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Articoli filtrati per data: Monday, 15 Febbraio 2021

Le elezioni dell’Ecuador lasciano vedere alcuni aspetti di interesse per l’America Latina. Il primo di cui bisogna fare menzione è che le forze chiaramente neoliberali, guidate dal banchiere Lasso e dal Partito Social Cristiano, sono state chiaramente sconfitte.

Per il momento, la sua candidatura presidenziale e altre simili non raggiungono il 22% e hanno perso nella loro principale piazza, che è la provincia del Guayas e in altre della Costa, nelle quali le rimpiazza il correísmo. Nel Pichincha, dove si trova la capitale del paese, e l’unica in cui appaiono primi, il voto di Lasso cade del 6% rispetto al voto del medesimo candidato nel 2017.

È il risultato di quattro anni di governo apertamente neoliberale, oltre che incapace e continuatore del mondo di corruzione del precedente governo. Che questo governo, quello di Moreno, sia nato dal correísmo e sia circondato da coloro che sono stati alti rappresentanti di questa bottega politica, dimostra che prima di una posizione ideologica c’è stato un opportunismo circondato, in vari casi, da espressioni di sinistra.

Ma c’è una storia che si recupera nella sconfitta dei neoliberali. L’Ecuador fu un puntello nella resistenza a queste politiche al punto che in qualche momento più del 70% della popolazione si opponeva al TLC con gli Stati Uniti, fu proposta la costruzione dello stato plurinazionale, fu bloccata la privatizzazione della salute e dell’educazione e si chiedeva una revisione contabile del debito estero. Dopo sarebbe apparso Lucio Gutiérrez vincendo le elezioni presidenziali e prendendo queste proposte sociali che tradì in meno di sei mesi e “l’outsider” di Rafael Correa, che con questo sostegno sociale e programma avrebbe iniziato il suo primo governo, ma che si sarebbe incamminato verso la destra dopo l’approvazione della nuova Costituzione.

Gli indigeni, i popoli e i lavoratori dell’Ecuador hanno portato avanti la sollevazione dell’ottobre 2019 contro le imposizioni del Fondo Monetario. In modo collettivo hanno costruito una proposta politica unitaria e attualizzata chiamata Minga per la Vita e hanno aperto a nuovi processi unitari.

Da lì sorge una seconda lezione. I popoli non sono condannati a cicli neoliberali e cicli “progressisti”. La candidatura di Yaku Pérez si presenta come la continuazione dell’Ottobre, con le complessità che quello significa in un movimento così ampio, che già allora si espresse con la parola d’ordine: “Né il FMI, né Correa. Solo il popolo salva il popolo”.

Non si può lasciar passare che la consultazione popolare nel cantone Cuenca, in cinque domande e con più dell’80% dei voti, si è espressa per la protezione delle zone di ricarica idrica e contro la continuità delle esplorazioni minerarie che le mettono a rischio. Le transnazionali perdono di fronte ad una risposta sociale, urbana e rurale, che coincide con le motivazioni di Pérez.

Ovunque si voglia vedere, qui c’è un progresso nella coscienza sociale dei settori indigeni, lavorativi, impoveriti, donne ed ecologisti che hanno costruito il loro proprio cammino e che, tra le altre cose, rifiutano il messianismo del preteso capo insostituibile. Yaku Pérez si presenta in queste condizioni come un lottatore esperto dopo molti anni di azione comunitaria e politica, uscito da una famiglia che conosce la povertà e con la capacità di rappresentare questo blocco popolare e di sinistra la cui presenza aumenta.

Il correísmo cala

Certamente il correísmo, con Corea come candidato nell’ombra e Andrés Arauz come rappresentante, ottiene il primo posto nell’elezione presidenziale. Ma la sua votazione va in discesa. Con il 98,71% di schede scrutate, raggiunge il 32,07% dei voti, molto al di sotto di più del 39% che raggiunsero con Lenin Moreno, e peggio se si considera la sua meta del 40% per cercare di vincere in un solo turno. Nel Pichincha, otterrebbero il 22,56%, quasi 15 punti al di sotto del 2017 e cala nella maggioranza delle province, ad eccezione di poche della Costa.

D’altra parte, anche nelle regioni diminuisce. Riuscirebbero ad essere la prima forza appena in 8 province sulle 24 esistenti, tutte della Costa più una della Sierra. La sua espressione come forza nazionale va, sempre più, riducendosi ad un partito regionale. Questo non eviterebbe, per oggi, che abbiano il blocco legislativo più grande, ma senza superare la metà più uno nell’Assemblea, come successe in precedenti processi.

