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Articoli filtrati per data: Saturday, 13 Febbraio 2021

Ieri sera è stata diramata la lista dei ministri che comporranno l’esecutivo guidato da Mario Draghi.

Doveva essere il governo dei migliori, e cosi è stato: i migliori a difendere i privilegi e l’ingiustizia sociale sulla quale si fonda la Repubblica rappresentativa italiana.  

Dai 5S a Forza Italia dalla Lega al PD, tutti sotto l’egida del ‘banchiere’, i “tecnici” dove si spende i politici dove li si nota di più (o di meno, dipende dalla furbizia).

La distribuzione proporzionale delle poltrone tra i partiti ha prodotto la seguente ammucchiata:

15 ministri politici, 8 tecnici nei ministeri ‘di spesa’ o divisivi. Una squadra che attraversa stagioni diverse ma al cui interno ci sono molti dei protagonisti degli ultimi 12 anni. Gli anni intercorsi da quel 2008 che segnò la crisi spia del neoliberismo e della sua relazione con la cosiddetta ‘democrazia liberale’. Un governo di ricomposizione degli interessi della borghesia e del capitale italiano.

Prima di passare ai nomi, guardiamo le forze. Il movimento 5 stelle ottiene 4 ministeri. PD, Lega e Forza Italia: 3 ministeri, e i due rimanenti divisi tra LeU e Renzi.  

Il Movimento 5 Stelle, imbarcazione alla deriva nel mare della compatibilità, si aggrega alla flotta dei poltronari di professione, ma rimane lampante la sua incapacità di trattare da prima forza parlamentare. I 5S si accaparrano la miseria di 4 ministeri con poco margine di spesa.

Luigi Di Maio si tiene il Ministero degli Esteri, Patuanelli ‘retrocede’ dallo ‘Sviluppo Economico’ all’agricoltura, mentre Fabiana Dadone e D’incà assumono rispettivamente le ‘politiche giovanili’ e i ‘rapporti con il parlamento’.

I 5 stelle insieme a Berlusconi accompagnati da Beppe Grillo che definisce Draghi un grillino, cosa manca?

Il responsabile Partito Democratico si trova sempre comodo in questi contesti e ottiene 2 conferme e un ritorno. Confermati Franceschi alla ‘Cultura’ e Guerini ‘alla difesa’, l’apparato bellico e la vendita di armi in giro per il mondo si sa richiedono stabilità.

La novità è il ritorno di Orlando che diviene ministro del lavoro. Spendere parole sulla relazione tra tutela dei diritti di lavoratori e lavoratrici e il PD sarebbe superfluo.

La Lega ottiene due ministeri rilevanti: Giancarlo Giorgetti allo ‘Sviluppo Economico’ e Garavaglia al ‘Turismo’, quest’ultimo settore diviso dalla ‘Cultura’. Terzo ministero è quello che riguarda le disabilità che viene assegnato a Erika Stefani.

Roberto Speranza di LeU viene confermato ministro della salute, una scelta nel segno della continuità nell’affrontare la pandemia. Tuttavia nelle fila della sinistra al PD, del PD, amica ma alternativa al PD, decidete voi, regna la tensione dell’ennesima piroetta tecnico-politica che ha condotto a governare con Lega e Berlusconi. Draghi non è un problema, quello piace.

Matteo Renzi, leader di Italia Viva e demiurgo del colpo ‘Draghi’ se la ride invitato in tutti i talk show televisivi nei quali si auto definisce un eroe. Il suo partito ottiene la conferma di Elena Bonetti alle ‘pari opportunità’, meno di quanto aveva nel precedente governo fa anche la figura di quello non legato alle poltrone.

Dulcis in fundo, il ritorno del Cavaliere. Forza Italia insedia Renato Brunetta alla ‘pubblica amministrazione’, Maria Stella Gelmini agli ‘affari regionali’ e Mara Carfagna come ministro ‘del Sud’. Tutti protagonisti del governo Berlusconi 4 (2008-2011). L’ironia la lasciamo al dibattito ‘da social network’.

I nomi fatti fin adesso sono abbastanza noti, la solita politica che non cambia più i 5 stelle, che invece quelli si sono cambiati in fretta.

Di Draghi abbiamo già detto e aspettiamo il programma della ‘salvezza’, passiamo ai meno noti ‘tecnici’ che come sempre sono anche i più pericolosi.

Partiamo dalle conferme e i ritorni, per i primi c’è la ministra dell’interno Lamorgese che, un po' come Minniti, si è mostrata essere un poliziotto che va bene per tutti i governi. Criminalizzazione delle minoranze e del conflitto sociale sono e saranno i capisaldi della gestione dell’ordine pubblico.

Tra i ritorni annoveriamo Enrico Giovannini, ex Presidente Istat divenne Ministro del Lavoro con il governo Letta (2013-2014) e sarà il ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Un ministero depotenziato dalla creazione della ‘Transizione Ecologica’ ma che godrà di rilevanti decisioni strategiche in virtù del Recovery Fund. Lo aspettiamo al varco sull’infrastruttura delle infrastrutture la non sostenibile e costosissima TAV Torino-Lione.

Arriviamo quindi alle novità ‘tecniche’ insediate nei ministeri fondamentali per la distribuzione delle risorse del Recovery (Economia, Transizione Ecologica, Transizione digitale, scuola e università).

Il ministero politico per eccellenza viene ovviamente affidato ad un tecnico, Daniele Franco, sodale di Draghi da 30 anni ha ricoperto innumerevoli ruoli tra BankItalia ed il Tesoro. Inutile dirlo per lui il cuore della ripresa passa per il sostegno alle imprese e all’apparato finanziario. Così come Draghi, ha attenuato la sua retorica neoliberista condendola con il solito armamentario di vuoti riferimenti al ‘green’ e ai ‘giovani’.

Questi ultimi considerati come soggetto da sostenere in quanto figura strutturalmente designata a pagare il debito pubblico. Quota 100 e il reddito di cittadinanza, riforme del Conte I quello con la Lega (sigh), sono le due sfide principali del biennio che lo aspetta.

Il ministero della ‘Transizione Ecologica’, sbandierato dai 5s come conversione di Draghi al grillismo, è affidato al Professor Cingolani. Fisico a capo dell’area technology di Leonardo-Finmeccanica. Impresa bellica dal fatturato di 14 miliardi l’anno, storica fornitrice di armamenti verso teatri di conflitti drammatici tra i quali spicca quello spesso sottaciuto dello Yemen.

La stessa impresa che esporta fregate all’Egitto di Al Sisi, mentre le relazioni estere italiane vengono ridicolizzate sul caso Regeni e sull’arresto di Patrick Zaki.

Uno scienziato affermato globalmente perfettamente integrato nella macchina impresaria dello stato.

La transizione digitale, tema che nelle sue varie sfaccettature potrebbe arrivare a coprire ampie porzioni dei 209 miliardi del Recovery, è affidata al più noto Vittorio Colao.

Top manager di RCS (Cairo) e Vodafone era già stato nominato da Conte a guidare la task force per la ricostruzione economica post Covid. Una delle nomine più conservative del Conte II e incline agli appetiti di Confindustria nella permanente trattiva dallo scoppio del Covid sulla socializzazione dei costi della pandemia. Parole d’ordine imprese, privato, sussidi agli investimenti, serve aggiungere altro?

Scuola e Università rimangono due ministeri differenti.

Nella prima casella troviamo Patrizio Bianchi, economista formatosi alla London School of Economics. Professore di Economia Politica, ex rettore dell’Università di Ferrara è stato inoltre assessore alla formazione in Emilia Romagna per due mandati (con due Presidenti PD, Errani e Bonaccini).

La ministra Azzolina l’aveva già nominato capo della commissione per la riapertura della scuola.

