repressione che colpiva il movimento. Lo spazio di «Rosso tutto il resto» a ogni numero diventava più grande.

C’era poi sempre un editoriale a firma della segreteria dei Collettivi politici operai o del Coordinamento nazionale delle assemblee, dei comitati, dei collettivi. La pagina internazionale completava il numero.

Gli articoli arrivavano quando andava bene dattiloscritti, se non addirittura manoscritti. Arrivavano significa che me li passavano a mano o venivano spediti per posta. Un altro mondo. Senza Internet e la posta elettronica!

Una volta raccolto il materiale, e questa operazione richiedeva un tempo variabile e determinava la sostanziale irregolarità di «Rosso», ci si chiudeva per qualche giorno in tipografia e cominciava l’artigianale lavoro di impaginazione.

La composizione era ancora rigidamente alla vecchia maniera: con il piombo e i mitici linotypisti, poi stampa provvisoria, incollaggio delle colonne su impaginato di misura del numero, scelta delle immagini, impaginazione finale, controllo delle ciano e via alla stampa. Seguiva poi qualche giorno per la piegatura e infine la spedizione fuori Milano. Per Milano si portavano le copie in Disciplini e Sebastiano. E quando si passava a prendere il numero nuovo si dovevano mollare i soldi della vendita del numero precedente. Discussioni a non finire. Avercelo avuto un file di excel! I passaggi nelle varie tipografie erano anche all’origine dei diversi formati, fondamentalmente tre dal numero 1 al n. 16.

Per l’impaginazione e la parte grafica «Rosso dentro» il movimento poté contare sulla creatività di un militante del Fuori, organico all’esperienza di «Rosso», a cui si devono gran parte dei titoli più belli degli articoli e l’impostazione dissacrante del giornale. Per le immagini, al di là delle innumerevoli fotografie di lotta, si trattò di una sistematica depredazione di tutto quanto ci sembrava adatto ad accompagnare i testi. Dai disegni di Scalarini alle vignette realizzate da alcuni disegnatori che ci rifornivano all’occorrenza. C’è poi per molti numeri la presenza costante di Jacopo Fo che realizza per «Rosso» delle ministorie a tema (legge Reale, appropriazione, Tango: la danza del compromesso storico, La Gara…via, Giustizia tappabuchi: il caso Ognibene, ecc.).

Ma ricominciamo la storia per bene.

«Rosso» non ebbe mai una redazione con la erre maiuscola. In questo del tutto in sintonia con il movimento dell’autonomia operaia che poi trovò le maiuscole solo nelle requisitorie dei giudici con la dizione di Autonomia Operaia Organizzata.

In realtà, ad eccezione di un breve periodo (non più di 3 mesi da ottobre a dicembre 1975) non si può parlare neppure di un redazione con la erre minuscola.

Ci sono stati, sia in «Rosso del Gruppo Gramsci», che in «Rosso dentro il movimento (prima serie)», alcuni compagni, tra cui io, che si occupavano del giornale. Niente di meno, niente di più. Ma che non si occupavano solo del giornale. Per capirci, io ero soprattutto e innanzitutto «un compagno esterno», come si diceva allora, del Collettivo politico operaio della Sit Siemens: il mitico collettivo di Vito, Rossano detto Sole rosso e gli altri. Quelli che avevano messo sotto in un’assemblea di fabbrica sulle qualifiche addirittura Trentin, il segretario nazionale della Fiom. Davanti a qualche migliaio di operai e impiegati.

Partecipavo in tutto e per tutto alla vita del collettivo, tranne che naturalmente alle attività all’interno della fabbrica, visto che i guardioni non mi lasciavano entrare. Stazionavo al mattino fuori dai cancelli di piazzale Zavattari ove distribuivo volantini del collettivo, attaccavo datsebao del collettivo, facevo propaganda del collettivo. Volantini e datsebao i cui testi erano rigorosamente scritti parola per parola con i membri del collettivo la sera o la notte prima. Poi a manetta con il ciclostile e con i pennarelli. E proprio perché ero membro «organico» del Cpo della Sit Siemens potevo frequentare gli altri collettivi di fabbrica.

Occuparsi del giornale voleva dire dunque innanzitutto militare e avere un rapporto di assoluta fiducia con i rappresentanti dei collettivi di fabbrica, scuola e quartiere, con cui si scrivevano cronache e riflessioni sulle lotte in corso. Per quanto riguarda le fabbriche milanesi in particolare voleva dire essere parte della segreteria dei Collettivi politici autonomi (i Cpo) che si riuniva tutti i martedì nella sede di via Sebastiano del Piombo al civico numero 3.