Il “progressismo” etnocentrista ed estrattivista

Differenziare quello che si dice e quello che si fa è fondamentale per valutare una persona e una forza politica. È così deplorevole come spiegabile, che alcuni “progressisti” ora puntino tutti i loro attacchi sul candidato degli indigeni, dei lavoratori e delle sinistre (basta vedere che organizzazioni appoggiano Yaku Pérez per potergli dare questa qualifica).

Da diversi angoli, con razzismo dissimulato, “progressisti” e neoliberali vogliono negare che Yaku sia indigeno, quando questo è un tema di autoidentificazione e, in questo caso, che corrisponde alla sua vita familiare e sociale. Dicono che non lo è perché ha un cognome spagnolo, come se non sapessero che questi cognomi e nomi furono imposti nei battesimi coloniali; come se non sapessero che si proibiva nell’anagrafe civile l’uso di nomi indigeni; e, come se non sapessero che un cognome non determina l’etnia a cui appartiene la persona. Gli europei che stanno usando questi argomenti, non li menzionerebbero nei loro propri paesi perché sarebbero motivo di risate omeriche.

Pretendono che non siano veri dirigenti indigeni coloro che li sostengono, negando la realtà delle organizzazioni che sono state un esempio in America latina, che hanno realizzato grandi sollevazioni per la giustizia sociale, che hanno portato proposte da avamposto che oggi si trovano nel testo costituzionale, anche se non nella realtà della loro desiderata applicazione. Con quale diritto, per difendere un’altra candidatura, vogliono avere il diritto di decidere chi è indigeno e quale la sua organizzazione? Questa è un’altra dimostrazione del pensiero coloniale in coloro che parlano contro il medesimo.

Dopo, vengono le menzogne come quella che Yaku Pérez sia uscito da nulla, che non abbia una storia di lotta. Per questo devono occultare il suo agire di decine di anni, la repressione subita sulla propria carne, la lotta permanente per l’acqua e contro le transnazionali minerarie, i suoi scritti a favore dei diritti collettivi. Ma i suoi compagni sanno la verità e questa pesa di più.

Da ultimo, allora esce l’argomento politico: che nella precedente occasione sostenne la candidatura del banchiere e si oppose alla candidatura di Lenin Moreno, allora unto da Correa. Ma votare per il correísmo, in quel momento, per le organizzazioni sociali era baciare la frusta castigatrice. Perché c’erano più di 200 accusati dal governo come terroristi, tutti dirigenti indigeni e popolari e nessun banchiere; perché Correa minacciò gli studenti che protestavano di togliergli il diritto all’educazione e vari repressi fecero causa per tortura; perché il suo controllo dell’apparato giudiziario gli permise di tenere prigionieri in evidenti casi di violazione dei diritti, come nel popolo Saraguro, Shuar, i tre del Cotopaxi e i dieci di Luluncoto (senza esagerare, detenuti perché vollero realizzare azioni terroriste e la prova era che erano riuniti, anche se non avevano armi né nulla che indicasse quello); perché, di fronte alla mancanza di argomenti, insultava nei potenti mezzi di comunicazione i settori popolari (usando il Kichwa, definiva Yaku Pérez come un “faccia di culo”); perché attaccava e attacca i diritti delle donne (il cinque febbraio avrebbe espresso a Radio Pichincha un volta di più la sua opposizione al diritto all’aborto: “Per esempio, Yaku Pérez è quello che ti dice che è d’accordo con l’aborto fino ai tre o quattro mesi come in Olanda, Francia, senza nessun requisito. Non è aborto per violenza. È aborto per edonismo. Sono rimasta incinta perché mi sono dedicata ad un’attività sessuale frenetica; allora ai tre, quattro mesi posso togliermi il figlio senza nessun requisito”).

Allora, non si trattava di un voto a favore del banchiere, era un voto per scrollarsi lo scarpone dal collo, era un voto d’opposizione al correísmo. E quello era anche un voto contro il neoliberismo che era già una linea dissimulata di quel governo. E per quello, basta dire che i banchieri ottennero i maggiori profitti storici nei loro ultimi anni, che ritornò il FMI o che Correa avrebbe riassunto così il suo nesso con le politiche neoliberali: “Stiamo facendo meglio le cose con il medesimo modello di accumulazione, prima di cambiarlo, perché non è il nostro desiderio colpire i ricchi, ma sì è nostra intenzione avere una società più giusta ed equa” (“La sfida di Rafael Correa”, in El Telégrafo, 15 gennaio 2012).

