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Articoli filtrati per data: Tuesday, 16 Febbraio 2021

Ieri sera diversi No Tav, provvisti di fiaccole crepitanti, sono partiti dal Presidio Permanente dei Mulini per dirigersi verso l’area del cantiere della Maddalena.

La determinazione degli attivisti ieri, come sempre, era molta e infatti, nonostante il goffo tentativo delle truppe d’occupazione che, per cercare di spostare le persone dalle recinzioni, hanno utilizzato gas lacrimogeni e “addirittura” una manichetta dell’acqua ( siamo gente di montagna non temiamo il freddo!), diversi pezzi di reti e concertina sono stati tagliati.

Forse per la controparte, dopo 30 anni di lotta, non è ancora molto chiaro un concetto, al contrario, ben impresso nei No Tav : a sarà düra!!

Avanti No Tav!

Da notav.info

 

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Il fronte dell'indipendenza vince nel voto catalano con i repubblicani di ERC in grado di guidare mentre Pablo Hasél sgancia un altro testo bomba contro i Borbones nel giorno della detenzione

L’indipendentismo ha superato per la prima volta il 50% dei voti nelle elezioni  e ha raggiunto il 51,32%. Il dato viene dalla somma di ERC, Junts e CUP e anche quello dei partiti extraparlamentari pro-indipendenza, tra i quali spicca il PDeCAT con 76.900 voti.

Anche per numero di deputati, la somma di ERC, Junts e CUP è la più alta della storia, e sale a 74 deputati: 33 di ERC, 32 di Junts e 9 di CUP, 6 sopra la maggioranza assoluta, fissata a 68 seggi. Nella precedente legislatura, il fronte separatista aveva avuto una maggioranza di 70 seggi, 4 in meno rispetto a quella attuale. Il superamento del 50% dei voti a favore dell’indipendenza della Catalogna era uno degli obiettivi di questi partiti, risultato che a loro avviso deve avere delle profonde ripercussioni sui rapporti con lo Stato per accogliere le richieste catalane. La figura rompe la storia dell’unionismo spagnolo nel senso che aveva la maggioranza sociale. Nelle precedenti elezioni parlamentari, nel dicembre 2017, con la ribelle provincia torchiata dall’articolo 155 calato da Madrid,  l’indipendenza ottenne la maggioranza assoluta, ma rimase al 47,5% dei voti, inferiore rispetto alle elezioni che hanno portato alla dichiarazione di indipendenza: il 27 settembre 2015, nelle elezioni del plebiscito, la somma di Junts e della CUP ha raggiunto il 47,8% dei voti.

Queste sono state anche le elezioni in cui gli attivisti indipendentisti hanno avuto più opzioni che mai tra cui scegliere: 7 partiti invece dei 3 che esistevano fino ad ora nelle elezioni catalane. L’affluenza alle urne è stata la più bassa di tutte le elezioni parlamentari dal 1980, al 53,46%. Al contrario, le elezioni del 21 dicembre del 2017, dopo il tormentato referendum, sono state quelle con la più alta affluenza alle urne, con il 79,09%. La giornata elettorale si è svolta in un clima di normalità nonostante le incertezze derivanti dalla pandemia di coronavirus, che hanno costretto l’amministrazione a rafforzare le misure di sicurezza nei seggi elettorali. Intanto, il rapper catalano a cui è stato detto di andare in prigione, Pablo Hasél, ha pubblicato una nuova composizione dedicata al re spagnolo Felipe VI lo stesso giorno in cui scade il termine per la sua denuncia in carcere. Hasél ha caricato il video clip “Nemmeno Felipe VI” su Youtube lo scorso venerdì ed è già stato visto migliaia di volte. Il video inizia con un estratto del discorso del monarca spagnolo, in cui afferma che “senza libertà di espressione e informazione non c’è democrazia”. 

Nei suoi testi, Hasel si rivolge al re come un “tiranno” e prende anche di mira il “cosiddetto governo progressista” spagnolo per aver tentato di fermare la mobilitazione di protesta. Il video è stato registrato in diversi luoghi della città natale di Hasél, Lleida. Nella canzone pubblicata da Pablo Hasél, nello stesso giorno in cui gli è stato ordinato di iniziare la sua pena detentiva di 2 anni e 9 mesi a seguito di due verdetti di colpevolezza nell’udienza nazionale spagnola per glorificazione del terrorismo, il rapper chiama “fascista” il monarca.