C’erano corrispondenti da Varese, Torino, Cassino, Firenze dove erano presenti collettivi operai o dove erano esistiti dei nuclei del Gruppo Gramsci.

Si erano poi aggiunte le corrispondenze provenienti da altre realtà operaie, legate, sia pure in maniera non organica, alla componente negriana del disciolto Potere operaio o del tutto slegate dai gruppi come le Assemblee autonome.

Già il numero 9 (marzo ’74) ospita i primi contributi dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera e dell’Assemblea autonoma dell’Alfa e sempre nello stesso numero il Coordinamento nazionale dei Cpo tenta un primo censimento di tali organismi:

«Da parte dei Cpo è spesso mancata un’analisi seria e approfondita di altre realtà di autonomia operaia esistenti in Italia... Questo atteggiamento però se portato avanti ancora, rischia di ridurre seriamente la portata politica del progetto dei Cpo, confinandola ad un settore specifico dell’autonomia operaia organizzata, mentre è ben più largo il panorama a cui questa proposta può rivolgersi».

Nel numero 10 (maggio ’74) appare il primo documento congiunto delle componenti dell’autonomia dell’Alfa di Arese che guidano le lotte della vertenza aziendale e viene ripubblicato il mitico contributo del 1969 dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera sul rifiuto del lavoro.

«A chi ci dice che lavorare è necessario, noi rispondiamo che la quantità di scienza accumulata (vedi ad esempio i viaggi sulla Luna) è tale da poter ridurre subito il lavoro a fatto puramente di contorno della vita umana, anziché concepirlo come la “ragione stessa della esistenza dell’uomo”».

Il numero 11 (giugno ’74) rendiconta della prima riunione del coordinamento nazionale dei Collettivi politici operai e delle Assemblee autonome. In questo coordinamento entra anche la componente romana dell’autonomia (Collettivo del Policlinico e Comitato politico Enel) sia pure conservando una posizione molto critica su questo nuovo livello di aggregazione degli organismi autonomi.

«Rosso» nel corso del 1974 si è trasformato quindi da Giornale del Gruppo Gramsci a Giornale degli organismi autonomi, come era previsto nel documento di scioglimento del Gramsci stesso Un passo avanti. Dal Gruppo all’Organizzazione dell’autonomia operaia (supplemento al n. 7 del dicembre ’73).

Ma nel documento non era previsto solo questo. C’era una parte dedicata al vero nocciolo duro del programma dello scioglimento riassunto nello slogan «Tutto è politica» e dichiarato nel famoso articolo: Un pezzo di giornale un po’ duro da mandar giù («Rosso», n. 7).

«Ma se la politica è tutto, lo è se ha la forza di spezzare la separazione che esiste tra i ruoli che ciascuno di noi si trova appiccicati addosso e che giocano così spesso contro i suoi bisogni e contro i suoi stessi migliori alleati. Avanguardie isolate nella fabbrica i giovani operai sanno quanto il vecchio è duro a morire, ma spesso non sanno capire la rivolta delle donne, l’estraneità degli studenti ai ruolo di cani da guardia della teoria morta o non sanno riconoscere questa ribellione nel modo in cui si manifesta. Sanno l’importanza dell’organizzazione ma non sanno ancora organizzare la riunificazione di tutti i bisogni umani in un programma che si rifletta nella guerra quotidiana contro i padroni che possiedono non solo il nostro corpo ma anche la nostra mente.

Bisogna praticare da subito un rapporto diretto, di movimento, cominciando non col costruire scale gerarchiche che contrappongono la fabbrica alla scuola, la scuola alla famiglia, la famiglia alla caserma, la caserma alla strada, la strada al carcere, il carcere al letto... Non ci sono priorità strategiche che giustifichino il rimandare quei problemi che la gente sente come più urgenti e che possono essere affrontati subito».

Il programma si presenta da subito intenso e molto radicale. Occorre:

Fare chiarezza sulla contraddizione tra l’essere oppressi e sfruttati in fabbrica e oppressori nel rapporto con gli altri. («Rosso», n. 8)

In particolare e in rapida successione:

Questione sessuale: «La sinistra ha fino ad oggi rimandato a dopo la “presa del potere” ogni discorso su come sarà la vita comunista… La questione sessuale viene relegata tra le cosiddette contraddizioni secondarie o nella sovrastruttura… Rimandare tutto a dopo significa trascurare di fare già oggi non solo quello che è possibile, ma quello che l’oppressione rende ormai irrinunciabile» («Rosso», n. 11).