La stampa già lo racconta come un tizio ‘amato dalla scuola’, quindi…

Nella seconda casella della formazione c’è il nome di Maria Cristina Messa. Medico chirurgo, curriculum importante e prima rettrice della Bicocca di Milano.

Coinvolta da Renzi nel progetto ‘Human Technopol’ fu anche inserita da Maroni nell’equipe tecnica per la trattativa con lo stato sull’autonomia differenziata della Lombardia.

Il Foglio riporta i suoi capisaldi nella gestione universitaria “favorire lo stile campus americano” e “imprenditorialità”, le parole che serviva sentire a proposito di università e ricerca.

Tra i ‘tecnici del Recovery’ non si può annoverare Marta Cartabia, Presidentessa della Corte Costituzionale e neo-ministra della giustizia. Vicina a Comunione e Liberazione è il nome forte e ‘autorevole’ insediato in un ministero divisivo dove il garantismo per sé stessi di Renzi e Berlusconi confliggerà (?, l’interrogativo ormai è d’obbligo) con la forca dei grillini.

Il 75% dei nominati vengono dal nord, la sommatoria delle loro biografie evidenzia bene i fini dello smantellamento del Conte II, monopolizzare dall’alto, sia geografico sia di classe, le poche risorse disponibili in una transizione critica.

Il governo dei migliori, si per loro. 

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Secondo il ministero della difesa turco sono almeno tre i soldati turchi uccisi durante una nuova offensiva contro i combattenti curdi nel nord dell'Iraq.

La Turchia ha lanciato mercoledì un'operazione, soprannominata "Claw-Eagle 2", contro i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nella regione settentrionale irachena di Dohuk.

Si tratta quindi di 2 soldati turchi morti e altri due feriti mercoledì in scontri con i militanti nella regione di Gara, un altro soldato è stato ucciso giovedì, ha detto il ministero della difesa turco.

 

Il PKK, elencato come gruppo "terrorista" dalla Turchia e da gran parte della comunità internazionale, ha usato per decenni le zone montuose dell'Iraq come trampolino di lancio per i suoi attacchi contro posizioni all'interno della Turchia.
L'esercito turco conduce regolarmente operazioni transfrontaliere e raid aerei sulle basi del PKK nel nord dell'Iraq, propagandando le operazioni come facenti parte del suo "legittimo" diritto di "autodifesa".

Il mese scorso, il ministro della difesa Hulusi Akar ha visitato la capitale irachena, Baghdad e la parte settentrionale del paese da dove ha detto che la Turchia intende eliminare gli attacchi del PKK per garantire la sicurezza dei confini e la pace regionale.

Dopo che un processo di pace è crollato nel 2015, ponendo fine a un cessate il fuoco di due anni, il governo ha detto che non sarebbe tornato ai colloqui con il gruppo.
Da allora, la Turchia ha regolarmente preso di mira il PKK nel sud-est prevalentemente curdo e ha attaccato le posizioni del gruppo nel nord dell'Iraq.

Condividiamo di seguito la traduzione di un articolo apparso su ANF che riprende il comunicato delle HPG a riguardo.

 

HPG: Diversi soldati turchi uccisi durante l'operazione di invasione a Gare

Le truppe turche hanno subito pesanti perdite durante la loro operazione in corso nel tentativo di invadere l'area di Gare nel Kurdistan meridionale, secondo una dichiarazione pubblicata da HPG sull'ultima situazione sul terreno.

 

L'ufficio stampa delle Forze di Difesa Popolare (HPG) ha rilasciato un comunicato sull'aggressione militare turca nell'area Gare della guerriglia tenutasi nelle Zone di Difesa Medya nel Kurdistan meridionale (Iraq settentrionale). Come l'HPG aveva annunciato in precedenza, l'operazione Gare è iniziata mercoledì sera con ampi bombardamenti da parte dell'aeronautica militare turca. "I primi scontri si sono verificati nell'area di Siyanê alle 5 del mattino del 10 febbraio dopo che lo stato turco ha bombardato pesantemente diverse aree nella regione di Garê e ha fatto atterrare soldati in mezzo ad attacchi di elicotteri alle 3 del mattino. A causa dell'effettivo bombardamento delle nostre forze qui, un gran numero le forze di occupazione sono state uccise, mentre alcune altre sono rimaste ferite. A seguito delle perdite, le forze d'invasione si sono ritirate gradualmente. L'area di battaglia e un campo con prigionieri di guerra sono stati bombardati intensamente da aerei da combattimento. Successivamente, le nostre forze hanno colpito nuovamente le forze di occupazione che nel frattempo si erano radunate. È stata registrata la morte di diverse decine di soldati. Dopo questo duro colpo, le forze di occupazione sono state costrette a ritirarsi dall'area di combattimento ". Mercoledì a mezzogiorno Siyanê è stata bombardata per un totale di sei volte da aerei da guerra turchi. Un'altra aggressione da parte di elicotteri d'attacco è stata prevenuta dall'intervento dei guerriglieri. Nel frattempo, i combattimenti nell'area continuano senza sosta. Aerei da ricognizione e caccia girano senza sosta sopra Gare.

 

Gli attacchi aerei dell'esercito turco sono continuati giovedì. Secondo il rapporto HPG, il villaggio di Sêdarê è stato bombardato sei volte. Cinque attacchi aerei sono stati registrati nella zona di Nêranê. La periferia dei villaggi di Museleka, Bilindbazê e Şkeftiyan è stata colpita in totale nove volte. Dalla sera dell'11 febbraio è stata osservata un'intensa attività aerea da parte degli elicotteri Sikorsky tra Akrê e Siyanê e nell'area di Qela Seddam.

Truppe lanciate in aria circondate dalla guerriglia

"Le forze di occupazione di stanza sulla linea tra Ergenê e Siyanê hanno cercato di espandere la loro area sul terreno. In tutta Gare si sono verificati tentativi di lanci, che sono stati impediti dagli interventi delle nostre forze. L'attacco dell'esercito turco a Gare è stato sventato dalla resistenza della guerriglia per la libertà del Kurdistan. Gli occupanti sbarcati nella regione sono stati circondati dalle nostre forze. L'esercito turco sta cercando di proteggere le loro forze con attacchi aerei intensivi ".

 

Situazione disperata per l'esercito turco

"L'esercito di occupazione turco si trova in una situazione disperata a causa dei pesanti attacchi delle nostre forze e sta usando una massiccia tecnologia bellica. Il campo di battaglia è stato bombardato intensamente. I nostri membri affrontano e frustrano la tecnologia del nemico attraverso le loro tattiche di nuova generazione e l'incrollabile volontà della guerriglia per la libertà del Kurdistan. Il nemico non riesce a ottenere un risultato contro i guerriglieri ed è stato inferto un colpo dopo l'altro ".

Dichiarazione del ministero della Difesa turco falsa

HPG ha anche sottolineato che le vittime nei ranghi delle forze di occupazione sono deliberatamente tenute basse dal Ministero della Difesa turco per ingannare il pubblico. "Solo nelle battaglie, l'esercito turco ha subito più di trenta vittime. Nel frattempo, il numero delle nostre vittime viene manipolato verso l'alto. Annunceremo i dettagli esatti delle nostre vittime insieme alle loro identità".

 

Nessuna informazione sul coinvolgimento di KDP

HPG ha affermato di non avere alcun vincolo per quanto riguarda la partecipazione delle forze KDP all'operazione Gare, aggiungendo; "Tuttavia, le truppe turche e gli elicotteri che stanno prendendo parte all'attacco sono stati trasferiti a Gare da Şırnak alla base di Bashika e da lì in poi attraverso il sottodistretto Bakirman ad Akra. Non ci sono state reazioni da parte del KDP".