Con questa linea, il suo estrattivismo e sostegno alle transnazionali minerarie si trasformò in permanente. Non è casuale che siano gli indigeni i più danneggiati dal colonialismo minerario, che la Legge Mineraria sia stata appositamente adattata per sostenere questa attività e che la repressione, o che Correa, abbia condannato che “chiunque si opponga allo sviluppo del paese è un terrorista” (1 dicembre 2007).

Secondo turno: la lotta per un proprio programma popolare

Il progressismo continentale deve avvicinarsi ad analisi sostenute per comprendere quello che succede in Ecuador. Nel voto per il correísmo, certamente, c’è un settore importante di coloro che sono contro il neoliberalismo, ma diverso è l’agire del loro dirigente, più diffuso dai meccanismi della pubblicità che dai fatti che evidenzi la verità. 

Se il secondo turno è tra Arauz, che già non può crescere molto, e Yaku Pérez, la cui crescita negata per i media e le aziende di sondaggio è possibile in ampiezza, quello che ci sarà in fondo è una continuità del correísmo estrattivista e repressivo o la rielezione di una alternativa popolare uscita dall’anima dei popoli e delle organizzazioni sociali.

La Minga per la Vita, le proposte del piano di governo di Yaku, rappresentano la possibilità di qualcosa di nuovo, imbevuto nel popolo e nella sua storia. Per questo spaventa coloro che, in un modo o nell’altro, hanno governato senza cambiare il modello di accumulazione, perché “non vogliono colpire i ricchi”. Yaku Pérez, il Pachakutik e le forze alleate, tra le quali ci sono partiti di sinistra come Unità Popolare e altre, si trasformano anche nella seconda forza politica parlamentare, nella prima forza sociale che ha portato avanti la sollevazione di aprile e nel settore più organizzato a livello delle basi sociali. Tutto questo è di molta importanza in prospettiva futura.

Con Pérez ci sono le organizzazioni che non hanno mai fermato la propria lotta contro il neoliberalismo e a favore dei diritti, che sono state perseguitate e attaccate dalla destra e dal correísmo. Ci sono le organizzazioni indigene perseguitate per essere antiestrattiviste alle quali Correa volle togliere anche la loro casa a Quito; i maestri dell’UNE la cui organizzazione fu resa illegale ma non sospese mai la propria azione; contadini, specialmente quelli che si oppongono ai benefici all’agroindustria e all’uso di più prodotti agrochimici; le organizzazioni di operai e lavoratori, guidate dal FUT; gli studenti universitari e secondari; le maggiori organizzazioni ecologiste che ricordano la persecuzione di Pachamama e Azione Ecologica; i commercianti al dettaglio repressi per “deturpare” la città; tra le altre che, evidentemente, recuperano e accrescono la loro forza.

È curioso che il banchiere Lasso e Correa coincidano nel criticare le informazioni del Consiglio Nazionale Elettorale, annunciando ambedue che il banchiere andrà al secondo turno e che Yaku Pérez rimarrà fuori. Questo, perché come abbiamo detto, le possibilità di crescita di Pérez saranno definitorie e l’11 aprile, la più fresca delle opzioni potrà diventare vigente nel paese.

11/02/2021

 

Edgar Isch L.

 

Rebelión

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista definivano il potere statale moderno come il comitato d'affari della borghesia. Questa considerazione, arcinota e spesso abusata, sembra calzare a pennello sulla genesi del governo Draghi e sul suo probabile ruolo all'interno dello scenario politico attuale.

La beatificazione a reti unificate, l'entusiasmo delle cancellerie occidentali, il cicaleggio di Confindustria e delle altre consorterie imprenditoriali parlano chiaro. Allo stesso modo la lista dei ministri, di cui abbiamo già parlato qui, del governo Draghi lascia davvero poco spazio a dubbi ed aspettative.

Dunque il governo Draghi come convergenza momentanea o meno delle borghesie italiane (e per alcuni aspetti transnazionali) sulla governance, nonostante le precedenti fasi di tensione più o meno aleatorie. Ma con quali obbiettivi?