Famiglia: «Ma allo stesso modo della fabbrica, dello sfruttamento del padrone sull’operaio, il padrone organizza tutta la nostra vita. Costringe tutti a rinunciare ai propri bisogni. Organizza la famiglia in modo da inculcarci il terrore dei nostri bisogni sessuali e per farci credere che solo la consacrazione di DIO e dello STATO rende legittimo l’amore sessuale tra le persone. I figli dipendenti dal padre e dalla madre vengono abituati a credere che la volontà del padre è legge, cominciano ad abituarsi a subire l’autorità. È così che si preparano i futuri operai». («Rosso», n. 9). Sessualità eterosessuale come norma: «…l’importanza fondamentale del punto di vista omosessuale per la comprensione (e la possibilità di sovvertimento ad essa conseguente) di quelle forme di potere, sfruttamento e repressione anche dell’uomo sulla donna legate alla norma eterosessuale, sulle quali né il proletariato, né il movimento di liberazione della donna possono da sé soli fare altrettanta chiarezza (Rosso, n. 8). Liberazione della donna: «Tre anni di pratica di autocoscienza ci hanno fatto capire che tutto è politica: l’isolamento delle donne nelle loro case, l’aborto, la maternità, una sessualità castrata. Tutto è politica, anche il modo con cui si fa politica» («Rosso», n. 13). Cultura: «A noi invece ci piacciono… il rock, i fumetti più illogici possibile, i libri senza martiri ed eroi, la riscoperta del proprio corpo e della fantasia, ci piace il whisky e il comunismo lo pensiamo come una cosa molto lussuosa, dove nessuno starà a piedi nudi su una zolla di terra a sudare piscia e sangue… Dobbiamo rifiutare a fondo i cascami di una cultura riformista che non corrisponde alla nuova realtà operaia nell’età della crisi. Non si può essere autonomi in fabbrica e sul territorio e riformisti e neoriformisti su “tutto il resto”» («Rosso», n. 14).

Musica: Il futuro della nuova musica sta nel sapere mantenere e chiarire il suo terreno di origine: estraneità operaia al lavoro, alla terra, estraneità dell’intellettuale all’industria culturale, del giovane alla famiglia, all’esercito, alla scuola. Il futuro della nuova musica sta nel sapersi tenere aderente, interna, alla crescita di movimento («Rosso», n. 9).

Liberazione: «…il proletario che lotta incomincia sempre più presto, è un ribelle prima di diventare un lavoratore, perché la talpa rivoluzionaria sta arando ogni campo di lotta, dalla famiglia, al quartiere, alla scuola…Il comunismo è giovane e nuovo è la totalità della liberazione» («Rosso», supplemento al n. 15).

Una vera miscela di sovversione totale: Jim Morrison di «Se devi vivere tutta la vita strisciando come un verme, alzati e muori!» rischiava di passare per un vecchio moderato. Del resto il grande Jim aveva detto: «Non parlare mai di pace e di amore: un Uomo ci ha provato e lo hanno crocefisso!». Questa frase ci piaceva tantissimo.

Il primo ciclo di «Rosso dentro il movimento» produce 10 numeri e tre supplementi. Sembra un miracolo esserci riusciti in quel grande casino che era il movimento. Facciamo anche un numero speciale «Rosso contro la repressione» dopo le «giornate di aprile» 1975.

«Più si approfondisce la crisi dei padroni, più la borghesia torna a mostrare il suo vero volto terroristico e ferocemente distruttivo di qualsiasi istanza rivoluzionaria del proletariato. E in questo gioco Pci e riformisti hanno assunto (ormai senza veli) il duplice ruolo di repressori delle punte avanzate di lotta e di cogestori della ristrutturazione sulla pelle di operai e proletari».

L’eresia doveva essere eliminata.

Da sinistra in rete

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in CULTURE

Ieri diverse mobilitazioni contro il governo Draghi dietro lo slogan “Nessuna fiducia al governo di banche, Confindustria e multinazionali”.

Numerose le adesioni: Si Cobas, USB, Patto d’azione anticapitalista, Prc, Potere al Popolo, Sinistra Anticapitalista, Riconquistiamo tutto! Opposizione in CGIL, Pci, Fronte della Gioventù Comunista, Pcl e altre realtà della sinistra d’opposizione fuori dal Parlamento.

La piazza principale a Roma, quella di San Silvestro, a pochi passi dal Parlamento, dove diverse centinaia di attivisti e attiviste, lavoratori e lavoratrici, soprattutto della logistica hanno sfidato il divieto della Questura. Presidi anche in altre città, come a Brescia, dove mobilitazione si è tenuta sotto la Prefettura di piazza Duomo.