Ibrahim Parim non è un membro del PKK

Infine, l'HPG ha negato ai media che un membro di spicco del PKK sia stato catturato durante un'operazione speciale dal servizio di intelligence turco MIT nel Kurdistan meridionale. HPG ha detto che Ibrahim Parim, presentato dall'agenzia di stampa ufficiale AA come "funzionario logistico" del PKK, era stato espulso dal movimento di liberazione curdo molto tempo fa; “Era una persona normale senza una posizione che si era arresa al nemico dopo essere stata espulsa dal PKK. La copertura mediatica di Parim non è altro che guerra psicologica e propaganda ".

 

 

 

 

 

 

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La morte di Petr Kropotkin avveniva l’8 febbraio 1921, teorico dell'anarco-comunismo o comunismo libertario. Malgrado il suo appoggio al fragile regime di Kerenskij il rivoluzionario russo ebbe tutti gli onori del caso da parte dello Stato sovietico. Il governo dei Soviet offrì alla famiglia di Kropotkin i funerali di Stato ma questa rifiutò. La sua salma fu esposta nella Casa dei sindacati, la stessa in cui fu esposta quella di John Reed, e per il corteo funerario furono liberati dalle prigioni molti anarchici per permettere loro di partecipare alle esequie. Nella manifestazione, in cui parteciparono oltre 20mila persone,( diventati centomila nella storiografia anarchica) campeggiavano striscioni con scritto “Dove c’è autorità non c’è libertà” e “L’emancipazione della classe operaia sarà opera della classe operaia stessa." La casa natale di Kropotkin, un grande palazzo nel quartiere aristocratico di Mosca, venne restituita alla vedova e ai suoi compagni per essere trasformata in un museo per i suoi libri, documenti e ricordi personali sotto la supervisione di un comitato di studiosi anarchici. 

Ai funerali partecipo un rivoluzionario e bolscevico convinto Victor Serge. 

Se gli accenni diretti alla presenza degli anarchici nella rivoluzione sono scarsi, non si deve a pregiudizi settari, ma semplicemente al fatto che il loro ruolo era modesto. Ad esempio nel Congresso panrusso dei soviet che si apre la sera stessa della presa del Palazzo d’Inverno c’erano 5 anarchici su 562 delegati presenti (di cui 382 bolscevichi, 70 socialrivoluzionari di sinistra, 19 SR di altre tendenze, 21 menscevichi “difensisti”, 15 menscevichi “internazionalisti”, ecc. ). L’esiguità della loro presenza si spiegava in parte col rifiuto di qualsiasi tipo di elezioni, anche di delegati revocabili, da parte degli anarchici più intransigenti, in parte con una loro sostanziale marginalità nella lotta di classe di quella fase.Molte notizie sulla progressiva rottura tra i raggruppamenti libertari e la rivoluzione sono state fornite dalla pubblicistica anarchica , che ha riproposto costantemente la stessa linea interpretativa vittimista. 
Victor Serge non minimizza il ruolo degli anarchici tra il febbraio e l’ottobre, ma spiega bene il loro declino:
"Malgrado la loro confusione ideologica, la maggior parte di essi si era battuta bene in Ottobre. Il loro movimento, dopo la vittoria proletaria, aveva avuto uno sviluppo eccezionale: nessun potere faceva resistenza alla loro azione; essi procedevano senza alcun controllo alla requisizione di alloggi; il partito bolscevico trattava con la loro organizzazione da pari a pari; essi avevano a Mosca un grande quotidiano, l’«Anarchia». 
Anche a Pietrogrado un giornale sindacalista-libertario aveva in certi momenti fatto concorrenza alla «Pravda» bolscevica, ma – secondo Serge - “non disparve che per colpa dei suoi redattori, divisi sul problema della guerra rivoluzionaria”.
Dal febbraio 1918 la stampa anarchica aveva inasprito i toni, ripetendo le accuse a Lenin “agente dell’imperialismo tedesco” mosse da tutte le altre correnti socialdemocratiche , e della stessa stampa borghese che era ancora legale. 