La prima risposta è semplice, ne abbiamo già parlato. Si tratta di concentrare i flussi di capitale del Recovery dove è massima la possibilità di valorizzazione per le grandi imprese. Rilanciare la crescita a prescindere, nel più breve termine possibile. Nonostante i differenziali di sviluppo del paese, nonostante la storia recente insegni che sempre meno spesso il paradigma della crescita abbia ricadute sull'occupazione, i redditi ed altre determinanti sociali. Quindi concentrare i capitali nel nord ormai vera e propria piattaforma intermedia della catena del valore tedesca. Qualsiasi forma di redistribuzione, che sia di classe o geografica è considerata superflua persino nel caso in cui sorregga una qualche specie di compromesso sociale. Draghi è stato scelto come il campione di questa opzione. Non senza rischi ed ostacoli.

La seconda, meno schematica e molto più ipotetica, in parte conseguenza della prima riguarda i soggetti di rifermento sul piano sociale. Il governo Conte è stato nel bene o nel male il garante di un patto sociale con i ceti medi in affanno e con alcuni settori proletari. L'intera politica del governo giallo-verde e di quello giallo-rosa si possono vedere in una certa continuità in questo senso. La paura dell'emersione di un conflitto sociale latente durante la pandemia, l'onda lunga delle articolazioni neopopuliste e sovraniste in Italia hanno determinato questa collocazione che è sempre stata stretta ai confindustriali ed oggi lo diventa in maniera ancora più netta. Dal lato della "grande" borghesia nostrana la questione è semplice: il ceto medio, la piccola borghesia vanno compressi, dimagriti. E' necessaria un'ulteriore concentrazione del capitale per rispondere alla crisi e le risorse che stanno arrivando dall'UE non vanno disperse in mille rivoli di stimoli una tantum utilizzati come paracadute per il declassamento. Il governo Draghi in questo senso nasce contro il patto sociale portato avanti da Conte. Come questa rottura si concretizzerà è tutto da vedere. E' probabile ad esempio che non assisteremo ad una cancellazione istantanea di misure come il Reddito di Cittadinanza, ma piuttosto ad un suo progressivo depotenziamento.

Il terzo obbiettivo è quello della "normalizzazione" del piano politico. Dopo aver imbrigliato e portato ad una totale compatibilità il Movimento Cinque Stelle con un mix di integrazione e delegittimazione, in cui il meschino personale politico grillino si è tuffato come un dodo dalla rupe, adesso l'obbiettivo, molto più malleabile, è la Lega. Con il riflusso del movimento sovranista globale, la sconfitta di Trump negli States a fare la voce grossa torna ad essere il partito del Nord rappresentato da Giorgetti. Svestiti i panni dell'euroscetticismo resta un Salvini senza salvinismo. Il progetto dello sfondamento a Sud, la retorica sovranista finiscono in soffitta nel giro di un mese dall'assalto a Capitol Hill. Le forche caudine della responsabilità istituzionale sono il prezzo da pagare per un eventuale futuro governo di centro-destra con il favore degli industriali.

Dunque al momento questa "piccola restaurazione" incarnata da Draghi e dai suoi accoliti sembra procedere senza intoppi ma i nodi scoperti rimangono molti.

Sebbene salutato con entusiasmo dalle cancellerie di mezzo mondo il governo Draghi dovrà confrontarsi con sfide geopolitiche di un certo peso. Il neopresidente infatti incarna in sé tanto un profondo europeismo, quanto un dichiarato atlantismo. La scelta di introdurre il Quantitative Easing da guida della BCE (per cui viene quotidianamente osannato dai giornali) fu una mossa in velato contrasto con la posizione di austerity dei paesi core dell'UE e prese ispirazione da quanto fatto precedentemente dalla FED negli Stati Uniti. Nello scontro di allora sulla crisi del debito sovrano europeo tra Merkel ed Obama, Draghi appariva nei fatti più vicino al secondo.

Come si posizionerà questo governo di fronte al probabile rifarsi avanti di uno scontro tra le elites europee e quelle sull'altra sponda dell'atlantico? Ci sono pochi dubbi che gli Usa di Biden, se pure con altri toni rispetto a Trump, lavoreranno comunque ad una riduzione dei margini di autonomia dell'eurozona (d'altronde come dimostra la vicenda dei vaccini una "periferizzazione" dell'UE sembra essere più un dato di fatto che una tendenza).