In una trasmissione con diverse corrispondenze, collegamenti e interventi dalle piazze raccontiamo la giornata di mobilitazione Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

Di seguito riprendiamo il comunicato del SI Cobas sulla giornata:

 

SE VIVIAMO È PER CAMMINARE SULLA TESTA DEI RE: I DIVIETI NON CI HANNO FERMATO!

Oggi il governissimo di Draghi si è presentato alle camere per un voto di fiducia scontato, accolto come il Salvatore della patria dall'intero arco parlamentare, senza alcuna vera opposizione e con i plausi dei fedeli sindacati confederali.

Il consenso della propaganda di tutti i giornali e giornalisti allineati al potere non ci ha fatto dimenticare chi è Draghi, un banchiere diventato il principale regista del massacro dei lavoratori Greci e delle politiche padronali che hanno visto anche nel nostro paese un attacco allo Stato sociale, ai diritti dei lavoratori, alle pensioni e al welfare che ha colpito in particolar modo le donne lavoratrici come confermato dai dati Istat: nell'ultimo mese più del 95% dei nuovi licenziati sono donne.

Così come non abbiamo fatto sconti ai due Governi Conte, non abbiamo certo bisogno di aspettare per capire chi rappresenta Draghi, e sappiamo anche che sicuramente sarà dalla parte delle banche e di Confindustria.

Per queste ragioni oggi eravamo a Roma per ribadire che noi non siamo sulla stessa barca e all'unione sacra del capitale, dei padroni in questo clima di unità nazionale opponiamo il fronte unico di lotta dei lavoratori e degli sfruttati.

La piazza di oggi, combattiva e determinata, ha raccolto tanti lavoratori, lavoratrici, e solidali.

Grazie alla determinazione dei manifestanti, dopo alcuni momenti di tensione, una nostra delegazione è arrivata davanti a Montecitorio, dove i lavoratori e disoccupati, tra cui quelli di TNT FedEx ed i disoccupati di Napoli che hanno portato le loro rivendicazioni: salaio garantito, tutela piena della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro per la prevenzione dei contagi, blocco dei licenziamenti con copertura alla 100% della Cassaintegrazione, rinnovo dei CCNL scaduti, patrimoniale sulle grandi ricchezze per far sì che la crisi la paghino i padroni.

Con queste stesse parole d'ordine si sono svolti presidi anche nelle altre città, da Napoli fuori alla sede di Confindustria a Bologna fuori alla Prefettura.

Per questo il prossimo Sabato 20 Febbraio rilanciamo il percorso dell'Assemblea dei Lavoratori e Lavoratrici Combattivi invitando alla massima partecipazione, per preparare un giornata di sciopero e di lotta nazionale per il prossimo 8 marzo.

Non abbiamo governi amici e continueremo il conflitto di classe nei luoghi di lavoro, nelle periferie, nelle città.

 

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Riceviamo e pubblichiamo...

Venerdì 5 febbraio, si è tenuta la seconda udienza che ha visto la presenza di ben 20 testimoni portati dalla difesa a favore dei 26 antifascisti imputati per i fatti accaduti il 4 Agosto 2017, quando la città di Carpi vide uno schieramento di Forza Nuova presidiare sotto alla palazzina di via Marx che di lì a poco avrebbe ospitato un progetto di accoglienza migranti. Una presenza estranea che, nella città medaglia d’oro al merito civile per i sacrifici della popolazione durante la Lotta di Liberazione, ha subito attivato una risposta chiara e forte.

Altrettanto chiara è stata la risposta repressiva del Tribunale di Modena che ha fatto recapitare 26 decreti penali di condanna a coloro che quella sera erano voluti andare proprio lì, in via Marx, a vedere coi propri occhi lo scempio fascista.

Nell’aula di Tribunale i e le testimoni, riportando i fatti accaduti quella sera, hanno sostenuto l’inequivocabile spontaneità della presenza antifascista e, venuta così a cadere la principale linea d’accusa che intendeva indicare i 26 imputati come organizzatori del raggruppamento non autorizzato, l’oggetto d’accusa si è spostato al comma 3 dello stesso art.18 TULPS: “con le stesse pene sono puniti coloro che nelle predette riunioni prendono parola”.

Dalle parole alle canzoni è un attimo.

- Sì probabilmente qualcuno ha cantato!

- Cantato? Si ricorda la canzone?

- Ma immagino “Bella Ciao”.

Il gioco è fatto.

Il 23 Aprile è prevista la sentenza.