  Victor Serge descrive le “forze anarchiche, divise in una serie di gruppi, sottogruppi, tendenze e sottotendenze che andavano dall’individualismo al sindacalismo” e che “comprendevano diverse migliaia di uomini, per la maggior parte armati”.
La demagogia sincera dei protagonisti libertari incontrava una buona accoglienza tra parti della popolazione. Uno stato maggiore nero aveva la direzione di queste forze che costituivano una specie di Stato armato – irresponsabile e incontrollabile – all’interno dello Stato. Gli stessi anarchici ammettevano che tra di essi prosperavano elementi sospetti, avventurieri e controrivoluzionari, dato che i principî libertari non permettevano di chiudere la porta delle organizzazioni di fronte a chicchessia o di sottoporre qualcuno a un controllo reale.
Una parte degli stessi anarchici avvertiva il pericolo e sentiva la necessità di “epurare” i loro ambienti, cosa praticamente impossibile senza autorità né organizzazione disciplinata. Il giornale «Anarchia» a volte pubblicava avvisi importanti di questo genere:
“Consiglio della Federazione anarchica. Si verificano abusi deplorevoli. Degli sconosciuti, presentandosi a nome della Federazione, procedono ad arresti e ad estorsioni di fondi. La Federazione dichiara di non tollerare alcuna requisizione a fini di arricchimento personale.”Il maggiore storico dell’anarchismo russo, Paul Avrich, conferma indirettamente che gli arresti dell’aprile 1918 non avevano soppresso il movimento. La repressione aveva raggiunto il culmine “solo dopo il bombardamento del quartier generale comunista a Mosca nel settembre 1919”. I cosiddetti “Anarchici Clandestini”, insieme a militanti socialisti rivoluzionari di sinistra, il 27 settembre di quell’anno avevano assaltato a colpi di granate la sede del comitato di Mosca del partito comunista, durante una sessione plenaria del comitato. C’erano stati 12 morti e 55 feriti, tra cui alcuni molto noti, come Nicolaj Bucharin, il direttore della «Pravda» Emelian Jaroslavskij, e Juri Steklov, direttore delle «Izvestija». Anche se molti esponenti libertari si erano dissociati, i comunicati incendiari che annunciavano “l’inizio di un’era della dinamite”, che sarebbe finita solo “con la distruzione del dispotismo”, provocarono una nuova massiccia ondata di arresti. Alcuni militanti si fecero saltare in aria appena si presentò la Čeka nella dacia che avevano requisita, altri furono processati. Pressoché tutto il movimento anarchico aveva plaudito all’assassinio del rappresentante tedesco von Mirbach, e anche ai tentativi insurrezionali che lo avevano accompagnato. Ma la preoccupazione dei bolscevichi non si era tradotta in una repressione generalizzata.Una figura prestigiosa dell’anarchismo russo,  Pëtr Aleksandrovic Kropotkin aveva conservato non solo la libertà, ma aveva continuato a scrivere al “caro Vladimir Ilič” esprimendo critiche severe a varie misure economiche e politiche prese dal governo sovietico. Kropotkin aveva un passato glorioso, ma come altri anarchici si era screditato nel 1914 , perché si era schierato a favore dell’Intesa, sostenendo la necessità di abbattere l’impero tedesco e smembrare la Germania. Aveva finito poi, quasi ottantenne, per appoggiare la rivoluzione d’ottobre, scrivendo appelli per difenderla rivolti ai lavoratori delle potenze imperialiste che sostenevano i Bianchi. I suoi argomenti sono interessanti, e hanno contribuito all’immagine internazionale della rivoluzione russa, che presentava così:
"Prima di tutto, i lavoratori del mondo civile e i loro amici appartenenti ad altre classi, dovrebbero indurre il [loro] governo ad abbandonare del tutto l’idea di un intervento armato negli affari della Russia – aperto od occulto, militare o in forma di sovvenzioni ad altre nazioni.
La Russia sta vivendo ora una rivoluzione della stessa vastità e importanza di quella sperimentata nel 1639-1648 dalla nazione inglese e nel 1789-1794 dalla Francia; e ogni nazione dovrebbe rifiutarsi di giocarvi il ruolo vergognoso che la Gran Bretagna, la Prussia, l’Austria e la Russia giocarono nella rivoluzione francese.
Inoltre bisogna tener presente che la rivoluzione russa – che tenta di costruire una società in cui il prodotto degli sforzi congiunti dei lavoratori, delle capacità tecniche e delle conoscenze scientifiche vada interamente a beneficio della comunità – non è un mero incidente nella lotta tra i partiti. È qualcosa che la propaganda comunista e socialista stavano preparando da quasi un secolo, fin dai tempi di Robert Owen, di Saint Simon e di Fourier; e benché il tentativo di instaurare la nuova società attraverso la dittatura di un unico partito sia apparentemente destinato al fallimento, bisogna tuttavia riconoscere che la rivoluzione ha già introdotto nella nostra vita quotidiane idee nuove riguardo ai diritti dei lavoratori, alla loro vera posizione nella società, ai doveri di ogni cittadino: idee ormai incancellabile." Questo riconoscimento della portata e del significato della rivoluzione non escludeva che Kropotkin esprimesse critiche severe nei confronti di molte scelte del governo sovietico. A volte basate sulla convinzione che i problemi dell’approvvigionamento, della penuria e dell’aumento dei prezzi dipendessero da un’ossessione centralista e della “smania di comandare degli uomini di partito, che sono per la maggior parte comunisti senza esperienza (gli ideologi di vecchio stampo operano soprattutto nei centri più grandi)”, col risultato di distruggere “l’influenza e la forza creativa di queste vantate istituzioni, i soviet”. In un’altra lettera al “caro Vladimir Ilič” del dicembre dello stesso anno Kropotkin attaccava invece una misura annunciata ufficialmente sulle «Izvestija» e sulla «Pravda»: “il governo sovietico ha deciso di prendere come ostaggi alcuni socialisti rivoluzionari dei gruppi di Savinkov e di Černov, così come alcune guardie bianche del centro nazionale tattico e alcuni ufficiali di Vrangel’ e, in caso di attentato alla vita dei leaders dei soviet, di giustiziare «senza pietà» questi ostaggi.” La lettera proseguiva con esempi di rivoluzionari come Luise Michel, Malatesta o Voltairine de Cleyre che avevano difeso chi aveva tentato di ucciderli o avevano rifiutato di accusarli, e faceva appello alla coscienza rivoluzionaria dei bolscevichi:
"Io credo che ai migliori di voi il futuro del comunismo stia più a cuore della vita stessa e che pensando a questo futuro rinuncerete a questi provvedimenti. Con tutti i suoi gravi difetti – e io, come sai, li vedo bene – la rivoluzione d’ottobre ha provocato un enorme cambiamento. Ha dimostrato che una rivoluzione sociale non è impossibile, come avevano cominciato a pensare nell’Europa occidentale. E, con tutti i suoi difetti, produrrà un mutamento verso l’uguaglianza, che nessun tentativo di tornare al passato potrà eliminare."Kropotkin ricordava a Lenin che “proprio atti di questo genere compiuti da rivoluzionari del passato hanno reso più difficile l’esperimento comunista”. Ma dimenticava semplicemente che queste misure erano una risposta difficilmente sostituibile ad attacchi spietati. 
Comunque Kropotkin nonostante le sue critiche non sempre obiettive, era circondato dal rispetto dei bolscevichi per il suo passato. Come altre personalità ritenute indispensabili alla rivoluzione (ad esempio lo scienziato Ivan Pavlov, per i suoi meriti di studioso dei riflessi condizionati, e nonostante la sua aspra polemica con i comunisti e con il marxismo), Pëtr Kropotkin beneficiava di un trattamento alimentare speciale, con razioni doppie di quelle disponibili per tutti in quei tempi di carestia. Mancava solo un mese all’insurrezione di Kronštadt…Può sembrare strano non aver ancora neppure accennato alla rivolta di Kronštadt, ma non è casuale: anche se è al centro delle polemiche e dei miti anarchici, in realtà gli anarchici non vi  ebbero un ruolo significativo, come ammette Paul Avrich, il maggiore storico dell’anarchismo, oltre che autore di uno dei libri più importanti su quell’episodio.Kronštadt aveva avuto una storia di latente radicalismo che risaliva alla rivoluzione del 1905. La rivolta del marzo 1921, come le precedenti insurrezioni del 1905 e del 1917, fu una sollevazione spontanea e non provocata – come spesso si dice – dagli anarchici o da qualche altro singolo partito o gruppo. I suoi partecipanti erano radicali d’ogni tendenza: bolscevichi, social-rivoluzionari, anarchici e molti che non avevano alcuna affiliazione di partito. Gli anarchici che avevano svolto a Kronštadt un ruolo di primo piano nel 1917, non si trovavano più sul luogo quattro anni più tardi. Alcuni come Železnjak o Bleikhman erano morti nella guerra civile, ed altri erano impegnati nell’Armata Rossa su vari fronti. Ma, soprattutto, concludeva Avrich, “lo spirito dell’anarchismo, che era stato così potente a Kronštadt durante la Rivoluzione del 1917, era quasi scomparso”.
La polemica portata avanti per anni dagli anarchici sulla repressione nei loro confronti non era molto più fondata della loro appropriazione della paternità della rivolta, che in realtà aveva coinvolto largamente marinai comunisti e soprattutto “senza partito” della fortezza e delle navi ancorate nel suo porto, e rifletteva il diffuso malcontento per la carestia e le distorsioni provocate dal “comunismo di guerra”. Un malcontento presente in gran parte del mondo contadino (da cui provenivano molte delle reclute che avevano rimpiazzato la vecchia guardia del 1917, a mano a mano che veniva chiamata a dirigere le unità dell’Armata Rossa) e a cui il X Congresso del partito stava tentando di rispondere introducendo la NEP.Altra tesi infondata diffusa da più parti, ma particolarmente viva tra gli anarchici, è quella di un ruolo diretto e particolarmente spietato di Trotskij, che in realtà pur condividendo la responsabilità con tutto il gruppo dirigente, non partecipò neppure all’attacco, e tantomeno alle misure punitive attuate dalla Čeka nelle settimane e nei mesi successivi, che tra l’altro non erano rivolte contro il movimento anarchico, ma avevano una logica di vendetta sugli insorti, che si presumeva avessero fatto correre un rischio gravissimo alla rivoluzione.Tutti i dirigenti comunisti, effettivamente, erano convinti che la rivolta fosse strettamente collegata alle centrali dei Bianchi in esilio, che si erano già vantate molte volte di avere legami con la guarnigione della fortezza, e che si temeva potessero arrivare in soccorso a Kronštadt con la flotta del Mar Nero “ospitata” dalla Francia nella base tunisina di Biserta. Il panico aveva travolto tutto il gruppo dirigente, che aveva dimenticato che gli organi dei Bianchi all’estero erano poco credibili, dato che ad esempio avevano annunciato spesso il successo di inesistenti attentati a Lenin. Il fatto che dopo la fuga alcuni dei membri del comitato avessero scritto a Vrangel’ per offrire i loro servizi, peraltro conosciuto successivamente, non doveva impedire di riconoscere il carattere spontaneo e improvvisato della rivolta.La spietatezza e i tempi differiti della repressione provocarono comunque un salto qualitativo nell’involuzione della società sovietica. Se i caduti durante l’attacco si equivalevano tra gli assalitori e i difensori, ed anzi nella prima fase le perdite erano state maggiori tra gli attaccanti, facilmente colpiti dalle artiglierie protette dalle mura fortificate, il danno politico e morale maggiore fu provocato proprio dalla lunga coda di processi e di esecuzioni sommarie che si protrasse per mesi, a pericolo scampato, e che fu facilitata dagli archivi abbandonati dai dirigenti dell’insurrezione al momento della loro fuga in Finlandia. Spesso si fucilava chi aveva soltanto votato una risoluzione o aveva annunciato di dare le dimissioni dal partito comunista. Un discorso a parte merita il fenomeno delle formazioni contadine di Nestor Machno, che il movimento anarchico considera parte dei suoi successi, e che in realtà, indipendentemente dall’assimilazione di alcune idee anarchiche da parte del “piccolo padre” di Guliai Pole durante la sua lunga detenzione prima del 1917, va interpretato nel quadro dei difficili rapporti tra il potere sovietico e i contadini a partire dal 1918. Le formazioni machnoviste, come molte altre milizie “verdi” (cioè né bianche né rosse…), si allearono in diversi periodi con l’Armata Rossa, ma in altri la combatterono aspramente: questa e non la prevenzione ideologica fu la ragione dei conflitti che si determinarono. Ma il machnovismo è parte della storia della guerra civile in Ucraina e nella Russia meridionale, più che di quella dell’anarchismo, che ne ha fatto una sua bandiera e un suo mito.La separazione tra il movimento libertario e quello comunista fu dannosa per entrambi. Le tendenze alla burocratizzazione e alla riduzione dei soviet a vuoti contenitori fu accelerata dalla repressione degli anarchici. Alcuni di loro continuarono a partecipare alla rivoluzione a diversi livelli e fino a tutto il 1921 avevano ottenuto qualche rappresentante eletto nei soviet, ma il grosso respingeva in blocco il potere sovietico, immaginando che fosse definitivamente e deliberatamente corrotto dalla volontà di imporre ovunque i “commissari” comunisti. Ignoravano gli allarmi continui dei principali esponenti bolscevichi di fronte agli stessi processi che essi denunciavano.Quanto era lontano il vero Lenin da quello che gli anarchici immaginavano, tutto teso a sostituire la democrazia sovietica con “commissari” comunisti scelti solo in base alla tessera! Anche Trotskij, che è diventato nella propaganda anarchica la causa di ogni male, in realtà si preoccupava tanto del disordine e del rifiuto di ogni disciplina, o del ricorso al saccheggio come normale fonte di approvvigionamento di certi reparti dell’Armata Rossa, quanto del comportamento di molti comunisti.Le tensioni con gli anarchici e in particolare con Machno quindi non erano dovute alla pretesa dei dirigenti comunisti e in particolare di Trotskij di “imporre a ogni costo il dominio del partito” nell’Armata Rossa, ma alla necessità di combattere il dilettantismo e l’improvvisazione “guerrigliera”, pericolosa di fronte a un esercito “Bianco” guidato da ufficiali di grande preparazione militare temprati dalla Grande Guerra. Non a caso uno dei punti di maggiore attrito riguardava l’uso degli “specialisti”, cioè di quegli ufficiali disposti a mettere al servizio del nuovo potere sovietico le loro competenze “tecniche”, sia sul piano dell’utilizzazione dell’artiglieria, dell’aviazione o della flotta, che non poteva essere improvvisata da militanti combattivi ma privi di una preparazione specifica, sia su quello dell’organizzazione dell’esercito e della elaborazione di piani strategici. Alcuni giovani ufficiali dell’esercito zarista d’altra parte avevano aderito sinceramente alla rivoluzione perché disgustati dalla insensatezza della Guerra Mondiale, altri per patriottismo e indignazione di fronte all’aperta ingerenza straniera a sostegno dei controrivoluzionari “Bianchi”; qualcuno invece soltanto per avere assicurato uno stipendio. Ma era impossibile farne a meno. In ogni caso a fianco di ognuno di essi Trotskij aveva voluto un commissario comunista, che assicurava il rapporto con la truppa, e teneva sotto controllo quegli ufficiali che potevano essere sospettati di attendere solo l’occasione per passare al nemico. Il commissario politico intanto si formava per divenire ufficiale. La propaganda anarchica, a volte in ambigua alleanza con la fronda di un gruppo di ufficiali “comunisti” del fronte sud legati a Stalin come Voroscilov e Budionnij, che attaccavano gli specialisti per colpire l’odiato Trotskij, presentava invece l’utilizzazione di ufficiali di carriera come la prova di un tentativo di restaurazione capitalistica. Era un’accusa assurda e priva di fondamenti. 
Ma quella polemica faziosa rese più profondo il solco che impedì ogni ravvicinamento tra la maggioranza del partito e gli anarchici. Presto la repressione colpì non solo le altre tendenze del movimento operaio, ma anche e soprattutto gli elementi più critici all’interno del partito comunista.Era inevitabile a quel punto che la sospensione “temporanea” del diritto di formare frazioni nel partito, decisa sotto l’effetto psicologico della rivolta di Kronštadt e di quelle contadine che in quello stesso 1921 esplodevano in varie parti della Russia e dell’Ucraina, diventasse permanente e soffocasse ogni dialettica interna. La minaccia dell’espulsione peserà da allora in poi come una condanna a morte per ogni dissenso organizzato: fuori del partito divenuto “monolitico”, non c’era più quello spazio che aveva permesso rotture e ricomposizioni nei quindici anni che avevano preceduto la rivoluzione.