Da lesenfantsterribles

 

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«Nato il 17 novembre»: la Grecia fra golpisti e guerriglia. Una storia vera aperta al futuro.

di Enrico Fletzer

Dimitris Koufontinas è un rivoluzionario greco – oggi prigioniero (*) – che si è mosso per quasi trent’anni nel solco della grande tradizione rivoluzionaria del suo Paese. Nato da una famiglia di partigiani comunisti occupati nella produzione del tabacco ha guidato un gruppo di ex-contadini in una lotta al sistema imperialista direttamente ispirato alla rivoluzione cubana e al movimento dei Tupamaros. Si trova attualmente dopo 21 anni di detenzione (quasi 20 passati in isolamento) in un carcere rurale a custodia attenuata, anche considerando il fatto che è un apicultòre di rinomata fama, ma le intenzioni del governo sono di riseppellirlo lontano dalla luce del sole.

Come nota lo stesso Koufontinas nella sua ricostruzione del movimento armato ellenico, la Grecia accanto all’Italia é uno dei pochi Paesi in Europa dove tranne rare eccezioni non si è rielaborato il passato reazionario e fascista: le varie dittature o restaurazioni si son succedute alternandosi a fasi di guerriglia e a guerre civili più o meno striscianti. Similmente a quanto avvenuto in Italia (e con l’aggravante della storica dipendenza greca dalla Turchia prima e poi da Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania) il libro scritto da Koufontinas giustifica a pieni voti la strategia armata di contrasto a magistrati e politici corrotti come ai responsabili della controguerriglia anglo-americana. Fu condotta da un gruppo considerato fra i più misteriosi del mondo, il gruppo rivoluzionario 17 novembre: si costituì a metà degli anni Settanta, la data rimanda alla sanguinosa repressione del 1973 contro gli studenti del Politecnico durante la dittatura obrista. In quella repressione si trovò coinvolto lo stesso Koufontinas.

Il gruppo 17 novembre – d’ora in poi 17N – ha costituito per trent’anni un vero e proprio incubo per i servizi segreti capitalisti di tutto il mondo. Anche perché la prima azione del 17N, nella tarda serata del 23 dicembre 1975, è stata l’eliminazione del capo della CIA di Atene, Welch.

Il movimento si è dissolto con una catena di arresti nel giugno 2002 dopo che la polizia aveva torturato un militante ferito da un’esplosione di una bomba trasportata da un militante nel porto del Pireo.

Il libro di Koufontinas si può certamente leggere – in italiano non è ancora stato tradotto – come la storia di trent’anni di successi militari contro l’imperialismo e il capitalismo ma anche come la sostanziale mancanza di quell’innesto tanto desiderato fra le lotte di massa della classe operaia e il protagonismo del gruppo. In questo nodo sta anche la forza del libro perché sono presenti molti ed importanti passaggi autocritici. Dunque interessantissimo perché ci offre su un piatto d’argento la comprensione ben articolata degli orrori del sistema capitalistico e imperialista in Grecia (e non solo) ma anche una possibile prospettiva per la rinascita di un movimento rivoluzionario dell’oggi.

Con il suo libro Koufontinas si conferma un rivoluzionario. Ma in tutti questi anni si è dimostrato anche un grande apicultore. Ora è detenuto in un carcere rurale in regime attenuato (dopo venti anni di regime duro) ma una direttiva del governo Mitokakis vorrebbe riportarlo all’inferno. Proprio quel Mitokakis della cui famiglia 17 N aveva cantato le gesta… a colpi di bombe e mitraglia. Contro questa vendetta di regime Koufontinas ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza, sostenuto da una grande parte della sinistra greca.
Non me lo aspettavo sinceramente ma la lettura di «Nato il 17 novembre» mi ha ispirato parecchio. E’ un libro movimentato e adrenalinico che si legge come un ottimo thriller ma che consente anche vivide riflessioni con un occhio proiettato sul presente oltre che sulla ricostruzione storica (che è particolarmente accurata nella versione tedesca, quella che ho letto io).

Per molti anni il movimento 17N ha costituito un vero e proprio incubo per le classi dominanti e per i servizi segreti statunitensi, britannici e tedeschi. L’originalità di questo movimento guerrigliero è anche dovuta al fatto che non ha mai cercato contatti con analoghe formazioni clandestine e che era composto prevalentemente da militanti provenienti da ambienti contadini inurbati. Anche per questo fino all’epilogo è risultato praticamente imprendibile.

«Nato il 17 novembre» è stato un vero successo editoriale in Grecia con oltre 100.000 copie vendute, ed è stato pubblicato in lingua tedesca per i tipi della Bahoe Books con un’appendice che ricostruisce il filo rosso delle lotte rivoluzionarie greche e dei suoi tanti nemici, a cominciare dal leader del gruppo nazista Alba Dorata che era coinvolto nella repressione degli studenti.