Una sentenza di condanna basata su tale interpretazione, tra l'altro già dichiarata illegittima da precedenti sentenze della Corte Costituzionale, sarebbe un precedente agghiacciante per Modena e provincia, soprattutto se emessa due giorni prima del 25 Aprile. Un pericoloso precedente che andrebbe a minare la libertà di dissentire, anche pacificamente, di fronte a becere manifestazioni d'odio razziale e xenofobo inscenate da gruppi o partiti dichiaratamente neofascisti.

Insieme ai tantissimi antifascisti e alle tantissime antifasciste, di Carpi e non solo, che si stanno stringendo attorno ai compagni e alle compagne alla sbarra dimostrando enorme solidarietà e vicinanza daremo battaglia affinché non passi una sentenza tanto infame.

L'antifascismo non si arresta!

Da Carpi Antifascista

 

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I ministri non hanno ancora iniziato a scaldare le poltrone e già come previsto si fregano le mani. Apre le danze il sen. Salvini che oggi invita a fare “il ponte Draghi” (sic!) sullo stretto di Messina dicendo che ci sono 100.000 posti di lavoro chiavi in mano. Una balla che abbiamo già sentito per il TAV per cui grandi opere = grande occupazione 

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359088938519056384" style="text-align: justify;">In realtà l’avanzamento della tecnologia edile fa sì che ormai da decenni la leva occupazionale delle grandi opere è ridicola rispetto all’investimento. Pochi addetti, a tempo, che manovrano macchine sofisticate.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359090207065268231" style="text-align: justify;">A titolo di esempio, vediamo qual è l‘impatto occupazionale del TAV secondo i dati forniti dalla stessa società promotrice TELT nel suo famoso “road show” del 2017 a Torino

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359091440316514305" style="text-align: justify;">Per il mega-tunnel lato italiano i promotori annunciano

– nei primi due anni circa 200 lavoratori
– nell’ultimo anno e mezzo una cinquantina
– negli otto anni e mezzo centrali di lavoro la media è di circa 900 lavoratori

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359091440316514305" style="text-align: justify;">= 800 lavoratori in media per la durata del cantiere.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359091440316514305" style="text-align: justify;"> Etx1xKcWYAA02fr

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359091440316514305" style="text-align: justify;">Mettiamoci anche i posti di lavoro “indiretti”, stimati da TELT a 2 per ogni occupato del cantiere = 1.600 posti.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359091440316514305" style="text-align: justify;">Quindi 1.600 + 800 = 2.400 posti di lavoro in tutto e per tutto generati dal TAV. Circa 40 volte meno di quelli annunciati dal Salvini per il ponte sullo stretto.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359093096638726148" style="text-align: justify;">Meglio di niente? Bisogna vedere quanto costano alle casse pubbliche questi investimenti in grandi opere e se, per creare occupazione durevole e utile, non sarebbe meglio investirli altrove.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359093096638726148" style="text-align: justify;">I costi del TAV sono fissati dalla delibera cipe n. 19 del 2015 che mette nero su bianco le quote di finanziamento UE, Francia e Italia. L’Italia pagherà 3 miliardi di euro per il solo tunnel transfrontaliero

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thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359094721235271690" style="text-align: justify;">Quindi per una media di 2.400 occupati, l’Italia pagherà 3 miliardi di euro di soldi pubblici. Il che significa

1 posto di lavoro “creato col TAV = 1,25 milioni di euro 

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359098185940144133" style="text-align: justify;">Di questo si parla quando si parla di lavoro con le grandi opere: pochissimi posti, precari con progetti che però che piacciono ai costruttori perché il rischio d’impresa se lo accollano i cittadini e per gli imprenditori ci sono solo profitti.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359103421283000322" style="text-align: justify;">Tra l’altro, il caso TAV dimostra non solo che il TAV non dà lavoro ma che lo toglie. Questo è lo stato delle vigne della Val Clarea ai cui vignaioli il TAV sta letteralmente LEVANDO la possibilità di vivere della propria terra.

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359103421283000322" style="text-align: justify;">EtyB0npXEAEnK6j 1

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359105019702874112" style="text-align: justify;">Le truppe di occupazione dello Stato italiano recentemente hanno impedito loro di concimare e potare le viti usando poliziotti dell’anti-sommossa che proteggono il cantiere della vergogna 

thread#showTweet" data-screenname="notav_info" data-tweet="1359105613570207748" style="text-align: justify;">I tempi di queste balle spaziali delle grandi opere che portano lavoro sono appena cominciate allora… attrezziamoci.

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