 

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di Comitato Verità e Giustizia per la strage di Sant’Anna da Carmilla

[Pubblichiamo in anteprima l’Introduzione al dossier sulla strage dell’8 marzo 2020 nella Casa Circondariale di Modena inviataci dal Comitato Verità e Giustizia per la strage di Sant’Anna. Un contributo in termini di controinformazione e controinchiesta dal basso su uno degli eventi più drammatici e sanguinosi mai avvenuti nella storia dei sistemi penitenziari europei – gi]

L’8 marzo del 2020 è una domenica, l’aria è primaverile come la stagione alle porte che nessuno si godrà. Il fumo che si alza da quella terra di nessuno, da quel limbo appena oltre la tangenziale proprio dietro alla Sacca, è nero e carico di presagi. Il carcere di Sant’Anna è in rivolta. Una tragedia annunciata. Una tragedia che si compirà sotto gli occhi di tutti e nel più vile tra i silenzi, quello che solo l’opportunismo più provinciale è in grado di partorire. E la città di Modena, nonostante tutta la sua ostentata propensione internazionale votata al turismo e all’ “eccellenza” manifatturiera, è esattamente ciò: provincia.

Sono giorni particolari, la pandemia è agli inizi, le scuole sono già chiuse da due settimane in alcune regioni, la Lombardia e altre 14 province stanno per diventare “zona arancione” e la sera del 9 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte annuncerà il lockdown. Nei mesi successivi, da più parti, verrà tirata in ballo anche la democrazia, o meglio la sua assenza, per via delle forti limitazioni imposte alla libertà personale inflitte a colpi di decreti. Nell’immaginario medio italiano il cittadino verrà confinato agli “arresti domiciliari”, un infelicissimo paragone che si svilupperà parallelamente al più totale disinteresse per le sorti delle persone realmente private della libertà. Visti in questo senso, tutti quei grandi discorsi riguardanti la “democrazia ferita” avrebbero potuto trovare effettivamente assonanza proprio in quanto stava accadendo quei primi giorni di marzo all’interno di quelle celle, quasi come avvisaglie di incubi passati tornati a declinarsi brutalmente nelle istituzioni totali del presente.

C’è chi ha sostenuto che quanto avvenuto a marzo nelle carceri sia una sorta di “rimosso”, di delitto fondativo del “nuovo ordine” pandemico in Italia e che, come tale, debba rimanere in qualche modo segreto, celato dietro a muri invalicabili. E per dare un’idea delle dimensioni di questo “rimosso” basta dire che, a distanza di un anno, non è ancora chiaro e definitivo il numero delle vittime della strage che si stava compiendo in quei giorni nelle carceri italiane.