Il punto d’approdo si può sintetizzare così: come sostiene Dimitris Koufontinas non bisogna separare i tanti successi del 17 N dallo storico fallimento di uno sbocco rivoluzionario e progressista (a livello locale e globale) di tutte le lotte – pacifiche o violente che fossero – degli Anni Settanta.

«Io credo che valga solo la pena in effetti riempire queste pagine se non parliamo solamente delle nostre piccole e più grandi vittorie su un nemico potentissimo. Ciò di cui vale la pena scrivere in realtà sono le nostre sconfitte, di cui solo noi portiamo la responsabilità. Quelle che noi dovevamo subire non a causa della onnipotenza dell’avversario, ma per le nostre contraddizioni e le nostre debolezze. Io scrivo per una visione critica della nostra storia. Per una nostra autocritica».

(*) cfr APPELLO PER DIMITRI KOUFONTINAS

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Da La Bottega del Barbieri

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di Sandro Moiso per Carmilla

Chiara Sasso, A Testa Alta. Emilio Scalzo, Prefazione di Livio Pepino, Postfazione di Nicoletta Dosio, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2020

Diventammo sovversivi perché eravamo delinquenti potenziali. Fummo rivoluzionari perché non avremmo potuto essere altro. Inutile raccontarsela o raccontarla diversamente. (L’estate del 1964 – S. M.)

La valle di Susa e i suoi resistenti della lotta No Tav sono stati percossi, intimiditi, perseguitati, imprigionati, molestati, minacciati, uccisi, denigrati, insultati, processati, multati, pestati a sangue, controllati, incriminati, allontanati, reclusi nelle proprie abitazioni, repressi (ma mai depressi), vivendo ormai da almeno trent’anni in una sorta di lockdown permanente e di bolla spazio-temporale militarizzata che invece di piegarli non ha fatto altro che rafforzarne sempre più la vitalità, l’energia e le convinzioni.

Per comprendere come questo sia stato possibile, sia a livello individuale che collettivo, si rende assolutamente necessaria la lettura del testo appena pubblicato di Chiara Sasso, dedicato alla ricostruzione della vita e delle “avventure” di Emilio Scalzo, forse più noto come Emilio “il pescivendolo”, uno dei militanti più conosciuti e colpiti da provvedimenti giudiziari del movimento di resistenza valsusino.

Vorrei qui soffermarmi per una breve riflessione proprio su quest’ultima definizione poiché, anche se il movimento popolare della Valsusa ha preso le mosse e continua a battersi principalmente per impedire la realizzazione dell’orrenda e devastante operazione meglio nota come nuova linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, nel corso degli anni gli obiettivi delle sue lotte e della sua critica sono andati ben oltre i limiti spaziali della Valle e gli aspetti economico-mafiosi della grande opera da realizzarsi in loco.

Trent’anni di lotte e riflessioni hanno infatti “materialisticamente” costretto gli abitanti della Valle e coloro che fin dall’inizio li hanno appoggiati a spingere lo sguardo ben oltre quello che avrebbe potuto essere soltanto, come in altri casi, il giardino di casa. La coabitazione tra specie e Natura, tra Uomo e Ambiente e la correlazione tra salute ambientale e salute sociale (ancora così tanto rimossa dal dibattito politico pubblico anche in occasione dell’attuale pandemia) sono diventati da subito argomenti importanti a sostegno delle ragioni della lotta. Così come lo stretto legame tra capitale, mafie politiche ed economiche e grandi opere ha contribuito a dimostrare l’ultima, vera essenza di una società che si rivela sempre meno perfettibile e che è sempre più necessario combattere respingere in ogni suo aspetto, sia politico-economico che di riproduzione della vita.

Emilio, con i suoi 65 anni e i 26 provvedimenti giudiziari che lo riguardano, costituisce un bel campione (in altri ambienti si direbbe case study) per comprendere la forza e l’evoluzione di questo movimento, esemplare ed eroico. Si badi bene non c’è alcun intento retorico nell’uso di questi ultimi due aggettivi, al contrario assolutamente necessari per descrivere le vite, le lotte delle e dei militanti No Tav e la loro esperienza umana e politica.

Ce lo raccontano in questi giorni le vicende delle detenute resistenti nel carcere delle Vallette, ce lo dimostrano i giovani asserragliati da mesi e con ogni clima presso i Mulini della Val Clarea, ce lo dicono i giovani occupanti del presidio di San Didero, dove la grande opera inutile cercherà di allungare i propri tentacoli nelle prossime settimane o mesi. Prima con gli espropri e poi con il tentativo di realizzare un autentico fortino dedito a controllare il centro della Valle.