Proprio sulla questione dei vaccini, o meglio più in generale, di un'uscita dalla crisi sanitaria il meno prolungata e "dolorosa" dal punto di vista economico possibile, si giocherà il primo banco di prova del governo Draghi. L'efficienza del banchiere e i suoi contatti internazionali prevarranno sulla masnada di "migliori" che costellano il governo e la geopolitica del vaccino?

Sul piano politico poi la vera domanda è chi rappresenterà (se ancora qualcuno sarà in grado di farlo) gli elettori traditi del 5 stelle e in parte della Lega? Difficile pensare che la Meloni, unica rimasta fuori dal governo dell'intero arco costituzionale, sarà in grado di farlo, troppa poca penetrazione al Nord, troppo carico ideologico e poca visione politica, tanto di più di fronte al momentaneo crollo dell'opzione sovranista internazionale.

E ancora: cosa produrrà a livello di anatomia sociale lo sblocco dei licenziamenti, la razionalizzazione della forza lavoro via digitale, l'ulteriore investimento sulle grandi opere inutili, l'utilizzo del tema della transizione ecologica come strumento di valorizzazione del capitale?

E' possibile che la dialettica tra inclusi ed esclusi utilizzata come frattura dentro la classe venga superata materialmente dalla portata della crisi e dalle misure che il governo Draghi si troverà a mettere in campo. Un attacco ai settori di proletariato garantiti è tutt'altro che improbabile, da definire se mai è quale ne sarà la portata, considerando che lo spettro del debito è sempre al di là della collina e che le concessioni dell'Europa sono tutt'altro che soldi gratis.

 

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Gli Stati Uniti d’America hanno ridotto a 100 le bombe nucleari tattiche B61 dislocate in Europa ma l’Italia continua ad essere il partner NATO che ospita il maggior numero di questi ordigni di distruzione di massa, ben 35, nelle basi aeree di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia). Lo rende noto l’Istituto di Ricerche Internazionali IRIAD – Archivio Disarmo di Roma dopo la pubblicazione da parte del Bulletin of the Atomic Scientists di una ricerca sulle “Armi nucleari statunitensi”, a cura degli studiosi Hans M. Kristensen e Matt Korda.

Secondo i due esperti, le bombe nucleari USA sono attualmente presenti in sei basi europee: Kleine Brogel, Belgio (15 B-61);  Büchel, Germania (15); Volkel, Olanda (15); Incirlik, Turchia (20); Aviano (20) e Ghedi (15).

“Tali bombe nucleari tattiche, aviotrasportate e destinate ad essere eventualmente usate per un conflitto limitato al Vecchio Continente, erano state dislocate a centinaia nel 1979, in piena guerra fredda, e sono rimaste a rappresentare l’impegno statunitense a difendere l’Europa dal potente vicino russo”, commenta il professore Maurizio Simoncelli, vicepresidente IRIAD. “Nel corso degli anni il loro numero si è ridotto ed anche le basi dove erano dislocate sono diminuite, al punto che in Gran Bretagna e in Grecia non vi sono più. Le testate rimangono più numerose però proprio nelle due basi italiane. Se quella di Aviano è statunitense, quella di Ghedi è della nostra Aeronautica militare, dotata di cacciabombardieri Tornado IDS del 6º Stormo, che verranno prossimamente sostituiti dai nuovi F-35E Strike Eagle preparati appositamente per il trasporto delle B61. Anzi queste ultime verranno rimpiazzate entro un biennio dalle nuove B61-12, che saranno dotate di un impennaggio di coda per colpire con precisione l’obiettivo e potranno essere lanciate a distanza per evitare all’aereo il fuoco difensivo dalla zona attaccata”.

Le nuove 61-12 sono state prefigurate sia per le esplosioni al suolo sia in aria con una potenza predeterminabile fra 0,3 e 50 kiloton, consentendo di colpire gli obiettivi con “minori danni collaterali e minore ricaduta radioattiva”, come riferito dagli analisti del Pentagono. “La loro evoluzione tecnologica le rende dunque più facilmente utilizzabili aumentando quindi i rischi di un conflitto nucleare”, aggiunge il professore Simoncelli. “Appare pertanto necessario che il governo italiano e le forze politiche affrontino la scelta di avviarsi verso la rimozione di queste basi e delle relative bombe, proprio per la sicurezza del nostro paese e dell’Europa, operando in sintonia con le finalità non solo del Trattato di Non Proliferazione nucleare, ma anche del recente TPNW Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, a cui l’Italia non ha purtroppo aderito e appena entrato in vigore”.