Sulla stampa si leggono ancora cifre altalenanti, a volte i morti sono 13, a volte 14, a seconda di chi scrive e del testo che si cita perché di informazioni ufficiali su questa storia ne sono uscite davvero poche. Nove a Modena, uno o due a Bologna e tre o quattro a Rieti. I nomi stessi delle vittime sono emersi solo grazie all’impegno di volontari, associazioni e giornalisti che li hanno raccolti e pubblicati perché dalle stanze ermetiche del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e del Ministero di Giustizia non era uscito nulla di ufficiale. Anche questi piccoli dettagli dovrebbero già essere eloquenti e far riflettere, oltre che definire i contorni di quel “rimosso” che è materia principale di questo dossier.

La pandemia è globale e nelle carceri di tutto il mondo si accendono rivolte legate agli effetti devastanti che il Covid-19 potrebbe avere su prigioni sovraffollate e con scarsissima vigilanza sanitaria. Migliaia di detenuti in tutto il pianeta vengono rilasciati per evitare un’inutile strage, anche paesi come la Turchia (90.000) e l’Iran (70.000) lo fanno. In Italia, invece, l’ipotesi non è nemmeno presa in considerazione e quando cominciano a circolare le voci dei primi contagi all’interno delle carceri, nei penitenziari italiani si comincia a protestare.

Le prime rimostranze per la gestione dell’epidemia avvengono proprio dentro a quelle celle e in due soli giorni produrranno 13 o 14 morti. Sui media del Paese, al contrario, va affermandosi un coro unanime che imbocca l’italiano medio sulla suggestione di una “regia esterna” dietro alla rivolta (anarchici o mafiosi a seconda della testata) come se quanto avviene contemporaneamente nel resto del mondo non avesse alcuna rilevanza.

In fin dei conti, anche l’Italia stessa, nonostante il suo “ingegno” e le sue “eccellenze” “riconosciute in tutto il mondo”, è un Paese provinciale, il quale non ha esitato un solo istante a mostrare il “pugno duro” e a far scattare rappresaglie verso persone, private della libertà, che in fin dei conti domandavano soltanto di non essere abbandonate al virus e attenzioni sanitarie. L’8 marzo 2020, fuori dal carcere di Sant’Anna, i familiari dei detenuti accorsi per capire cosa stesse succedendo, dopo aver visto una fumana nera salire in cielo e macchiare l’orizzonte della città, spiegavano e ripetevano proprio questo.

Perché è vero, era in corso una rivolta, una dura rivolta da parte della popolazione carceraria, ma quasi nessuno ha riportato le motivazioni che stavano alla base di quanto stava accadendo, eppure la piccola folla che si era precipitata angosciata nel piazzale antistante al Sant’Anna le conosceva perfettamente.

Chiunque poteva dirti che la sospensione dei colloqui con i familiari per via del Covid, e l’interruzione di tutte le attività con educatori e psicologi potevano essere interpretate facilmente come la classica goccia che aveva fatto traboccare il vaso: “Nessuno, in questa situazione di emergenza, si è reso conto di quanto questi provvedimenti abbiano pesato sulla condizione già difficilissima vissuta dai detenuti”1. Sono le voci dei parenti dei detenuti presenti nel piazzale a raccontare le condizioni dei propri cari rinchiusi all’interno del penitenziario. Solo tre giorni prima della rivolta, infatti, il 5 marzo, il ministero della Giustizia aveva proibito le visite a causa del coronavirus mentre il giorno successivo, il 6 marzo, veniva trovato il primo positivo tra le fila della polizia penitenziaria.

Ma quella domenica pomeriggio il tempo scorre in una maniera differente, in un clima surreale. Come documenterà il giorno successivo il Resto del Carlino, fuori dal Sant’Anna si ammassano i reparti antisommossa arrivati da Bologna e Milano, poi i vigili del fuoco con 8 automezzi, la polizia municipale, la protezione civile e i militari, in un dispiegamento di forze imponente ma che non è in grado di rispondere nemmeno una volta alle legittime domande dei familiari accorsi fuori dall’istituto e che si stanno interrogando sullo stato di salute dei loro cari. Solo verso le 17 un graduato della polizia penitenziaria proverà a rassicurare le famiglie: “La situazione si sta stabilizzando, non ci sono feriti. Il fumo che vedete proviene dal tetto e non dalle celle che non sono state intaccate durante la rivolta. Dovete stare calmi però. Se urlate rischiate di fomentare ancora di più i detenuti presenti in struttura”.

Eppure i familiari sono arrabbiati, non si fidano, e la loro sfiducia non si placa di certo verso sera quando arrivano di decine di pullman della polizia penitenziaria per trasferire i detenuti e spargerli fra le carceri della penisola. Nemmeno la rabbia si placa, soprattutto quando i pullman si mettono a sfrecciare a tutta velocità fra la folla (una donna accusa anche un malore dopo aver rischiato di essere investita) o quando i familiari osservano impotenti la scena del pestaggio di alcuni detenuti già ammanettati prima di essere caricati sui veicoli per chissà quale destinazione.

Una vista, questa, ben presto coperta da altri autobus posizionati abilmente di fronte all’ingresso, in modo tale da impedire ogni sguardo ai testimoni assiepati all’esterno. Il giorno successivo, sulla stampa cittadina, si potrà leggere invece di “eroi”, di “agenti feriti” e di “fobia” del virus. Ma, soprattutto, si potrà già leggere la causa di quei decessi che di lì a poche ore sarebbero saliti fino alla tragica cifra di nove morti. Quella “overdose” che, nei giorni successivi, si ripeterà, come un mantra di telegiornale in telegiornale, di articolo in articolo, di bocca in bocca, diventando così verità già acquisita e percepita ancora prima di qualsiasi parola ufficiale.

Parole ufficiali che arriveranno tre giorni dopo, l’11 marzo, col ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede che riferirà della situazione in aula semivuota del Senato:

Permettetemi innanzitutto di ringraziare la Polizia penitenziaria e tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria (Applausi), perché ancora una volta stanno dimostrando professionalità, senso dello Stato e coraggio nell’affrontare, mettendo a rischio la propria incolumità, situazioni molto difficili e tese, in cui ciò che fa la differenza è spesso la capacità di mantenere i nervi saldi, la lucidità e l’equilibrio nell’intuire e scegliere in pochi istanti la linea di azione migliore per riportare tutto alla legalità. Mi piace sottolineare che in tutti i casi più gravi le istituzioni si sono dimostrate compatte: magistrati, prefetti, questori e tutte le Forze dell’ordine sono intervenuti senza esitare, rendendo ancora più determinato il volto dello Stato di fronte agli atti delinquenziali che si stavano consumando. […] Il bilancio complessivo di queste rivolte è di oltre 40 feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione, e purtroppo di 12 morti tra i detenuti, per cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini.

Dodici morti dunque, “per lo più riconducibili all’abuso di sostanze” con quella formula “per lo più”, che già allora, a tre giorni dalla strage, lasciava poco spazio ai dubbi. E in città le cose non vanno affatto meglio. Nessuno parla, nemmeno l’ultimo dei consiglieri comunali oserà rompere la cappa di silenzio. Solo verso la serata di lunedì (9 marzo), quando il conto delle vittime era già salito a sei, il sindaco di Modena, Giancarlo Muzzarelli, si degnerà di commentare l’accaduto, esprimendo un’immediata solidarietà alle Forze dell’ordine e ammonendo lapidario: “chi fa polemiche non dimostra senso dello Stato”2.

In città a regnare è soltanto un silenzio dei più eloquenti. Dai giornali si apprende che cinque detenuti sono morti a Modena, mentre per altri quattro l’agonia si sarebbe protratta per ore, durante il loro trasferimento nelle carceri di Parma, Alessandria, Trento ed Ascoli. Ghazi Hadidi, 35 anni, morirà all’altezza di Verona sulla strada per Trento, Ouarrad Abdellah 34 anni, ad Alessandria, gli restavano da scontare meno di due anni per reati legati al piccolo spaccio, Artur Iuzu 31 anni, era invece diretto a Parma e in attesa del primo grado di giudizio e Salvatore Cuono Piscitelli, di 40 anni, morto ad Ascoli che sarebbe stato scarcerato in agosto.