Ma torniamo a Emilio e alla sua vita, iniziata il 5 maggio (come per una reminiscenza manzoniana di grandi personaggi) 1955 a San Cataldo in Sicilia. In una famiglia di umili condizioni, ma orgogliosa di carattere, che affronterà come moltissime altre la necessità di spostarsi al Nord per motivi economici e l’impossibilità di garantire ai figli un percorso completo di educazione scolastica.
Emilio inizierà infatti a lavorare molto presto, proprio per essere di sostegno, e, anche se per i fratelli che intraprenderanno la “strada dell’aceto” ovvero della delinquenza e della violenza questo potrebbe non essere del tutto vero, a raccogliere per strada un altro tipo di educazione alla vita che comunque mai nessuna scuola, statale o meno, avrebbe potuto altrettanto garantirgli.

Una vita in cui, comunque, il coraggio e la forza fisica contano come il saper leggere e scrivere, soltanto utilizzando un diverso tipo di quaderni e di grammatiche. Quaderni in cui le righe sono costituite dalle prevaricazioni subite dai più deboli, dal punto di vista socio-economico, del genere e dell’etnia di appartenenza, e le grammatiche dalle logiche, strettamente individualiste oppure rette da un più alto senso etico e morale, messe in atto per esprimere ciò che si vuole. D’altra parte, senza scadere in una sorta di darwinismo sociale, è chiaro che un mondo che si regge sugli odi, le differenziazioni di classe, genere, nazione e razza e sulla violenza più o meno legale degli apparati di controllo e giurisdizione statali non può che far sorgere spontaneamente dal basso una reazione uguale e contraria che, però, non essendo indirizzata ad un unico scopo (la valorizzazione del capitale in ogni suo aspetto per la higher class nel suo insieme) può dar vita a percorsi non solo diversi, ma anche divisivi e contrari.

Emilio giunge in Piemonte nel 1968. Ha tredici anni è ha già accumulato l’esperienza di vita in una Sicilia dove

Lo Stato non aveva nessuna forza, non esisteva. Quattro carabinieri che stavano rintanati in caserma, a volte uscivano a cavallo per battere la campagna. Ma un giorno il marresciallo non tornò più e non trovarono neppure più il suo cavallo. Chi lo sostituì pensò bene di farsi gli affari suoi e di occuparsi delle carte. La mia famiglia non era mafiosa, non apparteneva a nessuna cosca, per niente, ma viveva in un contesto dove tutto era molto promiscuo1.

Sarà per questo che confessa di non tornare volentieri nella regione d’origine, nonostante i drammi, la fatica, le delusioni che spesso lo circonderanno lungo il suo percorso.
Percorso che, va qui però detto, è sempre affrontato con slancio ed entusiasmo vitale, che fanno sì che più che di disavventure il racconto ci lasci in bocca il sapore di un’unica, lunga avventura.
Narrarla tutta sarebbe qui inutile, poiché si vuole lasciare al lettore il piacere di scoprire il gusto della militanza e della sua scoperta, a patto che lo stesso, come Emilio, sappia sempre da che parte stare e quale parte scegliere, al di là dell’interesse personale o famigliare.

Come ricorda Nicoletta Dosio nella sua postfazione

Emilio ci racconta la sua vita con semplicità e sincerità, anche quando essere sinceri costa sacrificio.
«I miei fratelli mi prendevano in giro: noi siamo lupi, tu sei un sanbernardo». Una metafora perfetta per definire Emilio: forte e generoso, pronto ad intervenire in difesa dei più deboli, senza arretrare mai2.

Chiara Sasso ha raccolto la testimonianza di Emilio durante gli arresti domiciliari di quest’ultimo e ha avuto il merito di lasciar spesso scorrere il discorso attraverso le parole del protagonista di una vita sempre rivolta al prossimo: che si trattasse di ingiustizie sul luogo di lavoro, della lotta NoTav o del sostegno attivo ai migranti in cui si è sempre distinto.