Secondo quanto riferito l’8 giugno 2020 a Defence New dal responsabile dei programmi di difesa National Nuclear Security Administration, Charles Verdon, le nuove testate B61-12 sono già state testate con successo dai cacciabombardieri F-15E Strike Eagle, durante l’esercitazione NATO “Red Flag” tenutasi nel poligono Tonopah in Nevada, nel marzo 2020. “Una testata non attiva è stata rilasciata da un caccia a circa 1.000 piedi dal suolo, mentre è stato effettuato anche un test ad un’altitudine maggiore, a circa 25.000 piedi; in entrambe le prove sono stati colpiti gli obiettivi designati”, ha riferito l’ufficiale USA.

Per il programma di aggiornamento e potenziamento delle bombe nucleari tattiche B-61, il Pentagono ha previsto una spesa comprensiva tra gli 8 e i 9 miliardi d dollari. Esse potranno essere impiegate oltre che dai cacciabombardieri F-35 ed F-15, anche dagli F-16 e dai bombardieri strategici B-2 di US Air Force, nonché dai velivoli delle aeronautiche militari dei partner NATO. Sempre secondo la National Nuclear Security Administration, la produzione delle B61-12 sarà conclusa negli Stati Uniti d’America entro la fine del 2022.

Ai test inaugurali in Nevada delle nuove testate tattiche erano presenti, tra gli altri, i cacciabombardieri F-35A del 32° Stormo dell’Aeronautica italiana di Amendola (Foggia) “La presenza in Nevada all’esercitazione multinazionale Red Flag ci ha consentito di accrescere e consolidare il ruolo del nuovo velivolo quale enabler fondamentale in scenari complessi, che includono minacce aeree e terrestri avanzate”, ha commentato enfaticamente l’ufficio stampa dell’Aeronautica militare. Una conferma non tanto implicita dell’intenzione dei vertici della Difesa italiana di assegnare ai costosissimi caccia di quinta generazioni anche le funzioni di strike nucleare in ambito NATO.

Il 22 gennaio scorso, in occasione dell’entrate in vigore del Trattato internazionale che proibisce le armi nucleari, il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio ha emesso una nota stampa in cui è stata ribadita la totale subordinazione del nostro paese alle strategie di guerra dei moderni dottor Stranamore dell’Alleanza Atlantica. “Apprezziamo il ruolo della società civile nel sensibilizzare sulle conseguenze catastrofiche dell’uso delle armi nucleari”, ha dichiarato il ministro (uscente), ma “siamo convinti che l’approccio migliore per conseguire un effettivo disarmo nucleare implichi un pieno coinvolgimento dei paesi militarmente nucleari laddove invece - dal momento in cui è stata lanciata l’iniziativa del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari - abbiamo assistito ad una crescente polarizzazione del dibattito in seno alla comunità internazionale”.

“Pur nutrendo profondo rispetto per le motivazioni dei promotori del Trattato e dei suoi sostenitori - ha concluso Di Maio - riteniamo quindi che l’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari possa essere realisticamente raggiunto solo attraverso un articolato percorso a tappe che tenga conto, oltre che delle considerazioni di carattere umanitario, anche delle esigenze di sicurezza nazionale e stabilità internazionale”.

Il cinico commento del leader pentastellato è stato giustamente stigmatizzato dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, tra le organizzazioni non governative italiane che hanno sostenuto la campagna per l’approvazione del Trattato TPNW. “Respingiamo l’assunto che il Trattato avrebbe avuto un effetto negativo sugli strumenti di disarmo multilaterale”, scrive l’ONG. “Il TPNW ha avuto invece il merito di riattivare percorsi di disarmo ormai da troppo tempo in stallo e consideriamo un’occasione mancata l’assenza dell’Italia e di molti suoi alleati non nucleari dal dibattito che ha portato alla sua adozione”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo, lo smantellamento del quadro di dispositivi legati al disarmo multilaterale è “piuttosto derivato da scelte infauste dell’Amministrazione Trump, con la dissoluzione di Trattati fondamentali come l’INF e il JCPOA e i ritardi sul New START”.

Da antoniomazzeoblogantoniomazzeoblog

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