Nel carcere di Modena invece perdono la vita Ariel Ahmadi di 36 anni, padre di una ragazzina di 12 e che sarebbe tornato in libertà nel gennaio del 2022, Agrebi Slim, quarantenne, anch’esso con una figlia, Hafedh Chouchane, 36 anni a pochi giorni dalla scarcerazione, Ben Mesmia Lofti, di 40 anni e Alì Bakili cinquataduenne. I nomi delle vittime però si sapranno solamente 10 giorni dopo, pubblicati sul Corriere della Sera dal giornalista Luigi Ferrarella, mentre le poche informazioni a riguardo saranno raccolte dalla giornalista Lorenza Pleuteri in un articolo apparso su giustiziami.it il 3 aprile e in un approfondimento di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci uscito sul Venerdì di Repubblica lo stesso giorno.

Dalla stampa locale si apprende solo che dei primi si occuperanno le Procure delle città nelle quali sono stati constatati i decessi mentre per i cinque di Modena si parla di “overdose da stupefacenti” per due detenuti, di cause ancora da chiarire per un terzo ritrovato cianotico e di un generico “attacco cardiaco” per un quarto, mentre il quinto non viene nemmeno menzionato. Sempre dalle pagine dei giornali, il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio, annuncia che “l’intenzione della Procura è di fare immediatamente luce sui decessi; successivamente si indagherà anche sulla rivolta e i danni che ha provocato.”3

Si indagherà per omicidio colposo «contro ignoti» al fine di avviare le prime autopsie sui cadaveri. In città, invece, prosegue il silenzio più assordante rotto solo dall’invettiva del sindaco Muzzarelli infastidito da dei volantini e da delle scritte contro il carcere apparsi sui muri di alcuni quartieri che avrebbero intaccato, a suo dire, il “decoro e dignità alla città”. Dopotutto l’urgenza del primo cittadino è chiara e dichiarata, bisogna ripristinare il carcere (semidistrutto dalle proteste) al più presto “per una questione di sicurezza per la città e per il territorio.”

Se la città è silente, la Regione Emilia-Romagna (che detiene 10 delle 13-14 vittime totali) non è da meno, nonostante abbia competenza in materia di salute, di trattamento delle tossicodipendenze, di custodia del metadone e di sanità penitenziaria.

A rompere la cappa di silenzio, compatta come un fascio littorio sarà, inaspettatamente, l’11 marzo la Camera penale di Modena Carl’Alberto Perroux. Con un comunicato che denunciava la grave assenza della politica, l’associazione sindacale degli avvocati segnalerà:

Le uniche informazioni che abbiamo ottenuto su quei fatti sono quelle fornite dalla Polizia Penitenziaria, giacché l’Autorità Giudiziaria (requirente e di sorveglianza) non ha inteso divulgare notizie di dettaglio sullo svolgersi degli accertamenti. I morti nelle rivolte del carcere di Modena sono saliti a 9, un numero enorme che lascia sgomenti, ancor di più per il fatto che risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione4.

Anche il Gruppo Carcere-Città, prenderà parola, il giorno dopo, con un comunicato stampa ad hoc che non lascia spazio ai dubbi sulle condizioni della struttura alla vigilia della pandemia:

I dati sono allarmanti: con una capienza regolamentare di 369 posti, al 29 febbraio 2020 erano presenti a Modena 562 detenuti e, al 6 febbraio, quattro funzionari della professionalità giuridico-pedagogica e una sola esperta ex art. 80 O.P. per 38 ore mensili. A questo si sommano le responsabilità di chi ostacola la fruizione di misure alternative al carcere per chi ne ha i requisiti5.

Un sussulto di dignità civile in un mare di silenzi e indifferenza. Poi più nulla finché, ai primi di aprile, lontano da Modena, stando a quello che si scoprirà successivamente grazie ad una telefonata registrata e consegnata a giornali e mezzi d’informazione6, 300 agenti della penitenziaria, provenienti dall’esterno entrano “a volto coperto dal casco, da foulard o mascherine, rendendone difficile l’identificazione video” nelle celle del carcere di Santa Maria Capua Vetere per una “perquisizione straordinaria” che sfocerà in “episodi di inaudita violenza; calci, pugni, manganellate e abusi di ogni tipo, perfino su un detenuto disabile”7.

Testimonianze e denunce che sarebbero confermate dai video agli atti dell’inchiesta i quali mostrerebbero immagini di reclusi inginocchiati, trascinati e picchiati da più poliziotti contemporaneamente. Anche in questo caso dal ministero faranno sapere solamente che gli agenti coinvolti rimarranno al loro posto nonostante 44 indagati mentre, in una nota del 6 aprile, il sottosegretario Vittorio Ferraresi commenterà che si era trattato solamente “di una doverosa azione di ripristino della legalità” confermando ancora una volta il “pugno duro” del ministero guidato da Alfonso Bonafede. Anche per il carcere di Foggia, dal quale i diversi detenuti sono evasi, si alzano voci di pestaggi e atti di violenza molto simili a quelli che si sarebbero verificati nell carcere campano di Santa Maria Capua Vetere, con centinaia di agenti col volto coperto che avrebbero fatto irruzione nelle celle colpendo con pugni e manganelli8.

Modena, Rieti, Santa Maria Capua Vetere, Foggia; ma perché è proprio nelle prigioni di provincia che è scoppiato in forme più virulente l’incendio? Che rapporto c’era tra queste città e le loro prigioni, tecnologiche o vetuste che siano? La rimozione totale? E Modena, in particolare: c’entrano qualcosa le fiamme di Sant’Anna col fatto che ormai da un paio d’anni in questa città si registra un numero inquietante di denunce e rinvii a giudizio per centinaia di cittadini accusati di vertenze sindacali e sociali? Esiste una misteriosa relazione tra la degenerazione del clima “dentro” e “fuori”, ad là e al di qua del filo spinato? Cittadini e detenuti, hanno respirato la stessa aria, sia pur in condizioni drammaticamente diverse?

Queste le domande che, mesi dopo, lo scrittore Giovanni Iozzoli proverà a porre sulla rivista online Carmilla9.

A maggio, invece, la Procura di Modena farà sapere che in base alle risultanze autoptiche i decessi di cinque dei nove morti del carcere di Modena (tutti quelli trovati in loco) erano tutti attribuibili a overdose di metadone e psicofarmaci. Punto. In contemporanea i riflettori mediatici sono tutti rivolti invece al finto scoop di Repubblica sui “boss mafiosi” ai domiciliari che ovviamente non fa altro che accendere il pulsante dell’indignazione rispetto ad un possibile provvedimento “svuota carceri” legato alla pandemia.

Ad agosto, a squarciare la cortina fumogena del silenzio su quanto accaduto nel carcere di Sant’Anna, sarà la pubblicazione di due lettere di detenuti – testimoni (uscite senza firma, su richiesta degli estensori) che raccontano di pestaggi avvenuti nel carcere di Modena durante la rivolta e di altre botte durante e dopo il transito in altre città. Le missive vengono rese note dall’agenzia Agi e dal blog giustiziami.it. Le due giornaliste che le hanno ricevute e pubblicate saranno poi sentite dalla squadra Mobile, come persone informate sui fatti. Il testo racconta abusi e vessazioni, come per il carcere di Santa Maria Capua Vetere:

“Ci hanno messo in una saletta dove non c’erano le telecamere. Amatavano (ammazzavano?, ndr) la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un’altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole. Un rappresentante delle forze dell’ordine, quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola che non picchiava nessuno. Poi non l’ha mantenuta.” “Sasà è stato trascinato fino alla sua cella e buttato dentro come un sacco di patate. Era debole, forse aveva preso qualcosa. E anche qua – dice – veniva la squadra. Come aprivi bocca per chiedere qualcosa, prendevi delle botte. Ci mettevano con la faccia al muro. Venivano a picchiare col passamontagna, per non far riconoscere le facce”. Anche il secondo testimone conferma che Sasà stava malissimo, che sul bus era stato picchiato e che quando è arrivato ad Ascoli non riusciva a camminare. “Era nella cella 52, ho visto che nessuno lo ha aiutato.”