Ciò che vien da suggerire alla brava autrice, in un contesto valligiano, in particolar modo legato a Bussoleno, in cui numerose e numerosi militanti si trovano attualmente in carcere o agli arresti domiciliari (non si offendano se qui, per ragioni di spazio, non li cito tutti per nome e cognome), è quello di non lasciare che questa biografia di Emilio costituisca un unicum, ma piuttosto far sì che diventi il primo volume di una serie dedicata ad un’autentica storia orale dei protagonisti, conosciuti e meno, delle vicende degli ultimi trent’anni, andando a ricostruire nel dettaglio un’autentica storia dal basso che la storiografia accademica sembra da tempo aver dimenticato o rimosso. Troppo esplosiva, troppo “calda”, troppo pericolosa da maneggiare nei polverosi manuali di Storia, anche quando sono magari nati con i migliori intenti.

Avanti NO Tav!

1) Chiara Sasso, A Testa Alta. Emilio Scalzo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2020, p. 17  

2) Nicoletta Dosio, Postfazione in C. Sasso, op. cit., p. 117  

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in NOTES

A Prato da oltre un mese è in corso lo sciopero dei lavoratori di Texprint per richiedere condizioni dignitose di lavoro e maggiori diritti.

Le rivendicazioni degli operai sono chiare: lavorare otto ore al giorno per 5 giorni a settimana, invece che 12 ore per 7 giorni, rispetto del Ccnl, regolarizzazione dei contratti e dignità. Diritto ai giorni di riposo, alle ferie e alla malattia pagate, alla tredicesima, come stabilito dai contratti nazionali. La necessità di mettere la parola fine al caporalato nel distretto tessile e il salvataggio di migliaia di posti di lavoro a rischio con l’avvicinarsi della fine del blocco dei licenziamenti. 

Gli operai del SI COBAS fanno notare che la mole di lavoro è immensa tanto che se non si lavorasse più 12 ore per 7 giorni i posti di lavoro raddoppierebbero (12 ore per 7 giorni vuol dire 84 ore settimanali invece che 40, per uno stipendio minore) e non contenti i padroni approfittano della situazione di pandemia, infatti viene fatto un uso indiscriminato della cassa integrazione.

I lavoratori di Texprint svolgono le loro mansioni in condizioni assurde mentre il distretto del tessile di Prato continua ad essere un'anomalia dal punto di vista dei diritti, un'anomalia sostenuta e incoraggiata da istituzioni e sindacati gialli.

Lo sciopero ai cancelli della Texprint è ripreso alle 7 della mattina del 12 febbraio dopo che l'azienda ha chiuso il tavolo senza soluzioni alla vertenza e lo stato di agitazione si è esteso alle aziende commitenti. Il 13 febbraio infatti gli operai sono andati a chiedere conto anche ai Pronto Moda del Macrolotto che commissionano i tessuti alla stamperia, dei diritti negati in questi anni. "È l'ora che chi si serve, anche indirettamente del lavoro ipersfruttato venga richiamato alle proprie responsabilità. Anche loro guadagnano sul sistema del distretto tessile in cui si lavora 12 ore x 7 giorni la settimana." hanno scritto sulla loro pagina i SI Cobas di Prato e Firenze.

Come al solito non si è fatto attendere l'intervento violento della polizia a difesa dei padroni. Alle 20:00 del 13 febbraio circa 40 poliziotti e carabinieri hanno aggredito un gruppo di dieci operai che stavano partecipando allo sciopero. Il gruppo di lavoratori si era spostato su una piazzola laterale a via Aldo Moro, dove l’azienda sta caricando illegalmente della merce su un camion, mettendo anche a serio rischio la sicurezza delle macchine che percorrevano la strada ad alta velocità. La polizia, presente sul posto, assisteva alle operazioni di carico senza intervenire per interromperle. Arriva un numero spropositato di agenti che, dopo aver bloccato tutta la via Aldo Moro, intervengono con violenza contro gli operai, strattonandoli e immobilizzandoli con la faccia a terra. Quello che è più grave è testimoniato dai video: un operaio della Texprint viene ammanettato senza alcun motivo, prima che un funzionario ordini ai sottoposti di “liberarlo”, a testimoniare la scompostezza della condotta degli agenti: “avete rotto il cazzo”, “tiratelo per i piedi ‘sto coglione”, bestemmie, e poi incitazioni tra agenti a usare spray al peperoncino, e gas lacrimogeni… contro persone sedute a terra pacificamente. "Anche in questo caso siamo di fronte al solito grande paradosso: lavoratori che con coraggio decidono di denunciare illegalità imprenditoriale, mafia e caporalato chiedendo che vengano rispettati diritti e legalità, vengono trattati come criminali." commenta ancora il sindacato.

Nonostante la violenza della polizia lo sciopero davanti ai cancelli continua e la lotta degli operai Texprint ancora una volta sta svelando le condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti i lavoratori del distretto del tessile a Prato.

 

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