Passano altri mesi e il silenzio intorno alle 13/14 vittime di marzo prosegue la sua azione. Nel Paese non ci si interroga affatto su quelle morti né tantomeno sulle condizioni in cui versano i detenuti nelle carceri italiane mentre in città, per certi versi, va pure peggio, in molti ignorano persino che sia successo qualcosa. Per questo motivo, proprio per cercare di accendere i riflettori su quanto successo in città solo 9 mesi prima, il 7 novembre in Piazza Grande a Modena viene organizzata dal Consiglio Popolare una prima iniziativa pubblica intitolata “Dietro le sbarre: testimonianze e riflessioni sul carcere”. In quella giornata verrà prima letta una lettera dal carcere di Torino di Dana Lauriola, attivista NoTav, condannata a due anni di reclusione solo per aver parlato al megafono durante una manifestazione nella quale non si verificarono incidenti, successivamente si ascolteranno in collegamento telefonico Manuela D’Alessandro e Lorenza Pleuteri, le due giornaliste che per prime avevano pubblicato le lettere anonime denuncianti i pestaggi. Infine si ascolterà la testimonianza di un ex detenuto del carcere di Modena, il quale ribadirà come la richiesta principale dei detenuti, in quel tragico 8 marzo, fosse una richiesta sanitaria:

Modena era per me un concentrato di violenza da parte dello Stato sulla pelle dei detenuti. Soltanto che a marzo è successo qualcosa che andava ben oltre. […] La sanità era un punto fermo delle loro richieste, era uno dei messaggi della rivolta. Questo è un punto fondamentale da dire e da far comprendere alle persone: la sanità. Può essere che qualche detenuto abbia abusato di farmaci, non dico di no, ma è normale quando educhi le persone per anni alla tossicodipendenza. Ovvio, che cosa cerca una persona che sta male e che ha accesso ai farmaci, che gli somministrano ogni giorno, più volte al giorno senza problemi, come fossero biberon? Può darsi che possa essere così. Così come sappiamo che i carabinieri sono andati sul parapetto del carcere e hanno sparato, questa è la realtà dei fatti. Quando non si sa chi di preciso della polizia penitenziaria o dei carabinieri sono entrati dentro, il primo che hanno avuto per le mani lo hanno ammazzato di botte davanti a tutti e hanno detto “Adesso vi facciamo questo”. C’è gente a cui sono arrivati i proiettili vicino alla testa ed è solo per miracolo che non hanno preso il piombo in testa o in altre parti del corpo10.

Il mese successivo, a dicembre, gli abusi già denunciati nelle lettere trovano conferme. Cinque ragazzi firmano un esposto destinato alla procura generale di Ancona. Anche loro parlano di aggressioni fisiche, violenze, spari, torture e di assistenza negata a Salvatore Piscitelli (Sasà) una delle nove vittime di Modena, morto, a detta loro, nel carcere di Ascoli. I cinque denuncianti confermano quanto già raccontato sostanzialmente ad agosto tramite lettera dagli altri due altri detenuti, ossia di pestaggi, di abusi e di mancati soccorsi.

Il 10 dicembre tutti e cinque vengono riportati nel carcere di Modena per essere interrogati dai pm una settimana dopo. A Modena vengono “accolti” in regime d’isolamento sanitario, in celle con vetri rotti (a dicembre) e coperte bagnate. Dopo gli interrogatori tutti e cinque vengono nuovamente trasferiti in posti diversi. Questa volta escono un paio di articoli sulla stampa locale e c’è qualche risonanza a livello nazionale, ma poco più.

Il Dap non commenta, la Procura di Modena, sempre per bocca del procuratore Di Giorgio, si limita a un neutro “si faranno i necessari approfondimenti” e ribadisce, ancora una volta, che le autopsie (delle quali non si sa ufficialmente ancora nulla, tranne che per il ragazzo della Dozza di Bologna) confermerebbero la morte per overdose anche per Piscitelli come per le altre 8, 12 o 13 vittime.

All’inizio del 2021 Repubblica ricapitola le notizie uscite in un dossier multimediale, arricchito con documenti inediti, con stralci delle relazioni di servizio interni e con le pagine di una delle 13 autopsie effettuate, più gli originali delle lettere-denuncia estive.

Un paio di settimane dopo anche la trasmissione televisiva Report si occupa di quanto accaduto nel carcere di Modena nove mesi prima. In questo caso viene mandata in onda la testimonianza di un detenuto che afferma di non aver partecipato alla rivolta, di essere rimasto in cella e di aver trattato direttamente con l’ispettore l’uscita pacifica di tutti i reclusi del suo settore che stavano soffocando dal fumo, ma di aver ugualmente “preso così tante manganellate che il sangue schizzava sulle divise e sui caschi dei poliziotti.”11. Ma la trasmissione della Rai, intrecciando i racconti, oltre a disegnare uno scenario altamente inquietante, viene a conoscenza di come ad operare a volto coperto all’interno delle carceri, in quelle che presumibilmente erano considerate azioni punitive, sia stato un nuovo reparto creato ad hoc dopo le rivolte, il “GIR – Gruppo di Intervento Rapido”.12.

Poco tempo dopo, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, ignorando volutamente non solo le denunce dei detenuti ma anche le inchieste ancora in corso, dichiara: “La Procura ha accertato che i nove detenuti sono deceduti per l’assunzione di stanze stupefacenti sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti.”13.

Questo dossier raccoglie ciò che pubblicamente è stato detto e scritto sulla strage dell’8 marzo nel carcere di Modena oltre ad alcuni approfondimenti e a tutte le doverose domande che questa terribile vicenda porta inevitabilmente con sé. Purtroppo a un anno di distanza, la situazione nelle carceri italiane sembra non avere prodotto alcuna riflessione. Non solo la possibilità di un’amnistia è ipotesi davvero remota ma sembra che non si riesca ad agire per contenere i contagi nemmeno con gli strumenti a disposizione, ricorrendo ai domiciliari, alle pene alternative e alla scarcerazione anticipiata di chi è ormai prossimo alla fine della pena. Fattori anche questi nient’affatto marginali nel misurare la qualità di una democrazia. Perché quanto accaduto nel carcere di Modena e il silenzio che l’ha circondato sono un messaggio che non può essere ignorato tanto facilmente.

Perché se è vero che lo Stato in quei giorni, ha picchiato, sparato, torturato o omesso anche solo di soccorrere persone detenute considerandole alla stregua della monnezza o dei tossici buoni a nulla (nell’indifferenza totale dell’opinione pubblica, bisogna dirlo) non è detto che un domani non sia pronto ad allargare l’utilizzo di quei metodi anche ad altre fette di società.
Un po’ come ci ricorda quel famosissimo sermone di Martin Niemöller:

Prima vennero…

Il dossier sarà disponibile dal 7 marzo in formato pdf, stampabile e riproducibile in maniera del tutto libera, scaricandolo dalla pagina fb del Consiglio Popolare Modena. Promuoviamo la sua diffusione in ogni ambito.

1) infoaut.org 

2) senzaquartiere.orgsenzaquartiere.org 

3) senzaquartiere.orgsenzaquartiere.org 

4) facebook.com/camerapenalemo 

5) buonacondotta.itbuonacondotta.it 

6) iene.mediaset.it 

7) ilriformista.it 

8) ildubbio.news 

9) carmillaonline.com 

10) facebook.com/scioperoitalpizza 

11) fb Report 

12) rai.it 

13) modenaindiretta.it 

 

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